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Podcast
Siamo al Boston Garden nell’intervallo di una sfida tra Celtics e Lakers. Il vociare del pubblico rende l’atmosfera elettrica: un tifoso chiama il ragazzo dei popcorn, uno ordina una birra, altri addentano un hot dog o commentano il vantaggio di tre punti degli ospiti, quando improvvisamente le luci si abbassano, la folla si zittisce e “l’occhio di bue” va a cercare l’entrata degli spogliatoi. Le luci “agganciano” un atleta che cammina impettito verso il centro del campo sfoggiando la tuta biancoverde e poi, una volta arrivato al cerchio della palla a due, sorride, aggiusta il microfono e comincia a suonare il suo strumento...
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Scarica il podcast #18 : Il gancio e la fisarmonica
Se accadesse ai giorni nostri ci stropicceremmo gli occhi, increduli, o forse scoppieremmo in una grande risata. Nell’inverno del 1949, invece, molti spettatori erano accorsi proprio per vedere lui, l’atleta-artista, incuriositi più dal suo talento musicale che da quello cestistico delle squadre in campo.
Anthony Lavelli Junior era nato a Somerville, sobborgo settentrionale di Boston, l’11 luglio del 1926. Il padre era un emigrante italiano che assieme a genitori e fratelli aveva lasciato l’Europa alla fine del Diciannovesimo Secolo in cerca di fortuna. Una storia come tante: i Lavelli si erano stabiliti nel New England nella città famosa per aver alzato la prima “Old Union” la vecchia bandiera statunitense ed a loro volta le avrebbero aggiunto lustro in campo sportivo, visto che Dante Lavelli, cugino di Tony, si sarebbe guadagnato l’ingresso nella Hall of Fame del football. Fin da piccolo Tony aveva mostrato una particolare inclinazione per la musica: la madre Ida Cristopher, insegnante di pianoforte, ne aveva incoraggiato il talento e lui aveva imparato facilmente a suonare. Ida lo aveva sempre spinto a migliorare l’interazione con i tasti d’avorio ed ebano secondo il concetto che “practice makes perfect”, “l’allenamento rende perfetti”, ed il ragazzo aveva assimilato una ferrea autodisciplina.
Un giorno però vide uno spettacolo di “vaudeville”, si innamorò della fisarmonica ed appena tornato a casa chiese ad Anthony Senior se ne potesse avere una: il padre e Ida gli procurarono una piccola fisarmonica con il suo nome stampato sopra che Tony custodiva ancora gelosamente oltre sessant’anni dopo. La passione per la fisarmonica era esplosa e ed in breve lo aveva reso un vero e proprio portento: a 12 anni era stato protagonista di concerti su tutto il territorio americano ed a 13 si era esibito in diretta nazionale dagli studi della NBC. Insomma, un ragazzo prodigio ma coi piedi per terra perché aveva anche capito che con l’uso e l’abuso della musica rischiava di tagliare ogni rapporto coi coetanei e che quindi doveva trovare con loro un terreno comune, un punto d’incontro.
Questo punto d’incontro fu il basket. Tony divenne subito molto bravo anche sotto canestro: in realtà partiva favorito perché poteva sfruttare l’autodisciplina che lo studio della musica gli aveva insegnato fin da bambino. “Practice makes perfect”, “l’allenamento rende perfetti”, era il “mantra” di Ida, ed il ragazzino lo applicò anche al basket. I grandi artisti ed i grandi atleti hanno in comune quella sorta di mania compulsiva per l’allenamento, per la ripetizione dei movimenti fino ad acquisire la totale padronanza dello strumento, che esso sia un pianoforte o un pallone poco importa.
Lavelli in breve tempo e con allenamenti intensivi diventò un maestro della fisarmonica ed un maestro del tiro in gancio. Il gancio è un movimento poco utilizzato al giorno d’oggi, ma tra i fondamentali d’attacco è l’unico che permette di concludere anche se il difensore gode del vantaggio di una maggiore altezza o di un maggior atletismo. Si può dire che la conclusione in gancio sia forse il movimento d’attacco più “tersicoreo”: il corpo del tiratore lo protegge dall’avversario mentre il braccio disegna un semicerchio e la mano lascia il pallone con una carezza in punta di dita, ad imprimere l’effetto che lo costringerà ad adagiarsi nel canestro anche quando il tiro sia leggermente corto o appena abbondante. Lavelli si era costruito un gancio con un raggio di esecuzione spaventoso: molti dei suoi compagni giuravano di averlo visto concludere sia di destro che di sinistro ad un palmo dalla linea laterale, il che ai giorni nostri lo renderebbe un tiro da tre punti …
Ormai Tony non solo era accettato dai coetanei, ma era osannato dai tifosi come uno dei migliori cestisti in circolazione, tant’è vero che quando guidò il liceo di Somerville alla vittoria nelle finali statali gli organizzatori dovettero farle disputare a Boston perché la richiesta di biglietti per il “Tech Tourney” aveva superato la capienza di ogni altro palazzo dello sport ad eccezione del Garden.
Quando Lavelli si trovò a decidere del proprio futuro, scelse di arruolarsi nell’esercito: era il 1944 e la sua patria era in guerra contro l’Asse. Ma un medico militare trovò che i suoi archi plantari fossero troppo deboli per i duri stivali anfibi che avrebbe dovuto indossare in Europa o nel Pacifico, e con sua grande delusione lo riformò dal servizio. Il ragazzo prodigio a quel punto era assediato da tutte le migliori università ma ovviamente come “bostoniano doc” sentiva profondamente il fascino delle “Ancient Eight”, gli otto atenei più rinomati ed elitari degli Stati Uniti. Alla fine scelse Yale con buona pace degli altri, e venne subito fatto entrare nella confraternita “Skulls and Bones”, una specie di “società segreta” che fungeva da “palestra” per gli uomini di potere, tant’è vero che tra i suoi “alumni” può contare alcuni presidenti degli Stati Uniti. Nel primo anno le regole costrinsero Tony a giocare solo nella squadra delle matricole, ma gli insegnamenti di coach “Red” Rolfe – un ex campione con gli Yankees del baseball - affinarono le sue doti e Yale vinse 14 delle 15 gare disputate. In quell’anno si esibì come fisarmonicista al famosissimo Teatro Roxy di New York e le recensioni alla sua performance furono entusiastiche.
Ma dal secondo anno a Yale diventò immediatamente uno dei migliori realizzatori del paese: “Tony aveva il tiro in gancio più preciso che io abbia mai visto – dichiarò una guardia di Holy Cross, tale Bob Cousy – Lo eseguiva con perfezione stilistica ed era immarcabile perché lo preparava con un passo in allontanamento prima di rilasciare la palla con la schiena rivolta al canestro. Tirava da molto lontano e sapeva usare entrambe le mani”. La squadra affidata ad Ivan Williamson nel 1947 fece malissimo (7 vittorie e 18 sconfitte), ed allora arrivò Howard Hobson, allenatore con ventennale esperienza che nel 1936 aveva guidato Oregon al titolo NCAA e che nel 1965 sarebbe stato introdotto nella Hall of Fame. “Hobby” Hobson amava il gioco veloce, tanto che pare sia stato lui a proporre l’idea dell’orologio dei 24 secondi a Danny Biasone, e impose un ritmo alto che Lavelli dimostrò di gradire. Nel campionato 1947-48 Hobson guidò Yale a 14 vittorie contro 13 sconfitte, ed i quattro successi in chiusura di stagione furono un ottimo viatico per l’anno successivo. Nel frattempo Lavelli segnava in gancio e scriveva canzoni, ma da quando qualche anno prima al cinema aveva visto il film “Campus Confessions” il gioco del “paisà” Angelo “Hank” Luisetti lo aveva stregato al punto da spingerlo a pensare che l’obiettivo di tutti gli atleti che sarebbero venuti dopo Luisetti era quello di essere il secondo miglior cestista, e che quindi la fisarmonica rimanesse la sua unica opportunità per “diventare il più grande”.
In realtà il film aveva “sottolineato” le pur grandi doti di Luisetti, il padre del tiro ad una mano, ma aveva anche nascosto i suoi punti deboli, e Lavelli rimaneva comunque un ottimo giocatore a livello NCAA. Nel campionato da “senior” fu il capitano della squadra che si aggiudicò 22 delle 30 partite oltre che il titolo della “Ivy League”. L’eliminazione al primo turno del torneo NCAA ad opera di Illinois non tolse lustro al talento di Lavelli che venne votato tra i migliori cinque d’America mentre si laureava nel prestigioso ateneo in teoria e composizione musicale. Alla fine del suo corso di studi a Yale era il quarto miglior realizzatore della storia dell’NCAA ed aveva superato il totale dei punti segnati da George Mikan, il grande centro che stava dominando il campionato NBA nelle file dei Minneapolis Lakers. Era facile predirgli il successo nel mondo del basket professionistico ma per lui, iscritto a scuole di musica tra le più rinomate come la Juilliard, il Curtis Institute ed il New England Conservatory, lo strumento preferito rimaneva la fisarmonica, non la palla a spicchi.
I Boston Celtics erano allora una delle peggiori squadre della lega. Costretti fino all’ultimo momento ad aspettare la risposta di coach “Honey” Russell nel 1946 avevano cominciato a formare la squadra quando i migliori giocatori si erano già “accasati” altrove. Da allora erano rimasti una “squadra di rincorsa” ed il pubblico si era presto stancato di vederli perdere. Il proprietario Walter Brown cercava sempre nuovi mezzi per attirare spettatori al botteghino, e quali migliori opportunità dei campioni che avevano riempito il suo Garden vestendo le casacche delle università del New England? Ecco perciò che quando al draft del 1949 i Celtics ebbero l’opportunità di accaparrarsi il quarto realizzatore di sempre nell’NCAA non ci pensarono due volte e fecero il nome di Anthony Lavelli da Yale.
Tony però al Boston Garden preferì il “Latin Quarter” un club esclusivo cittadino che si riempì di spettatori fin dalla prima esibizione. E del resto, come dargli torto? I Celtics poi non erano una grande squadra. Il loro miglior realizzatore era Bob Kinney che segnava 11,1 punti a partita, ma in generale non sembravano in grado di competere per il primato e le sole 4 vittorie nelle prime 13 partite erano una testimonianza eloquente. Anche il pubblico non sembrava troppo convinto, e per risvegliare l’interesse il proprietario dei Celtics Walter Brown cominciò a fare una “corte” spietata a Lavelli. Alla fine riuscì a mettere in piedi un’offerta che il cestista-fisarmonicista non potè rifiutare: 13,000 dollari più un contratto separato da oltre 3,000 dollari pagato dall’NBA per 25 concerti da tenere nell’intervallo delle partite in ognuno dei campi in cui i Celtics avrebbero giocato. Lavelli accettò quei “mini-concerti” da 125 dollari perché voleva farsi pubblicità nel mondo dello show-business e pertanto si aggregò al Trifoglio dopo tre settimane di campionato. Il basket NBA allora non era proprio simile a quello dei nostri giorni: l’orologio dei 24 secondi di Hobson e Biasone sarebbe arrivato cinque anni dopo ed il gioco estremamente statico rendeva la forza bruta ancor più determinante della tecnica individuale.
Le partite venivano di solito risolte in durissime battaglie sotto canestro in cui i centri si scontravano con una violenza impensabile ai giorni nostri. Quanto impensabile? Basta citare le parole di Don Barksdale, primo All Star nero della lega che esordì nel campionato 1951, due anni dopo Lavelli: “Quando arrivai nell’NBA, negli spogliatoio notai delle piccole scatole e mi domandai a cosa servissero. Poi vidi i giocatori cominciare a depositarci le loro protesi dentarie prima di entrare in campo. Almeno il 50% degli atleti a metà degli anni Cinquanta era priva degli incisivi a causa della pratica comune a quell’epoca di ‘sventolare i gomiti’ dopo un rimbalzo”. Ma erano in pochi a dubitare del fatto che Tony avrebbe fatto faville anche tra i professionisti, e lo stesso Howie Hobson, coach di Yale e tra i più considerati in America, poco tempo prima aveva solennemente dichiarato: “La ragione che mi spinge a dire che Lavelli è migliore di Luisetti è che Tony è un perfezionista.
Probabilmente ciò gli deriva dalla pratica della musica, ma non ho mai visto qualcuno allenarsi tanto. E’ capace di rimanere un’ora a tirare da solo, dopo l’allenamento”. Se gli addetti ai lavori erano convinti che Lavelli avrebbe avuto una carriera sfolgorante, c’era qualcuno che aveva dei dubbi: come avrebbero potuto un animo gentile da suonatore di fisarmonica e degli archi plantari troppo deboli per il servizio militare adattarsi ad un mondo in cui le gomitate in bocca erano la norma? I tratti quasi efebici ed i capelli neri leggermente ondulati rendevano Tony più simile ad una stella di Hollywood che ad un guerriero dell’NBA, e d’altro canto lui stesso aveva sempre dichiarato di preferire le morbide note musicali ai mozziconi di sigaretta lanciati dai tifosi delle prime file.
Con l’arrivo di Lavelli le cose per i Celtics non migliorarono sensibilmente: coach Julian lo usava come riserva e l’atleta – che indossava la maglietta con il numero 4 – si dimostrò nulla più che un discreto comprimario. Fino alla sera del 22 dicembre 1949, quando al Garden arrivarono i Minneapolis Lakers campioni NBA in carica. Nella prima metà di gara il centro George Mikan dominò sotto canestro e gli ospiti andarono al riposo in vantaggio per 37 a 34. Mentre compagni ed avversari recuperavano le forze, Tony arrivò a centro campo, imbracciò la fisarmonica e ne fece fluire le note di “Lady of Spain”. Il pubblico sembrò gradire e lui allora passò al “Guglielmo Tell”, mentre il Boston Garden si riempiva delle note melanconiche del suo strumento. I minuti volarono, ed era ora di riprendere le ostilità: l’arte e gli applausi in qualche modo galvanizzarono l’atleta che nel primo tempo aveva segnato solo tre punti, e lo spinsero a continuare col pallone quello che aveva iniziato con la fisarmonica. Nel secondo tempo il suo gancio divenne infallibile: mise a segno 23 punti e quasi da solo battè i campioni NBA. I Celtics vinsero per 87 a 69, ed il giorno dopo Rudolph Elie, critico musicale del Boston Herald, commentò: “L’interpretazione di Anthony Lavelli alla fisarmonica è delle più avanzate… ha buon gusto, equilibrio, un ritmo delizioso ed un’espressività musicale straordinariamente persuasiva”.La squadra dopo quel successo sembrò più “intonata” e si aggiudicò tre delle cinque gare seguenti, ma poi ricadde nella mediocrità perdendo 11 delle prime 15 partite del nuovo anno. A differenza dei Celtics, Tony raccoglieva applausi in tutte le città toccate dal suo show di metà gara, ma Boston perse 11 delle ultime 12 partite del campionato e coach “Doggie” Julian diede le dimissioni. Lavelli chiuse a 8,8 punti di media, ed un mese dopo la fine della stagione, il 23 aprile del 1950, partecipò allo spettacolo televisivo “Toast of the Town” condotto da Ed Sullivan che di lì a pochi anni avrebbe accolto i grandi della musica da Elvis Presley ai Beatles. Tony fu l’attrazione principale assieme alle sorelle De Marco ed al giocatore di biliardo Willie Mosconi in un’edizione tutta “italiana”.
Non lo sapeva ancora, ma aveva giocato la sua ultima partita per i Celtics perché di lì a poco un nuovo allenatore avrebbe imposto una visione completamente diversa del basket. Arnold “Red” Auerbach, quando gli venne chiesto se avrebbe confermato Lavelli, dichiarò: “Non rientra nei miei piani. Non è abbastanza tosto per giocare da professionista, e non ho tempo per i sentimentalismi”. Tony firmò un contratto con i New York Knicks di Joe Lapchick, ma non trovò molto spazio neppure nella squadra che nel 1951 perse le Finali NBA contro i Rochester Royals. Dopo una stagione da 3,3 punti di media passò agli “All Star” che facevano da “sparring partner” agli Harlem Globetrotters, e con la solita clausola del concerto di metà gara girò il mondo per tre anni. Poi decise di dedicarsi esclusivamente alla carriera di musicista, e quella da allora è stata la sua vita: concerti, spettacoli di intrattenimento, composizione di musica e canzoni. Ha pubblicato due dischi ed è rimasto sempre un grande tifoso dei Celtics fino a farsi intervistare indossando orgogliosamente un cappellino della squadra nel 1995.
Un infarto lo ha stroncato a 71 anni l’8 gennaio del 1998: per tutti i tifosi rimarrà l’unico Celtic che non si accontentava di farsi applaudire durante la partita, ma che occupava anche l’intervallo con quel suono melanconico che solo un mantice sa produrre. Un vero “dinosauro”, Tony Lavelli, un maestro in due strumenti che ormai nessuno usa più: la fisarmonica, ed il tiro in gancio. 




Commenti
volevo segnalare che probabilmente c'è un errore nel link.
Se ci clicco sopra mi da errore "404 Not Found".
Vista Okc-Miami e considerate le evidenti difficoltà di OKC contro Miami credo che avremmo avuto buone chance se fossimo arrivati in finale.
Vista anche la seconda parte di Buffa racconta Russel e la prima considerazione (tecnica
si possono trovare filmati dell'epoca?
Praticamente impossibile pensare a una cosa del genere oggi, non tanto perchè un Wilcox (tanto per fare un nome) non potrebbe essere un ottimo musicista, ma vi immaginate Rivers che durante l'intervallo non ha uno dei suoi giocatori perchè questo è sul campo a suonare?
Non era solo il più forte di sempre. Rimani con noi e fra non molto ci sarà occasione di conoscere meglio anche aspetti diversi della storia di Bill Russell... e non dico altro, per ora.
Sul lavoro di Buffa: davvero bella anche la seconda parte, tutta vera ed approvata dal sottoscritto ad eccezione di una sbavatura su Macauley (ad essere ammalato era il figlio, e non una figlia) e del discorso sulle Ice Capades a Rochester per la "non-scelta" di Russell: le Ice Capades erano già state a Rochester, e proprio questo rapporto di amicizia tra Walter Brown e Les Harrison (proprietario dei Royals) permise ai Celtics di arrivare al giocatore.
Piccole sbavature in una storia raccontata magistralmente... ma che noi di IAAC non potevamo fare a meno di notare...
http://www.iamaceltic.it/archivio/la-storia-dei-celtics/51-ad-un-passo-dalla-bancarotta.html
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