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La Storia dei Celtics
Il numero 5 ed il numero 6. Due ere diverse e due diversi modi di giocare a basket, ma un fondamentale denominatore comune: l’incredibile impulso a vincere. Un desiderio che ti spinge, ti conquista, a volte ti rende schiavo e ti fa male ma che è l’unico modo per arrivare al successo, per essere “the last one standing”, quello che alza il trofeo e grida “Anything is possible”. L’11 agosto 1997 Kevin Maurice Garnett cambiò l’NBA per sempre. Lo fece con una semplice parola: “No”. “No”, disse l’agente del giocatore a Glen Taylor e Kevin McHale quando i due rappresentanti del front office dei Minnesota Timberwolves presentarono un’offerta da 102 milioni di dollari per sei stagioni. Perché “accontentarsi” di 17 milioni all’anno a Minneapolis, quando franchigie ben più ricche ed “appetibili” come Los Angeles e New York avrebbero potuto offrirgli di più?
Eppure anche nel paese del liberismo economico e del “sogno americano” i perbenisti si scatenarono affermando che quello era un ricatto al mondo dello sport, e che gli atleti come Garnett erano la rovina del basket. I cinquanta giorni successivi portarono il “braccio di ferro” tra agente e franchigia a livelli mai raggiunti prima: KG sentiva la “pressione mediatica” dove Taylor e McHale sentivano quella sportiva mentre rischiavano di perdere il loro pezzo più pregiato senza avere nulla in cambio. L’1 ottobre, a sole sei ore dalla scadenza del termine ultimo per il rinnovo, i Timberwolves si arresero accettando la proposta di Fleisher che prevedeva 6 anni di contratto a 126 milioni totali, a partire dai 14 per il campionato 1998-99. Da quel momento il basket a stelle e strisce non sarebbe stato più lo stesso perché un atleta chiedeva un contratto superiore al valore del resto della squadra!
A 22 anni (l'accordo sarebbe entrato in vigore nella stagione 1998-99) Kevin Garnett sarebbe stato il quarto atleta più pagato dell’NBA dietro a Patrick Ewing, Shaquille O’Neal e David Robinson. Le parti sembravano felici della firma, in realtà essa stava già innescando la reazione dei proprietari di franchigia: il “bubbone” sarebbe scoppiato ufficialmente il 30 giugno 1998 quando l’NBA avrebbe dichiarato ufficialmente l’apertura del “lockout”, la sospensione delle attività finchè "owner" e rappresentanti dei giocatori non avessero trovato un compromesso. E Garnett per lunghi anni sarebbe rimasto un personaggio degno della penna di Shakespeare: un eroe che nella sua grandezza nasconde anche le ragioni della sua sconfitta con le mani desolatamente prive di anelli a dimostrare che quando ad un atleta corrispondi un salario pari al totale di quelli di tutti i suoi compagni, diventa impossibile costruire un nucleo vincente…fino all’arrivo a Boston, ovviamente…
Ma procediamo con ordine. Kevin Garnett nacque il 19 maggio 1976 a Greenville, South Carolina, e si capì subito che sarebbe stato qualcosa di speciale. Mamma Shirley per “partorirlo tutto” ebbe bisogno di un travaglio di 26 ore: del resto il neonato misurava 58 centimetri… La vita nell’area di Nickeltown era quella classica dei quartieri degradati, e nonostante Shirley Garnett fosse Testimone di Geova (e quindi teoricamente predisposta a situazioni meno complicate) si legò al signor O’Lewis McCullogh – pelle d’ebano, non fatevi ingannare dalle assonanze irlandesi dello strano nome – e da lui ottenne tre bei bambini: Sonya, la primogenita, Kevin e la piccola Ashley. O’Lewis, però, 194 centimetri ed abitudini alquanto libertine, preferì un’altra donna e, pur non facendo mai mancare il supporto economico ai suoi figli, li incontrò assai di rado. Il sorriso di Kevin era smagliante quando O’Lewis gli raccontava dei suoi trascorsi di capitano alla Beck High School, ai tempi in cui indossava la casacca numero 45 ed in contropiede volava così veloce che la gente sugli spalti l’aveva soprannominato “Bye Bye Forty-Five”. Il ragazzino rimuginò a lungo su quel soprannome e cominciò a giocare prendendolo a modello assieme ad Earvin “Magic” Johnson: di notte a volte usciva dalla finestra per andare al campetto ad imitare i suoi eroi, nonostante a Nickeltown dietro ogni ombra si celasse un pericolo potenziale.
Nel 1981 Shirley si legò ad Ernest Irby che in breve tempo cominciò a maltrattare il bimbo: “Perché dovrei metterti un canestro nel cortile? Non seccarmi”. E lui cominciò sviluppare il suo lato ribelle mentre il basket diventava una valvola di sfogo per le pressioni casalinghe e le ore al campetto aumentavano in modo direttamente proporzionale l’abilità nel gioco. Nel 1988 la famiglia traslocò a Mauldin, un paesino decisamente più tranquillo che però come controindicazioni portava scritto “nessuno svago”. Vivendo nella silenziosa Basswood Drive Garnett conobbe quello che sarebbe diventato uno degli amici storici del “OBF” (“Official Block Family”, il suo “club esclusivo” di amici e parenti), Jamie “Bug” Peters, ragazzino tracagnotto che sembrava l’esatto contrario dell’allampanato Kevin. Questi di notte continuava ad “evadere” dalla cameretta per scivolare al playground di Springfield Park, mentre di giorno migliorava a vista d’occhio sfidando ragazzi ben più grandi di lui e spesso mettendoli in difficoltà. A 14 anni era un ragazzone magro magro che tirava su qualche dollaro aiutando le signore a caricare la spesa nel parcheggio di un supermercato della catena Ingles Market o spazzando i pavimenti di un ristorante dal beneaugurante nome di "Cheers".
Ma era tempo di iniziare – seppur in ritardo – a giocare a basket organizzato, ed alla Mauldin High School si fece notare da subito per il suo fuoco agonistico: 12.5 punti e 14 rimbalzi da “rookie” erano un dato non disprezzabile, anche se era ancora molto acerbo sia nel fisico che nei fondamentali. A “Magic” Johnson, nell’empireo dei miti giovanili Kevin aggiunse anche Michael Jordan ed il meno conosciuto Malik Sealy, stella di St.John’s University che ispirò la scelta del suo numero 21. Era tra i canestri che poteva sentirsi padrone della situazione, e solo tra i canestri il senso di frustrazione ed inadeguatezza svanivano come nebbia al sole. “Duke” Fisher, coach del liceo, non poteva che sorridere ai costanti miglioramenti del giovanotto...incredibile sicurezza nei propri mezzi, costante ricerca della palla, propensione al gioco di squadra sono tutte doti che allora comparvero per la prima volta e che avrebbero segnato tutta la parabola della sua carriera. Prima dell’arrivo del “ragazzo-meraviglia” il record di vittorie di Mauldin in una stagione era di 10, al secondo anno era già salito a 19. E fu proprio allora che il suo nome, quasi per caso, divenne conosciuto a livello nazionale.
Bob Gibbons, uno dei selezionatori del McDonald’s All American Game, una sera ricevette la telefonata di Jimmy Williams (allora coach di Nebraska) che stava disperatamente cercando un centro per i “Cornhuskers”. Gibbons gli propose di passare per Blacksburg, South Carolina, dove giocava il lungo che avrebbe potuto fare al caso suo: Mikki Moore. Williams seguì il consiglio e si recò ad assistere ad un allenamento di Moore e poi, siccome Blacksburg non giocava quella sera, Gibbons buttò lì l’idea di andare a vedere “quel ragazzo filiforme di Mauldin”. E così fecero: “KG” schiacciò, stoppò, segnò da fuori, prese tutti i rimbalzi. A fine incontro i due osservatori rimasero di sasso quando scoprirono che l’atleta era solo un “junior”, Williams si rivolse a Gibbons e gli confidò: “Non ho mai visto un giocatore così, a quell’età”. L'altro doveva essere d’accordo, visto che invitò Kevin al Nike Basketball Camp di Indianapolis.
E Garnett prese sempre maggior confidenza: in quel campionato viaggiò a medie di 27 punti, 17 rimbalzi e 7 stoppate ad allacciata di scarpe, guidò i Mauldin Mavericks al titolo statale e – primo nella storia cestistica del South Carolina – si aggiudicò il titolo di “Mister Basketball” nell’anno da “junior”. Tutto sembrava andare per il meglio quando nel maggio del 1994 la sua vita prese una piega sbagliata, ed il piccolo mondo fatto di trofei e canestri sembrò crollare: nel corso di una disputa a scuola un ragazzo bianco venne attorniato da parecchi studenti neri e nel tafferuglio che seguì riportò una frattura ad un piede. La polizia intervenne ed arrestò Garnett ed altri quattro ragazzi afroamericani, li portò a sirene spiegate alla centrale di Greenville dove i cinque vennero accusati di “linciaggio di secondo grado”, quasi a sottolineare la componente razzista dell’aggressione. Per Kevin fu il brusco momento in cui da bambino diventi adulto, in cui capisci chi realmente sono i tuoi amici, in cui maturi la convinzione che devi reagire o affonderai per sempre. Fu il momento in cui trovò appoggio nel suo “OBF”, Official Block Family”, il gruppo di amici di Beachwood Drive – “Bug” in primis - che non lo avrebbe abbandonato ed anzi sarebbe sempre stato pronto ad aiutarlo nei momenti di difficoltà.
Nei mesi seguenti vinse con la squadra AAU il prestigioso “Kentucky Hoopfest” e poi spopolò ai camp estivi della Nike. Lì conobbe anche due playmaker, Stephon Marbury di Coney Island e Ronnie Fields di Farragut Academy, Chicago. Confidò agli amici la preoccupazione sua e della madre per il clima di violenza, minacce e razzismo che si era venuto a creare a Mauldin e Ronnie gli chiese: “Perché non vieni a Chicago”? Come se il West Side della “Città Ventosa” fosse Disneyland...Quando coach Nelson trovò ai Garnett una sistemazione, mamma Shirley prese la palla al balzo: lasciò l’antipatico Ernest e si stabilì nell’Illinois. Kevin prese a frequentare il mitico Franklin Park, il playground che in termini di leggenda è secondo solo al “Rucker” newyorchese. Lì hanno giocato figure sfortunate come Lamar “Money” Mundane e Billy “The Kid” Harris e meno tragiche come Isiah Thomas e Mark Aguirre: ora dettava legge un nuovo “Kid”… atleti famosi come Antoine Walker, Juwan Howard e Rashard Griffith si trovavano a sfidare perfetti sconosciuti e giocatori che non ce l’avevano fatta come “Big Hammer” ed “Helicopter”…e tra tutti questi spesso era KG a svettare.
Nel campionato con gli “Admirals” giocò alla grande: in dicembre Farragut vinse il Coca Cola Shootout nello storico Kiel Center di St.Louis e decine di scout NCAA ed NBA segnarono il suo nome a caratteri cubitali. Se Kevin dominava, Fields invece era sempre più antipatico, guastato da atteggiamenti da prima donna che fecero marcire la chimica della squadra. Nonostante i problemi del compagno, la coppia di Farragut vinse il titolo cittadino anche se la squadra dovette poi inchinarsi nel torneo statale. Le medie di Garnett, 25.2 punti, 17.9 rimbalzi, 6.7 assist e 6.5 stoppate ad allacciata di scarpe ed un stratosferico 66.6% al tiro su azione gli valsero, dopo quello del South Carolina, il titolo di “Mister Basketball” pure nell’Illinois.
Dal punto di vista degli studi cominciarono però a sorgere dei problemi. Kevin negli anni precedenti aveva preso sottogamba la scuola ed ora faticava a passare il test d’ammissione universitario. Nonostante prendesse ripetizioni e passasse lunghe ore sui libri, l’ACT rimaneva un rebus per lui, e la possibilità di vagliare un futuro immediato nell’NBA diventò sempre più reale. Nella prima settimana di aprile a Saint Louis era in programma la diciottesima edizione del classico McDonald’s All American Game, l’incontro che mette in campo i migliori talenti liceali del paese. Nonostante alla manifestazione partecipassero future stelle NBA del calibro di Paul Pierce, Vince Carter, Shareef Abdur-Rahim e Stephon Marbury, fu Garnett ad accaparrarsi le luci della ribalta mentre con 18 punti, 11 rimbalzi e 3 stoppate guidava la selezione “West” alla vittoria per 126 a 115 e si portava a casa il “John Wooden Trophy” di miglior giocatore. Purtroppo il test ACT era meno facile di una partita di basket, e il ragazzo cadde nuovamente. A quel punto, se gli era preclusa la strada per l’università, a “Da Kid” non rimaneva che una strada: quella del basket professionistico.
Si affidò all’agente Eric Fleisher e poco importa se nell’imminenza del draft sarebbe arrivata la notizia che aveva passato l’ultimo test di ammissione universitaria: ormai la decisione era presa. Cominciò la geremiade degli sfiancanti “workout” con le squadre NBA, dei test, delle interviste che dovevano soppesarne le capacità fisiche e psicologiche. Fu una lunga snervante attesa caratterizzata da sudore, biglietti aerei, stanchezza e stress… ed il 26 giugno 1995, ad alimentare i dubbi su di lui, apparve la copertina di Sports Illustrated nella quale “KG” campeggiava dietro alla scritta “Ready Or Not”… due giorni dopo a Toronto, nello stato canadese dell’Ontario, con la prima scelta assoluta i Golden State Warriors si accaparrarono Joe Smith da Maryland. A lui fecero seguito Antonio McDyess, Jerry Stackhouse e Rasheed Wallace, mentre gli esperti per Garnett prevedevano una chiamata intorno alla 15.
Ed invece alla numero 5 Minnesota sorprese tutti chiamandolo, il primo liceale ad arrivare direttamente all’NBA da 20 anni ad allora. I due Kevin – McHale, general manager di Minnesota e Garnett – sorrisero: il secondo aveva automaticamente risolto i problemi della sua vita avendo diritto ad un contratto da 5.6 milioni in tre anni, il primo era conscio di aver fatto il colpaccio. E quando una dozzina di anni dopo i critici avrebbero puntato il dito accusandoli di non aver vinto nulla, forse sarebbe stato il caso di ricordare cosa fossero i Timberwolves prima del loro incontro e cosa fossero diventati dopo: 25% di vittorie e zero apparizioni ai playoffs prima, 52% di vittorie e otto apparizioni ai playoffs dopo.
A Minneapolis il "rookie" si trovò subito bene. Si stabilì nel sobborgo di Minnetonka con un paio di amici (uno ovviamente era “Bug”) a fargli compagnia ed il calore della comunità nera locale a “coccolarlo”. Quasi per caso fece amicizia con “Jimmy Jam” Harris e Terry Lewis, produttori musicali di prima classe che diventarono una sorta di “padrini” aiutandolo nelle scelte e semplificandogli l’adattamento. “Jimmy Jam” era poi sposato ad una deliziosa signora di origine ispanica, tale Lisa Padilla, che in seguito avrebbe presentato a Kevin l’avvenente sorellina Brandi...la futura signora Garnett. Quando cominciarono le “ostilità” della sua stagione da matricola era pronto: all’esordio contro Sacramento il 3 novembre 1995 (sconfitta per 86 a 95) giocò solo 16 minuti ma mise a segno tutti e quattro i tiri tentati e catturò un rimbalzo, il primo di una incredibile serie.
Nell’anno da matricola fece registrare exploit inattesi ed anche alcune seratacce, ma il livello decisamente basso della squadra non lo aiutò. McHale però decise di liberarsi prima di coach Bill Blair mettendo in panchina il suo braccio destro “Flip” Saunders, e poi della “prima donna” Christian Laettner che aveva osato “maltrattare” il rookie sui giornali. Saunders puntò su “Da Kid” e lo lanciò definitivamente: le sue medie salirono a 10.4 punti e 6.3 rimbalzi, e nonostante tutto la franchigia delle “Twin Cities” fece registrare 26 vinte e 56 perse che era il secondo miglior risultato nella sua storia. Quello che colpiva immediatamente del ragazzo era l’incredibile intensità del suo gioco, una carica adrenalinica clamorosa che trascinava anche il più abulico dei compagni. Ormai era chiaro che il futuro apparteneva al numero 21, e per lui arrivò anche una “soddisfazione cinematografica” con la parte di Wilt Chamberlain nel sottovalutato film “Rebound” della HBO sulla storia di Earl “The Goat” Manigault.
L’estate di Saunders e McHale fu piuttosto movimentata: dal draft arrivò il “vecchio amico” Stephon Marbury, e tramite scambi vari i T’wolves acquisirono James Robinson, Dean Garrett e Stojko Vrankovic. Il coach aveva già chiaro il quintetto: Marbury in cabina di regia, Doug West al suo fianco nel “back court”, Garnett e Tom Gugliotta a coprire i due “spot” di ala e Garrett sotto canestro. Dopo un esordio vincente, Minnesota – anche a causa di un infortunio alla caviglia che tenne fermo KG per 5 partite – scivolò ad un pericoloso 8-17, quando il trio Garnett-Marbury-Gugliotta finalmente si destò e cominciò a giocare da par suo. Quattro vittorie in fila, con “Da Kid” a 17.8 punti, 10 rimbalzi e 3.5 stoppate di media…e stiamo parlando di un’ala di 20 anni! Lentamente la squadra recuperò ed in un testa a testa appassionante contese a Phoenix l’ultima sedia disponibile per la post-season. Sebbene i Suns di Ainge fossero stati in grado di vincere 16 delle ultime 20 gare, i Timberwolves mantennero un risicato vantaggio grazie al suo all Star (ah, sì, Kevin era stato convocato per la Partita delle Stelle di Cleveland, il più giovane ad ottenere quell’onore da quando, 15 anni prima era stato il turno del suo idolo “Magic” Johnson) e si qualificò per i playoffs per la prima volta. 40 vinte e 42 perse non erano un bilancio da far paura, ma va ricordato che con il numero 21 in campo il record diventava 40-37...Avversari al primo turno furono i veteranissimi Houston Rockets del trio Barkley-Olajuwon-Drexler, ed i ragazzi di Saunders soffrirono la maggior stazza ed esperienza degli avversari che li eliminarono con un secco 3 a 0. Ma era la definitiva consacrazione di Kevin, e mentre si stava avviando verso gli spogliatoi dopo l’eliminazione Charles Barkley se lo tirò vicino e gli disse che doveva essere orgoglioso di quanto aveva fatto perchè usciva dal campo a testa alta.
Nell’autunno del 1997, come già raccontato, il rinnovo contrattuale a Garnett portò il basket NBA sull’orlo del baratro. Per carità, il giocatore ed il suo agente Eric Fleisher non facevano altro che esercitare un loro diritto in base alla legge della domanda e dell’offerta, ma l’America perbenista non riusciva a capire come si potesse pagare così tanto un solo atleta, e “Da Kid” diventò “The Big Ticket”, passando per “arrogante” e “mercenario”. I proprietari di franchigia invece cominciarono ad affilare le armi in vista della scadenza del contratto collettivo: il sottile equilibrio tra entrate ed uscite era stato ribaltato e dovevano trovare un modo per riprendere il controllo dei bilanci. Se gli “owner” ora facevano sul serio, anche per Kevin quello era il “punto di non ritorno”: da allora avrebbe dovuto giocare con sulle spalle la pressione che va a chi non può sbagliare perché deve dimostrare di meritarsi tutti quei soldi. Iniziò quindi il campionato 1997-98 conscio delle sue nuove responsabilità e migliorò ulteriormente le proprie statistiche portando le sue medie a 18 punti, 9.6 rimbalzi e 4.2 assist a gara. Il principale avversario di Minnesota fu… la famiglia Marbury: il padre ed i fratelli di Stephon infatti cominciarono a mettere in piedi proteste silenziose contro il fatto che il ragazzo da Coney Island aveva un salario decisamente inferiore a quello del ragazzo da Mauldin. Vai tu a spiegare loro che le regole del salary cap non potevano essere aggirate, e quindi era impossibile rinnovare l’accordo al numero nove a cifre pari a quelle di Garnett: in diverse occasioni questi non ricevette palla finchè coach Saunders non mise in panchina “Starbury”.
Nonostante le “guerre marburyane” e nonostante un infortunio alla caviglia interrompesse la brillante stagione di Tom Gugliotta, con uno sprint finale da 12 vinte e 4 perse i T’wolves chiusero a 45-37, il miglior risultato nella giovane storia della franchigia. Kevin era ormai il “go-to-guy”, anche se Stephon e famiglia masticavano amaro. Nella serie di playoffs contro i Seattle Sonics il 21 giocò da par suo ma l’assenza di Gugliotta e soprattutto un Marbury (6 su 26 al tiro nelle ultime due gare della serie) incapace di sfuggire al “Guanto” Gary Payton segnarono il destino della squadra che venne battuta di misura, 3 partite e 2. Garnett aveva giocato malissimo nella quinta e decisiva gara, ed ebbe molto tempo per rimuginarci sopra. L’estate 1998 per l’NBA fu segnata dal “lockout” in parte motivato proprio dal suo "contrattone", e solo nel gennaio 1999 l’Associazione Giocatori e l’NBA riuscirono a trovare un accordo per disputare una stagione accorciata a 50 partite. Nel frattempo Gugliotta era diventato free agent e aveva preferito nuovi lidi. McHale si trovò nella necessità di scambiare lo scontento Marbury in una trade a tre squadre che avrebbe portato sui Mille Laghi Terrell Brandon e due prime scelte. Il front office minnesotiano si assicurò il free agent Joe Smith (la prima scelta assoluta nel draft in cui era stato chiamato anche Garnett), oltre a Bobby Jackson, Troy Hudson e Malik Sealy, l’idolo di gioventù di “The Big Ticket” ai tempi di St. John’s. Saunders riuscì a mettere in piedi una squadra competitiva che soprattutto grazie a Garnett vinse 20 delle prime 33 partite. A quel punto però si ruppe qualcosa, e sebbene Kevin rimanesse incisivo (20,8 punti e 10,4 rimbalzi) i T’wolves scivolarono nel “baratro”. Persero 12 delle ultime 17 gare ed oltre al danno del 25-25 finale subirono anche la beffa di dover affrontare al primo turno di playoffs nientemeno che i futuri campioni NBA, i San Antonio Spurs. Minnesota combattè duramente ma alla fine dovette alzare bandiera bianca, venendo eliminata in una serie più combattuta di quanto dica l’1 a 3 finale.
Dal draft 1999 arrivarono una ottima sesta scelta assoluta (Wally Szczerbiak) ed un errore marchiano alla 14 (William Avery). In agosto KG partecipò al “Tournament of Americas” con la selezione nazionale a stelle e strisce che si qualificò agevolmente per le Olimpiadi di Sydney. Nella squadra c’era anche Sczerbiak col quale Garnett ebbe da subito qualche dissapore… due caratteri forti ma troppo diversi si “presero male” e la cosa si sarebbe riflessa anche nel gioco dei Timberwolves. Questi ultimi, dopo il training camp volarono in Giappone (assieme ai Kings) per giocarvi le prime due gare di regular season a scopo promozionale. Le due compaginu si divisero la posta vincendo una gara a testa e il numero 21 al Tokyo Dome fu fantascientifico, ammassando in totale 65 punti e 29 rimbalzi. Rientrati dall’Asia i “Lupi” infilarono quattro vittorie nelle cinque gare successive con "The Big Ticket" a raggiungere il career high di 35 punti nel successo sui Knicks. Ma nell’NBA ci mettono poco a “tagliarti i vestiti addosso”, e all’improvviso la tattica difensiva in voga contro la truppa di Saunders fu il “raddoppia Garnett e lascia agli altri il compito di vincere”. Gli altri non riuscirono a vincere e Minnesota incappò in una serie nera di 2 vittorie ed 11 sconfitte, otto di queste consecutive. Sul 7 vinte - 13 perse Saunders e McHale fecero i loro aggiustamenti, Sealy entrò in quintetto al posto di uno spento Peeler e Brandon venne spinto a cercare la penetrazione con maggior insistenza.
Le mosse diedero subito i loro frutti e Kevin cominciò a giocare il miglior basket di sempre: 26 punti e 23 rimbalzi (record personale e di franchigia nei “rebound”) nella vittoria su Orlando, 37 punti e 13 rimbalzi nel successo su Indiana. Ad Oakland nella Partita delle Stelle andò in quintetto base e giocò alla grande, legittimando il suo ruolo di astro nascente dell’NBA. Il 22 marzo segnò 40 punti ai malcapitati Celtics e due giorni dopo si “fermò” a 38 nel 116 a 115 sui Nets: arrivarono 50 vittorie in stagione e la sensazione di poter ambire a qualcosa di più di un’immediata eliminazione ai playoffs. La dura realtà era dietro l’angolo: i Portland Trail Blazers erano un mix di genio e sregolatezza ed affidandosi a Scottie Pippen in attacco ed a Rasheed Wallace in difesa schiacciarono i Timberwolves in quattro partite. Garnett soffrì “Sheed” riuscendo raramente ad affrancarsi della sua marcatura, e per la quarta volta consecutiva lui ed i suoi compagni vennero sbattuti fuori al primo turno di post-season. “The Big Ticket” in stagione aveva fatto registrare medie di 22.9 punti, 11.8 rimbalzi e 5 assist a partita, il nono giocatore di ogni tempo a raggiungere medie di almeno 20 punti, 10 rimbalzi e 5 assist in un campionato. Tali numeri gli valsero l’onore della selezione nel primo quintetto NBA e nel primo quintetto difensivo della stagione, ma non mitigarono la frustrazione per l’ennesima eliminazione anticipata.
La sera del 19 maggio 2000 Malik Sealy, di ritorno a casa dopo la sua festa di compleanno coi compagni, rimase ucciso quando un ubriaco imboccò contro mano la Highway 100 e causò un pauroso incidente frontale. Una settimana dopo un devastato “KG” portava in spalla la bara dell’amico nella chiesa newyorchese di Riverside: non si sarebbe mai espresso su questa tragedia, e del suo affetto per l’amico avrebbe lasciato “parlare” solo il tatuaggio sull’avambraccio destro “Malik Sealy RIP”. Nel corso dell’estate “The Revolution” fece parte della nazionale americana che vinse le Olimpiadi in Australia, anche se la supponenza e la tracotanza di un gruppo maleducato non furono la miglior pubblicità per l’NBA. I Timberwolves erano già al lavoro per la pre-season quando cominciano a circolare voci fastidiose: nel 1999 McHale e l’owner Glen Taylor avrebbero “giocato sporco” in sede di accordo contrattuale accordandosi con Joe Smith per una stagione a salario ridotto con la promessa di un rinnovo a cifre più sostanziose per gli anni seguenti. Il Commissioner David Stern non poteva accettare uno schiaffo del genere alle “sacre regole” del salary cap, ed il 25 ottobre annullò d’ufficio il contratto di Smith e punì Minnesota squalificando McHale per un anno e togliendo cinque prime scelte future ai T’wolves. Da quel momento Minnesota rimase “ingabbiata”: il contratto di Garnett “saturava” il cap impedendo l’arrivo di altre stelle e l’esclusione dal draft precludeva l’accesso a giovani di talento. Nonostante il front office tentasse disperatamente di fare “nozze con i fichi secchi” le speranze erano destinate ad infrangersi contro le “corazzate” della Western Conference.
Nel 2001, dopo una stagione da 47 vittorie (Kevin fece segnare medie di 22 punti, 11.4 rimbalzi e 5 assist ad allacciata di scarpe raggiungendo per la seconda volta la mitica tripletta 20+10+5 di media) i Timberwolves vennero mandati a casa dagli Spurs nonostante una grande serie di “The Revolution”. Nel 2002 il bilancio migliorò (50 vinte e 32 perse, con “KG” a quota 21.2 punti e 12.1 rimbalzi di media) ma questa volta furono i Mavericks di Nash e Nowitzki ad eliminare i Lupi con un secco tre a zero: sei annate da playoffs, sei eliminazioni al primo turno cominciarono a far nascere negli addetti ai lavori l’idea che dopo tutto ci si trovasse di fronte ad uno “splendido perdente” e che grandi numeri venissero sempre accompagnati da uscite anticipate in sede di postseason.
Le critiche fecero crescere in lui la determinazione, e nel torneo 2002-2003 guidò i suoi ad un record di 51 vittorie e 31 sconfitte: erano in molti a ritenere che Kevin fosse il miglior giocatore dell’NBA e non solo dell’All Star Game di Atlanta (37 punti): chi andava a rimbalzo con maggior intensità di lui? Chi dominava in post basso ma sapeva anche allontanarsi da canestro per infilare il “jumper” di seta? Chi poteva difendere con successo sulla guardia come sul centro? E soprattutto, chi come lui riusciva a migliorare le prestazioni dei compagni di squadra, aiutandoli in difesa ed attirando gli avversari in attacco?
Le migliori medie in carriera (23 punti, 13.4 rimbalzi e 6 assist a partita,) non furono sufficienti (seppur di poco) a scalzare Tim Duncan dal trono di MVP della lega, ed anzi si tradussero in uno scontro al primo turno con i Lakers di O’Neal e Bryant, che avevano iniziato in sordina a causa di un infortunio al “Big Diesel”. Dopo una sconfitta iniziale, Garnett si “accese” e Minnesota si portò avanti nella serie vincendo sia in casa che allo Staples Center. I Timberwolves erano a due vittorie dall’impresa, ma si “incartarono” su “Shaq”, persero per tre volte di fila ed ancora una volta finirono a casa anzitempo.
A quel punto McHale giocò la carta della disperazione “caricando a bordo” l’eterna incompiuta Michael Olowokandi e soprattutto i “problematici” Sam Cassell e Latrell Sprewell, che se da un lato garantivano talento a iosa, dall’altro promettevano uno spogliatoio in ebollizione. Un cazzottone rifilato al compagno Rick Rickert nel training camp in pre-stagione riaccese il dibattito sull’eccessiva carica adrenalinica del numero 21…la linea tra agonismo e violenza a volte è molto sottile e Kevin l’aveva attraversata ancora una volta. Nel campionato 2003-04 (24,2 punti e 13,9 rimbalzi, entrambi massimi in carriera) elevò ancora una volta il livello del suo gioco. Conquistò la corona di miglior rimbalzista della Lega, venne votato nel primo Quintetto Difensivo per la quinta volta di fila ed infine si accaparrò anche la meritata statuetta di MVP. I T’wolves vinsero 58 partite e si assicurarono il miglior bilancio ad Ovest, e nel primo turno di playoffs affrontarono Denver eliminandola con un secco 3 a 1. Gli avversari successivi erano i coriacei Sacramento Kings: Garnett giocò una serie monumentale ma fu nei momenti culminanti della settima e decisiva partita che si scrollò definitivamente di dosso l’etichetta di “perdente”.
Al di là dei 32 punti e 21 rimbalzi finali, nel quarto quarto segnò dieci punti consecutivi in una gara punto a punto, poi penetrò e schiacciò in testa a Chris Webber, ed infine stoppò Mike Miller per chiudere la partita. In finale di Conference quando sembrava che Minnesota potesse finalmente superare i Lakers, Sam Cassell si infortunò gravemente alla schiena e Los Angeles ebbe la meglio per quattro partite a due. Nell’estate 2004 Kevin convolò a giuste nozze con la splendida Brandi, declinando per l’occasione l’invito a giocare le Olimpiadi di Atene. Non fu una scelta sbagliata a giudicare dal risultato, ma è probabile che se avesse indossato la canotta della selezione statunitense essa avrebbe ottenuto una medaglia più pregiata del bronzo.
Nel momento in cui sembrava che i Timberwolves avessero finalmente raggiunto il ruolo di “contender”, tutto andò in pezzi. Beghe contrattuali, infortuni e malcontento avvelenarono il gruppo ed il risultato fu un torneo da 44 vittorie e 38 sconfitte. Garnett fu ancora capo-rimbalzista dell’NBA a 13,5 “carom” per incontro, ai quali aggiunse 5,7 assist e 22,2 punti. Stabilì anche il suo career-high in marcature “innaffiando” i Suns con 47 punti ma i suoi sforzi non furono sufficienti a garantire a Minnesota una poltrona per la post-season. E le cose peggiorarono in seguito. Partiti i due “disturbatori” Cassell/Sprewell, Hudson si rivelò inefficace e Szczerbiak venne spedito a Boston in cambio di Ricky Davis. “Flip” Saunders venne esonerato dopo otto anni e per il finale di una stagione ormai senza sbocchi in panchina scese il GM McHale.
Il numero 21 rimase praticamente “solo contro tutti” finchè a nove gare dalla fine venne fermato da un infortunio al ginocchio mentre i T’wolves chiudevano con 33 successi e 49 sconfitte, rimanendo ovviamente esclusi dai playoffs. Il campionato seguente fu – se possibile – ancor più deludente: il roster era decisamente povero di talento ed anche al draft McHale aveva “toppato”, scambiando Brandon Roy – futuro Rookie of the Year – con Randy Foye. Per tutti era chiaro che, nonostante i 22,4 punti e 12,8 rimbalzi di media (leader della lega per la quarta annata consecutiva) dell’asso da Mauldin, “l’era Garnett” nelle “Città Gemelle” era terminata, anche se l’unico che non voleva convincersene era proprio il diretto interessato.
La sua lealtà si scontrò con la volontà di voltar pagina di Glen Taylor, ed alla fine dovette prendere atto che il suo futuro sarebbe stato altrove. A Boston il GM dei Celtics Danny Ainge aveva preparato una squadra interessante ed ai Timberwolves offriva la contropartita più appetitosa: due prime scelte, un sostanzioso contratto in scadenza da “scaricare” dal cap, quattro giocatori futuribili: Al Jefferson, Ryan Gomes, Gerald Green e Sebastian Telfair. McHale provò fino all’ultimo ad ottenere anche Rajon Rondo, ma Ainge fu irremovibile ed il 31 luglio 2007 lo scambio venne ufficializzato ed allo stesso tempo il contratto di “KG” venne prolungato di tre anni. Garnett alla fine entrava a far parte della franchigia più titolata e dalla storia più nobile, un “matrimonio” che sembrava scritto nelle stelle.
Le firme di James Posey e di Eddie House ed un fantastico training camp a Roma diedero alla stagione 2007-08 un alone di magia che nessuno sarebbe riuscito a spegnere. Vittorie all’ultimo secondo, vittorie larghe, e come tratti distintivi una difesa arcigna e lo spirito del “Ubuntu”. I nuovi “Big Three” rinverdirono i fasti della tradizione Celtics fino al 66 vinte – 16 perse che pose Boston nuovamente sul tetto del mondo cestistico. "KG" era stato “spaziale”: nonostante le cifre offensive avessero subito una leggera flessione (18,4 punti e 9,2 rimbalzi) per la presenza degli altri due “califfi”, la percentuale di tiro era salita al 53,9% e soprattutto in difesa era stato la chiave di volta del “progetto-Thibodeau” tanto che l’NBA non potè esimersi dal consegnargli il trofeo di miglior Difensore dell’Anno.
Ad aprile Brandi gli regalò anche una splendida bambina, e Kevin accolse di buon grado le responsabilità di padre. I playoffs furono un po’ meno semplici della regular season, visto che il Trifoglio ebbe bisogno di 26 delle potenziali 28 partite per avere ragione di Hawks, Cavs, Pistons e Lakers. Ma alla fine arrivò l’apoteosi contro Los Angeles, il successo in sei partite segnato da giocate superbe dei Tre e la prospettiva dell’ascesa tra le volte del TD Banknorth Garden di un altro drappo da vincitori. Alla fine della sesta ed ultima partita di Finale, intervistato da Michele Tafoya ai microfoni della TV nazionale, Garnett esplose in un belluino “Anything is possible”, e subito dopo fu splendido vederlo condividere il successo con Bill Russell che poco tempo prima, visto l’impegno che Garnett metteva in quella stagione, gli aveva promesso di donargli uno dei suoi 11 anelli se non fosse riuscito a guadagnarne uno nel suo tempo a Boston. “I earned mine”, disse commosso il numero 5 al numero 6, “mi sono guadagnato il mio”.
I festeggiamenti furono splendidi, tra “Duck Boats” e bagno di folla. Kevin finalmente coronò il sogno di una carriera, gettandosi definitivamente dietro alle spalle la fama di “splendido perdente”. Confermarsi al “Top of the World” non sarebbe stato facile, ma Boston – con un paio di aggiustamenti in un roster che aveva perso James Posey – partì col piede giusto. Vinse 8 delle prime 10 gare, ed era solo l’inizio, dato che a quel punto si lanciò in una serie di 19 successi consecutivi, nuovo record di franchigia. A gennaio arrivò una crisetta che venne presto “spenta” da altri 11 vittorie in fila: il 3 febbraio, dopo l' affermazione di misura a Philadelphia il record era di 41 vinte e 9 perse, il migliore dell’intera NBA. Purtroppo quei Celtics che sembravano avviati verso un ancor più facile titolo vennero “stoppati” il 19 febbraio 2009 a Salt Lake City: “caricando” per andare a schiacciare un “alley-oop” di Paul Pierce, Kevin Garnett si procurò un grave infortunio al ginocchio destro.
Quello che “a caldo” era sembrato uno stiramento del tendine popliteo si complicò a causa della presenza di frammenti ossei nell’area infortunata e nonostante un paio di tentativi di rientro il problema si dimostrò talmente grave da costringere i biancoverdi a fare a meno del numero 5 per il resto della stagione. Nonostante tutto la squadra diede vita a due serie “eroiche” eliminando i rampanti Bulls in sette incontri e costringendo gli Orlando Magic alla settima partita, ma alla fine i campioni NBA dovettero abdicare dal loro trono: senza “KG” non era stato proprio possibile fare di più. Il 26 maggio, nove giorni dopo l’eliminazione dei Celtics, Kevin si sottopose ad un intervento chirurgico per “ripulire” l’articolazione: era la prima volta che finiva sotto ai ferri.
Rientrò nella stagione 2009-2010 e dapprincipio non fu che l’ombra dell’atleta dominante pre-infortunio. Era sempre una presenza positiva, ma era abbastanza penoso vederlo arrancare dietro ad avversari che solo un anno prima dominava senza difficoltà. Ainge aveva cercato di “puntellare” la rotazione sotto canestro assicurandosi Rasheed Wallace, ma “Sheed” mostrò solo qualche sprazzo della sua classe. Nonostante ciò Boston partì alla grande ed al 14 dicembre “cavalcava” una striscia vincente di 11 incontri, mentre il bilancio era di 23 vittorie e 5 sconfitte. Da quel momento in poi, però, alcuni infortuni e la non più verde età del gruppo rallentarono inesorabilmente la corsa, e nelle ultime 54 partite il Trifoglio riuscì a vincerne solo la metà. Garnett era stato costretto ad una sfilza di “minimi storici” in carriera: meno partite giocate (69, se si eccettua la stagione del “lockout in cui disputò 47 gare su 50), 29,9 minuti giocati, 14,3 punti a gara, 7,3 rimbalzi, 0,8 stoppate.
Era chiaro che il "crack" di Salt Lake City era stato ben più grave di quanto si era ritenuto dapprincipio e che i suoi effetti si facevano sentire anche a distanza di oltre un anno; gli esperti cominciarono a pronosticare un’uscita rapida dalla post-season. Ma quando iniziarono i playoffs, i Celtics erano nuovamente quelli di inizio stagione, e "The Big Ticket" era l’anima della squadra. Giocò due serie spettacolari contro Miami e Cleveland tirando con oltre il 50% (58 e 52% rispettivamente), segnando oltre 15 punti (15,7 e 17,1) ed agguantando 8 rimbalzi a partita. Ed anche quando le medie “slittarono” a 10,3 punti col 38,9% al tiro nella serie con Orlando, Kevin trovò il modo di incidere con qualche canestro importante o con una difesa clamorosa. Purtroppo nelle Finali contro i Lakers non riuscì ad imporre la sua legge sotto canestro (solo 5,6 rimbalzi ad allacciata di scarpe) e per un soffio Boston non fu in grado di scalzare i californiani dal trono di campioni NBA. Ma la sua “resurrezione atletica” nella post-season era stata decisiva nella cavalcata della squadra nei playoffs, restaurando la mentalità aggressiva che era andata perduta nella seconda parte della regular season.
Anche nell' altrimenti sfortunato campionato 2010/2011, caratterizzato dalla ahimè consueta sfilza di infortuni che menomarono un roster già indebolito dall'età non più verdissima dei "Big Three", il numero 5 continuò a tenere duro. Mantenenne cifre di tutto rispetto (14.9 punti e 8.9 rimbalzi a partita con il 52.8% dal campo), "mordendo i garretti" a giocatori più giovani di due lustri e risultando tra gli ultimi ad arrendersi anche agli Heat di James-Wade-Bosh in semifinale di Conference, dove in gara 3, l'unica portata a casa dal Trifoglio in una serie terminata 1-4, ammassò ben 28 punti e 18 carambole.
Sono passati alcuni anni da quando ho avuto l’occasione di seguire gli allenamenti dei Celtics a Roma, ma la sensazione che provai è ancora nitida: mentre si muoveva per il campo Kevin sembrava emanare energia come se l’aria intorno a lui fosse “ionizzata” dalla sua presenza, come se tutto ciò che gli stava vicino venisse in qualche modo raggiunto dalla sua scarica di adrenalina. Il livello di intensità di una partitella si alza drammaticamente appena lui alza la voce di un’ottava, e tutti i compagni sembrano trascinati dal suo carisma. La voglia di vincere è contagiosa, ed anche se a volte lo porta a strafare mancando di rispetto agli avversari (come accaduto a Calderón, Gordon e Villanueva per citarne alcuni) bisogna ricordare che gli è rimasta incollata addosso dalle battaglie nei campetti di Chicago, che è parte di lui ed è l’unico modo in cui sente di poter arrivare all’obiettivo finale, la vittoria. La sua carica però non deve far passare in secondo piano la maestria nei fondamentali ed uno spirito “operaio” nel lavoro in palestra che i ricchi guadagni non hanno mai scalfito. E’ in questo che raggiunge il cuore dei tifosi biancoverdi, dimostrandosi un Celtic per eccellenza. Non c’è ancora la certezza che il numero 5 un giorno vada a far compagnia a tutti gli altri tra le volte del TD Banknorth Garden, ma se c’è un atleta nei Celtics odierni che ricorda i grandi degli anni Sessanta, questo è Kevin Maurice Garnett.



Commenti
E come si fa ad aggiungere qualcosa a questo splendido, esauriente e giustamente lunghissimo articolo? Complimenti Fabio per aver tracciato un commovente ritratto del mio giocatore preferito, fin da quando vestiva la "sfigata" maglia #21 di Minnesota.
Almeno mi accontenterei di un' altro titolo, proprio questo anno. Ogni anno si diceva potesse essere l'ultimo dei Tre, almeno da tre stagioni lo si è sentito dire. Non so se fino alla fine resteranno, ma date Paul ed un Centro decente a questa squadra, o il vero Rondo ed un cinque alla Chandler, e secondo me i Celtics sono ancora in corsa.
Ma fossero i minuti! La sua intensità ha davvero pochi simili e difensivamente è a liveli clamorosi.
Il maledetto infortunio nello Utah lo (ci) ha privato di un altro anello, ma uno è arrivato e sarà davvero indimenticabile.
A chi oggi pensa ad un basket romantico KG può essere una risposta. Chi più di lui mette cuore e p.lle in campo??? nessuno, ma chi più di lui ha messo la stessa grinta nel trattare il proprio ritorno economico ???? pochi.
Ma per vincere ci vuole gente così , grandissimo!!!!!
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