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Podcast
Il quarto PodCast di I Am a Celtic ci porta a conosce il momento in cui Red Auerbach abbandona la panchina dei Celtics nel 1966.
Per scaricare sul proprio Computer o Smartphone il podcast cliccare con il tasto destro del mouse e selezionare "Salva oggetto con nome" sul link sottostante :
Scarica il podcast #4 : Le lacrime di Red
Oggi facciamo un tuffo nel passato, in un momento di svolta nella lunga storia dei Celtics. L’occasione particolare ed il carattere passionale del protagonista, Arnold “Red” Auerbach, non possono che generare emozioni forti, una scarica di adrenalina, un aumento del battito cardiaco.
Per i pochi frequentatori di I Am A Celtic che ancora non sapessero chi fosse Red Auerbach, ma anche per i lettori più assidui che non l’abbiano ancora fatto, l’invito è quello di recarvi nella sezione storica di IAAC – selezionabile dai menu che nella main page si trovano sotto al “banner” principale - e cliccare sul link della sua biografia.
Ma visto che ormai siamo qui, non costa nulla spendere un minuto per dipingere a grosse pennellate la figura di Arnold Auerbach detto Red. Il “pennello” che usiamo è quello di John Feinstein, giornalista sportivo statunitense di primo piano che ebbe occasione di frequentare il “patriarca” negli ultimi anni della sua vita, quando lavorarono insieme a “Let Me Tell You A Story”, un libro ricco di aneddoti su cinquant’anni di vita da Celtic.
Feinstein all’indomani della morte di Auerbach disse di lui: “è stato uno degli inventori dell’NBA. Alla nascita della lega nel 1946 già allenava una squadra, i Washington Capitals, e nel 1950 prese i Celtics che erano sull’orlo della bancarotta e li tramutò nella più grande dinastia dei canestri, guidandoli a sedici titoli. Nessuno nel mondo dello sport professionistico americano ha vinto otto campionati di fila come lui.
Ma Red Auerbach era molto più di questo. Era un grande comunicatore, e quando parlava tutti ascoltavano in silenzio.
Non era solo un coach straordinario ma un uomo straordinario, ed a testimoniarlo tre fatti che, nonostante allora non fossero stati accolti con clamore, fecero la differenza dal punto di vista sociale. Auerbach fu il primo a scegliere un atleta nero nel 1950, fu il primo a mettere in campo un quintetto “all black” nel 1963, e fu il primo nella storia dello sport americano a mettere in panchina un coach afroamericano, Bill Russell, nel 1966”.
Ringraziando virtualmente Feinstein per il suo “aiuto” nel delineare il personaggio protagonista di questo podcast mi riallaccio proprio all’episodio del “passaggio di consegne “ tra Red e Bill Russell per rivivere le grandi emozioni di quella serata.
Era una calda serata bostoniana, di quelle in cui il fiume spande dalle rive gli odori della primavera, e nella sala dei banchetti del “B’nai B’rith” il brusio era indistinto. I profumi di stagione quella sera venivano messi in secondo piano da una tensione palpabile, nell’edificio della fondazione ebraica in cui i Boston Celtics tenevano sempre le loro cene di fine stagione.
Secondo la tradizione gli atleti in procinto di abbandonare l’attività agonistica si sarebbero a turno avvicinati al microfono ed avrebbero salutato con un piccolo discorso.
Era sempre stato così: Bill Sharman nel 1961, Bob Cousy nel 1963, Frank Ramsey e Jim Loscutoff nel 1964 e Tommy Heinsohn un anno prima, nel 1965.
Ma questa volta le cose erano diverse. La presenza di giornalisti e fotografi era massiccia, ed il clima non era disteso e rilassato nonostante poche ore prima i Boston Celtics si fossero laureati campioni NBA per la nona volta, l’ottava consecutiva. Perché quel giorno non era un giocatore, a ritirarsi, ma l’uomo che -assieme a Walter Brown - aveva dato vita al “Pride”, e continuava ad incarnarlo.
Undici giorni prima, il 18 aprile, Auerbach aveva ancora una volta sfruttato abilmente la sua fine psicologia: nel corso della conferenza stampa dopo la sconfitta subita nella seconda gara di finale coi Lakers, aveva annunciato che a fine stagione il nuovo coach dei Celtics sarebbe stato Bill Russell. Già si sapeva che Red avrebbe smesso di allenare, lo aveva dichiarato in anticipo, ma la novità che aveva appena rivelato era quasi uno shock per il mondo sportivo.
In un attimo l’attenzione dei media dalla vittoria di Los Angeles si era dirottata sulla Notizia con la N maiuscola: “Il primo coach afroamericano nella storia dello sport professionistico statunitense? Hey, fermate le rotative”!
Il trucchetto, per quanto lecito, non era piaciuto al coach dei Lakers Fred Schaus che aveva subodorato la mossa dell’avversario, e l’impatto psicologico che essa avrebbe avuto sulla serie. Ed infatti Boston aveva ottenuto tre vittorie in fila, mettendo una seria ipoteca sul titolo.
La reazione dei californiani a quel punto era stata veemente e li aveva portati ad un soffio dal ribaltare la situazione, ma in un sofferto finale di gara 7 (con il famoso sigaro acceso a “Red” dal governatore John Volpe che aveva rischiato di strozzarlo sulla rimonta “angelena”) Auerbach era riuscito a chiudere con l’ennesimo successo, l’ottava vittoria consecutiva e la nona in dieci anni.
Ventiquattr’ore dopo il successo di gara 7, nella sala dell’esclusivo club ebraico, la figura longilinea di Bill Russell si stagliò sullo sfondo mentre si avvicinava al microfono: era il nuovo coach dei Celtics, e salutava il vecchio allenatore. Scherzò un po’ con gli altri giocatori per i quali ora non era più solo un compagno, ma anche e soprattutto il nuovo…dittatore.
Ed ad un tratto, una lacrima scivolò sulle sue gote, mentre nella sala anche il minimo brusio di fondo cessava in un silenzio assordante.
“Red Auerbach – disse – a volte lo odi, a volte lo ami. Ma una cosa che non dimenticherò mai è che mi ha sempre trattato come un uomo”.
Esprimersi in quel modo parlando di un “bianco” non era comune, per un nero nell’America degli anni ’60, ed a quel punto Russell si rivolse direttamente al suo coach: “Ti risparmierò tutti i discorsi su quanto ti amiamo e su quanto ci mancherai. Personalmente credo che tu sia il miglior allenatore mai esistito e che tu abbia dato un contributo enorme al nostro sport.
E so per certo che hai dato ai Celtics più di quanto ogni persona in questa sala potrà mai immaginare. C’è chi ha detto che l’unica cosa che ha reso Red Auerbach un grande coach è stato Bill Russell. Sì, Russell è stato di aiuto. Ma è solo una verità parziale, perché questa è la tua squadra, Red. Hai scelto ognuno di noi, ed avevi ragioni diverse per scegliere ognuno di noi”.
L’Aquila con la Barba era visibilmente commossa, mentre si apprestava a terminare il suo discorso: “Hai fatto un grande lavoro. Te l’ho già detto e lo ripeto stasera, se potessi tornare indietro nella mia carriera di professionista non sceglierei un altro coach. Solo te. Siamo stati entrambi fortunati, tu con me ed io con te. Non credo tu sia un genio, ma sei senz’altro un uomo dall’intelligenza straordinaria. Non voglio avere molti amici, Red. Ma tu ed io saremo amici finchè uno di noi non morirà”.
Adesso era il turno del coach. Per tutta la giornata aveva pensato alle parole da usare su quel podio, quando fosse arrivato il suo turno. Vent’anni sulle panchine dell’NBA, 1,585 partite (con 1,037 vittorie), nove titoli, 17,000 dollari in multe per le sue battaglie con l’NBA erano un serbatoio di aneddoti e battute sufficienti ad ammaliare ogni tipo di pubblico.
Le nude cifre rappresentavano traguardi mai raggiunti prima, esperienze uniche e vittorie irripetibili, ma erano solo la punta dell’iceberg in un uomo dalla personalità “larger than life”.
Mentre si avvicinava al microfono la sua faccia era pallida e tirata, e le parole del suo miglior giocatore lo avevano toccato nel profondo. Quell’uomo rude che aveva combattuto con arbitri, avversari e giornalisti, per la prima volta sembrò in difficoltà.
“Non so quando cederò, ma prima o poi accadrà”. Fece una piccola pausa, quasi a prendere coraggio, e poi continuò: “Tutti dicono che sono stato un grande allenatore, ma non avrei mai potuto esserlo senza Russell, Cousy e tutti voi, ragazzi”. La voce era leggermente tremolante, mentre ringraziava i suoi atleti, i giornalisti ed i tifosi, spendendo belle parole anche per Walter Brown, il defunto proprietario dei Celtics che l’aveva voluto a Boston.
Poi, con la voce ormai arrochita, salutò e si sedette nascondendo la testa fra le mani e finalmente lasciandosi andare ad un pianto dirotto.
Marjorie Brown, la vedova di Walter, baciò quell’uomo in lacrime e lo consolò con un “E’ tutto ok, Red, ti vogliamo bene”. Intanto, come se si muovessero alla chiamata di uno schema, dai tavoli della sala si alzarono i campioni di oggi e di ieri, e si diressero tutti verso il tavolo del loro allenatore.
John Havlicek, K.C. Jones, Tom Heinsohn, Jim Loscutoff e Bob Cousy formarono una muraglia umana che impedì all’orda di fotografi di scattare una foto ad immortalare il momento di umana debolezza del coach. Russell lo teneva stretto in un abbraccio, mentre cinque, dieci secondi di singhiozzi racchiudevano sedici anni di Boston Celtics.
Era la fine di un’era del basket professionistico e l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della Franchigia, quella in cui Red Auerbach avrebbe costruito altre cinque squadre da titolo grazie agli Havlicek, ai Cowens, ai Bird, ai McHale. Intanto però, per la prima volta Red si era lasciato sopraffare dall’emozione e dagli avvenimenti. Ma era al sicuro, perché, anche se aveva intorno a sé tutti i suoi “guerrieri”, il tavolo d’onore del “B’nai B’rith” non era la panchina del Boston Garden.
Le partite che doveva vincere le aveva già vinte. Ottocentottantacinque, all’ombra del Trifoglio.



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