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G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
movi
Beh, non mi sembra siano possibili scambi a playoffs in corso o a ... -
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pagliardo
ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Dan Layus
Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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goceltics68
Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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Legend
In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
calabrone66
Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia....
La Storia dei Celtics
Nel giugno del 2010 i Celtics avevano sfiorato l’impresa fermandosi solo negli ultimi minuti della partita decisiva contro i Lakers di Bryant. Purtroppo l’esito di quella sfida si era fatto sentire più sul fisico che sul morale: Kendrick Perkins, infatti, durante il sesto round delle Finals, nel tentativo di "soffiare" un rimbalzo a Bynum si era infortunato gravemente, subendo la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Quindici giorni dopo era già sotto i ferri per l'operazione di ricostruzione e i tempi di recupero apparivano, come da abitudine in questi casi, piuttosto lunghi, almeno 7-8 mesi. Il concomitante ritiro di Rasheed Wallace poneva Ainge nella difficile posizione di chi ha molte falle da turare e pochi tappi a disposizione: nessun centro di ruolo, i "Big Three" che ormai assommavano un totale di 103 anni, una panchina che si era dimostrata a più riprese asfittica durante il campionato precedente. Ce n'era abbastanza per rinverdire i fasti di quando il GM, all'alba della sua "seconda carriera" era stato ironicamente soprannominato "Trading Danny" per la serie impressionante di scambi effettuati.
Tanto più che dal draft non potevano arrivare grossissimi aiuti: la scelta numero 19 in un lotto abbastanza povero fu utilizzata per aggiudicarsi Avery Bradley. Classe 1990, Bradley era un “prospetto” che però aveva “sotto la cintura” un unico anno di college all'Università del Texas, peraltro senza brillare particolarmente (11.6 punti di media in 34 gare) anche a causa di una squadra non all'altezza. Il ragazzo aveva mostrato delle buone doti tra cui un notevole atletismo, un primo passo di tutto rispetto e una buona attitudine alla fase difensiva. A Bradley si aggiunse, con la pick numero 52 Luke Harangody, faccia da Celtic ed origine irlandese: 21.8 punti e 9.1 rimbalzi di media all'ultimo anno a Notre Dame, doti da attaccante di primo livello, buon tiro. Purtroppo (e questo era stato il motivo che lo aveva "spinto" in basso nella considerazione dei GM) era il più classico dei "tweener": troppo lento per giocare in posizione di ala piccola, troppo basso per evoluire da "4"...per tacere di un fisico non esattamente da decatleta. In ogni caso a quel punto non rimaneva molto da scegliere e la scommessa era intrigante.
A fine giugno 2011 arrivò per fortuna la notizia che "Doc" Rivers sarebbe rimasto ai Celtics. Scontato? Forse, ma nei mesi precedenti erano filtrate più volte indiscrezioni, sensazioni, dichiarazioni del coach che aveva espresso il desiderio di "staccare la spina" per tornare a Orlando e di seguire più da vicino la carriera del figlio Austin, giovane promessa dell’high school. Restava comunque la grande incognita rappresentata dalla mancanza di uno o più lunghi che potessero riempire il vuoto della pesante assenza di Perkins: Ainge diede immediatamente il via alle danze "firmando" dapprima Semih Erden, già scelto in coda al draft del 2008 (ma non ci si sarebbe più potuti affidare al "tocco" di Clifford Ray, allontanato all'alba di quella stagione per motivi tutt’ora “nebulosi”) e poi Jermaine O'Neal, un passato da All Star nella prima parte degli anni 2000 sino a quando il fisico di cristallo non aveva iniziato a mostrare le prime crepe martoriando la seconda metà della sua carriera; in ogni caso l'anno precedente aveva collezionato 70 presenze agli Heat con 28 minuti abbondanti a partita e totalizzato medie per nulla disprezzabili di 13.6 punti, 6.9 rimbalzi e 1.4 stoppate. Certo, non si era trattato di un acquisto propriamente indolore: era costato tutta la “Mid-Level Exception”, un contratto biennale da circa sei milioni di dollari a stagione, e qualcuno criticò la pericolosità di una scelta che "sprecava" gran parte dello spazio di manovra a disposizione per chiamare un atleta a forte rischio infortunio.
L'opera di "ricostruzione" del roster proseguiva, anche se gli intoppi non mancarono: Tony Allen, Celtic "storico", dopo 6 anni passati a Boston rifiutò l'offerta di rinnovo del front office, "firmando" per i Grizzlies, stessa cifra (3 milioni annui) ma un anno in più. La sensazione, suffragata poi dalle dichiarazioni dello stesso giocatore, era che Tony non gradisse più il ruolo di perenne sostituto dell’altro Allen, Ray, e preferisse accasarsi dove avrebbe potuto trovare maggiore spazio, ovvero ai meno competitivi Memphis Grizzlies. Tutto lavoro supplementare per Ainge, costretto a "rincorrere" un roster che andava puntellato: l'addio del secondo Allen portò come conseguenza il rinnovo obbligato di Marquis Daniels e quello di Nate Robinson (quest'ultimo a cifre non trascurabilissime, 4 milioni abbondanti) senza i quali il reparto guardie sarebbe rimasto troppo sguarnito. "Quisy", in particolare, fu una "scommessa nell'anno delle scommesse"...nel 2009, arrivato come una benedizione oltretutto a basso costo aveva mostrato solo qualche sprazzo e dopo un infortunio era uscito dalla “rotazione” di Rivers. Ulteriore acquisizione del mese nel reparto "piccoli" fu Von Wafer al rientro da una sfortunata parentesi europea con l'Olympiacos. A Houston in un recente passato aveva fatto bene, "sparando" con il 39% da tre e mettendo a segno una media di quasi 10 punti in 19 minuti di impiego, cifre che spinsero il GM del Trifoglio ad offrirgli un'ulteriore possibilità.
Ma con un Jermaine O’Neal a rischio infortunio, era evidente che sotto le plance c’era bisogno di un’ulteriore polizza assicurativa in termini di chili ed esperienza: eppure probabilmente nessuno si sarebbe aspettato che, in una calda giornata di agosto, Shaquille O'Neal sarebbe diventato un Celtic. Il trentottenne campione si concesse un "ultima corsa" al minimo salariale nel tentativo di strappare un altro anello e per Ainge si trattò dell'unica scelta plausibile per dare spessore ad un reparto "zoppo" (nel senso letterale del termine): la speranza era quella di aver messo abbastanza "fieno in cascina" per coprire i 48 minuti nel ruolo di centro quando il gioco si sarebbe fatto duro... e d'altronde sul momento le scelte fatte, pure ad altissimo rischio, apparivano come l'unica via d'uscita praticabile ad una situazione estremamente difficile. Anche perché i due O’Neal erano la prima opzione di tutti i manager dell’NBA alla ricerca di un centro per completare le loro rotazioni, visto che le alternative praticabili rispondevano ai nomi di Kwame Brown, Mikki Moore, Shelden Williams, Patrick O'Bryant...alzi la mano chi, nell'agosto 2011, avrebbe "pescato" in questo lago...
L'ultima puntata sulla roulette del mercato fu il più classico dei "cavalli di ritorno", quel Delonte West che era tornato così utile per arrivare a Ray Allen e poi a Kevin Garnett nel 2007. Il giocatore era reduce da una stagione decorosa a Cleveland ma avvelenata da gossip, una condanna per possesso d’armi da fuoco, infortuni e lo spettro della depressione. Alla vigilia della prima palla a due non si poteva negare che il tasso di classe ed esperienza dei Celtics fosse quanto meno alla pari di quello delle più serie contender, ma era anche ovvio che ci si sarebbe dovuti affidare ad un ben pianificato “turnover” per non infierire sulle scricchiolanti giunture di buona parte del roster e, soprattutto, confidare nella dea bendata, peraltro poco favorevole ai colori bianco verdi negli ultimi tempi. Il 26 ottobre l’NBA diede inizio alle danze, come al solito con una sfida ricca di fascino: nella splendida cornice del TD Garden scesero gli Heat di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh, risultato del capolavoro estivo di Pat Riley. Certo, a causa del sontuoso investimento per i tre contratti dei big, il cast di supporto era abbastanza raffazzonato (basti pensare che all'esordio il quintetto era completato dal legnoso Joel Anthony e da Carlos Arroyo) con l'unico Udonis Haslem a dare qualità alla “second unit”. Era comunque opinione piuttosto diffusa che con un simile trio in campo Miami avrebbe potuto puntare al bersaglio grosso già al primo tentativo. Ciononostante quella sera furono i tifosi di casa ad uscire con il sorriso sulle labbra: James ne mise 31 ma Wade fu tenuto ad un imbarazzante 4 su 16 al tiro per 13 punti totali. Bosh arrivò ad 8 e il "terzetto delle meraviglie" “combinò” 15 palle perse sulle 17 di squadra; dall'altra parte i "Big Three" andarono decisamente meglio: 20 per Ray Allen, 19 per Paul Pierce e 10 (più 10 rimbalzi) per Kevin Garnett. Rondo, dal canto suo smazzò 17 assist, due più degli Heat...di tutti gli Heat. Il punteggio non fu mai (o quasi) in discussione, 16-9 al primo intervallo, 45-30 a metà gara e 88-80 alla fine, dopo un tentativo di rimonta degli ospiti culminato con un layup di James per il -3 a poco più di un minuto dalla conclusione, non abbastanza per spaventare i Celtics, immediatamente a segno grazie alla “tripla” di Allen. Forse la notizia migliore fu però la solida prestazione di “Shaq”, 9 punti e 7 rimbalzi in 18 minuti, esattamente ciò che ci si aspettava dal veterano.
Purtroppo già alla quarta partita, il 2 novembre, il nome del “Big Diesel” non compariva tra i giocatori che avrebbero affrontato i Pistons al Palace di Auburn Hills (vittoria "comoda" per 109-86). Alle prese con un risentimento al ginocchio destro aveva lasciato libero il posto di starter a Jermaine O'Neal, peraltro autore di una buona prova: 12 punti, due stoppate e un incoraggiante 5 su 8 al tiro in 21 minuti. Bene? Sì, anche se nemmeno una settimana dopo pure Jermaine era costretto a dare forfait dopo 11 minuti della sfida (persa) contro i Mavericks a causa di un dolore al ginocchio sinistro. Nel frattempo Erden aveva cominciato ad accusare problemi ad una spalla malconcia per la quale si paventava la necessità di un'operazione: Ainge sembrava sulla buona strada per perdere la sua “scommessa”. Nella gara successiva tornò in campo Shaq e fornì la boccata d'ossigeno che contribuì ad espugnare la American Airlines Arena per dare un'altra delusione agli Heat. Il bilancio era di 7 vinte e 2 perse ma la preoccupazione per la salute del roster non permetteva troppo ottimismo. A tragica conferma il 24 novembre, dopo una conclusione in layup durante la sfida contro i Nets, Delonte West cadde malamente procurandosi una frattura al polso, infortunio che lo avrebbe tenuto lontano dal campo per lungo tempo. In spregio alle continue offese della sorte i risultati continuavano ad arrivare: a cavallo tra il 22 novembre e il 22 dicembre le vittorie consecutive furono ben 14 e portarono il record a un sontuoso 23-4 nonostante anche Rondo fosse stato toccato dalla "maledizione" incarnatasi in una brutta distorsione alla caviglia che gli costò sette partite in borghese. Il culmine della “paura” lo si raggiunse però quando Garnett, durante la sfida contro i Pistons del 29 dicembre, dopo nove minuti del primo quarto saltò ad inchiodare la schiacciata, salvo poi accasciarsi al suolo con una smorfia di dolore.
Per fortuna i primi accertamenti esclusero fratture ma il ricordo del "crack" del 2009 era ancora troppo fresco per non sentire un brivido lungo la schiena. "The Big Ticket" tornò in campo il 17 gennaio ma nel mentre, vuoi per il solito fisiologico calo post-natalizio, vuoi per l'ecatombe di acciacchi ed infortuni che costringeva sistematicamente Rivers ad equilibrismi per gestire i minutaggi dei titolari, le prime sconfitte incominciarono ad arrivare, anche se la classifica si manteneva comunque buona ed i biancoverdi continuavano ad esprimere un gioco di alto livello: alzarono sì bandiera bianca a New Orleans, a Chicago ed a Washington, , ma durante una difficile "swing" ad Ovest vennero sconfitti solo dai Suns, avendo ragione di Kings, Trail Blazers e, soprattutto, Lakers: Pierce, gasato come sempre dal "ritorno a casa", trascinò i suoi con 31 punti a un trionfante 109-96. Assieme ai risultati sul campo arrivò anche l'ulteriore buona notizia del rientro in campo di Kendrick Perkins, all'esordio nel torneo nella vittoria del Garden contro i Cavs il 25 gennaio 2011; in quell' occasione "Perk" apparve già in buona condizione, 7 punti e 6 rimbalzi in 17 minuti partendo dalla panchina.
Non ci fu però nemmeno il tempo di gioire perchè per l'ennesima volta Shaq si fermò, vittima di un risentimento ad un piede (e di fatto sarebbe rientrato per qualche scampolo delle prime due partite contro gli Heat nei playoffs), poi Jermaine O'Neal venne operato in artroscopia al ginocchio il 5 febbraio (la speranza era quella di averlo disponibile per le partite che contavano) e il giorno dopo sembrò di assistere ad una puntata di "The Twilight Zone" quando Marquis Daniels, durante un normale contrasto di gioco con Gilbert Arenas dei Magic cadde malamente a terra, rimanendo immobile per diversi minuti. L'incredibile diagnosi, più consona ad un campo da football americano, fu "contusione alla colonna vertebrale" e la prognosi diceva "fuori almeno un mese": di fatto "Quisy" non avrebbe più indossato la divisa dei Celtics quell'anno. Dal 18 al 20 febbraio allo Staples Center di Los Angeles si tenne il tradizionale happening dell'All Star Weekend, con folta rappresentanza biancoverde: assieme agli "habitueè" Pierce, Allen e Garnett fece la sua apparizione il "rookie" Rajon Rondo, che onorò la manifestazione smazzando 8 assist (cui aggiunse 6 punti) in 22 minuti. "He Got Game" e "The Truth" parteciparono inoltre alla gara dei tre punti, qualificandosi per la finale dove vennero però battuti da James Jones.
Passata la festa ci si ributtò a capofitto nel basket "vero" e, inutile negarlo, la situazione del Trifoglio, comunque la si guardasse, appariva critica: nonostante il record di 41 vinte e 15 perse, senza Daniels veniva a mancare il primo cambio per Pierce, l'assenza degli O'Neal lasciava il solo Perkins a difendere il “pitturato”, e West era appena rientrato dal grave infortunio al polso. Fu così che Ainge, con una delle decisioni più controverse della sua gestione, il 24 febbraio 2011 si risolse a puntare tutto ciò che gli rimaneva per rimettere in sesto una squadra che stava perdendo pezzi a ripetizione. La prima mossa resa pubblica fu l'invio di Semih Erden e Luke Harangody a Cleveland in cambio di una seconda scelta da spendersi al draft del 2013; l'ultima la partenza dello sfortunato "Quisy" in direzione Sacramento in cambio di un'altra seconda "pick" (per il 2017). La chiara volontà era quella di liberare spazio in attesa dell'acquisizione di free agent esperti che avrebbero dovuto contribuire più validamente rispetto ai due rookie o a Daniels, la cui stagione era di fatto già chiusa.
Le polemiche si accesero però quando venne annunciata la trade che portava Kendrick Perkins e Nate Robinson agli Oklahoma City Thunder per avere in cambio Nenad Krstic, Jeff Green e una prima scelta (“protetta” top 10). Per molti la partenza del numero 43 fu un "colpo al cuore": i tifosi del Trifoglio lo avevano visto nascere cestisticamente e lo avevano visto trasformarsi da legnoso ed inesperto ragazzone a centro titolare della squadra campione NBA. La contropartita non poteva essere considerata di quelle "irrinunciabili"; Krstic in particolare, oltre ad una certa qual predisposizione agli infortuni, non pareva avere le caratteristiche soprattutto di applicazione difensiva per ben figurare nella "Beantown". Buone doti di tiratore (e l'avere a fianco un certo Jason Kidd) gli avevano permesso di raggranellare cifre apprezzabili intorno alla metà dell'ultimo decennio, ma la rottura del tendine di Achille durante il campionato 2006-2007 era stata una brutta tegola dalla quale il giocatore non si era più completamente ripreso. Ai Thunder, nelle 47 partite giocate sino a quel momento aveva totalizzato 7.6 punti e 4.4 rimbalzi in 21 minuti di media.
Più "intrigante" l'addizione di Green, giovane (classe 1986) e versatile ala che poteva fungere da valido cambio sia per Pierce che per Garnett. Nei tre campionati (e mezzo) passati da professionista aveva sempre viaggiato intorno ai 15 punti ad ingresso in campo mostrando anche una certa competenza in difesa. Non dimentichiamo che nel draft del 2007 era stato proprio Danny Ainge a sceglierlo con la "pick" numero 5, salvo "girarlo" a Seattle per dare inizio alla sarabanda che avrebbe riunito i "Big Three" sotto la bandiera del Leprechaun. Contrariamente alle previsioni il più convincente dei due, almeno all'inizio dell'avventura, fu Krstic: 9 punti ai Clipers, 11 ai Jazz, 13 ai Suns, ancora 11 ai Warriors, poi 17 ai Bucks nelle 5 vittorie consecutive dell' immediato post-trade. Green, tolto l'exploit dei 21 rifilati a Golden State, mostrò un approccio sin troppo timido, denunciando quei problemi di personalità che lo avrebbero accompagnato sino a fine stagione. Nel frattempo, come da prassi, il GM biancoverde aveva "pescato" tra i free agent per completare il roster: i nuovi arrivi si chiamavano Troy Murphy, Sasha Pavlovic e Carlos Arroyo. Il primo in special modo venne unanimemente riconosciuto come un ottimo acquisto: competente al tiro, ottimo rimbalzista, pareva l'uomo ideale per fornire 10-15 minuti di qualità; di fatto non diede “segnali di vita” ed alla fine venne "dimenticato" in fondo alla panchina.
In mezzo a problemi di ogni sorta si arrivò alle porte dei playoffs con un ottimo bilancio di 56 "W" e 26 "L" e la gradita notizia del rientro di Jermaine O'Neal per le ultime nove gare. E qui finivano le buone nuove, perchè il rientro di Shaq era slittato più e più volte e tutti i nuovi acquisti avevano stentato, anche quel Krstic protagonista di valide prestazioni all'inizio dell'esperienza alla "Beantown": Nenad, con il passare del tempo si era "spento" entrando in un tunnel di mediocrità dalla quale non era più riuscito ad uscire. Non solo, nelle ultime 20 partite i Celtics ne avevano lasciate per strada ben 10 perdendo definitivamente contatto nella lotta per il primo posto ad Est che avevano lungamente difeso dagli assalti di Bulls e Heat. Proprio contro queste squadre arrivarono le due sconfitte più dolorose, quelle in cui si sarebbe dovuto dare il proverbiale "segnale": a Chicago si finì sotto di 16, a Miami di 23 senza mai essere in partita. Indicazioni troppo preoccupanti per farsi illusioni e non ci si poteva nemmeno appellare al fatto di aver potuto far riposare i "Big Three" durante la stagione, perchè a causa dei continui infortuni sia Pierce che Allen che Garnett avevano giocato più minuti rispetto all'anno precedente. Il Capitano era stato il "miglior marcatore" con 18.9 punti ad ingresso in campo, seguito da "Jesus" a 16.5 e da KG a 14.9. Rondo, per la prima volta in carriera aveva raggiunto la doppia doppia di media (10.6 e 11.2 assist a gara, secondo nella lega dopo Nash a 11.4). Come sempre, in coda alla regular season la NBA rese pubblici i premi stagionali e proprio Rajon assieme a "The Big Ticket" fu incluso nel miglior quintetto difensivo.
Il terzo posto conquistato significava dover sfidare i Knicks al primo turno della post-season in una contesa dal sapore antico tra le uniche due squadre nella NBA che non erano mai emigrate dalla "città natia". La qualificazione non pareva essere in dubbio, anche se nell’estate precedente la squadra di D'Antoni aveva ricevuto una cospicua iniezione di talento dopo il tragicomico campionato 2009-10 (53 sconfitte): era arrivato Amare Stoudemire ed a febbraio, mentre Ainge si industriava per "aggiustare" il roster, gli si erano aggiunti addirittura Carmelo Anthony e Chauncey Billups da Denver (previa rinuncia a Gallinari, Felton e Chandler). Nonostante i nomi altisonanti i risultati non erano stati clamorosi: un onesto torneo passato ad accarezzare il 50% di vittorie (e dopo la trade-Melo le cose non erano cambiate di una virgola), per ben 53 volte avevano segnato 100 o più punti e per 58 volte ne avevano subiti almeno altrettanti: “il più costoso flipper del mondo”. Il 17 aprile al Garden andò in scena Gara 1 e non fu affatto una passeggiata: nel secondo periodo i Knicks si portarono avanti sino al 51-39 con i biancoverdi in rottura prolungata (2 punti negli ultimi 4 minuti). Fortunatamente dal terzo quarto ci fu una qualche reazione, anche grazie a un Jermaine O'Neal in palla, capace di mettere a segno 3 canestri consecutivi fino al -6 (chiuderà marcando un immacolato 6/6 al tiro). La partita si concluse al fotofinish, grazie alla solita tripla di Ray Allen a 11 secondi dalla sirena...decisamente una "brutta vittoria", con una panchina abulica (Davis 2 punti, Green 4, West 2, Krstic nessuno), portata a casa grazie all'esperienza e alla buona vena di "He Got Game" (24, 3/5 dalla lunga).
La speranza era che si fosse trattato di un episodio, ma la replica non fu migliore: trascinati dai 42 di Carmelo Anthony gli ospiti si trovarono ancora in vantaggio di 1 a 19 secondi dalla conclusione e questa volta toccò a Garnett, autore di un piazzato e di una palla rubata di peso specifico enorme, di togliere le castagne dal fuoco a Rivers: 96-93, un altro "brodino" per tirare avanti e il "trentello" di Rondo non poteva renderlo più saporito di tanto, anche perchè D'Antoni aveva "perso per strada" Billups a causa di un infortunio al ginocchio (Chauncey non sarebbe più rientrato). Qualche preoccupazione per la trasferta al Madison Square Garden iniziava a serpeggiare, ma i Celtics finalmente sfoderarono una prestazione maiuscola "sculacciando" i padroni di casa per 113-96...e d'altronde quando Ray Allen mette 8 triple, Pierce fa 38 e Rondo serve 20 assist non sono molte le squadre che possono rispondere colpo su colpo. Lo sweep fu servito due giorni dopo con un 101-89 abbastanza indolore, nonostante il tentativo di rimonta quasi riuscito da New York che dal -23 del terzo periodo si portò fino al -4 a 7 minuti dalla sirena salvo poi venir ricacciata indietro da Pierce, Rondo e dalla solita tripla di Ray.
In semifinale di Conference l'avversario non poteva dirsi altrettanto morbido, trattandosi dei Miami Heat, oltretutto favoriti dal fattore campo. Sarebbero stati capaci i biancoverdi di sovvertire il pronostico e sconfiggere la favoritissima truppa di Spoelstra? Purtroppo sin da gara 1 i reali valori in campo furono chiari: Wade e James misero assieme 60 punti e come se non bastasse James Jones trovò la partita della vita (25 e 5 su 7 da "acque internazionali"). Finì 99 a 90, ultimo vantaggio-Boston dopo 5 minuti dall'inizio del primo quarto.
Anche la seconda partita non portò buone nuove, con i tre big di Miami a spadroneggiare (LeBron 35, Dwyane 28, Bosh 17). Il Trifoglio offrì una orgogliosa resistenza grazie soprattutto a Rondo (20 e 12 assist), rimanendo a stretto contatto sino alla metà del quarto periodo, quando la benzina finì e un parziale di 14 a 0 spezzò ogni speranza di impattare il punteggio della serie. Il 102 a 91 finale sancì il 2 a 0 per la creatura di Riley. Ci sarebbe voluto un mezzo miracolo per raddrizzare una situazione grigia tendente al nero e i ragazzi di Rivers ci provarono con l'aiuto del tifo indiavolato del Garden: Rondo nel terzo periodo subì un dolorosissimo infortunio al gomito (causato da un intervento non “cristallino” di Wade) ma gli Heat vennero messi sotto grazie a un Garnett in versione extralusso (38 e 14 rimbalzi) e a un Capitano trascinante (27 con 5 "triple"). Da segnalare il rientro in campo di Shaq, anche se il vecchio "totem" non fu in grado di garantire qualcosa di più di una comparsata (2 punti in 8 minuti). Purtroppo, se la serata fu gloriosa, ancora una volta saltò all'occhio come le riserve non fossero in grado di dare respiro ai titolari: escluso un buon West (11 con due "tre punti"), nessuno, Green e Davis in testa, riuscì a lasciare il segno. Aggiungiamo che Jermaine O'Neal stava giocando con un polso fuori uso da gara 2 contro i Knicks e avremo una situazione complicata anzichenò. Eppure i Celtics diedero prova del consueto grande cuore dando battaglia in gara 4 ed impegnando allo spasimo i favoritissimi avversari: nonostante il drammatico 1 su 10 di Garnett ed un Rondo a mezzo servizio rimasero avanti per gran parte dell'incontro e sull'86 a 86 allo scadere Pierce ebbe addirittura la palla in mano per il tiro della vittoria...ma sbagliò: il supplementare non ebbe storia e gli ospiti “sbancarono” il Garden per 98 a 90.
Molte squadre, sotto 3 a 1 e dopo sette mesi di sfortune assortite, si sarebbero arrese ma non questi "vecchietti" che al ritorno a Miami vendettero cara la pelle. Di nuovo, finchè il fiato resse se le giocarono assolutamente alla pari, basti pensare che a 4 minuti e mezzo dalla sirena comandavano ancora per 87 a 81 e senza exploit clamorosi: nessuno segnò 50 punti, ma tutti lottarono, comprese le riserve, che finalmente furono all'altezza (Green 9, West 10, Davis 6, Krstic 8). Dopo 43 minuti di feroce applicazione, però, l'acido lattico nelle gambe dei titolari superò il livello di guardia e non ci fu nulla da fare: il canestro degli Heat si ridusse alle dimensioni della cruna di un ago e i padroni di casa ebbero via libera per un parziale di 16 a 0 (10 di James che arrivò a 33, uno in meno di Wade). Era finita, i vecchi guerrieri avevano ceduto le armi, ma da veri Celtic non si erano mai arresi, nè alla maggior freschezza degli avversari, nè alla sfortuna che li aveva presi di mira fin da subito. Le scommesse di Ainge non avevano pagato, e qualche critica venne subito lanciata all’indirizzo del front office biancoverde da quella parte dei “media” che da anni sembrava non attendere altro che “la caduta degli dei”. Anche questo è il bello dello sport: il fatto che chi abbia meno esperienza possa sentirsi in diritto di criticare chi è più esperto senza conoscere i dettagli delle decisioni. La sensazione di un ciclo che si concludeva era netta, come era profondo il dispiacere di non aver visto questo gruppo raccogliere più dell'unico anello strappato nel 2008: l'infortunio a Garnett nel 2009, gli ultimi minuti di gara 7 contro i Lakers nel 2010, per tacere del numero incalcolabile di iatture del 2011...ammesso che ci fosse un debito con il Dio dei canestri, è lecito sperare che sia stato pagato in questi tre anni, interessi compresi.



Commenti
Prima di tutto aver visto Shaquille in maglia Celtics è stata una grandissima emozione, perchè lui per tanti anni è stato IL centro dominante della lega e nel primo scorcio di stagione abbiamo visto che in quel gruppo avrebbe potuto ancora dare tanto, peccato che il fisico non abbia retto.
E cosa dire del record di Allen? Per tante partite abbiamo fatto il conto alla rovescia per poi emozionarci
Ma poi anche l'infortunio di Daniels e quello di Rondo, e il devastante (per la mia psiche
Insomma, una stagione che ha avuto un valore incredibile, con il piacere assoluto di vedere ancora i "Tre Vecchioni" insieme.
Non è finita come speravamo, anche se, in cuor nostro, lo immaginavamo: troppo atletici gli Heat e troppo acciaccati i Celtics, ma nel mio cervello rimane il dubbio che con un Rondo "a due braccia sane" si sarebbe vinta gara4 e chi può dire come sarebbe finita?
la trade di Kperk a posteriori s'è rivelata una tregenda
aldilà di quello che scopriremo domani su Jeff, un centro così a 7 mln è stata una cessione delittuosa, un graverrimo errore che oggi strapaghiamo
Danny ha brutalmente sbagliato e la rabbia del post trade dei big3 era giusta e motivata
La trade è stata marginale, la squadra arrivò spenta ai P.O. ...
io intendo parlare di KPerk:
premessa 1: con lui non avremmo battuto Miami
premessa 2: era lecito attendersi una stagione dal rendimento scarso con tutti i problemi che s'era messo alle spalle
cionondimeno: a 7 mln un centro (merce rarerrima) di quella efficacia difensiva, inserito nel sistema, nel contesto umano di questa squadra, per me era non da tenere, ma da inchiodare al parquet del Garden
guardando i contratti dei vari centri firmati e rifirmati in qs giorni, trovarsi al 2012 con spot di play e centro coperti con 16 mln sarebbe stato un lusso, ma lusso lusso
è la mia opinione, senza contare che se avessimo tenuto Kperk (7 mln sono cmq meno dei 9 di Jeff) sarebbe stato più facile trovare un 3/4 a prezzi umani e rimanere competitivi piuttosto che affrontare una stagione senza lunghi come ci accingiamo a fare oggi
ah quanto mi manca Broncione...
Green può essere un Crack... Comunque, speriamo che Green non abbia nulla di grave.
Tanto per... Varejao guadagna sette l'anno, e non è meno bravo di Perk, anzi... anzi.
Sulla stagione che è andata, beh. Io credo che sia andato tutto male, dalle grande alle piccole cose ( infortuni minimi a big baby, Erden che non va, Daniels che si "spacca" ) E' stata una stagione disgraziata. E ha lasciato le sue tracce
guarda rispetto il tuo punto di vista, ma non riesco proprio a condividerlo anche solo sulla base del fatto che qs anno sarebbero bastate le piccole eccezioni disponibili per trovare un pariruolo di Jeff sufficientemente efficace per dare il cambio negli spot 3/4, mentre come sai col centro siamo a zero
e con zero vai da nessuna parte
poi Broncione era di una utilità infinita, collaudato, innestato, motivato e stimato... e pagato il giusto... 7 mln x uno che ti va in single coverage su DH12...
a me non riesce a non sembrare un errore strategico
non entro sul discorso jeff, non è il momento
Poi, figurati, anche io rispetto il tuo punto di vista, e vorrei poterlo condividere. Ma poi mi rifaccio la domanda : Cosa ci avrebbe dato in più Perk ? E mi rispondo che non avrebbe cambiato le nostre prospettive di una virgola...
Ora e' inutile ritornarci, io lo dissi da tifoso avrei rinnovato e mi sarei tenuto KP per andare su un giocatore come Parker..da tifoso
Adesso un grosso imbocca al lupo a Green, siamo tutti con te
Pensai di guardare il bicchiere mezzzo pieno, con Shaq e Jo sani la squadra poteva essere a posto e Green coprire il buco di Daniels.
Ma pensai immediatamente alla chimica, alla voglia, a quel gruppo che aveva dato tanto nella prima parte di stagione e davvero non potevo condividere la scelta. Secondo me mantenere il gruppo intatto avrebbe spremuto il capitano magari, ma con la chimica e la rabbia dei comprimari (Nate, Luke, Semih) perfettamente integrati nel sistema, con obiettivi comuni, con ancora i big3... insomma... io penso che avendo battuto gli Heat e abbastanza nettamente in RS, li avremmo potuti tenere a bada anche ai PO.
In ottica futura, 7mln quando hai il cap vuoto non fanno tutta la differanza del mondo, IMHO, specialmente per un centro. Chiedo ai piu' esperti: Quanti centri titolari NBA prendono meno?
Per concludere, chi giudica l'operato di Perk ai thunders ai PO, non considera che:
1-non e' che Greeen abbia fatto faville da noi dovendosi integrare
2-e se anche Perk non rendesse al di fuori del sistema boston? nulla toglie che i 7mln per come giocava qui li meritava e ampiamente. Su questo credo nessuno possa obiettare...
Speriamo ora che Danny lavori per un lungo affidabile (basterebbe Pryzb) e che Green non abbia un problema irrimediabile, per la squadra ma soprattutto per lui e la sua carriera.
Perk ci avrebbe dato un centro vero, cosa che non abbiamo e che x limiti di cap non possiamo avere, ergo Perk ci avrebbe dato la chanche di lottare x il titolo x qs stagione, invece non potremo far altro che star qui a guardare chi tra gli altri appenderà il banner
7 mln, no dico 7 milioni! quant'è che ha strappato x quel totale irrealizzato di Cuami Braun?
scusa Dan, ma io non riesco prorpio a non considerarlo un errore tattico
Danny vive ogni giorno per pensare a come vincere. e Se lui avesse conosciuto un modo per vincere, lo avrebbe sfruttato. Mi spiace, ma secondo me è abbastanza strano ritenere che con Perk questa squadra avrebbe vinto quest'anno. La squadra dipende dagli Umori dei tre, Se i tre stanno bene poi ci vuole un cast di supporto adeguato. Questo non significa che non si possa criticare l'operato di Danny, anzi. Lui sbaglia, come è umano che sia. Ma sbaglia nei dettagli. Secondo me un errore è stato Far vestire la Maglia col trifoglio ad un giocatore che proprio non doveva, come Robinson, che è il peggior elemento della lega. Eppuro so che Danny aveva trovato in lui qualcosa che potesse farci vincere
Ma scambiando Perk lui sicuramente ha visto qualcosa che potesse avvicinarci in qualche modo veramente al titolo, anche in futuro...
Che però adesso si legga che con lui avremmo vinto titoli e titoli, mi sembra assurdo. Kendrick era in campo nei playoffs del 2009, quelli senza Garnett, e perdemmo alla settima partita contro Orlando. Kendrick era in campo coi Thunder quando sono stati spazzati via dai Mavericks.
Al di là di tutto, il fatto oggettivo è che la produzione di punti e rimbalzi di Perk negli ultimi due anni si è dimezzata rispetto al 2009, suo anno d’oro, e persone che lo hanno visto allenarsi dopo l’infortunio al ginocchio mi hanno riferito che non aveva più la stessa mobilità: forse è per questo che nell’estate scorsa ha perso molto peso, per riguadagnare in agilità.
In ogni caso, Dan, Zio è sempre stato un fervente assertore del “chamberlainismo di Perk”… io invece lo identifico come un ottimo complemento, un tassello importante in una squadra da titolo, ma non più decisivo di un altro centro. Ai Celtics (e forse ai Thunder) sta bene perché deve mettere la museruola ad Howard e Lopez, ma non devi aspettarti che “vinca” il confronto diretto di punti e rimbalzi: se anche su Pierce, Allen e Garnett le aspettative fossero le stesse, chiuderemmo la stagione a 41 vittorie.
E lo dico pur essendo sempre stato un estimatore di Perk, proprio perchè credo nei "ruoli" in una squadra di basket, e Kendrick è sempre stato un giocatore disciplinato, allenabile e positivo.
Citazione:Ecco, è quello che ho pensato appena ho visto Perkins così dimagrito. Ma Perkins con 15 Kilogrammi, o forse più, in meno, siamo sicuri riesca a tenere Howard ? Io credo proprio di no.
Ad ogni modo, magari sbaglio io, ma credo sia un minimo "presuntuoso" credere che noi al posto di Ainge avremmo fatto meglio. Magari sbaglio io a pensarla così, ma credo che se lui abbia operato in quel modo, modi migliori effettivamente non potevano essercene. E non perchè sia una macchina perfetta, o perchè non possa sbagliare, semplicemente conosce dinamiche a noi sconosciute, e sa cose che a noi non è dato sapere.
Detto questo è altrettanto vero che non avremmo potuto ovviamente vincere il titolo nemmeno con il miglior Perkins, figuriamoci con un giocatore in uscita da un grvissimo infortunio, nè saremmo stati competitivi quest'anno.
E non mi sento nemmeno di condannare Ainge che, data la situazione ha provato ad aggiustare l'inaggiustabile, conscio, lo ripeto, che senza quell'ultima "scommessa" avrebbe comunque perso l'ultima corsa per il titolo. Ha preso una decisione, coraggiosa, guardando anche un po' al futuro (Green). Lì per lì, alla notizia dello scambio, l'avrei strangolato ma poi, giorno dopo giorno, e lo penso tuttora, ha tutto sommato fatto la mossa paradossalmente più ragionevole.
Sulla diatriba Zio/Dan sottolineerei innanzitutto con piacere quanto si possa avere idee diverse, esprimerle motivando e facendo trasparire una stima reciproca, complimenti!!! poi io tendo più dalla parte del ragionamento di Dan (anche perchè se Dan avesse ragione è più positivo per i C's in ottica futura) ma come sempre in questi casi in cui non c'è una controprova e si tratta di decisioni che hanno degli strascichi negli anni a seguire, non penso che si possa non apprezzare entrambi i ragionamenti.
Poi Zio mi sta quasi convincendo ad iscrivermi alla setta "Pierce & Love" dopo che sono partito da posizioni estremamente lontane, per cui ho il massimo rispetto per le sue opinioni, e prima di dire che dice una cavolata ci penso alquanto.
Questa è sempre stata anche la mia interpretazione. Anche quando Angelo scrive “Ainge ha perso la sua scommessa”, dice una cosa sensata, ma allo stesso tempo fa un’affermazione che “scarica” le colpe su chi ha quasi sempre preso le decisioni migliori ed ha battuto la concorrenza.
Facciamo qualche esempio concreto: Garnett lo volevano Suns, Lakers, Warriors (ed altre che non ricordo), ma l’ha preso Ainge. Rasheed nell’estate 2009 lo volevano tutti ma ha firmato coi Celtics, i due O’Neal erano i pezzi più pregiati nel “pool” dell’estate scorsa e se li è assicurati Danny. Poi se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che l’infortunio di Garnett nel 2009, quello di Perkins nel 2010, quelli di Shaq e Jermaine nel 2011 ci hanno privato ALMENO di un titolo.
Nel momento in cui Ainge aveva messo assieme il gruppo con le maggiori possibilità di vincere, non credo gli si possa ascrivere alcuna colpa. Anche sulla trade di Perkins: anche se non fosse vero che l’infortunio al ginocchio lo ha “rallentato”, sei un GM che ha a disposizione tre centri ma poca profondità nel reparto ali (Marquis Daniels è fuori dai giochi per la stagione). Devi sacrificare uno dei centri, e mandi via l’unico che abbia “mercato”, ovviamente, perché non credo che i Thunder ti avrebbero girato Green in cambio di Shaq o Jermaine.
In ogni caso, nell’immediato è difficile giudicare l’operato di un GM con obiettività. Perché siamo tifosi, ma anche e soprattutto perché ci mancano i parametri oggettivi che determinano le scelte. Perk stava bene? Aspirava ad un rinnovo a cifre elevate mentre Grousbeck e Pagliuca invece volevano pagare una luxury più bassa in un momento di contrazione dei mercati? Avevamo provato ad offrire Kendrick in cambio di Howard ma ci avevano detto di no? Non lo sappiamo. E se non siamo a conoscenza dei dettagli, il nostro giudizio non può essere preciso. Meglio aspettare di avere gli elementi per valutare con maggior precisione: di solito entro 4/5 anni per ogni evento sportivo americano di valore escono libri, interviste, servizi che spiegano abbondantemente i retroscena...
Insomma, come ho sempre giudicato l’operato di un coach NON solo in base alle vittorie ma in base alle vittorie E al materiale umano a sua disposizione, credo sia giusto fare lo stesso quando si esamina l’operato di un manager. Solo che al posto del materiale a disposizione vanno analizzate le opzioni in suo possesso, comparando le sue azioni con quelle dei colleghi. E non è facile, intendiamoci.
io considero perkins un buon giocatore ma venva esaltato dal sistema e dalla vicinanza di garnett. in attacco era migliorato moltissimo ma non è certo un giocatore su cui basarsi per costruire un nuovo ciclo. secondo me un centro come perkins lo possiamo trovare attraverso il draft o in europa. pensiamo ai centri firmati in questa sessione: gasol (2 scelta bassa) jordan (2 scelta). oppure altri centri interessanti: il turco di chicago (2 giro) pekovic (mi sembra scelto dopo la 20 esima) e altri..non necessariamente un centro difensivo e di copmplemento va in lottery..
a) non ha dato i frutti sperati, che erano la vittoria del titolo
b) in quel momento eravamo troppo “corti” in panchina mentre teoricamente eravamo coperti sotto canestro.
Da qui poi possiamo discutere fino alla notte dei tempi, rimane però il fatto che non abbiamo elementi oggettivi per stabilire se Ainge in cambio di Perkins potesse prendere giocatori più forti, o se fosse possibile (e giusto) rifirmarlo alle cifre che lui esigeva.
Ma permettetemi una considerazione: leggo di trade riguardanti Howard, Kaman, Lopez… in tutta sincerità se foste tifoso dei Magic, dei Clippers o dei Nets, li dareste via quei tre per Jermaine e magari qualche scelta o rookie di contorno?
Prima di partire con il gioco delle figurine io lancio sempre un “file eseguibile” facilissimo, “tradefan.exe”: ti permette di immedesimarti nel tifoso dell’altra squadra e spesso arriva a risultati del tipo “col cavolo che te lo do, Marc Gasol, per O’Neal e due prime scelte”…
sul discorso dei nostri asset da dare in cambio losappiamo tutti che non sono competitivi. e con questi qua puoi avere solo la fortuna di una squadra in ricostruzione che si accontenta disalari in scadenza e qualche scelta. ma nn certo per howard e lopez..
il miracolo era quasi riuscito con west, che pero' era free agent di una squadra in vendita..
pe chiudere: fossi un tifoso dei magic i ns scarti non li prenderei.fossi nel gm di orlando neanche, pero' dovranno cmq cederlo e dovranno accontentarsi...
mi sarebbe piaciuto per un anno..rimbalzista e difensore..un po piccolo ma avrebbe fatto una bella figura.
Gli scambi secondo me vanno valutati secondo una logica immediata abbastanza facile da verificare (sono teoricamente coperto nella posizione di centro, necessito subito di un 3-4 se voglio provare a vincere adesso, non voglio salassarmi nel rinnovo di Perk, allora tiro il grilletto) ma poi hanno anche una importante componente futura che ovviamente è di difficile previsione; compito del bravo GM è anche trasformare trade non felicissime nell'immediato in opportunità da giocarsi nel futuro.
Certo che se però continua il giochino delle stelline che fanno cartello per andare a giocare al sole o in posti molto cool, (anche in apparenza contro i loro stessi interessi, pensiamo se LBJ fosse andato a Chicago al posto di Boozer, forse il titolo non sarebbe finito a Dallas) allora anche il bravo GM rischia di trovarsi con poco margine di manovra.
Ma pur essendo un grandissimo fan di Perk che ho sempre strenuamente difeso fin da quando qualcuno lo definì solo un "taglialegna", è chiaro che quella trade aveva una sua logica di necessità: l'infortunio di Daniels che ci avrebbe lasciato per molti mesi (eravamo a febbraio) con un grosso buco tra gli esterni e, sebbene in teoria potevano esserci alternative disponibili sul mercato, come sottolinea Legend, non possiamo sapere quali tentativi siano stati fatti da Ainge prima di cedere Perkins.
Poi non possiamo dimenticare il discorso rinnovo contrattuale e quello fisico del recupero di Perk, tuttora non chiarissimo; insomma, direi che con il senno di poi siamo tutti bravi a scrivere di alternative migliori, ma al momento devi fare valutazioni e scelte e non sempre è facile imbroccare quelle migliori.
All'epoca Ainge e Rivers sentivano che per avere una chance i Celtics avrebbero dovuto provarci, e l'hanno fatto. Io non avrei mandato via Perk ma sono un tifoso, e le mie logiche non coincidono con chi deve far felici proprietari, coach, giocatori e pubblico.
Del resto io avrei rifirmato West, tenuto Davis, eccetera eccetera...
Ma già all'inizio degli anni '90 Dave Gavitt (che ci ha lasciato da poco) era stato criticato per non aver "smantellato" i "Big Three" originali, condannando i Celtics a qualche anno in più di buio... l'NBA stava cambiando, ed era 20 anni fa.
Ecchecca ... spita! Qualcuno doveva pur dirlo, così come Michele in un post precedente.
Cos'è, non abbiamo ancora elaborato il lutto?
Purtroppo ex-post tutte le decisioni sono semplici, il problema è che -volenti o nolenti- quella mossa aveva una sua logica.
Con Shaq e JO in salute avremmo affrontato i PO con due che potevano ancora fare la differenza, con degli ottimi rincalzi dalla panca e con un 3 per dare fiato a Cap che aveva tirato la carretta. In più l'opzione "small ball" con JG in 4 e KG da centro.
Purtroppo determinate decisioni pagano o meno a seconda di come si sviluppano, e più è alto il rischio e più possono pagare.
Io personalmente penso a cosa faremo dal 25 in poi con chi c'è e ci sarà, a Perk auguro tutto il bene possibile e di diventare un crack in quel di OKC.
sì, capisco che il mio sia un discorso che lascia il tempo che trova... era solo un modo per uscire dall'intrigo ha fatto bene ha fatto male... so anche che non si può “giudicare” una scelta estrapolandola dal tempo e il contesto in cui è avvenuta... però si può dire che i risultati di questa trade fino ad ora sono stati sotto le aspettative... in ogni caso, secondo me il problema nostro è un altro... tutti gli anni, e forse anche nell'anno del titolo (vedi i primi 2 turni di PO) siamo partiti sempre sparati x poi spegnerci pian piano... unica eccezione il 2010, dove facemmo una RS molto al di sotto delle aspettative x poi giocarci tutto ai PO... lo sta sostenendo anche Rivers, arriviamo col fiato corto nei momenti che contano... l'ho già scritto qualche giorno fa, dobbiamo centellinare le energie e sparare tutte le cartucce in PS, sennò arriviamo cotti, causa età dei giocatori più importanti...
siamo d'accordo... ma questo articolo parla della scommessa di ainge :)
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