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Podcast
Ormai vedere i Celtics dal vivo non è più un sogno: li abbiamo potuti apprezzare a Roma nel 2007 ed a Milano pochi mesi fa. Ma c’è stato un tempo in cui incontrare i biancoverdi in Europa era impensabile: nei primi 42 anni della loro storia infatti non avevano mai varcato l’Oceano per esibirsi nel Vecchio Continente. Alla fine degli anni Ottanta David Stern, “Commissioner” dell’NBA, pensò che fosse giunta l’ora di sfruttare l’indiscusso fascino del Trifoglio e dei suoi “Big Three” in uno dei primi esperimenti di globalizzazione.Per scaricare sul proprio Computer o Smartphone il podcast cliccare con il tasto destro del mouse e selezionare "Salva oggetto con nome" sul link sottostante :
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Ormai vedere i Celtics dal vivo non è più un sogno: li abbiamo potuti apprezzare a Roma nel 2007 ed a Milano pochi mesi fa. Ma c’è stato un tempo in cui incontrare i biancoverdi in Europa era impensabile: nei primi 42 anni della loro storia infatti non avevano mai varcato l’Oceano per esibirsi nel Vecchio Continente. Certo, c’erano stati dei Celtics convocati in qualche selezione, come quella formidabile che ad inizio anni ’60 aveva toccato Polonia, Romania ed Jugoslavia impartendo sonore lezioni alle squadre di club e alle rappresentative nazionali che le si erano opposte. E c’erano state rappresentative che arrivavano per giocare delle amichevoli in preparazione a manifestazioni di alto profilo, come quella universitaria che nel 1976 era passata per l’Italia ed aveva vinto il torneo di Roseto degli Abruzzi mettendo in vetrina due futuri biancoverdi: l’ala Jeff Judkins e soprattutto un giovanissimo ragazzo dell’Indiana.

Larry Joe Bird si era aggiudicato il trofeo di miglior giocatore della rassegna e poi aveva guidato Team U.S.A. alla medaglia d’oro alle Universiadi di Sofia. Ma la squadra dei Celtics non aveva mai varcato l’Atlantico fino a quando alla fine degli anni Ottanta David Stern, “Commissioner” dell’NBA, pensò che fosse giunta l’ora di sfruttare l’indiscusso fascino del Trifoglio e dei suoi “Big Three” in uno dei primi esperimenti di globalizzazione. Come scrisse allora Michele Cugusi – l’amico di I Am A Celtic che mi ha fornito l’idea per questa storia – “gli statunitensi ritengono che in pochi anni il fatturato del basket professionistico terminerà la fase di crescita interna. Ecco quindi che si preparano a sbarcare su nuovi mercati”.
L’occasione giusta era il “McDonald’s Open”, il torneo ad eliminazione diretta che prevedeva la partecipazione di una selezione nazionale europea, di una compagine NBA e di due formazioni di club europee. Nel 1987 i Milwaukee Bucks padroni di casa si erano aggiudicati il trofeo faticando un po’ sia contro la Tracer Milano che contro la Nazionale Sovietica, ed il successo di pubblico e di contatti televisivi aveva incoraggiato il gemellaggio tra NBA e FIBA spingendole ad organizzare la seconda edizione nella raffinata cornice di Madrid. I Boston Celtics non erano molto felici di dover mollare le famiglie in pre-stagione per volare in Spagna, e dopo il primo allenamento all’Hellenic College di Brookline il veterano Kevin McHale aveva risposto ad una domanda sul torneo con quello che aveva definito “il primo no comment della mia vita”. Anche Bob Parish e Larry Bird si erano dimostrati tutt’altro che entusiasti, ed allora il GM dei Celtics Jan Volk aveva rilanciato offrendo agli atleti il “contentino” di un biglietto aereo con hotel incluso per un familiare. Mogli e fidanzate avevano gradito il regalo e la matricola Brian Shaw aveva deciso di portare con sé la madre Barbara.Secondo gli standard della lega, i Celtics erano una squadra in declino. Avevano raggiunto l’apice due anni prima portandosi a casa il sedicesimo titolo della loro storia, ma da quel momento sembrava che la sfortuna avesse messo le tende nella stazione del vecchio Garden. Len Bias, la seconda scelta assoluta del draft 1986, si era ucciso sniffando una dose da cavallo di cocaina, Bill Walton, il Sesto Uomo dell’Anno, si era fratturato uno dei fragili piedi mentre pedalava sulla cyclette, la guardia Jerry Sichting aveva contratto un persistente virus che lo aveva messo fuori combattimento praticamente per tutta la stagione.
Come se non bastasse, nei playoffs del 1987 una serie di infortuni a dir poco incredibile aveva massacrato la squadra: Robert Parish si era procurato distorsioni ad entrambe le caviglie, Danny Ainge una distorsione al ginocchio, Kevin McHale una frattura al piede dalla quale non si sarebbe mai ripreso. Quei Celtics eroici erano arrivati alla finale per puro orgoglio, eliminando i Detroit Pistons anche grazie all’incredibile intercetto di Larry Bird sulla rimessa di Isiah Thomas. Nell’ultimo atto coi Lakers Boston aveva perso onorevolmente, ma poi nel campionato successivo aveva dovuto fare i conti con l’età non più verde ed alla fine era stata costretta ad abdicare dal trono della Eastern Conference, cedendo ai Pistons in sei partite. La sconfitta e soprattutto lo scarso uso dei rincalzi erano costati la panchina al coach K.C. Jones, che – “promoveatur ut amoveatur” – era stato nominato vice-presidente... per lasciar spazio al “giovane leone” Jimmy Rodgers. Rodgers era un genio della lavagnetta e votato all’impiego dei giovani, ma nonostante il suo genio anche qui tutti erano ben consci del fatto che quei Celtics sarebbero arrivati dove li avrebbe portati Larry Bird.
Intanto però, a portare i Celtics in Europa fu un “jumbo” che, decollato dall’aeroporto Logan, atterrò a Barajas mercoledì 19 ottobre 1988. Della comitiva faceva parte anche tutto il “front-office”, con K.C. Jones, il GM Jan Volk ed il presidente “Red” Auerbach a dispensare sorrisi alla delegazione iberica che li aveva accolti. La serata venne utilizzata per combattere il “jet-lag”, e giovedì mattina i Celtics erano già sul parquet del “Palacio de Deportes”, il “Boston Garden spagnolo”. Terminato l’allenamento Bird e compagni avrebbero preferito tornare in albergo, ma gli obblighi di rappresentanza andavano onorati, e così la truppa capitanata da Dave Stern due ore dopo si trovò di fronte allo splendido “Palacio de la Zarzuela”, una villa in stile neoclassico veneziano fatta costruire nel 1627 dall’indolente Filippo IV nei sobborghi della capitale per dare sfogo alla sua passione per la caccia.
A riceverli nel palazzo regale non fu il re Juan Carlos di Borbone ma il principe Felipe. McHale, col solito umorismo, ipotizzò che il giovane di sangue blu non conoscesse il basket professionistico americano e si fosse domandato “Cel-chi”?
In realtà Felipe era competente in materia Celtics visto che aveva espressamente richiesto una maglietta col numero 33 dimostrando di conoscere molto bene la stella di quella squadra. David Stern poi rimase colpito dall’altezza dell’erede al trono di Spagna che, ammirandone i 199 centimetri definì “un’ala piccola”. Il principe sorrise ed in inglese rispose: “Finalmente mi trovo in mezzo a uomini più alti di me, nel mio paese quasi tutti sono più bassi”. Il che, convenne Jack McCallum di Sports Illustrated, in quel caso confermava quanto fosse appropriato l’appellativo di “Vostra Altezza”. Stern consegnò al principe Felipe la maglietta dell’NBA con la scritta “BORBON” ed il numero 33, Bird raddoppiò con una canotta dei Celtics con lo stesso cognome ma col numero 1 che, a ben guardare, era un grande onore per la famiglia reale spagnola visto che quel numero era stato “ritirato” in onore del primo proprietario della franchigia, il grande Walter Brown. Terminato il cerimoniale, i Celtics vennero scarrozzati per quaranta chilometri fino ad uno dei castelli medievali della “Comunidad de Madrid”, e nonostante lo scenario fosse suggestivo, la maggior parte degli atleti “vestiva” la faccia di circostanza ma avrebbe preferito essere in albergo.
Il giorno dopo, altro allenamento e poi tutti al nuovo appuntamento previsto dal protocollo: la visita al “ayuntamiento”, il municipio di Madrid che allora aveva sede nella Casa de la Villa, una suggestiva costruzione in granito nella “città vecchia”. I Celtics vennero ricevuti dall’alcalde, il sindaco Juan Barranco, che illustrò loro le bellezze dell’edificio. Il “Patio di Cristallo”, la “Sala Goya”, luoghi unici e decisamente al di sopra delle conoscenze di Larry Bird: quando Barranco sottolineò che la costruzione del palazzo risaliva alla metà del 1600, il “Contadino di French Lick” domandò nel suo accento dell’Indiana se non fosse ora di costruirne uno nuovo. Il sindaco e tutti i presenti – compresi i giocatori della Scavolini Pesaro – proruppero in una gran risata. In un angolo, Matteo Minelli, guardia della formazione italiana, fissava il suo idolo Danny Ainge e non trovava il coraggio di rivolgergli la parola. Davanti ai microfoni Valerio Bianchini, coach di Pesaro, confidò la sua venerazione per i mostri sacri dell’NBA: “i Boston Celtics negli anni Sessanta hanno fatto per il basket quello che i Beatles hanno fatto per la musica. Quando li vidi per la prima volta in televisione ero un giovane allenatore e mi resi conto che stavano cambiando il modo di interpretare il Gioco”.
Ma dopo tanto basket parlato, era giunto il momento delle sfide. Nella prima semifinale gli idoli locali del Real Madrid affrontarono i campioni italiani della Scavolini Pesaro. Il Real aveva appena ingaggiato la stella croata Dražen Petrović con un contratto astronomico per quel tempo, 4 milioni di dollari, e quale “vetrina” migliore di un torneo di quest’importanza? Pesaro cominciò benissimo e, sfruttando l’imprevista superiorità di Ario Costa e Walter Magnifico sulla coppia Fernando Martín/Fernando Romay oltre ad una splendida giornata di tiro del trevigiano Andrea Gracis, chiuse la prima metà di gara in vantaggio. Dopo tre minuti della ripresa la Scavolini conduceva ancora per 61 a 51, ma l’americano Johnny Rogers infilò 8 punti riaprendo la partita. Da quel momento Petrović prese il comando delle operazioni ed il Real conquistò il vantaggio decisivo fino al punteggio finale di 108 a 96. L’umile e grintoso Gracis risultò il miglior realizzatore con 37 punti tre in più del “Mozart dei Canestri” che però aveva chiaramente dominato nei momenti che contavano.
Nella seconda semifinale i Celtics si trovarono di fronte la giovane ma fortissima nazionale jugoslava. Il coach Dušan Ivković aveva ai suoi ordini una squadra tosta ed atletica che poteva contare sui giovani centri Vlade Divać, Dino Radja, e Stojko Vranković. Tutti e tre sarebbero finiti nell’NBA: il primo ai Lakers, gli altri due proprio a Boston: anzi, Vranković era già in parola con Auerbach e prima della partita gli venne consegnato quello che con sottile ironia il commentatore di Tele Capodistria Sergio Tavčar definì “un bavaglino con lo stemma dei Celtics”.
Venne alzata la palla a due e l’entusiasmo dei giovani slavi oltre ad una certa sufficienza degli americani tennero la Jugoslavia avanti grazie alle scorribande dell’ala Žarko Paspalj e del giovanissimo e filiforme Toni Kukoć. In campo le avversarie si combattevano con discreta intensità, ma niente di paragonabile alla battaglia che stava avendo luogo a bordo campo. Il cronista bostoniano Johnny Most, infatti, tentava disperatamente di pronunciare i nomi degli atleti jugoslavi, ma tutte quelle consonanti si rivelavano un ostacolo insormontabile per un americano. Il giocatore più difficile da nominare era la guardia Danko Cvjetičanin che del resto fece un’altra vittima illustre ai microfoni: Dan Peterson.
Alla fine Most capitolò e proseguì la telecronaca riferendosi agli avversari di Boston come “il vecchio”, “il mancino”, “il barbuto”... I Celtics nicchiavano, poi negli ultimi minuti del secondo quarto rimisero in campo il quintetto titolare e chiusero le maglie difensive piazzando un parziale di 11 a 2 che li portò al riposo sul +6, 53 a 47. Altro “parzialaccio” in apertura di ripresa, ed i biancoverdi volarono sul 63 a 49. Per i pur talentuosi slavi era notte fonda, e Bird poteva “gigioneggiare” servendo assist appetitosi alle seconde linee prima di sparare – come in tutti gli spettacoli pirotecnici di alto livello – una raffica finale che diede al risultato la sua forma finale, 113 a 85. “Larry Legend” chiuse a 27 punti, McHale a 21 e 11 rimbalzi, Parish a 20 e 15 “carambole” mentre tra gli jugoslavi Radja e Čvjetičanin segnarono 18 punti, Paspalj 16.
Due giorni di pausa per i biancoverdi, ed altre visite di cortesia per “promuovere” il prodotto NBA. Larry Bird spese due ore a firmare autografi al Corte Inglés, il maggior centro commerciale di Madrid. “Ho firmato finchè non mi si è anchilosata la mano” commentò ridendo il numero 33, e qualche zelante reporter scrisse che aveva rilasciato 2,200 autografi in poco più di un’ora. La media di una firma ogni due secondi sembrava un pochino esagerata, ma come si faceva a discutere l’ennesimo record di “Larry Legend”? In realtà Bird avrebbe preferito che l’Open si tenesse a Roma: la madre, fervente cattolica, sognava visitare il Vaticano. Ma la Spagna gli piacque comunque e pensò che forse avrebbe potuto tornarci assieme alla compagna Dinah. Al Corte Inglés il grande “Doctor J”, al secolo Julius Erving, tenne un “camp” frequentato da un numero clamoroso di ragazzini. Nell’altro giorno libero McDonald’s organizzò un party nel fantastico “Palacio de Cristal”, una splendida struttura di fine Ottocento costruita in metallo e vetro. Per i Celtics parteciparono solo Kevin McHale e Danny Ainge, al quale finalmente Matteo Minelli ebbe il coraggio di avvicinarsi scoprendo che in fondo era un simpaticone. 
Minelli si divertì meno il giorno successivo nella finale per il terzo posto perchè la selezione jugoslava dominò la Scavolini Pesaro più di quanto dicesse il 100 a 91 finale. Ancora Paspalj si mise in evidenza con 21 punti, e sotto canestro Divać e Radja passeggiarono contro i lunghi italiani.
Domenica 23 ottobre per la finale del McDonald’s Open scesero in campo la squadra con il maggior numero di titoli NBA e quella con il maggior numero di Coppe dei Campioni: 16 “bandiere” per i Celtics, 7 titoli continentali per i “merengues”. Davanti ad oltre diecimila spettatori Boston andò subito in fuga sul 14 a 6 grazie ad un paio di giocate di McHale e Parish, ed il coach iberico Lolo Sainz si vide costretto a chiamare timeout. Gli spagnoli rientrarono in campo determinati e Biriukov infilò due tiri da tre punti che rimettevano il Real in partita. “Chechu” Biriukov era figlio di un tassista moscovita e di una “niña de guerra”, una di quei bambini che allo scoppio della Guerra Civile spagnola erano stati mandati in Unione Sovietica. A vent’anni, nel 1983, era volato in Spagna “alla ricerca delle proprie radici” e si era affermato come uno dei migliori giocatori del campionato iberico.
Petrović, alla seconda “corrida” in Castiglia, mostrava la classe del “Mozart dei Canestri” ma non conoscendo ancora i compagni sembrava prediligere la “musica in assolo” ed a volte finiva per esagerare. Dennis Johnson tornò in panchina con il secondo fallo sull’indiavolato…”Diavolo di Sebenico” che dalla lunetta riportò i padroni di casa sul -2, ma con Bird a fare da metronomo i Celtics piazzarono un 5 a 0 che li mandò alla prima interruzione sul 29 a 22.
In apertura di secondo quarto ancora Biriukov riavvicinò gli spagnoli ma, come già era accaduto agli jugoslavi, Boston sembrò aumentare l’intensità difensiva negli ultimi minuti ed andò al riposo lungo in vantaggio per 61 a 47.
Il terzo periodo fu il momento di gloria dei padroni di casa: il Real partì con un interessante 8 a 2 generato da ottime giocate di Petrović e di “Pep” Cargol, ed il pubblico del “Palacio de Deportes” si alzò in piedi ad applaudire i suoi beniamini. Ma nel momento di difficoltà le grandi squadre ricominciano in difesa e Boston mise nuovamente pressione sulle guardie avversarie. Petrović si innervosì e forzò qualche tiro ed in qualche modo gli ospiti riuscirono ad arrivare all’ultimo intervallo breve in vantaggio di otto lunghezze sull’85 a 77. Nonostante lo “sprazzo” finale il quarto era stato vinto dal Real per 30 a 24, una piccola rivincita del Davide iberico contro il Golia americano.
Il pubblico “sentiva” che i suoi beniamini potevano tentare l’impresa e salutò il ritorno in campo delle squadre con un applauso. L’entusiasmo però fu di breve durata: Bird decise di sbrigare definitivamente la pratica ed in breve tempo i Celtics furono nuovamente a “distanza di sicurezza”. A cinque minuti dalla fine, sul 102 a 83 per Boston, iniziò il più classico dei “garbage time” e tra le riserve il migliore fu “Pep” Cargol che permise ai “merengue” di limare lo svantaggio. Il punteggio finale di 111 a 96 accontentava gli spagnoli che potevano uscire a testa alta dalla sfida contro i Celtics ed allo stesso tempo dimostrava che il basket NBA d’alta classifica era due spanne al di sopra delle migliori squadre del Vecchio Continente. Poco cambiava che l’avversario fosse la selezione jugoslava o il Real Madrid. Il capitano dei Celtics, autentico dominatore della finale con 29 punti, viene ovviamente votato “jugador más valioso”, miglior giocatore della manifestazione, e subito dopo le premiazioni i Celtics si imbarcarono sull’aereo che li riportava nel Massachusetts.
Di lì ad un mese si sarebbero arenati: a Larry Bird sarebbe stata diagnosticata la presenza di speroni ossei nel tessuto dei tendini d’Achille, cosa che il 26 novembre lo avrebbe costretto a sottoporsi ad un intervento per la loro rimozione presso il New England Baptist Hospital. Come detto, quei Celtics sarebbero arrivati dove li portava Larry Bird, e senza il loro capitano vennero infatti eliminati piuttosto agevolmente dai Detroit Pistons al primo turno di playoffs.
Ma tornando al torneo di Madrid, alla fine, seppur con qualche stortura mal digerita dai tifosi nostrani (i timeout troppo lunghi e le coreografie ancora troppo lontane dai gusti europei) alla fine l’esperienza si era rivelata un clamoroso successo utile a tutti: al basket europeo per misurarsi con i migliori ed abbattere qualche barriera psicologica, ai Celtics per confermare l’alone di mito che li circonda, ed all’NBA per cominciare un processo di globalizzazione che ai giorni nostri ha portato il basket sul secondo gradino degli sport più popolari al mondo.




Commenti
Come non ricordare quel torneo, con i Celtics che sbarcavano in Europa. Fu un'emozione immensa vederli "da vicino" per la prima volta, simbolo di un oceano che si stava restringendo, aprendo all'NBA attuale.
Episodi bellissimi, Minelli terrorizzato da Ainge, Most che non sapeva pronunciare i nomi degli slavi. Non sono in genere un nostalgico ma quella NBA e quel basket mi mancano molto.
Quell'alone di mistero e distanza, quella curiosità insaziabile che la rete ha ridotto al minimo, insomma ho qualche ricordo televisivo di quell'evento, seguito solo per vedere i nostri.
Fabio, immagino che il lavoro non sia stato facile per questo podcast, visto che il materiale europeo non è abbondante e accessibile come quello NBA, grazie.
Pure per Petrovic era idolo, che giocatore. Comunque quanto mi sento vecchio, proprio di un altro millennio!
Al solito complimenti a Fabio per lo splendido lavoro e la fatica che ci sta dietro.
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