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“Familiarity breeds contempt” dice un vecchio proverbio americano: “l’abitudine genera mancanza di rispetto”. E’ questa la sensazione che ho provato mentre ascoltavo le dichiarazioni dei Celtics dopo la sconfitta contro i Cavaliers. Come ad ondate, frasi ormai già sentite, masticate, assimilate hanno continuato a raggiungermi, a passarmi sopra la testa, a lasciarmi insensibile.
“Abbiamo smesso di essere aggressivi”... “hanno chiuso il campo”… “non abbiamo mandato la palla sul lato debole”… “sembravano avere più energia”… “dobbiamo eseguire”… whoom…. whoom… whoom… le cause della sconfitta sono sempre le stesse, ed ormai la sensibilità del tifoso, lentamente sgretolata dall’abitudine, fa fatica ad ascoltare le parole di Kevin Garnett, di “Doc” Rivers, di Ray Allen, di Rajon Rondo. Come con l’amico che dice le stesse cose, come con il nonno che racconta sempre lo stesso aneddoto, la mente comincia a vagare e le voci diventano un suono indistinto … whoom…. whoom… whoom…
Di colpo mi scuoto, è ancora Garnett che parla: “Ad un certo punto ci dobbiamo dare una mossa. Doc dice che devi correre tutta la corsa, e sta a noi giocatori decidere di fare nostre quelle parole”.
Nel frattempo, cortesemente, potreste entrare in silenzio stampa?



Commenti
Dispiace che anche un uomo onesto come il Doc sia finito in quel vortice (anche se lui qualche segnale di allarme lo ha lanciato da tempo).
A me dei musi lunghi in conferenza stampa me ne importa poco, anzi ad un muso lungo dovrebbe rispondere una gara "incazzata" e invece nulla o quasi.
Ho sempre più il timore che questi si siano messi in testa di essere sul serio in grado di ribaltare tutto e tutti ai playoff, e che i musi lunghi dopo le sconfitte siano solo un imbarazzo quasi formale.
Condivido il Blog di Fabio, a questo punto starsene zitti sarebbe la cosa migliore.
Cmq in generale il mondo dello sport è saturo di conferenze stampa e dichiarazioni post partita semplicemente inutili e ad un certo punto imbarazzanti e snervanti, come se la "tiritera" dei luoghi comuni e delle frasi banali fosse uno status simbol di chi fà lo sportivo di professione.
Non ricordo molti personaggi entusiasmanti per carisma mediatico in questo periodo, ovviamente eliminando chi parla solo per dare spettacolo o per offendere.
Mancano i concetti probabilmente?
Non sò, però quello che ci viene proposto al momento è piuttosto indecente.
Beh almeno al Mundial il silezio stampa poi pagò dividendi altissimi !
Parliamoci chiaro, per obblighi contrattuali devono andare in sala stampa e dire un paio di cavolate proforma e poi cambiarsi, prendere i loro macchinoni e tornare nelle loro case da venti stanze e cinque bagni e guardarsi un bel film nella loro sala cinema, non sareste anche voi intristiti, perdendo tempo con i giornalisti?
Però a pensarci bene anche quella squadra iniziò il torneo in maniera balbettante per poi uscire di prepotenza alla distanza...sarebbe interessante ripercorrere la stessa strada.
Però, ragazzi, la sensazione di dejà vu che si ha sentendo le interviste è qualcosa di incredibile. Magari rimandano sempre la stessa intervista, è quella della gara con Orlando, o con Atlanta, chissà... ma scherzi a parte, la realtà è che o cominciano a giocare, o è inutile che dicano sempre le stesse cose.
E allora cè una sola soluzione..Josè Mourinho coach dei Celtics, con Beppe Baresi al posto di Thibodeau..alora si che ci sarebbe da divertisrsi nella dichiarazioni post gara.
Sinceramente di ciò che si dice nelle conferenze stampa, delle banalità che vengono ripetute in serie, soprattutto dopo partite come quella coi Cavs, me ne frego poco e ne ho anche un pò piene le tasche..preferirei assistere a qualcosa di più concreto..che so una reazione?..sennò si ritorna al refrain di una vecchia canzone di Mina..Parole, parole, parole.
Cal
Secondo me è proprio questo il punto: in ogni sport le dichiarazioni post partita dei protagonisti ormai sono la fiera delle ovvietà e delle frasi fatte, io ho smesso di darci un peso particolare e se non imbatto nelle dichiarazioni faccio proprio a meno di andare a cercarle.
Come disse Platini se non sbaglio, "anche Einstein se fosse intervistato tutti i giorni direbbe un sacco di cretinate": da un lato c'è l'aspetto delle 82 conferenze stampa (come minimo, se prendiamo solo quelle post-partita) in un anno, ma cosa potranno mai inventarsi di interessante? E poi c'è l'aspetto non secondario che se davvero c'è un motivo reale dietro a questo rendimento altalenante, diciamo per ipotesi che sono sempre stanchi nel 4 periodo, di sicuro non vuoi andare a dire a stampa e tifosi (e quindi anche agli avversari) "beh ragazzi, siamo proprio bolliti arriviamo a fine partita e non riusciamo più a correre da una parta all'altra del campo..."
Personalmente le uniche interviste dei giocatori NBA che mi piacciono sono quelle "a bocce ferme", meglio se fatte da qualche star del passato (mi viene in mente quella da brividi Russell-Garnett, o anche quella Magic-Kobe) in cui davvero escono temi nuovi, particolari, curiosità interessanti per chi ascolta.
Però da quelle interviste lì escono personaggi edulcorati, ingentiliti dalla calma e dal successo. Per passione colleziono partite e libri sui Celtics, e per esempio Bill Russell nella sua prima autobiografia non era per nulla accomodante, anzi, era quasi conflittuale nei confronti di Auerbach. Nell'ultimo libro, invece, su di lui e "Red" parla di amicizia che andava al di là del "verbale", che rendeva inutili le parole perchè si basava su qualcosa di più profondo.
A quale "Russ" dovremmo credere? Probabilmente per conoscere bene un personaggio di quelli bisogna leggere tanto, leggere tutto, avere un punto di vista di amici, "nemici" e semplici conoscenti. E se ci limitiamo solo a quello che ci piace sentire, avremo dempre una versione parziale, lontana dalla realtà.
Tornando all'argomento del blog, è evidente che la ripetizione degli stessi luoghi comuni, la riedizione dei buoni propositi, l'ennesima presa d'atto che solo seguendo i precetti del coach si potrà uscire dalla crisi, quando poi vengono seguite da una prestazione come quella contro i Nets creano in tifosi ed addetti ai lavori una sorta di "mitridatismo", la lenta assuefazione ad un veleno che alla fine rende immuni. Il tempo delle parole è finito, eppure dopo ogni sconfitta i giocatori si lanciano in energiche evoluzioni verbali sempre più ardite per spiegare, per motivare, per rassicurare.
Se quelle stesse energie le utilizzassero in campo, forse si stancherebbero di meno e forse vinceremmo - sì, prima persona plurale: sono un tifoso che perde con la squadra - di più.
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