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La Storia dei Celtics
Erano passati tre anni da quando, nel marzo del 1963, Sports Illustrated aveva sentenziato che “sangue vecchio fluisce nelle vene varicose dei Celtics”, e da allora “Red” Auerbach aveva irriso lo scombiccherato commento vincendo altri quattro titoli consecutivi. Adesso, però, le cose stavano cambiando, dal graduale ritiro dei guerrieri della “vecchia guardia” come Cousy, Ramsey, Loscutoff, Heinsohn e Naulls, all' addio del "Patriarca" alla panchina sulla quale si era assiso Bill Russell (primo afroamericano ad allenare una squadra in tutto lo sport professionistico americano - non solo nel basket), e in più la lunga ombra di Wilton Norman Chamberlain che si stagliava sinistramente sulla “striscia” di otto titoli consecutivi dell’unica vera Dinastia del basket NBA.
Auerbach aveva iniziato la sua esperienza di general manager nel migliore dei modi, facendo arrivare nella prima metà di settembre il coriaceo Bailey Howell (in cambio di Mel Counts) dai Baltimore Bullets ed il quadrato Wayne “The Wall” Embry (per una prima scelta) dai Cincinnati Royals. Eppure fin dalle prime partite fu chiaro che questa volta la squadra da battere non sarebbe stata quella con la maglia verde, e non perché i Celtics fossero meno forti.
Sospinti dall’energia del nuovo coach e dalla triade composta da Sam Jones (22.1 punti a partita) John Havlicek (21.4) e Bailey Howell (20) i campioni in carica da otto anni si imposero in dieci delle dodici partite disputate nel primo mese di campionato. Ma incredibilmente questo ritmo forsennato non si dimostrarò sufficiente e quando Russell e la sua truppa volsero lo sguardo verso la vicina Pennsylvania videro i Sixers assisi sul trono dell’NBA in virtù di dodici vittorie ed una sola sconfitta, quella patita nello scontro diretto del 5 novembre 1966.
L’allenatore dei 76ers Alex Hannum si era prefisso l’obiettivo che il suo predecessore Dolph Schayes non era riuscito a raggiungere: trovare le “frequenze giuste” per comunicare con la sua “superstar”. Era evidente infatti che per vincere Phila avrebbe dovuto tramutare “The Big Dipper” in un uomo-squadra, perché quando si era dedicato al ruolo di puro realizzatore (peraltro con risultati che continuano a fare bella mostra di sé nel libro dei record NBA anche a distanza di oltre quarant’anni) i Celtics avevano sempre trovato il modo di vincere. Nonostante un passato burrascoso – o forse proprio in virtù di esso - con Wilt Chamberlain (col quale aveva anche sfiorato la rissa), Hannum in preparazione alla stagione 1966-67 gli si era riavvicinato e lo aveva convinto che l’unico modo per battere gli odiati avversari di sempre sarebbe stato quello di mettersi al servizio del collettivo.
Il risultato sarebbe stato davanti agli occhi di tutti: 24.1 punti (con un assurdo 68.3% al tiro, 16 punti percentuali in più del secondo in classifica, il Knick Walt Bellamy!), 24.2 rimbalzi (top nella Lega) e 7.8 assist di media a partita (terzo nell’NBA) sarebbero stati più che sufficienti per assicurarsi il terzo trofeo di MVP stagionale. Un lavoro magnifico ed una bella soddisfazione per Hannum che solo un anno prima era stato “silurato” dai Warriors.
Al fianco del centro più potente nella storia dei canestri, Philadelphia poteva schierare una pattuglia di grandi del basket che solo la Dinastia era riuscita e sarebbe riuscita a mettere in ombra: il mortifero Hal Greer, il sottovalutato Chet Walker, l’atletico sesto uomo Billy Cunningham, l’iperattivo Wali Jones ed il poderoso Lucius Jackson erano ingranaggi perfetti di una macchina da guerra in grado di schiacciare ogni avversario.
Ai festeggiamenti per il nuovo anno la “forbice” tra le due squadre si era allargata a cinque partite, con i Sixers a quota 35 vittorie e 3 sconfitte. Il 23 gennaio questi superarono gli Hawks per 112 a 105, ottenendo la quarantaseiesima vittoria in cinquanta partite. I Celtics, a “soli” 34 successi e 12 battute e vuoto, la sera dopo approfittarono del “back-to-back” degli avversari per sconfiggerli a domicilio (118 a 106) e “rosicchiare” qualcosa in classifica. Ma era ancora poco. Intendiamoci, Boston stava giocando un ottimo basket con Russell ad aggiungere 21 rimbalzi di media ai 13.3 punti e 5.8 assist, John Havlicek forniva un apporto fondamentale su entrambi i lati del campo e Sam Jones, nonostante i 33 anni, continuava ad essere il miglior realizzatore della squadra.
La panchina era ben fornita, con i già citati Howell ed Embry, “Satch” Sanders e Don Nelson. Forse a ben guardare mancava un po’ di “fosforo” in cabina di regia, con K.C. Jones ormai prossimo al ritiro ed il rampante Larry Siegfried non proprio portatissimo al passaggio extra. Ma va detto che probabilmente nemmeno il Bob Cousy dei tempi migliori sarebbe stato in grado di spostare gli equilibri, in quella stagione, e che Philadelphia si guadagnò meritatamente un posto nell’empireo delle squadre più forti di ogni tempo.
A parte le due rivali, il resto della lega procedeva praticamente a “scartamento ridotto”. Se si eccettuano i San Francisco Warriors che, allenati dall’ex-Celtic Bill Sharman, stavano disputando un torneo al di là delle più rosse aspettative ed avrebbero fatto registrare un pregevole 44 vittorie e 37 sconfitte in “stagione regolare”, tutte le altre formazioni si dimostrarono di livello decisamente inferiore e chiusero con il computo tra vittorie e sconfitte in passivo. I St.Louis Hawks da un paio d’anni avevano abdicato dal ruolo di “contender” e nemmeno l’acquisizione della matricola Lou Hudson fu sufficiente a rilanciare la franchigia, soprattutto nel momento in cui dovette sopportare la partenza del veterano Cliff Hagan e l’infortunio del centro Zelmo Beaty, costretto a saltare 33 partite.
Persino i Cincinnati Royals di Oscar Robertson e Jerry Lucas, dopo i fasti passati, si trovavano invischiati nella ricostruzione ed il ritiro di Jack Twyman e le partenze di Wayne Embry e Tom Hawkins si facevano sentire. Le altre erano davvero poca cosa, con New York (36-45), Los Angeles (36-45), Chicago (33-48), Detroit (30-51) e Baltimore (20-61) a fungere da “vittime sacrificali”. Insomma, mentre ci si apprestava a dare inizio ai playoffs, era chiaro come il sole che la lotta per il titolo sarebbe stata un affare riservato tra Celtics e Sixers, con questi ultimi in vantaggio nei pronostici. In “dirittura d’arrivo” Chamberlain e compagni rallentarono leggermente il ritmo per arrivare riposati ai playoffs. Terminarono comunque con un 68-13 decisamente fuori dalla portata dei bostoniani, peraltro protagonisti di un lusinghiero 60-21, secondo miglior bilancio nella storia della Franchigia. Ma coach Russell era pronto ad affidarsi al “Celtic Pride”, la carica che non aveva mai fallito nei suoi 10 anni di NBA: in fin dei conti il bilancio stagionale degli scontri diretti in regular season diceva 5 a 4 in favore del Trifoglio.
Nel primo turno di "post-season" al meglio delle cinque partite, i biancoverdi strapazzarono New York 3 a 1, con Sam Jones a "piazzare" 51 punti nell’ultimo incontro della serie. Intanto i 76ers, dopo essersi fatti sorprendere dai Cincinnati Royals nel "opener", si aggiudicavano agevolmente le tre sfide seguenti. Ecco quindi che in finale Est andava in scena lo "scontro tra titani" ampiamente previsto alla vigilia. Solo che non fu uno scontro di titani. In gara 1 alla Convention Hall di Philadelphia Hal Greer (39 punti) fece fuoco e fiamme, ma fu un Chamberlain devastante a dare il tono alla serie ammassando 24 punti, 32 rimbalzi, 13 assist e 12 stoppate in una clamorosa "quadrupla doppia" che fruttò ai suoi il primo successo col punteggio di 127 a 113. Nella seconda sfida Boston giocò da par suo e sul 55 a 47 tentò l’allungo, ma i Sixers risposero con un parziale di 8 a 0 che cambiò l’inerzia della partita.
Chamberlain riprese a dominare a rimbalzo (29 "carambole" per lui alla fine), e mentre gli ospiti prendevano il comando delle operazioni dagli spalti cominciarono a rotolare i primi impietosi "boo", come se gli otto titoli consecutivi non fossero mai stati vinti. Una città che forse non si meritava quel gioiello di squadra. Gara 2 fu persa per 107 a 102 e gara 3 per 115 a 104; a quel punto apparve chiaro che la questione non era più "chi" avrebbe passato il turno, ma "in quante partite". Il 9 aprile 1967, in un classico pomeriggio primaverile con le telecamere della TV nazionale ad immortalare l’evento, Philadelphia ebbe l’opportunità di costringere i Celtics alla prima “sweep” dell’ Epoca Russell, ma il “Pride” non era ancora solo una parola di cinque lettere: Sam Jones segnò 32 punti, Havlicek ne aggiunse 31 e Russell per una volta volò sopra Chamberlain, vincendo il confronto a rimbalzo per 28 a 22 e spingendo Boston al successo per 121 a 117. Era solo un colpo d’ala, e tutti ne erano ben consci. Due giorni dopo in gara 5 Phila "rullò" i biancoverdi: "ci cacciarono quasi dal campo di gioco", ammise il successore di Auerbach sulla panchina del Trifoglio.
Nonostante John Havlicek (38 punti) e Larry Siegfried (24) tentassero di arginare la marea, i 76ers sfruttarono la vena di Wali Jones (8 su 9 a tiro nei 12’ dopo l’intervallo) e presero il comando nel terzo quarto, per poi letteralmente straripare nell’ultimo periodo, dominato per 40 a 22, per chiudere in trionfo sul 140 a 116. Chamberlain era stato inarrestabile: 29 punti, 36 rimbalzi e 13 assist, e mentre "Russ" cingeva con un braccio le spalle all’amico K.C. Jones all’uscita dal campo dopo la sua ultima partita, i tifosi locali cantavano “Boston is dead, Boston is dead”. Alex Hannum, l’allenatore di Phila che era stato al timone anche dei St.Louis Hawks campioni nel 1958, era l’unico coach che potesse vantare l’onore di aver superato i Celtics della Dinastia, e l’unico ad aver vinto il titolo con squadre diverse. Nello spogliatoio Russell rimase in silenzio per un po’, e poi si rivolse ai suoi giocatori: “Ok, gente, ora andiamo a congratularci con i vincitori”.
E così fecero. Niente lacrime, o ira, come ricordò Wayne Embry: “I Celtics si congratularono con gli avversari, e ciò mi fece capire che ero ancora in una squadra di campioni”. Wilt Chamberlain poteva finalmente festeggiare una vittoria sui biancoverdi, e di lì a due settimane si sarebbe potuto fregiare del suo primo titolo di campione NBA. Mentre i reporter gli chiedevano se quella fosse la parola "fine" sulla Dinastia il coach e capitano si sentiva bruciare, dentro, ma rispose con classe: “Il modo migliore di affrontare la sconfitta è quello di restarsene zitti”. Ma una squadra campione non può accettare la sconfitta, seppur onorevole, senza proporsi una vendetta. Il giorno seguente, nel corso della tradizionale cena di fine stagione che in questo aprile 1967 era insolitamente velata di tristezza sia per la sconfitta che per l’addio di K.C. Jones, John Havlicek si alzò in piedi e si rivolse alla tavolata. Prendendo spunto dai canti dei tifosi dei Sixers, “Hondo” sentenziò: “Siamo morti, ma solo fino ad ottobre”. Il campionato 1967-68, nella mente dei Boston Celtics, era già cominciato.





Commenti
come sempre, una bellissima pagina dei nostri C's
Domandina per Fabio: ma i Sixers erano piu' forti anche della squadra migliore della dinastia? Lo periodi diversi paragoni difficili.
Quanto accaduto dopo la sconfitta dimostra che quel gruppo, oltre a vincere, sapeva anche perdere con gran classe.
OT
che lusso il nuovo sito
Dopo 8 titoli consecutivi che sarebbero stati 10 se non fosse stato per un infortunio a Russel nella finale del 58, alla fine Chamberlain vince il suo titolo alla settima stagione (come LeBron adesso .... ), ma i Celtics erano vivi più che mai e lo avrebbero dimostrato nei due anni seguenti con due titoli tirati fuori di forza solo con un orgoglio senza uguali nella storia dello sport.
Risposta numero due: tra Bill e Wilt? Wilt è stato probabilmente il miglior centro di sempre, ma Bill è stato il più grande vincente di sempre. Dove Chamberlain non si lasciava "guidare" dai vari coach, Russell ha avuto la fortuna di incontrare Auerbach e l'intelligenza di capire che "Red" lo avrebbe fatto giocare nel migliore dei modi. Morale: per forza e potenza Wilt era il migliore, Bill pareggiava con agilità e tempismo, ma il QI cestistico di Russell faceva pendere la bilancia dalla parte di quest'ultimo. Forse, se Chamberlain avesse avuto la fortuna di avere auerbach come coach all'inizio, quando era giovane e quindi "plasmabile", la storia avrebbe potuto andare diversamente...
Tra l'altro ,sono pienamente d'accordo con lui, quando parla della squadra più forte.I Celtics dei tre titoli anni '80, quelli delle magiche sfide con i Lacustri, sono la squadra più forte che io abbia mai visto giocare.
Per tornare all'articolo, due cose.Wilt Chamberlain..un mostro su un campo di basket.Percentuali da alieno.Ma Bill trovò in Red il suo grande mentore.Colui che gli ha insegnato che ,giocare di squadra è più importante che cercare la gloria personale.
E ancora ..le parole di Hondo.Che riescono ancora a motivare un gruppo che avrebbe avuto mille pretesti per adagiarsi sugli allori.
CELTIC PRIDE
E mi permetto di rispondere anche a Edo, nonostante Fabio abbia già esaurientemente espresso il proprio pensiero. Secondo me quei sixers non erano superiori ai Celtics, o meglio, lo furono in quell'anno...ma 12 mesi dopo, la stessa identica squadra prese la paga da Russell in un'altra indimenticabile finale ad Est. Insomma, erano due grandi squadre e come molto spesso accade, tra due grandi squadre vince quella che in quel momento è più in forma.
Sulla squadra più forte vado anche io con quella del 1960, veramente stellare, con menzione d'onore per la versione anni 70 con Cowens, Havlicek e White che, come i Sixers, trovarono i knicks più forti di sempre a sbarrargli la strada un paio di volte.
Ed un applauso a Fabio che, magistralmente come sempre, ha avuto l'ingrato compito di raccontarcela.
Titolo meritatissimo per Wilt ed i suoi Sixers, ma il "funerale" dei Boston Celtics era ben lontano dal celebrarsi...
Anch'io sono dell'avviso che i Celtics versione 1986 siano la squadra più forte di tutti i tempi anche se purtroppo per contingenze varie non furono in grado di ripetersi come fecero le squadre di Auerbach prima e Russell poi durante quei meravigliosi anni '60.
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