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L’anello nello sport professionistico americano è il simbolo del successo. Le “bandiere” appese in alto sono legate alla squadra, le maglie ritirate in onore dei giocatori più rappresentativi sono riconoscimenti ad una carriera, il sigaro fumato dopo una vittoria dura il tempo di qualche boccata… l’anello invece riassume in sé tutte le caratteristiche “positive”: ha un valore affettivo e commerciale, è “indossabile”, sottolinea uno stato di fatto: “io ho vinto” e “U can’t touch this”, nessuno può cambiare questo fatto.

Soffermarci su quelli vinti dai Celtics è un viaggio nei cambiamenti culturali avvenuti in quasi settant’anni di basket professionistico. Innanzi tutto “inquadriamo” la tradizione: la prima squadra che utilizzò l’anello per onorare i vincitori di un titolo fu il Montreal Hockey Club del 1893 nella “Dominion Hockey Challenge Cup” che era la “nonna” della Stanley Cup odierna. Non erano particolarmente eclatanti quelle “vere” in oro, così simili ad un anello matrimoniale… con la sola differenza che queste avevano incisi due bastoni da hockey incrociati e la scritta “MHC”, Montreal Hockey Club. Chi siano stati i primi ad utilizzare l’anello nel baseball è ancor oggi oggetto di dibattito, ma i più si sono orientati ad attribuirlo ai New York Giants del 1922. New York Giants primi anche nel football:  accadde nel 1927 per la vittoria del campionato…quarant’anni prima dell’istituzione del Superbowl.

Quando nel 1947 partì il campionato professionistico di basket quella dell’anello nello sport statunitense era una prassi ormai consolidata. Per vincere il loro primo titolo però i Boston Celtics dovettero aspettare dieci anni, e nel 1957 per gli atleti venne preparato un gioiello “modello standard” molto simile a quelli usati anche dai vincitori precedenti. Era un anello piuttosto “spartano” rispetto ai canoni odierni, molto meno elaborato e decisamente meno ricco. Lo standard era piuttosto uniforme per tutti: quelli dei Celtics prevedevano l’incisione laterale di un trifoglio, ma a parte questo e la presenza del nome del giocatore e/o dell’anno in cui era stato conquistato, sorprenderà sapere che non differivano tra squadra e squadra. Sul mercato odierno il valore varia notevolmente a seconda dell’anno e del proprietario originale, ma nonostante la relativa semplicità del disegno in sede d’asta uno dei 10 vinti da Sam Jones è stato “battuto” per la bella cifra di 100,000 dollari.

 Modello 1968

Non sono in molti a sapere che in passato gli anelli venivano consegnati solo in occasione della prima vittoria. Chi vinceva il secondo titolo riceveva dei gioielli di altro tipo: Bill Russell, per fare un esempio, si vide consegnare il primo nel 1957 e poi ricevette vari regali come gemelli per camicia o fermacravatta in oro col “logo” dei Celtics. Solo dal 1969 diventò prassi comune consegnare l’anello ad ogni successo, e per la famosa serie fotografica in cui Russell indossa undici anelli l’NBA gliene fece preparare altri nove da aggiungere ai due che il capitano si era visto consegnare in precedenza. Ad un occhio esperto la cosa appare evidente analizzando la fotografia: ad esempio in due dei preziosi gioielli presenti sulle affusolate dita del numero 6 si può notare l’effigie in brillanti del “Larry O’Brien Trophy” che venne assegnato per la prima volta nel 1977, cioè otto anni dopo il ritiro di Russell. Ed altri mostrano la classica foggia in voga negli anni Settanta. E’ evidente che alcuni degli anelli che ornano le mani del campione nelle famosissime fotografie sono copie di quelli fatti preparare dai Celtics per i titoli degli anni Settanta e Ottanta e che analizzeremo di seguito.

Sempre dal 1969, la consegna non fu più limitata a giocatori e coach, ma venne estesa anche allo staff degli allenatori, al trainer, al medico di squadra ed ai manager di alto livello. Quando i Celtics tornarono al successo nel 1974 e nel 1976 il disegno “standard” dell’NBA era cambiato come possiamo vedere nell’immagine: la faccia superiore non era più solo in oro, ma prevedeva anche la presenza di smalto nero che lasciando scoperto un pallone da basket al centro, enfatizzava il luccichio del diamante incastonato al centro. Lateralmente era inciso l’anno della vittoria, il nome del giocatore a cui era dedicato ed ovviamente il “Leprechaun”. Al giorno d’oggi il valore di questi preziosi degli Anni Settanta è stimato intorno ai 40/50,000 dollari, anche se ovviamente può variare a seconda del proprietario originario: quello indossato da John Havlicek varrà sempre di più di quello appartenuto a Glenn McDonald...

 Modello 1974

A Boston, però, la tradizione di “variegare” la tipologia dei premi per festeggiare un titolo rimase sempre in voga. Negli anni ’70 i Celtics commissionarono alla Benrus, ditta leader del settore che però versava in cattive acque, la produzione di orologi digitali in oro. E sia nel 1984 che nel 1986 fecero la loro apparizione altri orologi meno “alternativi” con il classico quadrante a lancette.
lMa torniamo agli anelli: il modello standard venne imposto dall’NBA fino al 1981 quando proprio ai Celtics venne concesso per la prima volta di modificarne i canoni. Lo fecero in modo quasi impercettibile, sostituendo il classico pallone con dello smalto verde che faceva risaltare ancor di più lo scintillio del brillante centrale. Era un anello sobrio ma innovativo, il primo conquistato da Larry Bird.


Tre anni dopo, nel 1984, guarda caso ancora una volta in concomitanza con un successo dei Boston Celtics, l’NBA decise di permettere alle singole franchigie di disegnare autonomamente i propri anelli. E Larry Bird e compagni approfittarono subito: vinsero il titolo e sulla faccia superiore del loro “ring” imposero un trifoglio in smalto verde al centro del quale era incastonato l’immancabile brillante.Modello 1981
Nel 1986 all’interno del trifoglio fecero disegnare il “Larry O’Brien Trophy” tempestandolo di brillantini e con un diamante più grande a rappresentare il pallone sopra al canestro. Sia l’anello del 1984 che quello del 1986 di lato sulla cassa a 14 carati riportavano incise le parole “PRIDE” e “TEAMWORK” e pesavano 35 grammi. Nella versione del 1984 il “Leprechaun” è raffigurato mentre alza il trofeo di campione NBA e nella versione 1986 sta agguantando un “16” che ricorda il numero di vittorie in campionato dei Celtics fino a quel momento.


Per vedere un altro anello di campione dei Celtics abbiamo dovuto aspettare 22 anni, e nel frattempo la cultura hip-hop ha caricato di importanza il “bling”, i diamanti che quasi accecano. Gli anelli sono diventati sempre più grandi perdendo la loro connotazione di gioiello da indossare e cominciando ad essere usato solo nelle grandi occasioni e con lo scopo di “impressionare”. Ormai per grandezza e valore economico si sfiora il pacchiano, ed in alcuni casi ci si cade mani e piedi. Modello 2008Ecco perché l’anello del 2008 ha colpito piacevolmente accontentando sia gli amanti della nuova tendenza che quelli della tradizione. Oro bianco, tre smeraldi a forma di cuore ed uno a forma di virgola a comporre il Trifoglio, ed all’interno l’incisione con la firma di Red Auerbach, idea del proprietario Wyc Grousbeck per ricordare a tutti a chi era stata dedicata la vittoria.

valore stimato intorno ai 30,000 dollari che però è destinato a salire notevolmente se il prezioso simbolo della vittoria è appartenuto ad uno dei protagonisti del diciassettesimo titolo.

E allora, considerato il valore sia economico che affettivo di questi gioielli, com’è che è possibile trovarli a qualche asta? Purtroppo a volte un campione non è in grado di gestire il proprio patrimonio, e quando i soldi finiscono l’ultima risorsa rimane quella degli anelli. Ecco spiegate le aste che nel 2012 e nel 2013 hanno venduto i tre anelli vinti a Boston da Robert Parish fruttando al “Capo” un totale di circa 130,000 dollari.

Nancy e Randy Auerbach nel 2011 hanno incaricato la “SCP Auctions”, una casa d’aste, di “battere” una nutrita serie di “memorabilia” del Padrino dei Celtics. Magliette da gioco, trofei, statuette, contratti, oggetti personali e quant’altro hanno fruttato alle figlie  di Red quasi tre volte la cifra di mezzo milione di dollari che la famiglia si aspettava. La parte del leone l’ha fatta l’anello del 1981 “battuto” a quasi 83,000 dollari, ma per l’intero “set” di anelli (1957, 1962, 1974, 1981 e quello che ricordava l’ingresso nella Hall of Fame) sono stati incassati oltre quattrocentomila dollari. E’ chiaro che Red non avrebbe mai venduto quelle piccole parti della propria vita… ma non tutti danno all’anello lo stesso valore.


Ben di peggio ad esempio ha fatto Paul Gaston, proprietario dei Celtics dal 1992 al 2002 in uno dei loro periodi più neri: nel 2006 decise di vendere un anello ereditato, visto che non ne aveva vinti. Apparteneva al padre Don che era stato pure lui proprietario (dal 1983 al 1992) in una cordata che comprendeva anche Alan Cohen e Paul Dupee.
L’anello era del 1984 era arrivato in una storica finale coi Lakers favoriti, eppure Gaston – ironicamente battezzato “Thanksdaddy” (Grazie Papà) dai tifosi – aveva fatto scrivere al battitore d’asta: “il proprietario non ha intenzione di tenere l’anello in quanto non è un tifoso”. La dichiarazione ovviamente aveva generato salaci commenti sulla rete… “sapevamo che non è mai stato un tifoso dei Celtics” era forse il più gentile. Totalmente diverso l’approccio di Wyc Grousbeck che ha ideato il disegno dell’anello del 2008 assieme alla moglie mantenendo il filo conduttore del Trifoglio per sottolineare la tradizione. E quando lo ha mostrato in anteprima ai giocatori gli ha detto: “Se non vi piace, vincetene un altro”.


Ma a parte qualche rara eccezione, il gioiello al dito rimane motivo di vanto e può essere uno sprone per chi non lo ha ancora fatto suo: Rick Carlisle, allenatore dei Dallas Mavericks e riserva nella squadra dei Celtics campione 1986, durante i playoffs del 2011 non perdeva occasione per far notare il suo anello ai giocatori… ed evidentemente la motivazione è servita.


L’evoluzione degli anelli nella forma, nel valore, nella grandezza e nello stile è evidente e rispecchia i cambiamenti culturali ma anche l’aumento di popolarità e di ricchezza dell’NBA. Non è invece mutato l’orgoglio dei campioni nell’indossarli e nel considerarli il simbolo della loro appartenenza ad un gruppo di successo.

Commenti   

steve_7
+1 #1 steve_7 2014-08-07 09:48
Credo che questo sia il primo articolo in italiano dove si citi la “Dominion Hockey Challenge Cup” :lol:
Davvero complimenti!

Una domanda: visto che è la squadra campione che si disegna l'anello, il costo dei gioielli grava sulla stessa franchigia o è a carico dell'NBA?
Legend
#2 Legend 2014-08-07 12:05
Che io sappia, attualmente sono i proprietari delle singole franchigie a pagare per gli anelli... Cuban ad esempio spese 1,4 milioni di dollari per i 15 anelli, tre anni fa.

Però non so se l'NBA paghi una quota fissa alla quale le singole franchigie aggiungono i costi delle "personalizzazioni".
theHick
+1 #3 theHick 2014-08-07 12:47
Ok Fabio, adesso però ci vuole un articolo sugli anelli delle mogli dei vincitori! :lol:

Grazie per l'ulteriore chicca, e alla redazione intera che continua a fornirci materiale interessante nonostante il periodo di ferie e di calma piatta.

Certo, Parish che vende gli anelli non me lo sarei proprio immaginato!
Michele Pulcini
#4 Michele Pulcini 2014-08-08 06:49
De gustibus ....... preferisco senza dubbio i vecchi anelli.

Fabio, grazie del nuovo racconto storico, nel quale le memorabilia sono interessante materiale per i collezionisti, situazione che dubito esista altrettanto in Italia.
GregKite
#5 GregKite 2014-08-12 10:54
Caro Fabio, anche se non scrivo e non partecipo quasi mai, ti leggo sempre (lo so che la frase non è originalissima).

Secondo me, solo Federico Buffa riesce ad arrivare ai tuoi livelli (il che, nella mia visione del mondo, è un complimento... per Federico Buffa).

E, ogni tanto, mi tocca "uscire dal letargo" e dirtelo.

SM
cipriani
#6 cipriani 2014-08-12 13:00
E quando lo ha mostrato in anteprima ai giocatori gli ha detto: “Se non vi piace, vincetene un altro”.

purtroppo è piaciuto..... :lol:

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