-
Playoff 2013 Day by Day
Andrea Del Vanga
urca...e per LeBron James o Curry che fai? :-) -
Playoff 2013 Day by Day
Zio Trifoglio
Con la primavera è sbocciato un amore ;-) -
Playoff 2013 Day by Day
Randa
Io dico solo che per Klay Thompson a Boston mi farei missionario in ... -
Playoff 2013 Day by Day
marco il celtico
E' dai tempi del Messaggero che non vediamo un arbitraggio a favore ... -
Playoff 2013 Day by Day
giancleto83
Roma una Big? E da quando? L'ultimo scudetto l'abbiamo vinto nel 1983! -
Playoff 2013 Day by Day
Zio Trifoglio
Incredibile. Allora è proprio vero che non c'è peggior cieco di chi ... -
Playoff 2013 Day by Day
ReggieGanzoLewis
Apprezzo il progetto dei Grizzles, ma onestamente se portano a casa ... -
Playoff 2013 Day by Day
giancleto83
Zio non fare cosi... Reggio Emilia è una bella squadra ma quel coach ...
Podcast

Tempo fa una persona speciale ha scritto: "le chiacchiere stanno a zero, sono dell'idea che siano le azioni a caratterizzarci tutti...che siano scelte giuste o sbagliate è un'altro argomento, ma quanto facciamo è concreto...come la vita".
E' la verità, e nessuno come Red Auerbach ha sempre saputo tradurre le proprie parole in azioni, azioni che hanno definito il "Pride" e lo hanno reso una sorta di religione sportiva in grado di valicare i confini del Massachusetts e di abbracciare chi ne aveva bisogno: come nel 1982, quando in una sera di fine giugno passò per un televisore acceso ed andò a confortare un atleta tanto talentuoso quanto sfortunato...
Per scaricare sul proprio Computer o Smartphone il podcast cliccare con il tasto destro del mouse e selezionare "Salva oggetto con nome" sul link sottostante :
Scarica il podcast #7 : Landon Turner, una scelta di classe
Nel salotto della casa di Indianapolis era appeso un poster in bianco e nero. L’enorme fotografia un po’ sgranata raffigurava un atleta che “veleggiava” verso il canestro, gli occhi fissi sul bersaglio e la palla appoggiata sul palmo della mano destra. Il bicipite si era gonfiato a caricare l’energia che in una frazione di secondo sarebbe stata liberata nella schiacciata. Mentre un compagno di squadra guardava interessato, un avversario si stava togliendo velocemente dai piedi per evitare di venire “posterized”, come dicono in America, di recitare il ruolo di “vittima” in un poster appeso nella cameretta di qualche ragazzino. Evidentemente non era stato sufficientemente rapido, perché quella fotografia aveva immortalato la potenza a bocca aperta del dominatore, e lo sguardo quasi imbarazzato del “dominato”. La sala era buia mentre le luci del televisore lampeggiavano proiettando tonalità di blu sulla fotografia, quasi regalandole una parvenza di movimento.
Era la sera del 29 giugno 1982, ed il colosso d’ebano era seduto davanti al televisore. Con fare annoiato stava seguendo il lungo draft dell’NBA: dieci turni di scelta? Aveva visto i Los Angeles Lakers accaparrarsi James Worthy con la prima chiamata assoluta, gentile omaggio della ditta Cleveland Cavaliers. James Worthy… solo 15 mesi prima assieme a Sam Perkins era stato uno degli avversari più temibili nella Finale NCAA allo “Spectrum” di Philadelphia, ma assieme al compagno Ray Tolbert nel secondo tempo il colosso aveva limitato il duo di North Carolina a 4 miseri punti guidando gli “Hoosiers” di Indiana al successo.
Nel frattempo il draft era proseguito, anzi, a dire il vero era praticamente già finito alla terza chiamata: dopo Worthy, l’ala Terry Cummings e l’atletico Dominique Wilkins rimanevano un sacco di giocatori buoni per scaldare il fondo di qualche panchina. Però il campione aveva ricevuto una “soffiata”, ed era rimasto lì ad aspettare. Alla fine, 254 chiamate dopo quella di James Worthy, l’asso di North Carolina che il colosso seduto in quella stanza aveva battuto nella finale universitaria del 1981, arrivò il momento atteso. Il grande “Red” Auerbach si avvicinò al microfono e disse: “Con la loro decima scelta i Boston Celtics selezionano Landon Turner da Indiana University”. Il gigante sorrise, lasciò vagare un po’ la mente e posò gli occhi sul poster in bianco e nero, quello in cui stava volando a canestro. Poi spense la televisione e spinse le ruote della sua carrozzina verso la camera da letto.
Quando – fresco fresco di diploma al liceo Indianapolis Tech - era arrivato a Bloomington, sede del “campus” di Indiana, Landon Turner era quello che in gergo si definisce “una promessa”. Il potenziale c’era tutto, ma il coach di “IU” ci mise poco a capire che controllare questo purosangue non sarebbe stato facile. Ed il coach non era uno qualunque, ma Robert Montgomery Knight detto “Bobby”, come se quel vezzeggiativo potesse in qualche modo temperare il carattere vulcanico di un uomo tanto abile quanto irascibile. Eppure i risultati di Knight parlavano e parlano chiari: tre titoli NCAA, 900 vittorie sulle panchine di Army, Indiana e Texas Tech, innumerevoli campioni plasmati dalle sue ruvide mani.
Ecco perché al reclutatore di un altro ateneo che gli aveva detto “Knight è un ateo ed un bestemmiatore” Adell Turner, padre di Landon, aveva risposto: “Per fargli imparare ciò che c’è da sapere sulla religione posso portare mio figlio in chiesa, ma se parliamo di basket il posto migliore per lui è da Bobby Knight ad Indiana”.
In realtà il processo di apprendimento era stato lungo e tortuoso. Nonostante la natura o il buon Dio lo avessero dotato di intelligenza brillante, di un fisico esplosivo e di due mani da far invidia ad una merlettaia, Landon incontrava seri problemi a mantenere a lungo la concentrazione sia in campo che tra i libri, e la cosa mandava Knight ai pazzi.
Provate ad immaginare un allenatore vecchio stampo che da giocatore ad Ohio State aveva fatto della grinta e della determinazione i tratti distintivi del suo gioco: vent’anni dopo gli capita tra le mani un talento come Landon Turner al quale tutto riesce facile meno che giocare con grinta e determinazione costanti… lo scontro diventa inevitabile. Anche perché nello stato dell’Indiana giocare a basket senza intensità è quasi un peccato mortale: come fai a essere un “Hoosier” ed a smentire una delle più accreditate etimologie di questa parola? Anche se al giorno d’oggi si tende a dar credito alla derivazione dalla parola dialettale del Cumberland “hoozer” che significa “insolitamente grande”, per molti anni la spiegazione più “gettonata” era un’altra. Si diceva che nel parapiglia delle risse tra i tipacci dell’Indiana, non fosse inusuale che qualcuno staccasse un orecchio all’avversario. Allora dalla calca polverosa usciva con in mano il padiglione dello sventurato gridando “whose ear is this? Whose ear”? “Di chi è questo orecchio? “Whose ear” era diventato “Hoosier”. Con uno spirito tradizionalmente combattivo, era inaccettabile che un “Hoosier” di Bobby Knight non fosse attraversato dal sacro fuoco tipico dell’Indiana e del suo allenatore.
Dopo due anni di tentativi con Landon, però, Knight stava cominciando a considerare seriamente l’ipotesi che l’atleta avrebbe potuto non scuotersi mai da quel torpore. Gli “Hoosiers” edizione 1980-81 iniziarono la stagione in maniera pigra ed il coach usò tutti i trucchi possibili per scuoterli. Inutile dire che uno dei bersagli preferiti era proprio Turner in virtù del suo atteggiamento spensierato, ma anche gli altri atleti dovettero sopportare le “bordate” del comandante.
Ted Kitchel, ala ad alto quoziente intellettivo cestistico, Ray Tolbert, centro solido come un albero di tek, Randy Wittman, giocatore dalle prodigiose doti balistiche, e persino il “principino” Isiah Thomas, auriga di quella squadra e catalizzatore della “motion offense” di Indiana. Anche l’altro Thomas, il sesto uomo Jim che avrebbe fatto poca fortuna nell’NBA rimbalzando come una pallina da flipper tra Pacers, Clippers e Timberwolves, era vittima degli strali del coriaceo Knight, ma le invettive si fermavano ai primi sei perché erano i cestisti che in effetti coprivano la maggioranza dei minuti disponibili. E l’allenatore – memore degli insegnamenti del suo mentore Arnold Auerbach – sapeva che non aveva senso maltrattare chi già faceva fatica a trovare spazio sul campo da gioco.
Alla fine tutto si mise a posto magicamente. Per chi crede alla magia, ovviamente, perché le squadre di Knight hanno questa particolare predisposizione a migliorare man mano che la stagione progredisce, e chi sa di basket sa anche che questa non è una vera e propria coincidenza. Nel momento in cui si cominciò a fare sul serio gli “Hoosiers” cominciarono improvvisamente a macinare gioco ed a trovare la via del canestro con una facilità unica nella storia del basket universitario. Turner ritrovò il meritato posto in quintetto base e la squadra cominciò a far registrare percentuali di tiro fantascientifiche, mentre anche la difesa a uomo sembrava finalmente funzionare a pieno ritmo. Indiana battè Illinois agganciandola in testa alla Big Ten e la superò con una vittoria su Michigan State aggiudicandosi il titolo divisionale. Nelle ultime cinque partite della stagione regolare Landon aveva messo a segno 32 dei 52 tiri tentati per un irreale 69,2% al tiro. Era chiaro che fosse pronto per la “March Madness” della definitiva consacrazione, ed anche i suoi compagni erano determinati a dimostrare di meritare qualcosa di più del quindicesimo posto nel “ranking” nazionale.

Quando nel primo turno dei “Mideast Regional” in programma all’Arena di Dayton, Ohio, gli “Hoosiers” affrontarono i Maryland Terrapins delle future stelle NBA Buck Williams ed Albert King, gli interi Stati Uniti si resero conto della forza della squadra di Knight e si accorsero che il numero 32 non era più un ragazzone “molle” e discontinuo. Assieme a Ray Tolbert, Landon mise in scacco la difesa di Maryland per tutti i 38 minuti in cui rimase in campo, segnò 20 punti (9 su 13 al tiro), catturò 7 rimbalzi ed allentò 2 stoppate. Alla fine il tabellone elettronico recitava “Indiana 99, Maryland 64” ed al coach perdente Lefty Driesell non restava che ammettere: “Ci hanno sculacciato. Hanno giocato alla grande, hanno dominato a rimbalzo, hanno dominato in difesa. Se avessero affrontato i 76ers oggi, li avrebbero battuti”.
Nella semifinale dei “Regional” l’avversario – University of Alabama at Birmingham – si rivelò più tosto del previsto, soprattutto quando Turner commise tre falli veloci e fu praticamente relegato in panchina per il resto della partita. UAB si portò avanti ma Randy Wittman (20 punti) riavvicinò gli “Hoosiers” finchè Isiah Thomas (29 punti e 8 assist) prese in mano le operazioni e guidò i suoi alla vittoria per 87 a 72. Ma l’asprezza della battaglia risuonò nel commento di Bobby Knight che indirettamente elogiò anche il coach avversario Gene Bartow: “Sono una squadra eccellente, sono scesi in campo per giocare duro e con l’intento di vincere e ci hanno messo in difficoltà”. Il 22 marzo e si era arrivati all’ultimo atto del “Mideast Regional”, la partita decisiva per l’accesso alle “Final Four” in programma sei giorni dopo allo “Spectrum” di Philadelphia, e la ciurma di Knight fu lieta di trovarsi di fronte St.Joseph’s che nel classico “upset” aveva eliminato la favoritissima De Paul. Fin dalla palla a due fu chiaro che l’impresa doveva aver esaurito parte delle energie mentali degli “Hawks”. Indiana partì forte e la classica palla di neve si tramutò in valanga quando dal punteggio di 10 a 4 si passò al 18 a 10 e poi al 32 a 16 dell’intervallo. Gli “Hoosiers” avevano preso in mano la sfida fin dall’inizio, e la difesa di Knight continuò a funzionare perfettamente anche nella ripresa. Quei tre falli contro UAB costarono a Turner il premio di MVP dei “Regional” di Dayton che andò invece – peraltro meritatamente - ad Isiah Thomas. Turner contro St.Joseph’s aveva segnato 14 punti con 7 su 8 al tiro, e nelle tre gare aveva fatto registrare un ottimo 16 su 24.
Il palcoscenico delle Final Four di Philadelphia attendeva il giovane cestista di Indianapolis, e lui non si risparmiò. Nella semifinale contro Louisiana State però Indiana si vide subito in difficoltà, mentre la guardia Ethan Martin metteva a segno 9 punti e “smazzava” 7 assist rubando le luci della ribalta ad Isiah Thomas, presto in panchina con tre falli. Nel momento in cui gli “Hoosiers” sembravano alle corde coach Dale Brown inspiegabilmente decise di rallentare il gioco ed i “Tigers” si diedero al “control ball” fino all’intervallo chiuso sul +3, 30 a 27. Brown avrebbe rimpianto quella decisione. Negli spogliatoio il “terribile Knight” prese una sedia, la mise in mezzo ai suoi ragazzi e con voce calma li esortò a rilassarsi e ad usare migliori spaziature in campo. E quando le sue truppe ricominciarono la battaglia, non presero prigionieri. Indiana segnò i primi 11 punti del secondo tempo, l’onda diventò una marea che sommerse i “Tigers” lasciandoli increduli. Turner banchettò sulla stella di LSU Rudy Macklin – zero punti nella ripresa – e ne mise 20 risultando il miglior realizzatore della partita. LSU segnò solo 10 punti in 17 minuti, finchè Indiana rallentò per non rischiare di sciupare la finale con qualche stupido infortunio, ma il risultato di 67 a 49 lanciava gli “Hoosiers” e consacrava definitivamente Landon Turner.
Nella partita per il titolo il numero 32 confermò le potenzialità mostrando i lampi di una classe sopraffina e la forza mentale di un futuro campione: in una giornata storta per il compagno di frontline Ray Tolbert (1 su 4 al tiro, 5 punti) fu Landon a garantire agli “Hoosiers” i punti vicino a canestro e soprattutto a limitare Sam Perkins con una difesa da antologia. Il centro dei “Tar Heels” aveva segnato 9 punti nei primi 7 minuti e mezzo ma da quando venne affidato alle cure di Landon andò progressivamente spegnendosi, chiudendo con 11. L’incontro fu una partita a scacchi tra i due grandi allenatori: Bobby Knight da una parte e Dean Smith dall’altra davanti alle rispettive panchine sembravano due capitani al timone dei loro velieri nel mezzo di una tempesta. All’inizio del secondo tempo gli “Hoosiers” piazzarono il break decisivo e rintuzzarono i disperati tentativi di North Carolina. Mentre il tabellone elettronico dell’austero Spectrum registrava il punteggio finale di 63 a 50 ed il cronometro completava il conto alla rovescia verso la fine, esplodeva la gioia dei nuovi campioni NCAA. “Mi sentii il re” disse Landon Turner, e ne aveva ogni diritto visto che le sue prestazioni a Philadelphia gli avevano assicurato un posto nel quintetto dei migliori delle Final Four assieme al compagni Isiah e James Thomas, ad Al Wood di North Carolina e Jeff Lamp di Virginia.
I festeggiamenti furono spettacolari, come sempre accade nello stato in cui la parola Basket si scrive in maiuscolo. Ma dove il ragazzo di un anno prima avrebbe esagerato, noncurante dei suoi studi e degli allenamenti, questa volta Landon si trattenne. Ed anche nei mesi successivi si diede da fare per accumulare crediti universitari e per continuare nella sua crescita di uomo e di atleta. Quattro mesi dopo la finale di Philadelphia stava preparando un esame di anatomia, quando gli amici cercarono di convincerlo a prendersi una giornata di pausa per visitare un parco giochi. Del resto, anche coach Knight aveva notato il cambiamento in lui, sentenziando: “Ecco un ragazzo i cui voti a scuola e le cui prestazioni sul campo erano stati alterni, ed improvvisamente sembrava aver trovato la sua strada. Era attento, aveva capito di avere un enorme potenziale ed aveva deciso di esplorare i propri limiti. Era a tanto così dal diventare un uomo ed un atleta completo sotto tutti i punti di vista”.
Landon non aveva proprio voglia di affrontare quel lungo viaggio. Voleva sfruttare i giorni seguenti per approfondire gli argomenti del prossimo esame e per lavorare in palestra sui movimenti in post basso e soprattutto sul palleggio con la mano sinistra che sapeva essere uno dei suoi punti deboli. Ma quando la sua ragazza, Suzanne, e gli amici David Collins ed Elesha Storey lo supplicarono di portarli al parco di divertimenti Kings Island di Mason, Ohio, non riuscì a dir loro di no.
Si alzarono presto, i ragazzi, quel 25 di luglio. Landon e gli altri saltarono a bordo della Ford LTD del 1975, fecero rifornimento alla stazione della Sunoco di Bloomington, e quindi imboccarono la strada statale numero 46. Il tratto che portava dall’Indiana fino a Columbus, Ohio, fiancheggiava le verdi colline delle contee di Brown e Monroe per poi tagliare in due la bella cittadina di Nashville. I ragazzi scherzavano, eccitati dalla prospettiva di una bella giornata di divertimento insieme. Tra Columbus e Greenburg però i lunghi e rotonde tornanti che avvolgevano le colline del tratto precedente si trasformavano in curve brusche sulle quali il ghiaino inumidito dalle piogge del giorno prima era subdolamente in agguato. Alle 8:45, a circa 12 chilometri ad est di Columbus, due ruote dell’automobile con i ragazzi a bordo scivolarono improvvisamente fuori dalla sede stradale. Landon cercò di riprendere il controllo sterzando violentemente a sinistra, ma nonostante la velocità non fosse eccessiva il mezzo sbandò paurosamente, colpì un pilastro e si capovolse. Turner, che non aveva agganciato la cintura di sicurezza, rimase schiacciato da un tettuccio forse troppo fragile, fattore che avrebbe in futuro dato vita ad una battaglia legale con i produttori. Suzanne venne proiettata fuori dalla Ford e soffrì la frattura del bacino, mentre Elesha e David per fortuna se la cavarono con lievi ferite.
L’atleta svenne e non ebbe coscienza degli sforzi messi in atto dai soccorritori per estrarlo dalle lamiere contorte. Non ebbe coscienza del viaggio a sirene spiegate fino al Bartholomew County Hospital di Columbus, né del suo successivo trasferimento in un altro ospedale meglio attrezzato. Non ebbe coscienza di nulla fino al quinto giorno, quando si svegliò al Methodist Hospital ed i medici gli comunicarono che l’impatto gli aveva reciso la spina dorsale, e che sarebbe rimasto paralizzato per il resto dei suoi giorni. Non riuscì nemmeno a piangere, Landon Turner: i tubi che gli entravano in gola e nelle braccia, l’armatura che gli teneva fermo il collo lo facevano sentire un personaggio dei film di fantascienza, e gli antidolorifici somministrati lo intontivano, quasi che il corpo steso su quel letto non fosse il suo ma appartenesse a qualcun altro. Coach Knight, messo al corrente della disgrazia, abbandonò subito la sua consueta battuta di pesca nell’Idaho, ed affranto dalla vista del “suo” ragazzo steso su quel letto si diede immediatamente a raccogliere fondi per lui. Erano passati altri otto mesi dal giorno dell’incidente, l’atleta aveva reagito bene sia alle cure che soprattutto dal punto di vista psicologico, ma ogni tanto gli capitava di guardare a quel poster in bianco e nero e di diventare preda della depressione, del pensiero di quanto avrebbe potuto essere e che invece gli era stato portato via dal destino.

Ray Tolbert, compagno di “frontline” di Turner ed uno dei primi ad accorrere al suo capezzale dopo l’incidente, in seguito dichiarò: “Sono convinto che se fosse avesse giocato la stagione da senior Landon sarebbe stato la prima scelta nel draft 1982. Aveva capito di avere un enorme potenziale ed i suoi problemi iniziali erano solo frutto del suo carattere tranquillo. Ma era un talento formidabile, poteva fare canestro quando voleva ed aveva un tiro mortifero. Mani morbide, un tiro in sospensione velocissimo ed ormai aveva imparato l’etica di lavoro giusta”. Ma Landon trovò modo di superare il trauma psicologico e di costruirsi una vita che valesse la pena di essere vissuta. Si laureò in educazione fisica nel 1984 e cominciò a lavorare prima come componente dello staff di Indiana University e poi come “speaker motivazionale”, fornendo aiuto e consigli pratici a chi aveva subito un trauma simile al suo. Ancor oggi presta la sua opera psicologica e non lo fa per denaro visto che al mezzo milione di dollari raccolto in massima parte da coach Knight si è aggiunta la sconosciuta ma ricca somma pagata dalla Ford per evitare che l’atleta adisse a vie legali.
Se Landon continua a lavorare con i disabili – o diversamente abili – è perché la disciplina e la forza mentale imparate ad Indiana sono un bene prezioso che va messo a disposizione di tutti. E del resto a riguardo Bob Knight è stato chiaro: “Se ci fosse una Hall of Fame che accoglie le persone che invece di fermarsi a pensare a cosa è accaduto si impegnano per diventare l’essere umano migliore possibile, Landon Turner sarebbe il primo ad entrarci”.
Nel 1984 e nel 1986 “Red” gli ha fatto avere due orologi da polso che celebravano quei due titoli NBA, e Landon, che prima del fatidico draft 1982 non aveva mai dimostrato particolare interesse per Boston, ha continuato a tifare Celtics. E’ bastato un gesto di un signore col sigaro a dimostrare per l’ennesima volta in modo chiaro ed incontrovertibile che nell’NBA ci sono 29 franchigie. E poi ci sono i Boston Celtics.



Commenti
Proprio vero tifare Celtics va oltre il basket, e' una cultura, un modo unico di concepire la vita, insomma se inizi a farne uso ne diventi dipendente a vita...............
Un grazie enorme a Fabio per l'ennesima storia svelata!!!
Grande Fabio !!!
RSS feed dei commenti di questo post.