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Podcast
Parte con questa pubblicazione un nuovo (sudatissimo) progetto di "I am a Celtic", ossia la produzione di file audio, con cui vi racconteremo le gesta passate dei nostri Celtics, la stretta attualità e anche "storie di vita" riguardanti persone che hanno avuto a che fare con il mondo del trifoglio. Come potete vedere nella nostra Home Page c'è un lettore multimediale che raccoglierà tutti i nostri podcast più recenti, ma non perdete di vista anche l'articolo con cui viene segnalata la pubblicazione di ogni nuovo podcast, perchè questo articolo a distanza di due settimane dalla pubblicazione del file audio, sarà integrato con la trascrizione integrale del testo, arricchita con foto di qualità. Non resta quindi che augurarvi ... "buon ascolto"

Per scaricare sul proprio Computer o Smartphone il podcast cliccare con il tasto destro del mouse e selezionare "Salva oggetto con nome" sul link sottostante :
Scarica Podcast #1 - "Sugar Ray"
Fort Lauderdale è uno splendido diamante incastonato nella parte meridionale della Florida: affacciata sull’Oceano Atlantico, questa città è il principale porto di partenza delle crociere caraibiche. Con una sfrontatezza tutta a stelle e strisce è soprannominata “la Venezia d’America” per i suoi bellissimi canali le cui onde vanno a lambire i moli delle maestose ville appartenenti alla “Millionaire’s Row”, la “Fila dei Milionari”.
Da Cher alla tennista Chris Evert, da Demi Moore a Marilyn Manson…e poi pure una rappresentanza NBA con Scottie Pippen e Mitch Richmond… e c’è anche il “commissioner” David Stern che lascia spesso il clima rigido di New York per ritemprarsi nella sua faraonica villa. Ma lo splendido edificio in cui vive Stern non si vede troppo bene, visto che è “impallato” dal molo in cui sono ormeggiati due enormi yacht da 20 milioni di dollari. Non è che Stern sia megalomane, il problema è che ha comprato il secondo prima di riuscire a vendere il primo…
Proseguendo verso nord nella contea di Broward lungo la costa della Florida, ad una decina di chilometri da Fort Lauderdale troviamo Pompano Beach. Le spiagge sono visibilmente meno curate, le case meno ricche, Pompano sembra una specie di “dormitorio” per quelli che nella “Venezia d’America” giorno dopo giorno provvedono al divertimento altrui. E’ l’estate 2010, e per uno strano gioco del destino sono stato invitato da agli amici proprio a Fort Lauderdale. Ho girato sul “water taxi”, ho visitato “Las Olas”, mi sono goduto per qualche giorno la “high life” dei mille ristoranti e dei milleduecento locali notturni.
Poi ho pensato di affittare un’automobile e di fare un giretto a Pompano Beach. Avevo letto un articolo del Boston Globe e volevo incontrare un uomo per testimoniargli la mia solidarietà, dirgli che i Celtics si rialzano sempre, e che presto sarebbe tornato a sorridere. Ed invece non ne ho avuto coraggio. Quando mi sono trovato davanti la vecchia Buick del 1992, mi sono fermato, incerto. Alla fine me ne sono andato, per evitare che il proprietario di quella macchina si sentisse un fenomeno da baraccone e soffrisse ancora una volta al pensiero di cosa era stato. E per una volta sono stato felice di non essere una ex stella del basket NBA.
Perché Thomas Ray Williams nell’estate del 2010 viveva un incubo. La sua casa era la vecchia Buick del 1992 che avevo trovato nelle stradine della zona più povera di Pompano Beach. Diceva “Dio non ti da mai più di quanto tu possa sopportare, ma questa situazione mi sta consumando”. Eppure 25 anni prima era un superuomo, uno degli “eletti”, di quelli che nell’NBA ci sono entrati dalla porta principale. Dopo il praticantato al liceo di Mount Vernon, New York (dal quale provenivano anche il fratello Gus Williams e gli altri due fratelli Scooter e Rodney McCray), diventò uno dei migliori giocatori degli Stati Uniti con la maglia dei “Golden Gophers” di Minnesota, dove a 21 anni aveva conosciuto il giovanissimo Kevin McHale prendendolo sotto la sua ala. Era il 1976, e solo un anno dopo Ray – ormai da tutti ribattezzato col soprannome “Sugar”, “Zucchero” – lasciò l’Università in anticipo, sicuro che il premio come miglior guardia della Big Ten valesse più della laurea. I New York Knicks lo scelsero con la decima “pick” assoluta e lo “bloccarono” con un “quadriennale” da mezzo milione di dollari complessivi: “Sugar” immediatamente dimostrò di meritare la fiducia della squadra della sua città e di essere nella stessa classe del fratello Gus, rapidissimo playmaker dei Seattle Sonics, di lì a poco campioni NBA.
Atleta potente, Ray giocava “alla newyorchese” preferendo le penetrazioni al tiro da fuori un po’ perché la meccanica del suo “jump-shot” necessitava di una registrazione, un po’ perché l’idea di andare a sfidare “quelli più grossi” era una dimostrazione di “manhood”, di virilità, in una sorta di tauromachia in cui il toro invece di “trafiggerti” o schiacciarti poteva stopparti o spingerti a terra. Nell’anno da matricola aveva fatto vedere cose più che discrete, ma al secondo anno letteralmente “esplose”, segnando oltre 17 punti in nemmeno 30 minuti di utilizzo medio, ed aggiungendo 6 assist in sovrammercato. Era un altro basket, rispetto a quello dei giorni nostri, ovviamente. Più “freewheeling”, le difese erano meno asfissianti e le regole “bastonavano” senza pietà ogni tentativo di zona o di raddoppio esasperato, lasciando maggior libertà all’uno contro uno. Ed un mago dell’uno contro uno come Ray “Sugar” Williams non poteva non farsi notare. Nei playoffs il “rookie” migliorò ulteriormente: dominando la serie contro Cleveland, fece vedere doti inaspettate come testimoniato dalla media di 17,5 punti in 23 minuti di gioco. Per fare un esempio forse un po’ forzato ma comunque interessante, sono più o meno gli stessi numeri fatti registrare da Derrick Rose trent’anni dopo…ad eliminare i Knicks furono i fortissimi Sixers di “Doctor J”, ma le premesse per una crescita c’erano tutte.
Nel campionato seguente, 1979-80, Ray disputò forse la sua miglior stagione NBA arrivando a 20.9 punti di media con il 49,6% al tiro, 5 rimbalzi e 6,2 assist di media. A 25 anni era decisamente una delle migliori guardie realizzatrici della lega, e quando saliva in attacco palleggiando di sinistro, quel taglio afro e quelle spalle larghe incutevano terrore alle difese dell’NBA. Specie se al suo fianco c’era Michael Ray Richardson, fenomeno visto anche in Italia e giocatore che con un briciolo di cervello in più oggi verrebbe menzionato nella stessa frase di Magic Johnson. Quei Knicks però avevano la tendenza a “perdersi” nei finali di gara, e nonostante il materiale umano fosse di qualità, chiusero con un deludente 39 vinte – 43 perse delusero le aspettative. Nel campionato seguente, sempre agli ordini del grande “Red” Holzman, Williams giocò ancora un’ottima stagione facendo nuovamente registrare cifre di tutto rispetto: 19,7 punti e 5,5 assist ad allacciata di scarpa, mentre la squadra otteneva un ottimo 50 vinte e 32 perse che le valse un viaggio ai playoffs. New York però mostrò nuovamente l’eccessiva “morbidezza” dei “due Ray” – Ray Williams e Michael Ray Richardson – nei momenti decisivi e venne immediatamente sbattuta fuori nelle “miniserie” al meglio delle tre partite con Chicago, nonostante il numero 13 avesse realizzato 49 punti nella serie. E siccome era in scadenza di contratto, le offerte piovvero numerose. Lui però voleva restare vicino a casa, e quindi il 25 ottobre 1981 firmò un buon contratto per i New Jersey Nets.
Oltrepassò il fiume Hudson e prese possesso dello “spot” di guardia di una squadra che oltre a lui poteva contare anche nel quasi omonimo Buck Williams e nel giovane Albert King, fratello del più famoso Bernard. I Nets fecero bene, e guidati da Ray” arrivarono ai playoffs nonostante il talento in squadra non fosse merce in abbondanza. Il 17 aprile 1982 fu forse il giorno più luminoso della carriera del nostro eroe: in una partita contro i Detroit Pistons, infatti, Williams fu letteralmente immarcabile e chiuse con 52 punti. Giusto per insegnare alla matricola Isiah Thomas che l’NBA era qualcosa di diverso. Quei 52 punti e quella vittoria rappresentavano un ottimo “trampolino” per la post-season, ma al primo turno i Washington Bullets si dimostrarono più “quadrati” soprattutto nelle vicinanze del canestro, ed eliminarono agevolmente New Jersey in due partite. I processi ai responsabili della secca eliminazione – Williams in primis - furono molto veloci, e tutti ricordarono che in fondo l’estate precedente il principale obiettivo del mercato dei free agent non era stato Ray, ma il fratello Gus (che poi aveva rinnovato l’accordo con Seattle).
L’aver messo nel carniere 52 punti (20,4 punti ad incontro in stagione) solo poco tempo prima non fu sufficiente a “Sugar” per evitare la “mannaia”: nella serie contro i Bullets aveva subito la fisicità degli avversari ed i tifosi del New Jersey non gli avevano risparmiato sonori “boo” di disapprovazione. Mentre i tiri di Ray trovavano il canestro alla preoccupante media del 34,6%, i Nets stava già pensando a come scaricarlo assieme al pingue (mezzo milione di dollari a stagione) contratto che loro stessi gli avevano fatto firmare. Improvvisamente si erano dimenticati che era anche grazie a lui ed a coach Larry Brown che avevano vinto 20 partite in più rispetto al campionato precedente, e l’insuccesso nella post-season doveva veder rotolare qualche testa. Quella di Ray idealmente cadde il 29 giugno quando venne spedito ai Kansas City in cambio del playmaker Phil Ford in una trade decisamente sballata in favore dei Kings. Ormai Williams da sicura promessa si era tramutato in un costoso “giocatore con la valigia”, e ad ogni stop le sue medie di realizzazione sembravano subire una flessione. I Kings (15,4 punti a gara) lo girarono di nuovo ai Knicks per Billy Knight, e Ray si trovò di nuovo a casa.
Il coach Hubie Brown mise in piedi una squadra decisamente interessante nella quale i perni erano la stella Bernard King ed il centro Bill Cartwright. Williams funse da “terzo violino” facendo registrare 14,8 punti a partita e 5,9 assist, ed i Knicks vinsero 47 rivelandosi la vera e propria sorpresa della Eastern Conference. New York continuò a sorprendere anche nei playoffs eliminando i Detroit Pistons per 3 a 2 con un’incredibile vittoria esterna ai supplementari, ma a quel punto l’avversario successivo erano i Boston Celtics…e tutti pronosticarono la “scopa”. Invece, sfruttando la vena realizzativa di King, i Knicks trascinarono i futuri campioni NBA alla settima partita, una vera e propria impresa. Williams però nei playoffs aveva subito un calo testimoniato dagli 11,2 punti e dal 35,4% al tiro, ed anche se gli 8 assist a gara lo rendevano il miglior passatore della squadra, quando si dovette parlare di rinnovo di contratto la franchigia della “Grande Mela” non si dimostrò troppo convinta. E neanche il resto dell’NBA, ad essere sinceri.
Per trovare un nuovo contratto Ray Williams dovette aspettare il 21 febbraio 1985 quando alla sua porta bussarono i Boston Celtics. Ray era ovviamente al settimo cielo: giocare con i campioni NBA, e soprattutto a fianco del grande Larry Bird e del vecchio amico Kevin McHale! E tutti lo trattarono come un vero Celtic fin dal primo giorno, con coach K.C. Jones a dichiarare scherzosamente: “Quando gli ho detto che ero un grande coach lui mi ha risposto che era la verità, così credo che andremo perfettamente d’accordo”…
Ai Celtics Ray giocò 23 partite segnando 6,4 punti in 17 minuti di utilizzo ed ebbe anche l’onore di partire per cinque volte in quintetto base. Nei playoffs, come consuetudine di coach Jones, i suoi minutaggi si contrassero (6,3 punti e 3,2 assist in 14 minuti), e si ridussero a zero quando nel corso delle sfortunate Finali contro i Lakers, Williams si azzuffò con Kurt Rambis venendo espulso. Un mese dopo firmò per i Clippers che però lo “tagliarono” prima dell’inizio della stagione, ed allora trovò un posto agli Atlanta Hawks. I “Falchi” lo tennero per 19 partite nelle quali mise a segno 8,4 punti col 40% al tiro ed un buon 36% da tre punti, poi però si liberarono di lui, ed a “raccoglierlo” questa volta furono gli Spurs con i quali rimase per altre 23 gare. Anche la permanenza all’ombra dell’Alamo ebbe fine, e fu la volta di New Jersey, quinta squadra nel giro di dodici mesi. Con i Nets giocò l’ultimo scorcio del torneo 1985-86 e tutto il campionato 1986-87, anche se le sue doti erano in declino ed alla fine decise di ritirarsi. Alle spalle aveva comunque una carriera di tutto rispetto: 655 partite NBA con 15,5 punti e 5,8 assist di media, numeri di tutto rispetto.
La vita dopo l’NBA non è sempre facile, però. Ray, come centinaia di altri ex atleti, nonostante abbia incassato centinaia di migliaia di dollari, non ha la malizia e la competenza per farseli bastare. Del resto ha speso tutta la sua vita ad allenarsi per diventare una macchina da canestri, ed ora quel mondo ricco di insidie lo trova completamente impreparato. Non sa dire di no ad amici e parenti, è abituato ad uno stile di vita da “stella” ed in breve tempo si trova sul lastrico. Nel 1994 dichiara bancarotta e le gli “mangiano” la casa che aveva comprato a Mount Vernon. La situazione si ripercuote sul suo matrimonio, che finisce lì nonostante Ray provi a lavorare come insegnante supplente, postino e barista. Le sue difficoltà sul lavoro sono in parte dovute al fatto che ha interrotto gli studi, ma in parte anche alle abitudini passate, quelle in cui bastava lavorare un paio d’ore in palestra ed il resto della giornata era libero. Del resto anche uno studio commissionato dall’NBA ha accertato che il 60% degli ex-giocatori finisce in bolletta entro cinque anni dalla fine della carriera, un numero inquietante che forse richiederebbe qualche intervento da parte della lega in fase di…prevenzione…
Ma torniamo a Ray: a quel punto decise di rifarsi una vita, chiese un anticipo sulla pensione da giocatore e ricevette 200,000 dollari. Si trasferì in Florida dove investì nel mercato immobiliare, ma cadde vittima di una frode e si ritrovò nuovamente in bolletta. Si mise allora di nuovo a lavorare come giardiniere in un club golfistico, e poi come manutentore in un complesso residenziale, quindi come aiuto panettiere ed allenatore di squadra di basket femminile. Lì però vennero nuovamente a galla i suoi vecchi problemi nel tenersi un lavoro: poca abitudine agli orari, facilità ad annoiarsi, tutti retaggi di una vita ad alto tasso di adrenalina che invece ora mancava. A quel punto gli venne incontro l’Associazione Giocatori NBA in Pensione, che in due occasioni gli versò un totale di oltre 10,000 dollari. Ma era come svuotare il mare con un secchiello, ed in breve tempo anche quel denaro finì. Eravamo nel 2004, ed un altro ex grande giocatore, Spencer Haywood, commentò: “La situazione in cui si trova Ray è quella in cui ci potremmo trovare tutti noi, stelle di quell’epoca. Vorrei che l’NBA facesse di più per aiutare chi ha contribuito a renderla grande ed ora non ce la fa a tirare avanti”.
Ed è così che Ray diventò un “senza tetto”, o, come dicono da quelle parti, un “homeless”. Nel 2009 La Chevy Tahoe del 1998 di proprietà di Williams subì un’avaria alla trasmissione, ed il meccanico dopo averla parcheggiata nel suo recinto disse a Ray che l’avrebbe ritirata solo dopo aver pagato i 900 dollari della riparazione… ma Ray era di nuovo in bolletta. Cominciò a dormire nella vecchia Buick del 1992 nella quale l’avevo visto, trovando lavoretti qua e là per pagarsi il cibo. L’igiene personale, una doccia sulla spiaggia libera di Pompano, con le saponette che una cameriera di un albergo originaria di Haiti gentilmente gli regalava. E quando non c’erano abbastanza soldi, eccolo lì a pescare, la mattina presto. Un dentice, uno sgombro o una cernia e la giornata è fatta, c’era da mangiare. Qualche volta insegnava a lanciare ad un turista che poi gli allungava dieci dollari, e Ray sorrideva malinconicamente..e quando il malcapitato si esibiva in movimenti goffi, lui ridacchiava sommessamente, per poi insegnargli il movimento corretto.
Dormiva nella macchina, ed i vestiti di alta sartoria, le stanze d’albergo di prima classe, il cibo preparato dai gourmet erano solo ricordi lontani con i quali affascinava i ragazzini che venivano a vederlo pescare al molo o sulla diga. Se la serata era calda, allora si accoccolava su una panchina, ed a volte qualcuno lo invitava a casa per una notte. In un paio di occasioni venne ricoverato d’urgenza all’ospedale più vicino: il diabete colpisce un afroamericano su quattro oltre i 65 anni, e Ray ne era stato vittima prima di compiere 55 anni. A volte erano problemi di pressione alta, a volte aveva bisogno di qualche pasticca antidepressiva, ma la situazione peggiorava a vista d’occhio. Di tanto in tanto, quando lo stomaco brontolava dopo due giorni di digiuno, si rifugiava alla chiesa di New Destiny dove poteva trovare conforto e cibo grazie al pastore Woody Bennett, un ex running back dei Miami Dolphins.
Gli stenti e le non ottimali condizioni fisiche però cominciavano a lasciare qualche cicatrice nella sua anima, visto che ad un giornalista dichiarò: “quando ero ricco donavo a tutti, e adesso che sono io ad aver bisogno, non rispondono nemmeno alle mie chiamate”. L’amarezza era evidente, anche se a quel punto tutti gli avevano fatto piccoli prestiti che non aveva mai restituito. Come il suo ex agente, Fred Slaughter: “Ray è sempre stato un’ottima persona, un grande atleta ed un buon cliente. Ma ad un certo punto non potevo continuare a dargli soldi. Non me li ha restituiti ed alla fine ho smesso di prestarglieli”. Stesso discorso per i tentativi dell’ex compagno Charles D. Smith, che in un paio di occasioni aveva provato a trovargli lavoro: “C’è un limite all’aiuto che puoi offrirgli. Ray deve aiutarci ad aiutarlo”.
Nonostante la fame, la malattia, i disagi, Williams però non era mai caduto nella trappola che aveva catturato molti suoi “colleghi”. “Se non avessi la fede, avrei probabilmente già commesso qualche crimine, qualcosa che avrei finito per rimpiangere per lungo tempo. So che il diavolo vuole che io mi dia al crimine o alle droghe per distruggere la mia fede”. Un po’ ingenuo, forse, ma come non ammirare una forza d’animo del genere? Come non fare il tifo per lui?
Alla fine, anche grazie a quell’articolo di Bob Hohler sul Boston Globe del 2 luglio 2010, i suoi vecchi amici si mettono in moto per trovare una soluzione che non sia il solito prestito. Larry Bird da mandato ai suoi consiglieri finanziari di trovare un modo di aiutare l’ex compagno, e qualche giorno dopo all’iniziativa si uniscono anche Kevin McHale ed Albert King, fratello del più famoso Bernard e compagno di Ray a New Jersey. Un uomo d’affari di Pompano Beach gli ha riscattato la vecchia Chevy Tahoe, e può finalmente lasciare la Florida. Sì, perché gli ex compagni gli hanno trovato un appartamento nella sua Mount Vernon: ok, è al terzo piano e non c’è ascensore, ma ci sono un frigorifero ed un materasso, ed il riscaldamento funziona. Ed il sindaco di Mount Vernon gli trova anche un lavoro.
Ray è felicissimo, e Bob Hohler questa volta è lì a raccontare una storia dal finale lieto: “E’ stato come vincere il titolo, la testa mi girava così forte che mi è difficile esprimere ciò che provavo. L’unica parola che mi viene in mente è ‘incredibile’”. Quando Hohler prova a contattare Larry Bird per chiedergli informazioni sull’aiuto prestato all’ex compagno, l’ex campione declina, mentre Kevin McHale accetta di parlare a condizione che non gli si chiedano dettagli economici dell’operazione. “Non è importante se cadi, ma è importante che ti rialzi – commenta – e Ray è sempre stato un combattente. Aveva solo bisogno di un piccolo aiuto, e vedrete che adesso ce la farà”.
E’ un’altra storia, questa…una storia che spiega come un uomo possa rischiare di morire di stenti su una spiaggia a pochi chilometri da un panfilo che vale milioni di dollari. Una storia che dice che in fondo certi legami che si creano tra gli uomini alla fine possono salvare una vita. E che siano stati dei Celtics a salvarla (con un piccolo aiuto di un Net) quando Ray aveva giocato per altre cinque squadre non fa che rinforzare l’idea che il “Celtic Pride” non siano solo due parole buttate là per fare buona impressione sui tifosi.



Commenti
Insomma, per regalarci venti minuti di storia, c'è perlomeno qualche ora di lavoro.
Tutto questo per ringraziare Fabio una volta di più.
Fabio, immagino la situazione un po' "scomoda" ma son sicuro che Ray avrebbe veramente apprezzato il gesto che intendevi compiere e credo che si sarebbe magari anche commosso e, pur mantenendo un certo decoro, la sua forte fede cristiana l'avrebbe portato a ringraziarti di cuore. E poi sarebbe stata una chiacchierata "baskettara" molto interessante
20 minuti di ascolto veramente ben spesi, da consigliare vivamente a tutti.
Grazie Fabio.
Complimenti a Fabio: non finisci mai di stupirci e di emozionarci!
Questa "novella" su "Sugar" Ray è una chicca, è il celtic's pride trasformato in romanzo, attraverso piccole storie dal significato profondo e che valicano lo sport e il basket giocato. Un modo di vivere capace di indicarti la via oltre la pallacanestro.
Grazie davvero!
Altra bella storia raccontataci da Fabio. Grazie.
Citazione Andrea Del Vanga:
E' questo un dato che non conoscevo ed è davvero impressionante, impressionante in senso negativo ovviamente.
Nota acidula del correttore di bozze.
Le parole straniere in italiano (minuscolo, en passant) si usano per iscritto e per voce solamente al singolare, con alcune eccezioni, per esempio, i nomi delle squadre (Celtics, Pistons, ecc.); ragion per cui si dice e si scrive sempre i file, i playoff, le (o i, ma questo è un altro discorso) trade e non i files, i playoffs e i trades.
Togliere quella "s" mi sembrerebbe uno sgarbo al grande Aldo, e quindi ce la lascio, pur nella consapevolezza che questo gesto farà arrabbiare qualche "correttore di bozze acidulo" (e simpatico)... ;)
se è così, ti dovesse capitare di citare Kiki Vandeweghe nel podcast, dovrai pronunciarlo “vendiug”
Parto dalla fine.
Chiedi all'eccelso Del Vanga quanto talora posso essere simpatico e lui saprà ragguagliarti in proposito a dovere.
Negli anni '80 ero bambino e adolescente - sono del '73 -, però mi ricordo bene di Aldo Giordani.
La tuia precisazione, Fabio, come si dice, è d'oro.
A una giornata di studio, a marzo, ho sentito dire da un noto prof. mediovale al posto di medievale, ma lui può.
Bene, per il plurale tu puoi usare quelle esse, "io non può".
Sì, sì, il "macheggio" era una sorta di mistero gaudioso... forse uno dei primi decoder con parabola? Mah.
Mi rifiuto di pronunciare il "Vandiug" anche sei in alcune occasioni rimarrò - per semplicità di comprensione e soprattutto per non sembrare uno "sborone" alla pronuncia "italianizzata". Ecco quindi che "Monticello, New Jersey" rimarrà tale e non diventerà "Montisilo", eccetera eccetera.
In ogni caso abbiate pietà del redattore/speaker: i mezzi sono un po' di fortuna, quello che non manca però è il cuore ed è questo che vi chiedo di valutare... :)
Caro Fabio,
quello che fai/fate è molto importante ed è, ripeto, prezioso, per tutti noi lettori.
Diverso è il caso di alcuni giornalisti che fanno le telecronache del basket, del rugby o della pallavolo - di quelli del calcio non parlo -, talvolta che invece di usare il corretto corrispettivo italianizzato usano l'originale, e mi viene alla mente il caso di Perpignano, il cui originale in francese è Perpignan, che è usato, quando si usano altri nomi di città italianizzati, Parigi in primis.
Le mie piccole critiche, se proprio vuoi chiamarle così e che al contrario sono per lo più delle inezie, non sono fatte "a spregio", ma, spero che si sia capito, sono fatte soltanto perché sono dovute al profondo rispetto nei tuoi confronti.
Sai quanta roba si legge nell'Internet che dovrebbe essere presa e sottolineata a muso duro!
E non è certo il caso di ciò che scrivi e dici.
Con deciso rispetto,
Fra
http://itunes.apple.com/it/podcast/iaac-podcast/id458603208?l=en
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