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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia....
La Storia dei Celtics
Il lavoro di coach non è mai semplice; solitamente gli "eroi" sono quelli che scendono in campo, quelli che segnano il "buzzer beater" decisivo, quelli che urlano davanti alla camera dopo una schiacciata imperiosa...l'allenatore deve essere un eccellente psicologo, un tattico, un profondo conoscitore del gioco, deve "metterci la faccia" quando le cose non vanno come dovrebbero, deve sopportare, magari, i sacchetti di carta sulla testa dei tifosi, sacchetti che riportano, chissà, scritte che inneggiano al suo licenziamento...ma se sai fare bene il tuo lavoro, dopo una vita passata a respirare basket, prima sul parquet e poi dalla panchina, ci sarà un momento in cui il Dio dei canestri ti riconoscerà quanto ti è dovuto e ti porterà fino al tetto del mondo...questa, in estrema sintesi è la storia Glenn Rivers, il coach che dopo 22 anni ha saputo riportare il titolo a Boston.
Glenn Anton Rivers nacque a Chicago il 13 Ottobre 1961 da papà Grady e mamma Betty. La coppia era molto unita e il padre, poliziotto in una città non certo facile era molto attento alle compagnie del figlio, il quale crebbe con l’amore per il basket fin da giovanissimo. A questa passione contribuì in maniera fondamentale lo zio, Jim Brewer, stella della celebre Proviso East High. Questi avrebbe avuto addirittura una discreta carriera in NBA, otto anni e un titolo conquistato da comprimario (disgraziatamente con i Lakers nel 1982). Il ragazzo non si perdeva una partita del parente o, almeno, non avrebbe voluto perdersela, visto che era un ragazzino piuttosto vivace e che il babbo per punirlo delle frequenti "marachelle" usava confinarlo in casa.
Lo studio non era certo il suo pensiero principale e i suoi voti alle medie rispecchiavano l’impegno dedicato finchè Glenn capì che non lo avrebbero ammesso alla high school dello zio e dei suoi sogni per la quale era previsto un esame di ammissione; decise quindi quindi per la prima volte di impegnarsi davvero e ottenne il secondo migliore risultato al test. Al primo anno alla Proviso non potè ancora giocare con la squadra per le regole che permettevano ai freshmen solo di allenarsi, ma intanto imparò molti altri aspetti del gioco tanto che, verso la fine della stagione, era già all’altezza dei più anziani. Un cammino che gli avrebbe permesso di essere uno dei soli due atleti nominati per tre anni consecutivi nel quintetto dei migliori nel torneo organizzato dalla sua scuola tra tutti i licei dell’area di Chicago.
Nel 1980 entrò anche nell’elenco degli All America insieme agli altri futuri giocatori NBA Vern Fleming, Jim Petersen, Derek Harper, Joe Kleine e Sam Perkins. Oltre a questo, durante gli anni del liceo Glenn ricevette anche qualcos’altro, qualcosa che rimarrà con lui per tutta la vita, il suo soprannome: nel corso di un camp estivo tenuto dall’allenatore Rick Majerus, Rivers indossava una maglietta di Julius Erving e Majerus, noto per la lingua lunga, non ricordandosi il suo nome, lo battezzò subito con quel “Doc” che gli rimase attaccato poi per sempre.
Lo stesso Rivers ricorda che in quella occasione era programmata un’esibizione con alcuni giocatori dei Bucks, serviva qualcuno per completare il quintetto e Al McGuire, che dirigeva il camp con Majerus, lo chiamò regalandogli il primo assaggio di basket "vero". Il risultato fu che, per i tre anni successivi fu conosciuto come Glenn a Proviso e come “Doc” a Milwaukee, tanto che, alla firma della “lettera di intenti” che ufficializzava la scelta dell’ateneo, i giornali di Chicago scrissero “Glenn Rivers firma per Marquette” e quelli di Milwaukee “Doc Rivers firma per Marquette”.
L ’università di Marquette, nel Wisconsin, fu in effetti una scelta logica; non troppo lontana da casa, ambiente conosciuto (ormai dall’età di 13 anni frequentava i camp estivi), Glenn era, in fondo al suo cuore, da tempo un Warrior; lo cercarono Notre Dame, DePaul, Louisville e Maryland, ma lui non ebbe dubbi e fu il padre ad accompagnarlo all’incontro con il futuro coach Hank Raymonds al quale, dopo la chiacchierata di rito, chiese di insegnare al figlio anche la difesa...d'altronde era sempre stato un uomo con il "sale in zucca".
E l'allenatore ebbe una grande influenza sul giovanotto, tecnica e umana: gli insegnò che ci sono tanti modi di giocare e non solo a grande velocità (il sistema a lui più congeniale, essendo ai tempi un grande atleta), ovvero il concetto che lo stesso Rivers dichiara oggi di insegnare per primo ai suoi giocatori, per superare una dei maggiori difetti dei giovani. Raymonds era davvero avanti rispetto ai suoi tempi! Furono molti i momenti importanti della carriera a Marquette: uno per tutti il famoso "halfcourt buzzer beater" con il quale i Warriors batterono Notre Dame a gennaio 1981 (e poi "Doc" corse nello spogliatoio...rendendosi conto di essere da solo salvo poi ritornare in campo, ma si era ormai perso i festeggiamenti), oppure, sempre contro gli stessi avversari l’anno successivo in casa loro, quando i tifosi lo fischiavano ogni volta che toccava palla: lui si mise d’accordo con il compagno Wilson per passarsi la "spicchia" a vicenda dopo averla tenuta per un secondo ciascuno... i tifosi fischiavano, smettevano, fischiavano, smettevano fino a confondersi e, soprattutto, a confondere i loro stessi giocatori che si deconcentrarono fino a prendere un parziale non più recuperabile.
Se era andato al college per giocare a basket, di certo l’aspetto dell’istruzione non era al centro della sua attenzione finche, a metà del primo anno, un professore di nome Rhodes si prese cura di lui, invitandolo a casa per spiegargli l’importanza dello studio: ancora oggi Rivers è convinto che quel cambio di mentalità sia forse stato l’evento più significativo di tutta la sua vita, senza il quale non avrebbe potuto allenare o fare il commentatore televisivo e, da allora, si sforza di spiegare a tutti i giovani atleti che senza un adeguato livello di istruzione il resto della vita, finita la parentesi dello sport, sarebbe pieno di difficoltà. Le 89 partite nelle tre stagioni a Marquette (dal 1981 al 1983) si chiusero con numeri buoni, ma non esaltanti: quasi 14 punti, quasi 5 assist, oltre 2 recuperi, abbastanza per segnalarlo come un buon giocatore...ma al draft dovette aspettare il secondo giro e la chiamata numero 31 per sentire il suo nome da parte degli Atlanta Hawks: ma come, fino alla 31? Prima di lui i playmaker scelti furono Derek Harper, Ennis Whatley, Jon Sundvolt (!) e Sidney Lowe. Alla 1 fu scelto Ralph Sampson, poi Stipanovich, McCray, solo alla 9 Dale Ellis, alla 10 Karl Malone e alla 14 Drexler (Greg Kite alla 21 per i Celtics)...insomma, diciamo che in queella occasione i GM non brillarono per competenza, in quanto gli unici a fare nella loro carriera un ASG furono Sampson, Ellis e Malone, oltre al nostro Rivers.
Quest' ultimo chiuse la carriera universitaria con la sua maglia n. 31 ritirata, al terzo posto nella storia dell’ateneo per i recuperi, al sesto negli assist e al ventitreesimo per punti realizzati; tuttora detiene il record per le matricole per punti, recuperi, percentuali al tiro e canestri realizzati. Si laureò nel 1985 in scienze politiche (era uscito dopo tre soli anni nel 1983) ma i riconoscimenti a Marquette non finirono lì, perchè nel 2000 gli venne anche attribuito il premio Young Alumns Award e nel 2005 venne gratificato della nomina nel Consiglio di Amministrazione. Per buon peso, il periodo passato nel Wisconsin gli "tornò utile" anche per trovare una moglie, la signora Kristen Campi, poi sposata nel 1986, la quale si rivelò una compagna perfetta, con l’unico “difetto” di essere di pelle bianca, circostanza che creò alla coppia sgradevoli problemi già nei primi tempi del loro rapporto tra gomme dell’auto tagliate e scritte minacciose sul marciapiede davanti casa: i consigli del padre, come al solito, furono fondamentali per capire quanto sia necessario diventare forti per superare anche queste prove, che non furono le uniche, ne' le peggiori, che attendevano la coppia.
Nell’estate del 1982 Rivers venne convocato nella nazionale USA che partecipò ai mondiali in Colombia: la squadra non era davvero un granchè anche perché non c’erano lunghi di alto livello ma arrivò comunque al secondo posto, con ottime prestazioni di Doc (15/16 al tiro nelle ultime tre partite per quasi 17 di media) che gli valsero il titolo di MVP del torneo, a soli 21 anni, battendo la concorrenza dei super esperti giocatori europei come Kikanovic, Dalipagic, Oscar, Sibilio, Tkatchenko o Valters. Di ritorno dall' esperienza "internazionale" Glenn raggiunse gli Hawks reduci da una eliminazione al primo turno dei Playoffs e dal cambio di allenatore: era stato assunto il giovane e praticamente inesperto Mike Fratello, all’epoca aveva 36 anni, per una squadra con alcuni veterani buoni-ma-non-eccelsi (Roundfield, Eddie Johnson, Rollins) e il rookie Dominique Wilkins, già secondo marcatore della squadra con oltre 17 punti a partita.
La prima stagione da "pro" fu discreta: 47 partenze in quintetto giocando metà partita con circa 9 punti e 4 assist in una compagine che andò peggio rispetto alla stagione precedente, con nuova uscita al primo turno della postseason. L’obiettivo di Rivers, che era stato solo una seconda scelta, era all’inizio di riuscire a restare stabilmente nelle rotazioni, poi magari di guadagnarsi il posto in quintetto, quindi i risultati personali furono senz’altro positivi. Il campionato 1984/85 fu il peggiore della carriera di "Doc" ad Atlanta, con un record di 34/48 che parla da solo: nonostante Wilkins fosse ormai uno dei migliori marcatori della lega a oltre 27 punti di media, la squadra era scarsa e debole sotto canestro, con un Rollins eccellente stoppatore ma limitato in attacco e ai rimbalzi, settore nel quale il rookie Kevin Willis ancora contribuiva poco...il risultato fu che il migliore rimbalzista fu Levingston a neanche otto carambole di media.
Rivers ebbe qualche problema fisico che gli fece perdere oltre dieci partite, ma lo spot di titolare nel ruolo era diventato suo e la produzione salì fino ai 14 punti a gara e quasi 6 assist in circa 31 minuti di utilizzo. Il draft del 1985 portò la scelta numero 5, utilizzata per rinforzare il settore dei lunghi con l’olimpionico Jon Koncak, seguito da Lorenzo Charles, Sedric Toney e John Battle (all'epoca i "giri" di scelta erano ben più di due). Il quartetto Willis, Rollins, Koncak e Levingston funzionò bene, Wittman era la guardia titolare e Wilkins viaggiò a oltre 30 di media, portando gli Hawks a 50 vittorie in stagione regolare, poi al passaggio del primo turno di PO ai danni dei Pistons, prima di essere eliminati dai...Celtics. Glenn, "stoppato" dagli infortuni fu limitato a sole 53 partite giocate, a 11,5 punti e 8,4 assist, salendo però di livello ai PO, dove entrò in campo in 9 occasioni con oltre 12 punti e 8,6 assist ad allacciata di scarpe.
Le tre stagioni seguenti videro gli Hawks ergersi a potenza nella Central Division, sempre oltre le 50 vittorie; "Doc" era ormai la mente della squadra e i suoi numeri lo dimostrano: doppia doppia di media nel 1986/87 a 12,8 punti e 10,0 assist, oltre a 2,1 recuperi giocando 32 minuti e 14,2 punti, 9,3 assist e 1,8 recuperi nel 1987/88, quando ebbe anche la meritata soddisfazione di essere selezionato per l’All Star Game di "casa", a Chicago. In quel frangente fu proprio l' Est, allenato da Fratello, a prevalere (anche per merito dei 9 punti e 6 assist in 16 minuti di gioco di Rivers), per la soddisfazione di papà Grady.
Le dodici partite giocate nei PO videro il prodotto di Marquette protagonista con quasi 16 punti e 9,6 assist ad ingreso in campo; Atlanta eliminò i Bucks in cinque e poi trovò i Celtics che erano si in declino, ma ancora "velenosi" e capaci di eliminare i "Falchi" con una gara sette al cardiopalma (118-116 al Garden, dove andò in scena lo storico duello tra Bird e Wilkins nell’ultimo quarto): Rivers stesso riconosce ancora oggi che quella partita fu il momento fondamentale per quegli Hawks, la loro vera possibilità di arrivare fino in fondo e che una vittoria e la conseguente finale di conference avrebbe portato Atlanta tra le squadre “che contavano”.
"Doc", secondo la sua stessa ammissione, ha quasi rimosso i ricordi di quella partita ed ha confessato di non averla mai rivista interamente; di più, finchè il "suo GM", Danny Ainge non gli ha mostrato il box score di recente, era anche convinto di non aver giocato bene: al contrario, 16 punti e 18 assist (dopo i 22 di gara 4) sono "tanta roba", ma il suo ricordo più nitido era ed è quello di un recupero di Dennis Johnson (ci possiamo meravigliare?) sull’82 pari alla fine del terzo quarto che portò i Celtics sopra di 2 a inizio dell’ultimo periodo regalando un "plus" di inerzia ai padroni di casa. Atlanta aveva vinto gara 5 al Garden e conduceva per 3-2, era una squadra atletica opposta a un avversario che cominciava a sentire gli anni, ma, come tante volte era successo in passato, l’esperienza e la mentalità del Trifoglio in gara 6 era stata decisiva insieme ai 22 punti e 14 assist di Ainge (corsi e ricorsi storici)...e poi arrivò la storica "resa dei conti".
Quella sconfitta portò la dirigenza a fare significativi cambiamenti nel roster per la stagione successiva...cambiamenti che, con il senno di poi, non furono decisivi: Rivers ritiene che la chimica della squadra del 1988 fosse formidabile e i successivi cambi una grande lezione sul valore di quell’ingrediente per un gruppo vincente. Infatti arrivarono due personaggi importanti e ingombranti come Moses Malone e Reggie Theus, per un quintetto di grande fascino che arrivò a un record finale di 52/30, ma anche all’eliminazione al primo turno dei playoffs per opera di Milwaukee dopo un paio di sconfitte ai supplementari; Glenn mise insieme gli ormai usuali a 13 punti, 7 assist e oltre 2 recuperi e, per la prima volta in carriera, iniziò ad essere anche una minaccia nel tiro da fuori realizzando 43 triple contro le 30 delle cinque stagioni precedenti. Purtroppo, oltre a un decadimento dell' "alchimia" tra i componenti del roster, anche l'infortunio al piede di Willis, fuori per tutto il campionato, si rivelò un problema insormontabile.
Tutto d'un tratto, dopo quattro stagioni consecutive sopra le 50 vittorie, Atlanta chiuse il torneo del 1989/90 con un mediocre 41-41 che non valse nemmeno un posto per la postseason, parzialmente giustificato dai malanni di Rivers (solo 48 partite giocate), Battle, Koncak e Levingston. Glenn chiuse con 12,4 punti e 5,5 assist, ma la verità era che il ciclo degli Hawks era ormai chiuso e il cambio di allenatore (Bob Weiss al posto di Fratello) sancì il definitivo cambio di rotta. E così nel 1990/91 "Doc" conobbe il secondo allenatore della sua carriera NBA. Weiss decise di coinvolgerlo maggiormente nella fase realizzativa anche a causa del declino fisico di Moses Malone, ormai sui 36 anni: i punti del playmaker salirono a 15,2 ("career high") con 88 triple realizzate, ma di converso gli assist crollarono a 4,3 ad allacciata di scarpe, minimo dopo la sua stagione da rookie...di fatto Glenn si trasformò nel "secondo violino" offensivo, alle spalle del sempre sfolgorante Wilkins.
Ma fu soprattutto in difesa che i conti non tornarono: la percentuale concessa, solo tre stagioni prima al .451, peggiorò fino a un poco incoraggiante .494 e il record di 43-39 ne fu lo specchio fedele, insieme all’eliminazione al primo turno da parte dei Pistons. Forse non troppo a sorpresa gli Hawks decisero che era ora di proseguire con i cambiamenti e di ringiovanire la squadra così, dopo otto stagioni, il 27 giugno 1991 Rivers fu "spedito" ai Clippers in cambio della scelta numero 9 (poi diventata Stacey Augmon) e di due seconde "pick": "Doc" lasciò con il record di assist per stagione e in carriera. A Los Angeles la situazione non era precisamente idilliaca, anche se per la prima volta in carriera "sforò" il milione di dollari annui di stipendio (per l’esattezza 1.195.000, altri tempi). Purtroppo, "tasche piene" a parte, si trovò in una realtà con una tradizione perdente (31/51 nella stagione precedente), difensivamente scadente (107 subiti in media) e un coach, Mike Schuler, non certo apprezzatissimo.
Manning, Harper e Charles Smith erano le stelle della squadra e Rivers seppe integrarsi con oltre 10 punti a partita, nonostante la concorenza nel ruolo del giovane Gary Grant; il risultato fu una delle rarissime apparizione alla postseason, anche perché a metà stagione Schuler fu avvicendato da un signor allenatore come Larry Brown per chiudere con un record di 45-37, anche perché l’intensità difensiva era totalmente cambiata (solo 101.9 subiti ad ingresso in campo). Ulteriore motivo di soddisfazione fu che quell'anno i Clippers finirono addirittura davanti ai Lakers. "Tanta grazia" non bastò tuttavia per battere i Jazz di Stockton-to-Malone in un primo turno di playoffs nel quale i tristemente famosi disordini a sfondo razziale scoppiati a Los Angeles prima di gara 4 obbligarono a un rinvio di ben tre giorni riducendo i tempi di recupero prima della quinta partita, vinta 98 a 89 da Utah.
Brown fu allenatore del mese di marzo e Rivers...All Interview Team. L’esperienza californiana fu molto formativa per "Doc", anche perché allenato da un altro grande coach dopo Fratello. Tuttavia Brown amava cambiare i giocatori e questo portò Glenn ad un altro addio: questi, in uno scambio a tre con i Knicks e Orlando prese la via di New York, dove dimorò per due anni senza ottenere risultati particolarmente significativi dal punto di vista personale (neanche 8 punti e poco più di 5 assist in 96 partite), ma vivendo un'esperienza altamente formativa, perché quella era una squadra "vera", allenata da un "santone" del calibro di Pat Riley, che ebbe un record di 60-22 e venne eliminata solo nella finale di conference dagli imbattibili Bulls di Jordan (nel 1992/93) e poi arrivò a perdere la finale contro Houston nella stagione successiva.
Rivers in verità partecipò solo alla prima stagione di playoffs, come al solito incrementando le sue statistiche rispetto alla stagione regolare, perché nel 1993/94 un grave infortunio al legamento crociato del ginocchio sinistro lo limitò alle prime 19 partite e a guardare le Finali dalla panchina in borghese; in seguito ebbe a dichiarare che probabilmente con il suo contributo la squadra avrebbe potuto battere i Rockets...e come dargli torto?
Dopo la riabilitazione"Doc" aspettava il campionato successivo per rifarsi, ma a dicembre 1994, dopo sole tre partite, chiese di essere rilasciato, conscio di essere ormai fuori dalle rotazioni del coach. Riley acconsentì ricononoscendogli la dote di essere così ostinato da poter diventare un giorno un buon...allenatore. Per Glenn e lo staff dei Knicks non fu una decisione facile: il giocatore era stimato e benvoluto, inoltre amava New York (città e squadra) ma il suo spirito competitivo gli imponeva di trovare una sistemazione in cui avrebbe potuto nuovamente contribuire in maniera attiva
L’esperienza nella "Big Apple" fu per Rivers di fondamentale importanza: lo spirito di quella compagine era formidabile, nonostante i limiti tecnici Riley aveva costruito un gruppo difensivo clamoroso, che in regular season sapeva concedere la miseria di 95 punti a partita, meno del .430 al tiro agli avversari e dominava a rimbalzo: un ottimo esempio per il futuro! Il trasferimento a San Antonio per la stagione 1994/95 rispose alla voglia del "Doc" di giocare per una squadra con aspirazioni da titolo, ciò che ormai era il suo unico obiettivo: i texani erano forti e il record di 62-20 fu la naturale conseguenza dell'avere a roster elementi del calibro di Robinson (27 punti e 11 rimbalzi a gara) e Sean Elliott (18 punti e il 40% da tre), mentre le guardie titolari erano Avery Johnson e Vinny Del Negro; in ala grande, con quasi 17 rimbalzi conquistati a partita c’era anche Dennis Rodman. In questo contesto l’ormai trentatrenne Rivers contribuì "a margine" con 5 punti e 2,6 assist in circa 15 minuti di impiego medio per coach Bob Hill.
Nei playoffs, tuttavia il suo impiego salì a circa venti minuti e i punti a poco meno di 8, ma ancora gli Houston Rockets si misero di mezzo liminando in sei partite gli Spurs (tra gli avversari anche Sam Cassell). Nella stagione successiva il record rimase su standard di eccellenza (59-23), ma ancora una volta il cammino si fermò nella postseason, al secondo turno, di fronte ai Jazz. Fu un mesto 4-2 e Rivers si convinse di aver "dato" a sufficienza; prese così la decisione di chiudere la carriera da giocatore, d'altronde il suo rendimentosubì un ulteriore calo e, soprattutto, venne impiegato per "spiccioli" di partita nei playoffs. La sue carriera si chiuse l’11 luglio 1996 dopo 13 anni, 864 partite, oltre 23.000 minuti, 9.377 punti (10,9 ad ingresso in campo) e 4.889 assist (5,7 di media), cifre buone anche se non trascendentali che, tuttavia, nelle 81 partite di postseason si elevavano di un po', sino a 11,4 punti e 5,9 assist.
E adesso? Beh, nonostante avesse guadagnato circa 8 milioni in carriera non poteva certo ritirarsi a fare il pensionato a soli 35 anni; la famiglia si era ingrandita con l’arrivo dei figli Jeremiah nel 1987, Callie nel 1989, Austin nel 1992 e Spencer, quindi accettò un lavoro come commentatore alla Turner Sport, canale televisivo del magnate Ted Turner, con base in Atlanta, cogliendo l'occasione di restare “nel giro” e facendo la spola con San Antonio, dove lo aspettavano la moglie Kirsten e i bambini. Inoltre mantenne "un piede" anche in Texas lavorando anche come analista per le partite degli Spurs: si rivelò un commentatore sincero, arguto e preparato tecnicamente, ma nella sua testa il pallino di diventare un allenatore era sempre più presente anche se l’idea era nata solo dai tempi di New York con Riley.
Ma non tutto fu tranquillo in quegli anni: nell’estate del 1997, mentre si trovava a Seattle per un torneo di golf per beneficenza e il resto della famiglia in visita a parenti a Milwaukee, ignoti mai identificati diedero fuoco alla sua casa di San Antonio distruggendola e uccidendo i cani rimasti dentro...si ipotizzò un movente riconducibile al razzismo (ricordate quanto successo ai tempi di Marquette?).
Nonostante apprezzasse sinceramente l' impegno da "mezzobusto" televisivo e l’assoluta tranquillità di quella vita, Rivers aspirava ad altro e quando il 7 giugno 1999 arrivò la chiamata da parte degli Orlando Magic, la proposta venne accettata con grande entusiasmo, nonostante la squadra della stagione precedente – chiusa con il migliore record a est in una stagione accorciata dal lockout – fosse stata stravolta da ben 24 scambi con 32 giocatori coinvolti tra i quali Anfernee "Penny" Hardaway...alcuni veterani inoltre (Horace Grant, Nick Anderson) furono lasciati liberi in modo da avere lo spazio salariale per firmare nell’estate successiva una delle star che sarebbero state free agent, in primis Duncan o Grant Hill. "Doc" ricevette anche offerte per allenare Washington o per fungere da general manager a Milwaukee, ma gli otto milioni per quattro anni e la possibilità di mettere radici in Florida erano "sirene" che non si poteva non ascoltare.
La situazione che si trovò ad affrontare, data la "rivoluzione" messa in atto dal front office, non fu facile: Ben 11 giocatori avevano meno di quattro anni di esperienza, addirittura cinque erano "undrafted" e la previsione di inizio anno dell’autorevole Sports Illustrated li dava alventottesimo e penultimo posto. Sports Illustrated tuttavia non aveva tenuto conto di due qualità delle quali la squadra era ben fornita: cuore e voglia. Il record finale fu 41-41 e i playoffs non vennero raggiunti (i Magic finirono noni a est e quindicesimi assoluti), ottimo risultato per una compagine francamente mediocre: il miglior "cecchino" (Armstrong) era solo a 16,2 punti a partita, nessuno tra i sei migliori marcatori tirava più del 45.5%, il rimbalzista "principe" era un giovane Ben Wallace a 8 per gara e solo in tre segnarono più di 10 triple nella stagione.
Insomma, in attacco era dura fare canestro e i 100,1 di media con il 45.2% parlavano chiaro, ma era nell’altra metà campo che Orlando fece la differenza, concedendo 99,4 punti ad ingresso in campo, con un differenziale positivo a rimbalzo (i lunghi, oltre Big Ben, erano Gatling per sole 46 partite, Amaechi con 3,3 rimbalzi, Bo Outlaw e Doleac, insomma quasi da mani nei capelli) e oltre 9 recuperi a partita, quarti assoluti. Insomma, quanto mostrato in campo da quella squadra fece meritare a Rivers un riconoscimento davvero inatteso, quel coach of the year che ricevette da esordiente, e solo in tre erano riusciti nell'impresa, in precedenza. Per la stagione 2000/01 i Magic erano attesi ad un mercato scoppiettante per il grande spazio salariale disponibile e fecero tutto il possibile per arrivare a Duncan, il quale preferì però restare in Texas; la franchigia della Florida si “accontentò” di arrivare a Grant Hill e Tracy McGrady, oltre a scegliere Mike Miller.
Le aspettative erano alte, nonostante la mancanza di lunghi decenti – e Ben Wallace era anche andato a Detroit – ma la sfortuna ci mise davvero del suo azzoppando Hill che riuscì a giocare solo 4 partite: guidati da TMac (secondo quintetto della lega e most improved player) a 27 punti e 7 rimbalzi, Orlando arrivò alla postseason con un record di 43-39, confermando le byuone qualità mostrate l'anno precedente, ma pagando lo scotto di avere una "front-line" composta dai non trascendentali Outlaw e DeClerq, con Amaechi e Doleac come cambi. Al primo turno i Milwaukee Bucks si dimostrarono però superiori, conquistando la serie per tre gare a una.
A coronamento del buon lavoro svolto, giunse anche l’incarico di assistente a Flip Saunders ai Goodwill Games nella loro ultima edizione, dominata da una squadra USA che aveva i migliori giocatori in Marion, Jermaine O’Neal (corsi e ricorsi storici), Szczerbiak, Baron Davis e Martin, producendo una grande impressione soprattutto difensiva. Per la stagione 2001/02 le speranze di "Doc" erano soprattutto indirizzate ad avere un roster in salute; con l’arrivo di Horace Grant e dello stagionato Pat Ewing (38 anni) la dirigenza aveva provato finalmente a migliorare il reparto lunghi e la mancanza di esperienza, ma la buona sorte anche questa guardò altrove e il solito Hill rimase in campo solo per 14 partite, solo in tre ne giocarono 80 o più e una serie continua di piccoli infortuni forzò Rivers a usare ben 18 diversi "starting five": ciononostante, il record fu di 44 "W" e 38 "L", soprattutto per l’incredibile stagione di "T-Mac", inserito nel migliore quintetto della lega e quarto nella classifica per la nomina dell'MVP. ancora una volta fu raggiunto il traguardo dei playoffs, ma ancora una volta il primo turno fu fatale ai Magic che dovettero arrendersi agli Charlotte Hornets capaci di violare per due volte il campo di Orlando per prevalere 3-1.
E così il "Doc" ripartì per un’altro giro sperando di avere finalmente Hill "miracolato" e capace di giocare un campionato intero e un pacchetto lunghi all’altezza degli esterni, ma per la terza stagione di seguito, anche se il bilancio conclusivo fu buono (42-40 e playoffs ancora una volta "in cassaforte"), Hill giocò solo 29 partite; McGrady fu ancora straordinario a oltre 32 di media, ma i lunghi titolari erano un Kemp ormai a fine corsa, il solito volenteroso ma limitato DeClerq, il rookie Drew Gooden e un Pat Garrity ormai usato come ala grande tattica. Rivers fece di necessità virtù e convertì una squadra orientata alla difesa per trasformarla in una compagine dipendente dal tiro da tre dei McGrady, Garrity, Armstrong e Giricek...ciò per compensare il pesante differenziale negativo a rimbalzo. Date queste premesse il primo turno di postseason contro Detroit fu proibitivo ed essere sconfitti solo in gara 7 da una squadra poi arrivata fino alla finale di conference poteva essere considerato quasi un’impresa.
Il 2003/04 vide l’arrivo di Juwan Howard, il lungo che era sempre mancato, più Tyronn Lue nel settore piccoli, ma Hill rimaneva sempre in lista infortunati e, dopo la vittoria nell’esordio contro i Knicks, arrivarono dieci sconfitte consecutive che portarono il 18 novembre 2003 al primo e unico "siluramento" di Rivers e del suo assistente Dave Wohl (poi riportato a Boston), sostituito con Johnny Davis che concluse la stagione con un record di 20-51 a riprova che le colpe di Glenn erano davvero relative. Il giudizio sulle stagioni in Florida fu controverso: sebbene da tutti riconosciuto come un allenatore che aveva saputo valorizzare una squadra certamente non di primo piano con un approccio "soft", senza stressare i giocatori e assumendo il ruolo di collante del gruppo, dopo tre anni la situazione era mutata, c'era una superstar a disposizione e tanti movimenti di mercato che avevano portato altri buoni elementi. Nonostante l’alibi dell’assenza di Hill, i record raggiunti non erano mai stato troppo superiori al 50% e, soprattutto, il primo turno di playoffs si era sempre presentato come un muro invalicabile. Molti cominciarono a considerare Rivers come un coach perdente o, almeno, incapace di trovare le armi tattiche decisive o qualche coniglio dal cilindro per sopperire alle carenze del roster...insomma, la definizione con cui uscì dall’esperienza di Orlando fu “grande motivatore e terribile allenatore in partita”.
I Boston Celtics versione 2004/05 venivano dall’eliminazione al primo turno di postseason (un “cappotto” umiliante da parte di Indiana) e da un record di 36 vinte e 46 perse che non soddisfece il nuovo GM Danny Ainge: c’erano stati molti cambi nel roster, anche O’Brien aveva dato le dimissioni, sostituito da Carroll come "Interim Head Coach", segnale che era in progetto la ricerca di un allenatore in grado di riportare il Trifoglio ai livelli che gli competevano. Quando la scelta cadde sul "Doc", il 29 aprile 2004, tuttavia qualche dubbio ci fu tra la tifoseria e gli addetti ai lavori, anche perché in molti avrebbero preferito Paul Westphal, ritenendo Rivers più un buon addetto alle relazioni con i media che un coach di livello. Di certo si trovò immediatamente concorde con il "Mormone" riguardo al progetto di costruire una franchigia vincente nel tempo, attraverso scelte e scambi, accumulando giocatori da sviluppare per farne poi pedine per altre "trades" più importanti allo scopo di arrivare alle star necessarie per puntare al titolo. Glenn, prima dell'accordo con la Franchigia con la "F" maiuscola trascorse i mesi da “disoccupato” tornando con successo a commentare i playoffs per la ABC, ma accettò ovviamente con entusiasmo la proposta dei Celtics.
I biancoverdi, quando il "Doc" arrivò, potevano contare su un campione, il capitano Pierce, alcuni veterani più o meno esperti e affidabili come Payton, Davis, LaFrentz, Blount e un gruppo di giovani e giovanissimi, tra i quali Jefferson, Allen, Banks, Perkins e West, ai quali vennero dati tra i 10 e i 15 minuti in un processo di crescita doveroso: dopo le festività natalizie il giudizio sul nuovo coach era ancora in sospeso: gli venivano riconosciuti meriti dal punto di vista dell’energia in partita, nello sviluppo dei giovani (che, si diceva, forse avrebbero dovuto giocare di più), nella gestione di Payton e di Pierce, tenuto in panchina in una lezione poi fondamentale per il giocatore e per il rapporto tra i due (ci torneremo)...la squadra non usciva mai dalle partite e pare sia stato il primo allenatore a fare "chest bump"icon i giocatori. Le critiche, invece, insistevano sulle troppe partite perse nel finale, sull’uso di quintetti con quattro piccoli, sul fatto che ci si affidava troppo al numero 34 nei finali e che si "sopportava" all'eccesso la pochezza di Blount.
A fine gennaio il record fu un asfittico 21-24 e qualcuno iniziò a domandarsi se Rivers cercasse di imporre alla squadra un'impronta offensiva o difensiva: a parole l'allenatore sembrava propenso a voler curare maggiormente il secondo aspetto, ma sul campo si vedevano spesso cose diverse e il ritorno del “figliol prodigo” Antoine Walker a fine febbraio non servì a chiarire la situazione, ma certamente servì ai Celtics per "imbastire" un finale di stagione molto positivo, per terminare a 45 vittorie e 37 sconfitte, al primo posto della division e al terzo consecutivo scontro di postseason con i Pacers che, questa volta, ebbero la meglio alla settima partita.
In quella prima stagione "Doc" iniziò a mettere in atto alcuni dei principi fondamentali del suo essere coach e per primo venne il rapporto con il capitano, con quel Pierce che era la stella consacrata della squadra a 27 anni, ma che era stato abituato dai precedenti allenatori a essere accontentato in tutto e ora doveva invece imparare ad ascoltare e accettare i consigli di altri. Rivers fu in grado di non reprimere la natura allora molto emotiva del giocatore, pur insegnandogli l’importanza di rispettare le regole del gruppo; ci furono scontri, l’orgoglio del 34 fu di certo ferito e ci volle tempo per costruire un rapporto che lo avrebbe portato sulla stessa lunghezza d’onda del "Doc", ma le basi furono poste proprio durante quel periodo burrascoso. Glenn seppe poi sfruttare l'esperienza del "veteranissimo" Payton lasciandogli fare da "mentore" ai giovani, per tacere della ottima gestione del problematico Ricky Davis, portato ad accettare il ruolo di riserva per un secondo quintetto pericoloso...e il “cavallo di ritorno” Walker? e i tanti "novellini" ai quali seppe dare spazio quando lo meritavano e ai quali "ammollò" panchine punitive quando non si impegnavano? Insomma, riuscì immediatamente a dirigere un gruppo complesso...ci fu qualche errore, qualche sbavatura, ma nel complesso seppe fare un lavoro mirabiloe all'interno dello spogliatoio.
Tuttavia il peggio doveva ancora arrivare; l'anno seguente (2005/2006) il record precipitò a 33-49 e i Celtics fallirono l’accesso ai playoffs; il draft aveva portato un Gerald Green promettente, ma non in grado di tenere il campo e un Ryan Gomes che doveva trovare il suo ruolo, oltre a Orien Greene che si rivelò poco utile. Dall'altra parte si perse l’esperienza e la leadership di Payton e Walker già da inizio stagione mentre a gennaio 2006 un’altra delle usuali trade di Ainge mandò a Minnesota Davis, Blount e Banks per Wally Szczerbiak. Con il senno di poi è facile leggere i lati positivi di quello scambio: Blount aveva un rendimento terribile in relazione al contratto, Banks non era riuscito a diventare un playmaker completo e Davis, pur molto positivo, era alla fin fine un doppione di Pierce. Gli gli infortuni non permisero a Rivers di dare più minuti a Jefferson in crescita (perse un mese proprio a febbraio per un infortunio alla caviglia) e a Perkins che dopo la cessione di Blount aveva avuto quattro partite consecutive in doppia cifra di rimbalzi prima di infortunarsi a sua volta e marcare visita per quaranta giorni.
Insomma, con il solo LaFrentz sotto i tabelloni, coadiuvato dal rookie Gomes (ottimo il suo finale di regular season) era complicato chiedere a un monumentale Pierce da quasi 27 punti e 7 rimbalzi di media di vincere le partite quasi da solo e, fatalmente, nel corso della stagione aumentarono anche le critiche in primis al GM, la cui “visione” non era chiara a tutti. Anche Rivers si attirò un buon numero di strali, ritenuto, soprattutto da una parte dei tifosi e da alcuni commentatori un coach più valido nella forma che nella sostanza: buone relazioni con i media, disponibilità al dialogo con tutti, impegno totale in allenamento e partita, ma senza una reale logica di conduzione della gara o nello sviluppo dei giovani; aspetti di cui il tempo avrebbe fatto giustizia, ma che pesarono non poco sul giudizio del momento.
Se il 2005/06 fu difficile, il campionato seguente diventò presto un calvario per "Doc" e i Celtics, ma andiamo con ordine: Boston aveva la settima scelta al draft, ma Ainge preferì scambiarla insieme a LaFrentz e Dickau per avere da Portland Telfair e Ratliff, da Phoenix Grant più la "pick" numero 21 (Rondo...) e da Denver la 49 (Powe...). La stagione iniziò pochi giorni dopo la morte di Red Auerbach contro New Orleans, in una partita che molti si aspettavano potesse dimostrare la voglia da parte della squadra di ricordare il Patriarca, ma i Celtics persero di quattro nonostante i 29 punti e 19 rimbalzi di Pierce; a inizio gennaio il record era 5/13, ma una striscia di cinque vittorie consecutive sembrò poter dare nuovamente ossigeno a una classifica asfittica e nuovo entusiasmo a un roster giovane. Purtroppo i biancoverdi si "sgonfiarono" rapidamente anche a causa di un infortunio al Capitano che lo tenne fuori per un mese e mezzo.
Ne' fu l'unico, perché una serie davvero incredibile di problemi fisici progressivamente svuotò la panchina e riempì l’infermeria: nessuno giocò 82 partite, Pierce ne perse ben 35, Jefferson 13, Szczerbiak 50, West 13, Gomes 9, Allen addirittura 49 (il 10 Gennaio un terribile "crack" al ginocchio, peraltro giunto durante un tentativo di schiacciata a gioco fermo ne troncò la stagione); in queste condizioni cosa si poteva chiedere a un allenatore? Di non rinunciare a lottare e, nonostante il record finale di 24-58, le sconfitte per più di 11 punti furono solo 16 e la squadra, con tutti i suoi limiti, entrava davvero in campo ogni sera per giocarsela, nonostante un numero incredibile di quintetti diversi schierati a causa degli infortuni.
Nonostante la palese jella che aveva travolto la franchigia, su "Doc" piovvero pesanti critiche anche per colpa di una serie di rovesci consecutivi davvero umiliante, con i Fire Rivers (licenziatelo) che furono una prassi delle partite casalinghe; molti ormai lo ritenevano un coach a termine, destinato a esserere giubilato a fine stagione. Le accuse? Una lentezza eccessiva nella costruzione del gruppo, una rotazione dei giocatori senza continuità e logica, carenze tecnico-tattiche soprattutto difensive, totale dipendenza dal capitano Pierce, il fatto che i "ragazzi" non sembravano dare il massimo in campo, il tutto lasciando l'impressione che fosse più abile nella capacità di comunicare che negli aspetti tecnico-tattici...e chi più ne ha più ne metta.
Tra i critici più feroci è obbligatorio citare Bill Simmons, di ESPN, e non perché fosse una particolare autorità in campo giornalistico o un esperto riconosciuto a livello planetario (benché i suoi articoli siano tuttora ben scritti e spesso piacevoli da leggere), ma perché la ferocia con cui si scagliò contro il "Doc" rendono plausibile che non fosse “solo business, niente di personale” come nella famosa frase de “Il Padrino”: fu un attacco continuo, anche personale durato qualche mese, e poi esteso in effetti anche a Ainge e alla proprietà, fondato sull’indiscutibile fatto che si fossero raggiunte solamente 56 W in due stagioni...peccato che per i risultati negativi si escludesse ogni possibile motivazione che non fossero le "colpe" di Rivers.
Per fortuna il GM e i "padroni del vapore" conoscevano bene il lavoro svolto dal coach in campo e in palestra e le difficoltà da lui affrontate nel corso della stagione; la sua conferma per l'anno successivo a molti sembrò quasi un premio per averci "messo la faccia" per parare i colpi che da tante parti arrivavano ai giocatori, alla società e allo staff e per aver accettato un piano a lungo termine senza certezze. Quell' accordo, invece, con il senno di poi , nasceva dalla stima nei confronti del Glenn uomo e allenatore e dalla "ragionevole certezza" che sarebbe stato in grado di condurre un gruppo diverso e molto più forte fino al massimo traguardo.
Intanto, dopo la chiusura di un campionato che nelle ultime settimane era stato vissuto esclusivamente nell' attesa del draft con Oden e Durant a disposizione, la lotteria del 22 maggio 2007 offrì un risultato terrificante, con l'assegnazione al trifoglio della "pick" numero 5 che significava l’addio ai tanti sogni di arrivare a una giovane stella e la necessità di studiare velocemente un “piano B” per dare a Pierce quell’aiuto senza il quale non avrebbe avuto senso tenerlo ancora a Boston.
Seguì un mese di chiacchiere, infarcite con le più disparate voci di mercato (anche se poi alcune si sarebbero rivelate concrete) e il 28 giugno con una delle sue mosse a sorpresa "Trading Danny" portò nella "Beantown" Ray Allen, fantastico giocatore e uomo di spessore che però lasciava ancora molti dubbi su come avrebbe potuto portare la squadra ad alti livelli; la risposta arrivò dopo altri trenta giorni con l'arrivo di Kevin Garnett in uno scambio che fece partire molti tra i giovani a roster, e che fu figlio in tutto e per tutto della coppia Ainge-Rivers, il primo abile nella scelta di validi prospetti, il secondo altrettanto bravo nella loro valorizzazione.
Anche questa volta, tuttavia, molti nasi tornarono a storcersi riguardo a "Doc"...qualcuno non lo riteneva in grado di gestire e allenare un gruppo diventato "stellare". In realtà il coach seppe avere il coraggio e l’umiltà di circondarsi di ottimi collaboratori, prima Thibodeau e poi Frank, di gestire personalità forti, trovò spunti psicologici quasi raffinati come l’ "invenzione" dell'Ubuntu, riuscì a gestire (alla faccia dei dubbi e delle critiche) le famose “X and O” sulla lavagnetta come e meglio di tanti colleghi, insegnando che la difesa può diventare la base di un sistema di gioco condiviso anche da grandi attaccanti...soprattutto, dimostrò di poter vincere entrando nella storia come colui che, dalla panchina, ha saputo portare dopo 22 anni il Trifoglio sul tetto del mondo, togliendosi anche lo sfizio di "mettere nel sacco" un santone come Phil Jackson durante la trionfale Finale NBA contro i Lakers nel 2008. Purtroppo l'amato papà Grady, colui che seppe "forgiare" il carattere di Glenn e guidarlo ad essere l'uomo che è diventato, non potè abbracciare il figlio in quell'occasione perchè il suo cuore si era fermato alcuni mesi prima...
Finalmente "Doc" si poteva togliere qualche soddisfazione, leggendo ed ascoltando i commentatori, una volta critici, che magnificavano le sue doti di "timoniere", ne' le cose cambiarono dopo lo sfortunato campionato 2009/2010, caratterizzato dall'infortunio che mise fuori gioco Kevin Garnett per la seconda parte di stagione. Il riconoscimento più vero e sentito per il suo lavoro a Boston arrivò però nel corso dell'estate 2010, nel momento in cui nacque qualche dubbio sulla sua permanenza ai Celtics dopo la finale persa di fronte ai gialloviola, dubbi cresciuti di pari passo con la voglia di tornare ad Orlando, in famiglia. Si parlava di un ventilato "anno sabbatico" per seguire da vicino i tre figli maggiori, uno all'ultimo anno ad Indiana, la seconda pallavolista di buon livello a Florida e, soprattutto, il "piccolo" Austin, considerato uno dei migliori prospetti in assoluto a livello liceale e all'inzio della sua carriera universitaria a Duke. Ebbene, in quell'occasione, quando l'addio sembrò possibile, tutti i giocatori dichiararono pubblicamente la loro stima per il coach, pregandolo di restare a Boston per tentare un nuovo assalto al titolo. Purtroppo l' ennesima stagione costellata da infortuni e l'ormai veneranda età dei "Big Three" consentirono solo il raggiungimento della semifinale di Conference, amaramente conclusasi con il 4-1 subito al cospetto dei Miami Heat di LeBron James e Dwyane Wade, ma ormai nessuna critica si levò contro Rivers, segno che le sue capacità erano finalmente state "metabolizzate" dagli addetti ai lavori, che ormai lo consideravano come un allenatore "al di sopra di ogni sospetto".
Soprattutto, nella vita il "Doc" ha sempre dimostrato di essere un Uomo di saldi principi, legato a doppio filo ai suoi affetti; nel corso della stagione 2007 (soprattutto) e anche negli anni seguenti fece parecchi viaggi con aerei privati a sue spese da Boston a Winter Park, il sobborgo di Orlando nel quale la famiglia è rimasta per non perdere le radici messe da oltre dieci anni, e stress e fatica sono sempre passati in secondo piano rispetto agli obblighi famigliari; addirittura, attraverso un affidamento giudiziario un altro elemento è entrato a far parte della "tribù", un compagno di scuola e di squadra del figlio Austin, le cui tristi vicende lo avrebbero escluso dalla possibilità di continuare la carriera scolastica equella sportiva.
Ora, a cinquant’anni "suonati", Rivers dovrà affrontare una nuova sfida portando sino al capolinea la squadra dei "Big Three" e iniziando una nuova, problematica ma affascinante ricostruzione in compagnia del "vecchio amico" Danny Ainge. D'altronde "Doc" ha dimostrato di saper accettare le sfide e, spesso, di saperle vincere...aspettiamo tutti l’ennesima conferma.



Commenti
In realtà il progetto iniziale era molto più ridotto, una prima bozza di un indice in excel comprendeva solo 29 articoli, poi la cosa ha preso la mano e i ragazzi hanno fatto giusto due righe in più
Ci tengo particolarmente a ringraziare questi quattro ragazzi, Fabio è stato quello che ci ha “lasciato un pezzo di vita”, ha scritto oltre la metà di questi articoli, ha corretto tutti gli altri ed ha trovato tutte (ma proprio tutte) le foto dei 118 articoli. Angelo Merendi Samuele Parolin e Michele sono stati le sue spalle, e hanno fatto un lavoro immenso anche loro. Da parte mia un abbraccio immenso per questo regalo clamoroso che ci hanno fatto.
Ci sarebbe piaciuto immensamente regalarvi un libro cartaceo che racchiudesse tutto questo ben di Dio, ma purtroppo on è stato possibile trovare un editore che ci permettesse di Pubblicare questo libro, senza chiederci un pesante esborso iniziale per coprire le spese della prima stampa di tale libro, cifra che un sito come il nostro che non ha mai messo nessun tipo di banner pubblicitario per rastrellare soldi, purtroppo non può permettersi di sostenere, anche in virtù del fatto che è difficilmente quantificabile il numero dei lettori che sarebbe interessato ad un acquisto come questo, che vista la mole di pagine avrebbe un costo rilevante.
Gli accessi per quel poco che contano sono stati confortanti, perlomeno nella seconda parte delle pubblicazioni, motivo in cui per invitarvi tutti a rileggere i tanti articoli passati un po’ troppo nel dimenticatoio in questi anni soprattutto nel primo periodo.
Detto questo consiglio caldamente una accurata lettura del presente articolo sul nostro attuale coach, un grande uomo che è stato un grande giocatore e che è un grande coach !
GRAZIE
Leo, non so quanto la cosa sia fattibile, ma potete provare su ilmiolibro.it, i costi sarebbero contenuti e credo ci sarebbe più di una persona disposta all'acquisto (io sono tra questi) per permettervi quantomeno di rientrare nelle spese.
Durante il meeting di Firenze ho ringraziato Fabio di persona (in una passeggiata post-partita alla ricerca di bevande fresche), e mi ha impressionato la sua semplicità: è stato lui a ringraziare me!
Che uomo incredibile!
Abbiamo l'onore di far parte di una Famiglia speciale, i cui fondatori sono persone UNICHE e non smetterò mai di ringraziarli.
Un abbraccio.
Miri
ps. in pausa pranzo leggerò anche quest'ultima "fatica" del più grande tifoso italiano del nostro coach.
E complimenti anche per quest'ultima fatica sul Doc. Un solo appunto: attenzione a definire Jim Brewer solo un "buon atleta", potrebbero esserci dei canturini che bazzicano questo sito
Ho spulciato diversi articoli, apprendendo notizie sulla storia dei nostri amati Celtics che difficilmente si trovano altrove; questo rende l'opera un lavoro molto originale.
Su suggerimento di doorman ho dato un'occhiata al sito "http://ilmiolibro.katawe b.it/", sulla sinistra c'è il modo di calcolare rapidamente un preventivo, per avere un'idea dei costi.
Nel caso doveste stamparlo, prenoto una copia!! (sono il primo ??? :)
quanto alla copia cartacea posso senza dubbio consigliarti (per esperienza personale) www.lulu.com.
non ci sono costi di "avvio". scrivi il libro, scegli il prezzo, lo pubblichi e loro incassano solo dalle vendite.
puoi anche scegliere di vendere sia la versione cartacea che quella ebook.
in alternativa mi suggeriscono anche www.meetale.com o www.ebookvanilla.it.
mi prenoto anche io!
bellissimo pensiero....complimenti!e complimenti ancora ai fondatori che hanno creato questa famiglia!
Volevo dirti che se vi va potremmo fare 2 conti insieme per la stampa, visto che ho una tipografia...e valutare se si può fare qualcosa (non vorrei guadagnarci, mi basterebbe rientrare delle spese)
se vi va, son qui!
sempre cuorebiancoverde!!!!
Let's go celtics!!!
Infine è un ulteriore motivo di orgoglio sapere che gli amici che hanno la tua stessa passione sono capaci di produrre un'opera come questa.
COMPLIMENTI!!!!!
P.S. la storia dei Celtics non finisce qui, spero ci siano ancora in futuro tante pagine di gloria e di valori come quelle vissute in passato.
Mi contatti a texgilas@gmail.com così apriamo un giro di mail per capire cosa si può fare ?
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