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Questa storia non è legata esclusivamente a punti, rimbalzi e stoppate. No, forse è più vicina alla “teoria del caos” ripresa in pellicole come “Sliding Doors” o l’altrettanto famoso “The Butterfly Effect”. Avete presente i film che raccontano  come un evento iniziale apparentemente insignificante amplifichi la propria portata fino a scatenare pesanti ripercussioni sulla vita dei protagonisti? 

Per scaricare sul proprio Computer o Tablet  Smartphone il podcast cliccare con il tasto destro del mouse e selezionare "Salva oggetto con nome" sul link sottostante : Scarica il podcast #31: Effetto farfalla

C’è una fotografia della Finale del NIT, il torneo di “consolazione” del campionato universitario Americano che è entrata nella storia del basket. L’annoè il 1980, il mese è ovviamente quello della “March Madness”, ed i protagonisti sono due tra i centri più considerati del panorama dei college statunitensi: Ralph Sampson e Kevin McHale.Effetto Farfalla

Il primo è un predestinato. A 15 anni è già più alto di due metri, quando tre anni dopo arriva all’Università di Virginia nonostante abbia sorpassato i due metri e 20 continua a mostrare la sensibilità nel palleggio e la morbidezza nel tiro in sospensione propri di una guardia. Ha dominato a livello liceale vincendo due titoli statali e nell’anno da “freshman” ai “Cavaliers” di Virginia finisce sulla copertina della prestigiosa rivista “Sports Illustrated”.

Il secondo dei due protagonisti di quella foto ha tre anni in più e dieci centimetri in meno. E’ un ottimo cestista, ma nel periodo in cui ha giocato all’Università di Minnesota essa ha subìto le sanzioni della “probation” a causa di alcune irregolarità nella vendita dei biglietti ed è stata punita con l’esclusione dal torneo di marzo sia nel 1977 che nel 1978. Nonostante in termini di “visibilità” gli convenisse cambiare maglia ed ateneo, McHale è rimasto ai “Golden Gophers” sopportando una grigia stagione 1979 in cui era l’unico atleta di livello nazionale in squadra, ed ora vuole dimostrare di che pasta è fatto.

Lo scontro tra Minnesota e Virginia, quel 19 marzo 1980 è degno della cornice del Madison Square Garden di New York. Le squadre si danno battaglia in una gara intensa ed alla fine è Virginia ad avere la meglio per un soffio, 58 a 55, con Sampson a fare la parte del leone e ad aggiudicarsi anche il trofeo di miglior giocatore della rassegna. Mentre il numero 50 dei “Cavaliers” alza i due trofei, il numero 44 di Minnesota rientra amaramente negli spogliatoi. La sua ultima partita di college è stata un disastro, e sebbene ciò che in quel momento lo affligge è l’esser stato una delle cause della sconfitta, la sua prestazione non potrà non avere delle conseguenze negative anche in prospettiva draft NBA.

M2a questa storia non è legata esclusivamente a punti, rimbalzi e stoppate. No, forse è più vicina alla “teoria del caos” ripresa in pellicole come “Sliding Doors” o l’altrettanto famoso “The Butterfly Effect”. Avete presente quei film che trattano di come un evento iniziale apparentemente insignificante amplifichi la propria portata fino a scatenare pesanti ripercussioni sulla vita dei protagonisti?
Il 19 marzo 1980 il futuro dei due atleti non potrebbe sembrare più diverso: Sampson pare destinato ad una carriera da stella NBA, e c’è chi sussurra che non passerà molto tempo prima che il suo nome venga pronunciato in mezzo a quelli di altri grandi come Wilt Chamberlain o Kareem Abdul-Jabbar. McHale invece, dopo la “figuraccia” alla finale del NIT teme che le sue quotazioni possano essere “in ribasso”.

A quel punto entra in campo “Red” Auerbach: Boston ha a disposizione una delle prime due scelte assolute, ottenuta con la classica “magata”. Quando il 24 luglio dell’anno prima ha firmato il free agent M.L. Carr, secondo le regole la squadra d’origine del giocatore - i Detroit Pistons – avevano diritto ad una compensazione, ed il GM bostoniano ha cominciato a “tessere” la sua tela. Prima ha offerto contropartite risibili, causando le ire del front office del Michigan, poi ha fatto il nome di Bob McAdoo, del quale non vedeva l’ora di liberarsi. Dick Vitale, il manager di Detroit, si è gettato a pesce sull’offerta, ma a quel punto Auerbach non ha potuto non fargli notare che McAdoo in carriera aveva mantenuto medie di 27.7 punti e 12.7 rimbalzi dove Carr  si era fermato “solo” a 14 punti e 7 rimbalzi. La compensazione sarebbe eccessiva, e quindi Boston vuole qualcos’altro per “addolcire” l’affare. I Pistons nicchiano, ma alla fine cedono le loro due prime scelte del “draft” successivo: con McAdoo a bordo – pensa Vitale – la sua squadra farà un bel campionato e Boston “chiamerà” in basso. Ed invece la stagione 1979-80 diventa un incubo: il centro Bob Lanier salta 45 partite per infortunio, il top scorer John Long ne perde 13, lo stesso McAdoo non scende in campo addirittura in 24 occasioni. Detroit si incaglia, perde le ultime 16 gare chiudendo a 16 vittorie e 66 sconfitte, ed improvvisamente la scelta dei Celtics diventa pregiata.

Da “pregiata” passa a “pregiatissima” nel momento in cui Auerbach visita l’ufficio del Commissioner Larry O’Brien per il rituale lancio della monetina tra le squadre detentrici delle prime due scelte nel prossimo draft: Frank Layden, GM di Utah, chiede “testa” e quando il dollaro d’argento mostra “croce” (o “tails”, come si dice oltreoceano), Boston ha in mano il “jolly”.
Sampson ha vent’anni, due metri e 24, come detto è già stato sulla copertina di “Sports Illustrated”, ha vinto la finale del NIT a New York e non ha ancora deciso se dichiarare il “hardship case”, cioè la necessità di entrare tra i professionisti a causa del bisogno di denaro. Il front office biancoverde fa circolare ad arte le voci che sottolineano l’interessamento per il virginiano, che a sua volta si dice onorato di tanta attenzione. Dopo la finale del NIT aveva indicato l’intenzione di rimanere a Virginia, ma in un’intervista pubblicata sul Fort Lauderdale Sun-Sentinel il 2 aprile afferma che se dai Celtics gli arrivasse l’offerta giusta potrebbe considerare l’opportunità di passare professionista fin da subito: “Se Utah avesse vinto il lancio della moneta non prenderei nemmeno in considerazione il salto nell’NBA, in ogni caso perché io decida di lasciare la Virginia saranno necessari un contratto lungo e delle cifre pesanti”.

L’entourage bostoniano a quel punto è velatamente ottimista: Alan Cohen uno dei proprietari, dice: “Avere l’opportunità di prendere un atleta di questo tipo è una cosa che accade una volta ogni vent’anni, ed il fatto che abbia dichiarato che se Utah avesse vinto il lancio della moneta non ci sarebbe andato ci lascia aperta la porta”.3

Auerbach vuole metterci subito il piede, in quella porta: contatta Terry Holland, coach di Virginia, e gli chiede un appuntamento con la famiglia Sampson assicurandolo che è sua intenzione fare di Ralph la prima scelta del draft. L’8 aprile prende l’aereo fino a Charlotteville e quindi noleggia una macchina alla volta di Harrisonburg, ma quando si presenta a casa dell’atleta ha una brutta sorpresa: nel salotto è seduto un professore di economia dell’università di Virginia che si mette d’impegno per sminuire le offerte dei Celtics.

Il general manager biancoverde, come sempre, è sincero. Sottolinea come per Ralph si presenti un’occasione unica per entrare in una delle squadre più forti dell’NBA a fianco di Larry Bird, mentre nei “draft” del futuro con ogni probabilità finirebbe in squadre di minor tradizione e cabotaggio. Fa notare che i Celtics lo pagherebbero come e forse qualcosa in più di Bird, e che se negli anni restanti a Virginia gli capitasse un infortunio, il suo sogno si infrangerebbe. Ecco perché la scelta migliore per lui sarebbe quella di dichiararsi come “underclassman” nel draft.
Il professore di economia però obietta di continuo, ed anche se i Sampson sono favorevolmente impressionati dalle parole di Auerbach, alla fine la decisione è quella di restare a Virginia e completare il corso di studi.

Non molto tempo dopo il professore, colpito dall’abilità e dalla competenza del Patriarca, lo chiamerà per chiedergli di tenere una lezione di economia applicata allo sport ai suoi studenti, ma il GM dei Celtics non dimentica facilmente uno sgarro alla sua squadra, e la risposta sarà perentoria: “Not on your life”, “Nemmeno se crepa”.

Quando lascia la casetta di Harrisonburg, “Red” non è felicissimo: sperava di “chiudere” ed invece ora sente che la faccenda si sta complicando. Si mette al volante della macchina a noleggio e come sempre guida verso Washington premendo il pedale a tavoletta. Al suo fianco Will McDonough, reporter del Boston Globe, è piuttosto preoccupato: la macchina procede ad alta velocità sotto la pioggia fitta e l’abitacolo è “oscurato” dalla nebbia del sigaro che “Red” sta fumando nervosamente…arriveranno a destinazione sani e salvi? Auerbach “sbotta”:  “Capirei se volesse fare il chirurgo o lo scienziato, allora sì che rimanere all’università sarebbe importante. Ma nel suo caso è chiaro che la carriera sarà quella di giocatore di basket professionista, perciò che senso ha rifiutare una situazione perfetta come quella che gli offrono i Celtics”?
Alle due di notte arrivano nella capitale ed Auerbach si mette a preparare dei panini al salame mentre sua moglie Dorothy, bigodini in testa, fuma una sigaretta con McDonough che scuote la testa.

Boston insiste, però: dopo il no alla prima offerta da mezzo milione di dollari, il proprietario Harry Mangurian è disposto a pagare un salario superiore a quello di Larry Bird reduce da un campionato che gli è valso il trofeo di “Rookie of the Year”…e ciò significa che siamo saliti ad oltre 650,000 dollari in un periodo in cui lo stipendio medio NBA è di 170,000 dollari annui. Ma il centro di Virginia non accetta i ponti d’oro, ed alla scadenza di fine aprile per dichiarare il “hardship case”, lo “stato di necessità” che – come aveva fatto un anno prima Earvin “Magic” Johnson - lo inserirebbe automaticamente nel draft, il fax resta silenzioso.

4Il “no” di Sampson innesca “l’effetto farfalla” nel momento in costringe Auerbach a varare il “piano B”. “Red” ha sentito che Al Attles, GM dei Golden State Warriors depositari della terza scelta assoluta, è interessato a Joe Barry Carroll. A lui “Joe Barely Cares”, (“A Joe Interessa Appena”, come è stato crudelmente soprannominato il centro di Purdue per qualche atteggiamento letargico) non piace tantissimo, e sa che i Jazz con la seconda scelta prenderebbero volentieri Darrell Griffith, guardia “elettrica” da Louisville che nel corso delle Universiadi di Sofia ha “Weis-sizzato” un giocatore polacco ventitré anni prima di Vince Carter, saltandogli sopra la testa.
Allora chiama Attles e gli dice: “Al, so che vuoi Carroll, ma cosa sei disposto a darmi per uno scambio di scelte”? Bill Fitch, coach dei Celtics, ha sempre ammirato Robert Parish, il giovane centro proveniente dalla Louisiana che ai Warriors sta facendo panchina, e l’ex Celtic – ora a San Francisco – Jo Jo White si spertica in elogi sul filiforme prodotto di Centenary. “Red” si gioca le sue carte convincendo Attles che nell’eventualità dell’arrivo di Carroll, Parish non gli servirebbe proprio. Ecco quindi che a poche ore dal draft la “trade” viene finalizzata”: i Celtics ricevono Parish e la terza scelta assoluta mentre a San Francisco vanno le due “pick” di Detroit. Con la numero uno Golden State chiama Carroll, ed Auerbach e Fitch trepidano un po’ prima che i Jazz facciano il nome di Darrell Griffith. Ma quando Utah lo chiama, Boston può scegliere il centro che voleva: Kevin McHale.

E’ forse la trade più a senso unico della storia del basket: Parish e McHale a Boston nei sette anni successivi vinceranno tre titoli e disputeranno cinque finali mentre Carroll avrà una discreta carriera (17.7 punti e 7.7 rimbalzi di media) ma sempre in squadre perdenti, e la scelta numero 13, Rickey Brown, terrà 4.4 punti di media in 5 anni di NBA. “L’effetto farfalla”, il “no” di Sampson, ha cambiato la sua carriera così come quelle di tutti i protagonisti, atleti e general manager. I Celtics vincono il titolo nel 1981 e nel 1984 ed ulteriore lustro si aggiunge alla figura mitica di Auerbach, considerato il genio di quella situazione in cui ha messo nel sacco ben tre colleghi: Dick Vitale di Detroit che gli ha ceduto le scelte, Al Attles che ha puntato su Carroll e non su Parish, Frank Layden di Utah che dopo la sfortuna della “monetina” ha preso Griffith e non McHale.

Quando Ralph Sampson nel 1983 finalmente entra nell’NBA, ha raccolto quasi tutti i premi a sua disposizione. “Quasi”, perché non è riuscito a vincere il titolo universitario, ma si è aggiudicato – cosa che non era riuscita a nessuno in precedenza - tre “Naismith Award” e due “Wooden Award” che premiano il miglior cestista dell’anno nell’NCAA. Gioca con gli Houston Rockets della ricostruzione, e gioca bene, risultando “Rookie dell’Anno” nel 1984 ed MVP nel secondo dei tre All Star Game disputati, quello del 1985. Quando i Rockets nel 1984 riescono ad affiancargli un giovane centro nigeriano, Hakeem Olajuwon, i texani finalmente riescono a diventare competitivi. Raggiungono lo “zenit” con le due giovani “Twin Towers”, “Torri Gemelle”, nel campionato 1985-86 ed arrivano alle Finali sfidando proprio Boston. Purtroppo per Houston quelli sono forse i Celtics più forti di sempre, ed a Boston arriva il terzo titolo dei “Big Three”, Bird, Parish e McHale. Dopo quella sconfitta i Rockets invece cominciano a sfaldarsi. Nel campionato successivo le guardie Lewis Lloyd e Mitchell Wiggins vengono squalificate per uso di droga, e Sampson comincia a soffrire di problemi alle ginocchia. La sua muscolatura è forse troppo allungata per 224 centimetri e non riesce a proteggere le articolazioni. Nonostante si sottoponga a tre interventi chirurgici, non sarà mai lo stesso. I Rockets lo cedono a Golden State in cambio – ironia della sorte – proprio di Joe Barry Carroll, l’uomo che era stato prima scelta nel 1980 dopo il “gran rifiuto” di Ralph. A San Francisco soffre anche un infortunio alla schiena ed i problemi al ginocchio peggiorano, e nel 1989 passa ai Sacramento Kings dove ci si rende conto che ormai è un giocatore finito: 51 partite in due stagioni con medie di 4.2 e 3 punti a partita. Un ultimo tentativo da 10 partite coi Washington Bullets nel 1991 finisce male, e Ralph si ritira dopo aver giocato 441 partite in 10 stagioni NBA, poco più della metà delle 820 previste.5

Avrebbe potuto essere un Celtic, Ralph Sampson, ed invece i due che sono arrivati al suo posto, Robert Parish a Kevin McHale, sono entrati nella storia dell’NBA dalla porta principale, mentre lui arrancava dietro. La bella notizia è che anche Sampson alla fine è stato inserito nella Hall o Fame di Springfield, Massachusetts, con la “classe” del 2012. Se l’è meritato in virtù di una favolosa carriera universitaria e di un inizio di carriera NBA al fulmicotone. Ma gli altri due a Springfield c’erano già da tempo: McHale dal 1999 e Parish dal 2003.

E’ l’applicazione de “l’effetto farfalla”: quando il virginiano ha deciso di declinare le offerte dei Celtics, ha scatenato una serie di ripercussioni che hanno portato altri giocatori a Boston. Questi sono diventati dei vincenti e gli hanno sbarrato la strada verso il titolo NBA, lo hanno allontanato dal sogno dell’anello prima che la serie di infortuni lo facesse uscire dalla lega. Senza il suo “no” forse McHale sarebbe finito ai Chicago Bulls, dove qualche anno dopo sarebbe stato una valida spalla di Michael Jordan… o forse sarebbe finito ai Denver Nuggets, dove sarebbe stato un centro di buon livello ma nulla più. E Robert Parish sarebbe rimasto a fare la riserva a San Francisco, o forse sarebbe stato ceduto ad un’altra squadra…
Il destino ha voluto che le vite e le carriere di tre giocatori si scambiassero e che due di loro diventassero atleti di successo mentre il terzo, il favorito, “l’erede di Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar” invece continuasse ad inseguire la vittoria senza mai raggiungerla.

Ma quando a “Red” Auerbach un giornalista un po’ pepato fece notare che, visto il rapido declino fisico di Sampson Boston era stata fortunata a non prenderlo, il Patriarca rispose seccamente: “Se fosse arrivato ai Celtics sarebbe andata diversamente”.
Perché, “Red” ne era convinto, c’è solo una cosa capace di disinnescare “l’effetto farfalla”, e questa è “the Luck of the Irish”, “la Fortuna dell’Irlandese”.

 

 

Commenti   

Andrea Del Vanga
+1 #1 Andrea Del Vanga 2014-07-12 21:53
Meraviglioso il duetto tra Auerbach e il professore di economia....."nemmeno se crepi" :lol:
Michele Pulcini
+1 #2 Michele Pulcini 2014-07-12 21:57
Anche io ho approfittato del sabato per sentirmi 'sta nuova creazione anderliana ....

In sostanza: mai fidarsi dei professori e fare decidere ai ragazzi ventenni della propria vita? :D

E' chiaro che sappiamo com'è andata, ma non sapremo mai come sarebbe potuta andare, anche se Sampson e Bird insieme non sarebbe stato un brutto vedere .. anche se Kevin .....

Zio, ma questi Kevin ricorrenti a Boston?

:eek:
Andrea Del Vanga
#3 Andrea Del Vanga 2014-07-12 22:08
Abbiamo parlato altre volte di Auerbach e del giornalista che gli faceva notare la "fortuna" dei Celtics di non aver preso Sampson, con la risposta seccata di Red, che diceva che il giocatore avrebbe avuto tutt'altra carriera venendo a Boston.
Chiedo a Fabio: visti i cronici problemi di salute del giocatore pensi sia cosi'?

Effetto farfalla che domina le cose della vita e, in questo caso, i destini del basket.
Probabile che non ci sarebbero stati i grandi Celtics degli anni '80 senza la rinuncia di Sampson.
Grande Red a vedere in un centro di riserva a San Francisco e in un lungagnone poco pubblicizzato che giocava nella poca esposta Minnesota, il centro e l'ala grande del futuro. La vita e' spesso un caso ma ci vuole anche l'abilita' di trovare e centrare i propri obiettivi.
Analfabbasket
+1 #4 Analfabbasket 2014-07-13 01:12
il genio assoluto di Red...prendere il secondo e terzo violino di una super-squadra che ha vinto "solo" 3 titoli perchè dall'altra parte c'era Magic&co con l'equivalente di una sola scelta. Cmq, Sampson un pazzo...grande podcast di Fabio che, nonostante la storia "nota", trova sempre una via originale per raccontare.
Michele Pulcini
#5 Michele Pulcini 2014-07-13 08:22
Se poi volessimo, a questo punto l'effetto farfalla potrebbe anche essere utilizzato per la firma di Pierce a Washington.

Mah ..... :cry:
maggiora
#6 maggiora 2014-07-13 14:38
Anche a me piace pensare che da noi la carriera di Sampson sarebbe stata' tutta un'altra cosa,
a noi e' andata di stralusso comunque a lui decisamente molto meno visti talento e impatto che
avrebbe potuto avere in quell'Nba dove i lunghi la facevano da padroni e di giocatori d'area
con l'agilita',l'eleganza e la classe di Sampson non se ne erano visti prima di lui e non se ne sono
visti molti anche dopo.
Zio Trifoglio
+1 #7 Zio Trifoglio 2014-07-14 00:21
Citazione Andrea Del Vanga:
Meraviglioso il duetto tra Auerbach e il professore di economia....."nemmeno se crepi" :lol:


Fantastico Red, alla faccia del politicamente corretto, un gigante, un genio assoluto :lol:

Citazione Michele Pulcini:
Zio, ma questi Kevin ricorrenti a Boston?


Tu sai che ce ne sono due in giro che portati qua cambierebbero la storia della lega... i Kenin dal Minnesota portano tradizionalmente benissimo.... guai farseli scappare..... :-*

Citazione Michele Pulcini:
Se poi volessimo, a questo punto l'effetto farfalla potrebbe anche essere utilizzato per la firma di Pierce a Washington.

Mah ..... :cry:


Ah guarda, sono a vacca con te, capisco, mi adeguo, ma non condivido proprio... :-?
Andrea Del Vanga
#8 Andrea Del Vanga 2014-07-15 10:52
Effetto farfalla celtico recente (tanto per stimolare il dibattito estivo...): cosa sarebbe successo se Ray Allen avesse firmato il rinnovo proposto dai Celtics?
Legend
+1 #9 Legend 2014-07-15 17:48
Citazione Andrea Del Vanga:
Chiedo a Fabio: visti i cronici problemi di salute del giocatore pensi sia cosi'?


In realtà divennero cronici ma cominciarono a manifestarsi dopo alcuni anni di carriera. Difficile dire se ai Celtics sarebbe "durato più a lungo", vero è che all'epoca i giocatori biancoverdi costretti a chiudere la carriera anzitempo erano molto pochi. Anzi, secondo me Bird in un'altra realtà sarebbe durato ancora meno alla luce delle problemi alla schiena che lo hanno tormentato dalla seconda metà degli anni Ottanta al ritiro.

Allora credo che i Celtics avessero uno degli staff medici più all'avanguardia tra l'ottimo medico sociale Arnold Scheller ed i trainer Ray Melchiorre al quale fece seguito quello attuale, Ed Lacerte...

Se pensiamo, era stato Scheller a consigliare Reggie a Lewis di fermarsi quando il famoso dottor Gilbert Mudge invece disse che era cosa da nulla, ma in genere quei grandi Celtics sembravano subire meno infortuni degli altri (si pensi alle prime stagioni di Magic e Jordan).

Insomma, se a quei tempi c'era un posto in cui Sampson poteva sperare di avere una carriera più lunga, quello era il Boston Garden.
Andrea Del Vanga
+1 #10 Andrea Del Vanga 2014-07-26 00:00
il podcast e' stato aggiornato con la trascrizione testuale e le foto (al solito mitiche).
Michele Pulcini
#11 Michele Pulcini 2014-07-26 07:57
Pollicione a te per il lavoro che fai e virtuale a Fabio per le sue storie.

Certo, ora abbiamo in biancoverde (a meno di scambi prossimi ..) anche Turner!

:-*
theHick
+1 #12 theHick 2014-07-28 10:21
Gran bella storia, grazie come sempre!
Frange75
#13 Frange75 2014-08-01 11:52
Che gran pezzo... Sapevo già i retroscena della trade con Golden State, ma ignoravo completamente il colloquio di Red a casa Sampson... Una delle più belle letture di sport estive. Grazie!
Michele Pulcini
#14 Michele Pulcini 2014-08-05 14:32
Dopo l'"effetto farfalla" della lotteria e dell'infortunio di Embiid, quale potrebbe essere quello dell'infortunio di George?

Shawn Marion, ancora a spasso, indeciso tra i Pacers e i Cavs che però hanno pochissimi soldi a disposizione.
Zio Trifoglio
#15 Zio Trifoglio 2014-08-05 16:00
Citazione Michele Pulcini:
Dopo l'"effetto farfalla" della lotteria e dell'infortunio di Embiid, quale potrebbe essere quello dell'infortunio di George?

Shawn Marion, ancora a spasso, indeciso tra i Pacers e i Cavs che però hanno pochissimi soldi a disposizione.


Qualcosa mi dice che la vicenda George spingerà Scion verso l'Ohio... :o

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