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Podcast
Il secondo PodCast di I Am a Celtic parla di una donna molto vicina al mondo dei Celtics: Helen J. Weiss, moglie di Tommy Heinsohn.
Per scaricare sul proprio Computer o Smartphone il podcast cliccare con il tasto destro del mouse e selezionare "Salva oggetto con nome" sul link sottostante :
Scarica il podcast #2 : La Rossa di Needham
Ci sono storie di Celtics che commuovono, altre invece fanno arrabbiare. Altre invece ci fanno ridere, o fanno riflettere. La storia di oggi non fa ridere, non fa arrabbiare, ma fa senza dubbio riflettere e – forse – commuoverà anche qualche “rude irlandese”. Perché oggi parliamo di uno “spirito libero”, di una donna che è entrata nel cuore dei Celtics anche senza essere formalmente mai parte della franchigia.
Helen Weiss era nata nel 1940 in quel di Monticello, New York. Monticello è un piccolo paese di seimila abitanti il cui vanto principale è l’aver dato i natali a Stanley Finch, primo capo del “Bureau of Investigation che in seguito, tra le mani da padre-padrone di Edgar J. Hoover si sarebbe trasformato nell’FBI. Ad Helen Monticello stava piuttosto stretto, e ben presto se n’era andata, in cerca di fortuna. La vita l’aveva portata in giro per gli Stati Uniti, finchè a metà degli Anni Settanta si era trovata in California, a lavorare come investigatrice privata. Poi aveva fatto parte dello staff del controverso avvocato F.Lee Bailey impegnato nella difesa di Sam Shepherd (un medico accusato di aver assassinato la moglie incinta) e di Albert DeSalvo, meglio conosciuto come “Lo Strangolatore di Boston”. Subito dopo aveva trovato un impiego decisamente meno “tetro” e meglio retribuito nel gruppo che gestiva le attività dell’attore John Wayne e che era capitanato dal figlio dell’icona dei film western. Visto che si era a Los Angeles, una vita così avrebbe già potuto diventare l’argomento di qualche “piece” per un film interessante, anche perché una donna con tali storie da raccontare era qualcosa non troppo comune persino negli Stati Uniti d’America di quegli anni Sessanta/Settanta.
Ma dov’è che entrano in ballo i Celtics, vi starete chiedendo… proprio a quel punto.
Thomas Heinsohn era l’allenatore della miglior squadra NBA, e nel corso di un viaggio a Los Angeles ebbe occasione di conoscere “la Rossa” Helen. “The Redhead”, “la Rossa”, così l’avrebbe chiamata in futuro, lo colpì subito, Tommy era reduce da un divorzio piuttosto sofferto, qualcuno dice legato alle scappatelle da giocatore: ma allora era pratica piuttosto comune – e non solo allora – trovare “conforto” nelle grazie di qualche signora in grado di “coccolare” l’enorme ego dell’atleta NBA. E spesso il risultato finale delle lunghe assenze e delle estemporanee relazioni era la fine del matrimonio, per informazioni chiedere alle signore Russell e Jones. Oltre al brutto periodo familiare, Tommy si stava riprendendo anche da un brutto capitombolo finanziario: lavorando nel campo delle assicurazioni, un suo socio aveva “ripulito” dei clienti che si erano fidati della parola dell’ex-giocatore, e Tom, da persona onesta qual’era sempre stato, aveva ripianato i debiti attingendo al gruzzolo messo da parte come giocatore.
L’entrata di Helen nella sua vita era stata come una boccata d’ossigeno: donna di classe ma alla mano, sapeva usare il suo brillante senso critico per sfidare l’intelligenza e la profonda cultura dell’ex atleta. Tom si avvicinò ad Helen ed in certi momenti persino si aggrappò a lei, che però non glielo fece mai pesare. Anzi, con grazia lentamente ma inesorabilmente divenne la “guardiana” di quell’orso facile da ferire, ed in breve tempo chi voleva avvicinarsi al grande Thomas Heinsohn prima doveva ricevere l’approvazione di Helen Weiss Heinsohn. Tra di loro si sviluppò un rapporto speciale, fatto di scherzosi “colpi di fioretto” conditi da sarcasmo, sorrisi ammiccanti, doppi sensi e qualche parolaccia non troppo pesante. Tom la metteva in un angolo con una battuta sulla sua “bocca troppo grande” e lei rispondeva con classe: “Forza, caro, di a tutti quanto mi ami”…e tutto finiva tra le risate.
Non fatevi ingannare dai discorsi sull’intelligenza: Helen era anche una donna molto bella, con i lunghi capelli rossi a scenderle oltre le spalle in una cascata di rame e ad incorniciare uno splendido sorriso. E come poteva un pittore della bravura di Tom resistere all’idea di farle un ritratto? Infatti non resistette, e la dipinse seduta su una sedia con fare assorto, una camicia sensualmente ma non volgarmente aperta. In quel dipinto “la Rossa” veste la camicetta rosa maliziosamente sbottonata sopra ad un paio di blue jeans ed ha i capelli sciolti sulle spalle. Nella mano destra stringe una sigaretta mentre il suo sguardo è basso, con un’espressione dolce e quasi vulnerabile. Un quadro intenso, che comunica la profondità sia del soggetto ritratto che del ritrattista. “Volevo che mostrasse ciò che Helen era per me – disse Tom tempo dopo, ad una giornalista in visita alla casa di Needham nella quale vivevano – volevo mostrare una donna che pochi conoscono. Credo che questo quadro abbia passato il mio messaggio pur lasciando porte aperte all’immaginazione”.Ed in fin dei conti non è ciò che vogliono tutti gli artisti, che i loro dipinti non restino fermi sulla tela come enormi fotografie, ma si sappiano quasi animare, diventando vivi? Il quadro era del 1975, Tom fu il comandante del veliero verde che vinse il titolo un anno dopo, nel 1976, ed Helen gli fu vicina quando quei Celtics invecchiarono e la proprietà chiese “la testa” del condottiero. Heinsohn rimase seduto sulla poltrona del salotto, a rimuginare sul fatto che era il primo coach del Trifoglio ad essere esonerato da oltre 25 anni, e fu sempre Helen a trovare il modo di toglierlo da quella poltrona, a fargli passare un’altra crisi. L’orso era stato ferito ancora una volta, ma ancora una volta era in piedi e pronto a combattere.
Ton era tornato al Boston Garden, come commentatore della tivù nazionale CBS, a raccontare le Finali dei Celtics di Larry Bird con la sua voce leggermente grattata e con quello strano accento misto tra New Jersey e New England. Ma soprattutto, nel 1981 aveva iniziato un’incredibile collaborazione con un ex pilota della Marina, Michael Gorman, sul canale PRISM New England: PRISM era diventata Sports Channel, poi Fox Sports, ed infine ComCast Sports Network, ma il duo nel frattempo è sempre rimasto unito festeggiando quest’anno la collaborazione trentennale.
Nel 1987 il contratto con la CBS non era stato rinnovato, i malvagi dicono per l’incapacità di Tom di smettere di tifare Celtics anche con un microfono in mano, ed ancora una volta il “sense of humor” di Helen era stato la miglior medicina per la delusione del suo uomo. Che si era rituffato sul microfono nei difficili anni della ricostruzione dei Celtics. E poi della ri-ricostruzione. E poi della ri-ri-ricostruzione. Da M.L. Carr ed il suo asciugamano, a Rick Pitino e la sua brillantina, per finire a Chris Wallace. Nel frattempo Tom aveva elevato la sua “arte” telecronistica ad un punto tale che le invenzioni microfoniche erano ormai entrate nel mito. Il “Tommy Point”, col quale premiava il Celtic che aveva mostrato maggior grinta in una giocata speciale, e poi il famoso “I Love Waltah”! a rinnovare la simpatia per Walter McCarty, un atleta ed un uomo che per lui – e non solo per lui - incarnava più profondamente il “Celtic Pride”.Ed Helen era sempre lì, a “pattugliare” la linea laterale prima delle partite, a divertirsi ed a divertire chi aveva occasione di passare per di là. Curiosa, simpatica, a volte pure un po’ rompiscatole per quella curiosità e per la propensione a dire tutto quello che le passava per la mente…cosa che da sempre va poco d’accordo con il quieto vivere.
Anche lei “amava” Waltah come un figlio, e con lui si perdeva in lunghe discussioni sulla musica. “La Rossa” era sempre molto attiva anche quando si trattava di iniziative benefiche, ed aveva una parola buona per tutti. Con gli anni si era trasformata da bellissima trentacinquenne in splendida quarantacinquenne e poi in affascinante cinquantacinquenne, e la coda di cavallo rossa che usciva da uno dei suoi sobri ma particolari cappelli era un tratto distintivo che nell’ambiente tutti amavano.
Negli anni aveva anche incoraggiato la vecchia passione del marito per la pittura, organizzando delle mostre, solitamente private, nelle quali riusciva sempre a vendere l’olio o l’acrilico per il quale comunque non ci sarebbe più stato spazio in casa. E dalla prima galleria a Brookline e dal ristorante “Joseph’s” di Boston la cosa aveva preso piede allargandosi a Jeffersonville, Vermont, e Gloucester. Ma Tom non voleva – forse conoscendo i suoi limiti – che la passione prendesse piede, perciò la manteneva sempre nei limiti di un “divertissement” personale. Se poi poteva regalare un sorriso agli amici, tanto meglio. Come accadde ad una mostra ad inviti nella quale gli Heinsohn piazzarono nel centro della sala un quadro protetto da cordoni di velluto. Il dipinto era intitolato “Wedding Day”, “Il Giorno del Matrimonio”, e rappresentava lo Stone House Inn di Little Compton, Rhode Island. Quando l’amico Mike Gorman e la moglie Teri erano arrivati alla mostra, Tommy li aveva accompagnati al centro della sala e gli aveva fatto dono del quadro, mentre Helen sorrideva in disparte.Poi qualche disturbo, ed il 5 luglio 2002 la notizia che nessuna famiglia vuole ricevere: ad Helen venne diagnosticato un tumore al cervello ed ai polmoni, e l’aspettativa di vita era piuttosto breve. La massa che premeva nella scatola cranica costrinse i medici al ricovero in terapia intensiva, e nei sei mesi successivi dovette sottoporsi ad un intervento alla testa, due biopsie ai polmoni, quattordici sedute chemioterapiche e cinquantacinque sedute radioterapiche. Aveva perso i capelli rossi ma non il sorriso, che ora appariva da sotto un cappellone ed una bandana. E non aveva perso neanche il senso dell’umorismo, seppur ora venato da qualche sfumatura triste. “Non mi può accadere nulla, finchè Tommy non impara dove siano i suoi calzini” diceva a chi le stava intorno. Ed a forza di scherzi, di battute, di sorrisi a volte stirati, il rapporto tra Helen e Tom diventava sempre più saldo…forse per la paura di perdersi.
I mesi passarono, ed anche i medici rimasero stupiti nel vedere che il cancro era in remissione. Il “mostro” si era calmato e la famiglia Heinsohn poteva assaporare la vita e le piccole gioie quotidiane che essa propone, e che chi è sano da per scontate. Non che si nascondessero la realtà, anzi: il nemico è subdolo, e averlo debellato non significa che non tornerà, più spaventoso di prima. Gli Heinsohn però non erano certo tipi da piangersi addosso, anzi: raccontavano entrambi di analisi, percentuali di sopravvivenza, cure e tomografie assiali con la sicurezza e la perizia di due primari di oncologia. Quasi che il malato non fosse Helen ma un'altra persona. “Oggi abbiamo fatto la tomografia ai polmoni – diceva Tom – ieri la risonanza magnetica al cervello”… “abbiamo” perché l’avversario era comune, il “gioco” era gioco di squadra, una squadra pronta a lottare come quei Celtics con i quali lui aveva combattuto e vinto. Solo che questa volta la sfida era diversa da quelle dei canestri, perché la vittoria e la sconfitta erano questione di vita o di morte.
Ad un certo punto, per ricordarsi a vicenda che ogni giorno era un regalo “di Dio”, cominciarono a dar vita ad una sorta di rituale notturno: stesi sul letto prima di addormentarsi, Tom chiedeva ad Helen “Hai avuto una giornata felice, oggi”? E lei nonostante tutto avrebbe risposto “Sì, mio caro, è stata una bella giornata”. Alla fine di un giorno particolarmente doloroso, però, “La Rossa” non era riuscita a vedere nulla di positivo in una vita come quella ed aveva risposto: “Fammi pensare…mi hanno tagliato la gola, mi hanno segato alcune costole nel petto, ho quasi vomitato nella stanzetta post-operatoria, e tu mi chiedi se è stata una bella giornata? Ma sei fottutamente fuori di testa”? Tom era rimasto in silenzio, sentendo il suo dolore, stringendole la mano finché lei aveva aggiunto: “Sì, è stata una buona giornata e voglio parlarne con te”.
Il campione imparò il significato più vero delle parole “carpe diem”, “cogli l’attimo”, e con esso un nuovo modo di vedere la vita. Un modo che non può conoscere chi non ha mai dovuto combattere il male o non è mai stato a fianco di chi è stato attaccato dal “mostro”. Un modo – un MONDO - che impari a conoscere quando vedi le pillole allineate sul tavolo, quando ascolti i piccoli fastidi giornalieri, quando senti la persona che ami dire “sei anni senza tumore? Quanto vorrei arrivarci”!
Perché quel “mostro” lì, è un mostro carogna. Appena pensi di averlo cacciato, ecco che si ripresenta, più brutto e cattivo che mai. Ma Helen non si fece intimorire. Adesso, dopo aver rallegrato e soprattutto dopo essersi divertita un mondo alle cene pre-partita al TD Garden, era solita scusarsi con i presenti, alzarsi e puntare dritta oltre lo spogliatoio dei Bruins verso la stanza adibita a cappella. Padre Robert Gray della parrocchia di Jamaica Plain la vedeva spesso pregare in un angolo: “Parlai con lei, e si capiva che non veniva a pregarea per ottenere il miracolo, ma per trovare un po’ di pace e per trovare un senso alla vita. E raccogliere la forza delle persone intorno a lei, farla propria per meglio affrontare gli ostacoli della sua vita. Era una guerriera, ed era determinata a dimostrare che non si sarebbe fatta battere. Avrebbe vinto lei. E quando le prospettarono due anni di vita, lei combattè finchè gli anni diventarono tre, quattro, cinque e poi sei”.Tom intanto aveva cominciato a trovare un posticino per lei anche nelle sue telecronache. Se c’era una giocata che non lo convinceva, diceva qualcosa come “questa non sarà piaciuta di certo alla Rossa di Needham”. Oppure “la Rossa di Needham avrà odiato quel tiro”… “la Rossa di Needham”, “the Redhead from Needham”, che è il sobborgo in cui Tom ed Helen vivevano.
I tifosi dei Celtics dapprincipio rimasero basiti, poi cominciò il passaparola e tutti seppero, diventando tifosi non più e non solo di una squadra, ma di una donna speciale.
Ricordo, nell’ottobre 2007, quando espressi a Mike Gorman la mia delusione per il mancato passaggio in Italia di Tom Heinsohn – mio idolo – e la sua risposta fu: “sua moglie è molto malata, e lui non se l’è sentita di lasciarla sola”. Non spese molte parole, Mike, ma con quel suo sorriso malinconico e quella voce così familiare mi fece capire quanto speciale fosse Helen, e quanto tutti i suoi amici – lui e Teri in primis – soffrissero della sua sofferenza.
Tra alti e bassi la battaglia proseguiva, e Tom aveva rinunciato a seguire i Celtics in trasferta, lasciando il posto a Donny Marshall. E gli dev’essere pesato un bel po’ visto che quei Celtics stavano veramente giocando un basket degno della miglior tradizione, degno sei Russell, dei Cousy, dei Bird e degli Havlicek. Ma forse il divano di Needham era migliore del microfono della Conseco Fieldhouse, o dello Staples Center, o dell’Amway Arena, perché poteva chiedere direttamente il parere alla sua “Rossa di Needham”, senza immaginarne le reazioni in diretta. I Celtics vinsero il titolo contro i Lakers, in quel giugno 2008. E per Tommy uno dei momenti più belli fu il condividere la “parata” sulle pittoresche “duck boats” al fianco di Helen, che sorrideva con quel sorriso dolce ed impertinente. Era il 19 giugno 2008 e da quel momento il male cominciò rapidamente ad avere il sopravvento. Nella camera d’ospedale la “Rossa di Needham” a volte dimenticava ciò che Tom le aveva detto qualche ora prima, ma il sorriso – quel sorriso che lo aveva fatto innamorare più di trent’anni prima, era sempre lo stesso.
Helen ci ha lasciato un lunedì di fine novembre di quell’anno, in una giornata soleggiata non troppo usuale per quel periodo. Non è mai facile andarsene, ma lei era tranquilla perché fino all’ultimo a coccolarla c’è stato l’amore del suo uomo. Dopo l’allenamento nella palestra di Waltham, i Boston Celtics si ritrovarono a centrocampo, ad unire le mani in alto per il classico grido. “Doc” Rivers richiamò la loro attenzione dicendo: “Helen era una di noi, veniva alle partite dopo i trattamenti chemioterapici e ci sorrideva. Una vera Celtic, piena di forza, coraggio e dolcezza, dedichiamole un pensiero”.. ed i Campioni NBA rimasero in silenzio, per poi prorompere nel classico grido “Ubuntu”, “io sono quello che sono perché tu sei”. Lo spirito della “Rossa di Needham” era lì con loro, e loro la ringraziavano per tutto quello che aveva saputo regalare.
Nel sentire comune la morte è sempre una sconfitta, ma nel caso di Helen Weiss Heinsohn, nata a Monticello e residente a Needham, si può fare un’eccezione. Perché con la sua forza d’animo ha saputo regalare a sé stessa ed a coloro che le stavano intorno un po’ di anni di testardaggine e dolcezza. Nel luglio del 2002 infatti i medici le avevano pronosticato pochi mesi di vita, ma lei ha saputo allungare questi mesi facendoli diventare un anno, due e poi sei. E lo ha fatto senza chiudersi in sé stessa, ma anzi aprendosi ancora di più, e facendo diventare “la Rossa di Needham” un simbolo per un’intera comunità che sentiva nelle telecronache di Tom lo struggente soprannome.
Ecco, Helen Heinsohn è la dimostrazione che alla fine i “Celtics dentro” si trovano, si riconoscono e si riuniscono. E che anche senza aver mai giocato una partita, solo per aver condiviso dei valori ed un modo di vedere la vita, tutti noi possiamo affermare “I Am A Celtic”.
Avendo vissuto – come tanti, come troppi – momenti di dolore simili a quelli di Tom ed Helen, per me non è stato facile soffermarmi sulla loro sofferenza. Il pudore ed il rispetto ti spingono a fare un passo indietro, anche perché il pericolo è quello di fare sciacallaggio dei sentimenti e del dolore, come succede nei “baracconi” televisivi che “divorano” storie, vite, ed esseri umani mettendo in piazza i sentimenti. Ma il coraggio di una persona mi ha spinto a raccontare di uno dei miei Celtics preferiti e della sua incredibile compagna. Se questa storia vi farà sentire come ha fatto sentire il sottoscritto, forse avrò raggiunto il mio scopo… in ogni caso, il mio pensiero corre a tutti quelli che hanno lottato e lottano contro un nemico silenzioso e mortale, ma non smettono di essere sé stessi ed anzi ci insegnano ad apprezzare la nostra vita.




Commenti
Per quanto conoscessi la loro storia, mi mancavano comunque non pochi particolari e un grazie a Fabio per l'ennesima fatica.
Heinsohn non è solo il tifoso Celtics che commenta le partite, è stato un grande giocatore, allenatore, sindacalista ed è un uomo di quelli veri.
Bellissima rubrica!!!
Non sapevo davvero del quadro e della passione per la pittura di Tommy.
Si capiva che era una coppia unita e felice....
Gli articoli/podcast di questa rubrica ci avvicinano ancora di più a tutto ciò che circonda il mondo celtico, senza dover necessariamente parlare di basket giocato...sicuramente un "plus" del quale dobbiamo ringraziare Fabio e la sua estesa passione e conoscenza delle "cose bostoniane".
Io ebbi la fortuna di conoscere Tommy nel marzo del 2009 (pochi mesi dopo la scomparsa di Helen dunque) e posso solo confermare che fu un autentico piacere poter scambiare quattro chiacchiere con una persona estremamente cordiale, dolce e "vera"; sicuramente avrà sofferto moltissimo per la scomparsa della sua amata ma la forza e la voglia di vivere che sprigiona in ogni circostanza dovrebbero essere un insegnamento per tutti.
Sicuramente la "Rossa" sarà orgogliosa di lui...
Non conoscevo la storia. Bella e triste allo stesso tempo come probabilmente tutti i ricordi più importanti.
Grazie.
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