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Podcast
Il quinto PodCast di I Am a Celtic ci racconta la storia di un Celtic poco conosciuto: Charles Smith
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La storia di Charles Smith sembrava una favola. Una di quelle fiabe sportive nelle quali il protagonista, superando ogni tipo di avversità e pregiudizi, alla fine viene consacrato campione. Ed in effetti è andata proprio così, per Charles Edward Smith da Washington D.C. Stella per il liceo All Saints (poi fusosi con Archbishop Carroll nel 1989), a causa della scarsità di centimetri (183) non ricevette però grandi offerte dalle università più blasonate, finchè un giorno si presentò alla sua porta il mitico John Thompson, coach di Georgetown. Senza troppi giri di parole l’ex Celtic gli disse che avrebbe potuto trovargli un posticino sulla panchina degli Hoyas, ma avrebbe visto campo solo come “specialista difensivo” e soprattutto avrebbe dovuto togliersi dalla testa l’idea di partire in quintetto base, un giorno. Voi che avreste fatto? Borsa di studio a Georgetown, un’ottima educazione e la possibilità di giocare a basket…il sogno di ogni ragazzino della zona. E chi se ne frega se devi vedere gli altri giocare?
Per le prime 60 partite della sua carriera agli Hoyas Charles fece esattamente quello che coach Thompson aveva previsto. Otto minuti di media a partita nel campionato 1985-86 con tre punti segnati di media, ed un massimo di 11 contro i Pirates di Seton Hall. Nel campionato successivo ancora tanta panchina dietro a Dwayne Bryant e Mark Tillmon, due All American che lo avrebbero tenuto in panchina per il resto dei suoi giorni universitari. Ed invece, improvvisamente, ecco arrivare il suo momento.
Nella cultura classica il mese di marzo è quello della rinascita, del risveglio, ed era generalmente considerato di buon auspicio. Marzo era anche – lo dice il nome – il mese dedicato a Marte, dio della guerra, e quindi portatore di cambiamenti, a volte pure violenti: Giulio Cesare era stato accoltellato dal figliastro Bruto e da altri congiurati proprio il 15 del mese, alle “Idi di Marzo” del 44 avanti Cristo. Il 15 marzo del 1987 la favoritissima Georgetown affrontava Ohio State nel secondo turno dei “Regional” della zona sud-orientale. I “Buckeyes” erano freschi reduci dall’eliminazione di Kentucky, con l’asso Dennis Hopson a dominare la partita, ed anche nella sfida con gli “Hoyas” partirono alla grande prendendo subito la testa. Ohio State chiuse la prima metà di gara sul +11 e nel primo minuto della ripresa il vantaggio toccò le 15 lunghezze in occasione del quarto fallo di Dwayne Bryant. Thompson si voltò verso la panchina ed incrociò lo sguardo di Charles, che lo guardava quasi implorante: il coach gli fece cenno di entrare in campo come “ultima speranza” di una partita che stava sfuggendo di mano. Ed accadde l’incredibile: Charles giocò una difesa superba, “spense la luce” alle guardie di OSU, segnò 19 punti nell’incredibile rimonta che portò Georgetown sul 79 pari e con in mano la palla della vittoria. Thompson gli fece cenno di non tirare, ma una volta liberatosi Smith sfidò la sorte e l’ira dell’allenatore indirizzandola verso canestro ed ottenendo i tre punti della vittoria.
Marzo aveva portato la rinascita, il cambiamento: da quel momento in poi la sua carriera a Georgetown, che doveva essere quella di uno specialista difensivo con pochi minuti di impiego, diventò quella di un playmaker con buone doti di realizzatore, e Charles guidò Georgetown facendo registrare medie di 15,7 e 18,7 punti segnati nei due ultimi anni d’università. E, cosa più importante per un atleta esile come lui, si costruì la fama di giocatore dotato di grande freddezza nei momenti determinanti: come a fine gennaio 1988, quando al Carrier Dome Syracuse passò in vantaggio su Georgetown a nove secondi dalla fine con un canestro di un altro futuro Celtic, Sherman Douglas. Billy Packer della CBS commentò: “Charles Smith andrà fino in fondo”! E come se lo avesse sentito, sulla rimessa in gioco il giocatore si infilò nella difesa degli “Orangemen” per depositare il “finger roll” vincente allo scadere. O come sei settimane dopo contro Louisiana State, nella prima partita della “March Madness”: punteggio di parità e tre secondi da giocare, Smith ricevette la palla sulla rimessa, non trovò un compagno smarcato ed allora lasciò partire da oltre nove metri un tiro che sbattè contro il tabellone e si infilò per il 66 a 63 finale.
Nel corso dell’estate venne selezionato per la squadra statunitense per le Olimpiadi di Seul, quella che venne superata in semifinale dall’Unione Sovietica di Arvydas Sabonis e costrinse la federazione a stelle e strisce a riconsiderare l’importanza dell’impegno e la crescita delle avversarie, varando il progetto “Dream Team 1992”. Era una medaglia di bronzo poco nobile per una squadra dalla quale si aspettava la vittoria. Rientrato a casa fu protagonista di un altro campionato stellare culminato nella sfida con Duke University nella finale dei Regional: nonostante i 21 punti di Charles, però, i “Blue Devils” di coach Krzyzewski si imposero dando inizio ad una serie di stagioni incredibili, mentre con quella sconfitta il programma di Georgetown tornava nell’ombra.
Ma Charles era già “fuori” dalle ottiche NCAA, mentre attendeva con trepidazione la serata delle scelte. Ci rimase malissimo quando nessuna squadra lo chiamò, fortuna che coach John Thompson era un ex-Celtic e che Red Auerbach era il “padrino” del basket nella zona di Washington, quella da cui proveniva Charles. I Celtics lo “firmarono” come free agent a fine settembre del 1989, e gli trovarono pure un po’ di spazio come terzo playmaker: otto minuti e mezzo a partita con poco meno di tre punti segnati di media a fianco di Larry Bird, Robert Parish e Kevin McHale. Lui il compitino lo svolse come richiesto, passando la palla ai quotati compagni, e gettandola via raramente come testimoniato dall’interessante rapporto di 3 a 1 tra assist e palle perse. Le cifre però mostrano impietosamente anche il suo tallone d’Achille, un tiro da fuori poco preciso. Ma è comunque un ragazzo tranquillo ed un professionista serio che fa quello che gli si dice, ed in un paio di occasioni riesce anche a mostrare qualche lampo “alla Georgetown”. Come il 25 febbraio 1990 quando a Denver segnò 12 punti e vi aggiunse 7 rimbalzi e 7 assist, o il 3 marzo quando contro Washington mise a segno 11 punti, catturò 6 rimbalzi e “smazzò” 8 passaggi smarcanti. Ma erano comunque “lampi”, anche perché di solito il suo ruolo prevedeva 3/5 minuti di gioco per sera, ed in quel breve lasso di tempo la preoccupazione maggiore era quella di giocare bene in difesa e non fare danni in attacco. Quando quell’estate il suo contratto si esaurì, i Celtics non lo rinnovarono ed a Charles non restò che iniziare la stagione seguente nella CBA, la lega minore. In attesa di una chiamata dal “piano di sopra”, giocò con i Rapid City Thrillers ed i Rockford Lightning, non proprio il massimo, ma gli consentiva di restare in forma e continuare a credere in un marzo di cambiamenti come quello di quattro anni prima.
Ed immancabilmente il 4 marzo lo chiamarono i Celtics, che a causa dell’infortunio a Brian Shaw avevano bisogno di lui e gli volevano dare un “decadale”, un contratto di dieci giorni. Smith era contento, tornare nell’NBA è sempre “mettere il piede nella porta” per evitare che si chiuda. Nelle prime tre partite giocò i soliti 8 minuti di media, ma era soddisfatto anche perché Boston le aveva vinte tutte e tre ed il GM biancoverde Dave Gavitt aveva deciso di offrirgli un secondo “decadale”, facendogli capire che se continuava così avrebbe potuto avere il terzo rinnovo che per regolamento NBA significava un contratto garantito fino alla fine della stagione. Il 12 marzo Charles giocò due minuti a Sacramento, poi fece panchina nelle quattro partite seguenti, ed il 20 marzo scese in campo negli ultimi tre minuti della larga vittoria sui Washington Bullets, segnando pure 4 punti. Dopo la partita passò la serata con l’ex compagno di stanza a Georgetown, Benjamin Gillery, ed insieme bazzicarono la “movida” bostoniana finendo la serata allo “Zanzibar”, un locale esclusivo moda di Boylston Street che oggi si chiama “The Big Easy”.
Dalle 11 all’una scherzarono, si divertirono e consumarono qualche birra, poi Smith si ricordò che qualche ora dopo avrebbe dovuto recarsi all’aeroporto Logan per imbarcarsi alla volta di Indianapolis, dove era in programma la sfida tra Pacers e Celtics. Allora lui e l’amico lasciarono la discoteca e salirono a bordo del furgone Dodge Caravan del 1991 che l’atleta aveva affittato da quando era tornato in città. Gillery era stato invitato a passare la notte presso un amico comune a Roxbury, perciò era meglio affrettarsi per non fare troppo tardi.
Più in là, vicino all’incrocio tra Boylston e Granby Street, due studentesse di Boston University erano appena uscite da un negozio. Stavano ridendo e scherzando mentre tornavano a piedi verso il dormitorio di Bay State Road, nella zona delle Warren Towers. An Trinh, californiana di origine vietnamita, ha 21 anni e studiava psicologia mentre la ventenne Michelle Dartley veniva dal New Jersey ed era iscritta al “College of Basic Studies”.
Erano le prime ore del 21 marzo, e marzo è tempo di cambiamenti, anche drammatici perché ispirati da Marte, dio della guerra. Charles accelerò mentre spingeva il suo furgone blu su Boylston Street in direzione ovest. Il limite di velocità era di 30 miglia orarie, approssimativamente 45 chilometri all’ora, ma Smith e Gillery filavano ben più veloci di quanto avrebbero potuto. Come le due ragazze, anche loro scherzavano, e “Smitty” si distrasse per un attimo, “sforando” un semaforo rosso. Quando riportò gli occhi sulla strada vide due ragazze inquadrate dal parabrezza mentre attraversavano la strada proprio davanti a lui, ormai troppo vicine e troppo terrorizzate. Frenò, Charles Edward Smith, frenò con tutte le sue forse ed il Dodge Caravan morse l’asfalto lasciando lunghe strisce nere. Ma non riuscì a fermarsi in tempo, colpì le studentesse che volarono via come bambole di pezza, e finì in testa coda. Per un attimo sull’incrocio tra Boylston e Granby calò il silenzio, il furgone blu era danneggiato, le ragazze giacevano sull’asfalto vicino al marciapiede. Poi si sentì un ruggito ed il Dodge Caravan attaccò di nuovo la strada, allontanandosi. Il campioncino di Washington, asso degli Hoyas, professionista dei Celtics e pirata della strada continuò a guidare verso ovest sulla Commonwealth Avenue, poi alla prima intersezione, proprio sotto al ponte dell’Università di Boston, fece un’inversione a U e tornò verso il luogo dell’incidente per sincerarsi delle condizioni delle vittime, e passò dall’incrocio mentre i testimoni chiamavano la polizia.
Ecco, se ciò che era accaduto alle due ragazze era grave, era invece imperdonabile il fatto che Charles Edward Smith avesse lasciato la scena dell’incidente. Lui lo sapeva, il senso di colpa lo stava già masticando mentre cominciava a rallentare dopo un altro chilometro e mezzo, tra Boylston e Massachusetts Avenue. E’ li che lo raggiunse una pattuglia della polizia allertata dalla centrale dopo che un tassista aveva chiamato il 911 chiedendo i soccorsi e comunicando le prime informazioni sul veicolo responsabile dell’incidente. Intanto, un’ambulanza arrivava sul posto ed i paramedici si rendevano conto che una delle vittime è già deceduta, mentre l’altra versava in gravissime condizioni. Tentarono di rianimarla già sul posto, ma i disperati tentativi di tenerla in vita falliroono nella sala del pronto soccorso del Brigham & Women's Hospital, e venne dichiarata morta alle 2:06, 35 minuti dopo l’incidente.
In un attimo tre vite erano state distrutte. Quelle di An Trinh e Michelle Dartley, ovviamente, ma anche quella di Charles Smith che di fatto passava dai riflettori dello sport professionistico ai flash dei fotografi, ai “fondi” al curaro dei reporter. “Non è una storia sui Boston Celtics o su Boston University – avrebbe dichiarato John Silber, presidente dell’ateneo a cui erano iscritte le due vittime – ma è un monito su come una guida spericolata possa spezzare delle vite e spegnere dei sogni”. Smith si sottopose alle analisi per verificare se fosse sotto l’effetto di alcol o sostanze stupefacenti, ma dopo qualche dubbio iniziale apparve chiaro che la ragione del disastro non fosse quella. Passò le otto ore seguenti nella stazione di polizia, finchè rimase in piedi, apparentemente impassibile, mentre il giudice distrettuale Richard Banks decideva di rilasciarlo su cauzione dopo avergli notificato otto accuse, tra le quali guida pericolosa ed omissione di soccorso. Accuse che potrebbero costargli dai due anni e mezzo ai 15 anni di carcere nel procedimento penale in programma per il 14 maggio.
Il front office dei Celtics espresse profondo dispiacere per la tragedia e supporto per Smith, ma ovviamente non gli rinnovò il contratto “decadale”. Tutti i biancoverdi gli rimasero comunque vicini visitandolo spesso e tentando di tirarlo su di morale, e Red Auerbach si dichiarò sorpreso dall’accaduto, descrivendo Charles come un ragazzo bravo e tranquillo. I mesi passarono lunghi e lenti, e senza basket, per Charles Edward Smith. Nel frattempo scrisse una lettera di scuse alle famiglie delle vittime, ben sapendo che non avrebbero voluto o potuto perdonarlo. Nella clessidra dell’eternità scivolarono i granelli di un anno intero, prima che si tenesse il processo, prima che una giuria stabilisse la pena che l’atleta avrebbe dovuto scontare. Il 12 marzo 1992 venne ritenuto colpevole dei reati ascrittigli e condannato ad una pena detentiva di quattro anni e mezzo da scontare presso la prigione di Suffolk County, nel Massachusetts. La pena fu più lieve del previsto, e sicuramente pesarono le testimonianze del GM dei Celtics Dave Gavitt e del coach di Georgetown John Thompson, visto che descrissero con dovizia di particolari il carattere tranquillo e socievole del pirata della strada.
Per lui il tempo cominciò a scorrere lentamente, come sempre accade quando sei un carcerato ma ti senti una brava persona: “non sono un uomo cattivo” era infatti la frase che “Smitty” usava spesso. Tutti i Celtics lo andarono a trovare: da Kevin McHale a Larry Bird, da Robert Parish a M.L. Carr, da Kevin Gamble a Jan Volk. Reggie Lewis andò a trovarlo spesso, e lo fece anche nel luglio del 1993: quattro giorni prima di venire stroncato da un attacco cardiaco. Anche gli “Hoyas” si recarono al penitenziario: Alonzo Mourning, Patrick Ewing e Dikembe Mutombo, tutti fecero a gara per aiutaro, e coach Thompson, gli fece promettere di “call collect”, di contattarlo al telefono per mezzo di chiamate a carico del destinatario.
Dopo due anni di galera, grazie alla buona condotta, venne rilasciato tra le proteste delle famiglie delle vittime. Poteè tornare alla sua passione, il basket, e trovò ingaggi nel campionato CBA con gli Hartford Hellcats, gli Omaha Racers, i Florida Sharks ed i Florida Beach Dogs. Poi nel dicembre del 1995 i Minnesota Timberwolves avevano bisogno di una guardia veterana, ed il GM Kevin McHale si ricordò del vecchio amico: “la ragione per la quale non ho problemi a firmare Charles, è perché so che è una brava persona – dichiarò McHale nella conferenza stampa – ed ero presente quando tutto è accaduto. Ha pagato il suo debito con la giustizia e niente e nessuno può riportare indietro chi non c’è più. E’ stata una grande tragedia per lui, ma per le famiglie delle vittime è stata una tragedia ancor più grande. Speriamo che possa chiudere questo capitolo tragico della sua vita”.
Grande McHale. Però Charles nel frattempo aveva perso un po’ di brio. Se prima dell’incidente il suo pizzetto luciferino incideva poco sulle partite, a quasi cinque anni di distanza le cose erano ovviamente peggiorate, visto che aveva perso parte della velocità di piedi che era la sua dote principale. Ai Minnesota Timberwolves restò un mese, e nelle otto partite in cui entrò in campo fece registrare cifre tutt’altro che confortanti. 39 minuti complessivi, 3 canestri su 10 tentativi, 6 assist e 5 palle perse. Però aveva vinto la sua piccola battaglia, grazie ad un vecchio compagno di squadra. Da quel momento divenne un “journeyman” del basket, giocando praticamente dappertutto: nel 1996 fu con la Stella Rossa di Belgrado, nel 1997 con l’Iraklis di Salonicco, nel 1997-98 tornò negli “States” giocando per i LaCrosse Bobcats, per poi tornare in Europa e precisamente in Spagna, nelle fila dell’Ourense. Poi a Portorico, con i “Vaqueros” di Bayamòn, in Italia con la Serapide Pozzuoli quindi in Argentina con L’Obras Sanitarias Buenos Aires, a Napoli con la Record Cucine e poi a Messina con l’Ina Sicilia, di nuovo ai LaCrosse Bobcats, e per finire al Liegi, in Belgio. Cinque anni di basket senza frontiere, quasi a cercare di fuggire dai fantasmi che non lo lasciavano mai. Poi nel 2001 anche la sua carriera di cestista senza confini arriva alla naturale conclusione: 34 anni sono il momento giusto per smettere e per trovarsi una casetta in un posto tranquillo, magari a Bowie, nel Maryland.
Dopo qualche anno di…riposo, nel 2007 trova un impiego come barista part-time al “My Place”, un locale di Mitchelville nel quale puoi gustare una buona birra e guardarti una partita in TV. E’ benvoluto dagli avventori perché non si atteggia a stella, anzi è sempre pronto a raccontare un aneddoto della sua carriera. Potrebbe finire qui la storia di Charles Edward Smith, del giocatore che dalla panchina a Georgetown era arrivato alla Nazionale ed all’NBA, aveva sciupato tutto su una strada maledetta, e poi aveva rimesso in piedi la propria vita fino a diventare un barman simpatico sullo stile di Ted Danson nella fortunata – e bostoniana – serie televisiva “Cheers”. Ci piacerebbe raccontare che ancora una volta il Trifoglio ha fatto il miracolo, e che come una sorta di “Gandalf dei Canestri” con il solo tocco del suo sigaro ha riportato pace e tranquillità nella vita di Charles Edward Smith.
Ed invece no, questa storia è destinata ad un epilogo poco allegro. Perché a mezzogiorno e mezzo del 21 ottobre 2010, un vicino della casa di Smith al 13200 di Lansdale Hope Way a Bowie, Maryland, sente tre spari e si affaccia alla finestra. E’ un quartiere tranquillo, quello, e le detonazioni di un’arma sono un rumore che non passa inascoltato. Il vicino vede un uomo in jeans a cappellino rosso uscire dalla villetta e scappare con la pistola in mano, e decide di chiamare il 911. Quando arrivano gli agenti ed i paramedici, al primo piano trovano l’ex giocatore, ferito gravemente al petto ma ancora in vita. Lo portano al più vicino ospedale ed i medici lo operano riferendo poi che “il paziente si trova ora in condizioni critiche ma stabili”. Nell’asciutta terminologia medica significa che “Smitty” è salvo, anche se l’ha scampata bella. La “caccia all’uomo” non da nessun frutto, ma i poliziotti nelle prime ore del giorno seguente si ripresentano alla villa con un mandato di perquisizione, e cominciano a battere la casa palmo a palmo, finchè non trovano qualcosa di interessante. Prima dei registri di scommesse, e poi un quantitativo di cocaina così voluminoso da rendere ovvia la destinazione allo spaccio. “Il mio cliente è stato vittima di un’aggressione a casa sua – grida l’avvocato di Smith, Jimmy Bell – e la polizia è giunta a certe conclusioni basandosi su indagini poco approfondite”. Il giudice però non sembra essere d’accordo, e cita Smith per tre reati: detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, e possesso di strumenti atti al consumo delle stesse. Il processo si terrà prossimamente.
Charles Smith oggi è un criminale, su questo non ci sono dubbi.
Quand’è che ha superato la “sottile linea rossa” che separa il campione dal malvivente?
Lo era sempre stato, o lo è diventato in quei due anni e mezzo passati nel carcere di Suffolk County, Massachusetts?
O forse a cambiarlo è stato il bisogno di denaro, quando il conto in banca ha cominciato a fare le bizze e lui ormai era abituato alla “high life” propria dei campioni dello sport?
Sono tutte domande che per il momento non hanno risposta. L’unica verità è che l’uomo che aveva scalato con la sola forza di volontà l’intero “sistema basket” e contro ogni logica era diventato un professionista dei canestri, per sfortuna o stupidità ha completato la sua parabola discendente di uomo in mezzo a pistole, scommesse e cocaina. La speranza è che riesca a risollevarsi ancora una volta, anche se è difficile crederlo, visto che l’aver causato la morte di due innocenti non sembra avergli insegnato il rispetto per la vita.
Ma anche questa è una storia, una storia di “Black Celtics”: dei rari casi in cui “the Luck of the Irish”, la “fortuna dell’irlandese” fa fatica a “toccare cuore e mente” di un adepto alla “setta del Trifoglio”…



Commenti
Al solito il confine tra una vita felice, la realizzazione, l'insucceso e il baratro e' dato da pochi minuti, da errori, distrazioni, casualita'.
Anche con le storie da "black Celtic" Fabio ci regala spunti e riflessioni importanti.
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