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La Storia dei Celtics

Nel 2009-2010 i Celtics non avevano abbandonato lo status di “contender”, anche se vi erano molti dubbi legati all'età media avanzata dei "Big Three" e alla condizione fisica di Garnett, ancora alle prese con le conseguenze dell'infortunio del 19 febbraio 2009. A fungere da "polizza assicurativa" erano arrivati Shelden Williams e soprattutto Rasheed Wallace, all'ultimo giro di valzer nel tentativo di bissare il titolo raggiunto con i Pistons un lustro prima. Come ormai d'abitudine per i biancoverdi nella nuova "età dell'oro" targata Danny Ainge l'inizio fu al fulmicotone: a Natale il bilancio era di 23 vittorie e 5 sconfitte, mica male per una banda di vecchietti.
Le perplessità della vigilia sembravano ormai dimenticate quando, improvvisamente, si spense la luce. In verità la squadra di Rivers anche negli anni precedenti aveva sofferto una certa flessione nella parte centrale della stagione, ma in quel frangente le cose andarono decisamente molto più a Sud del lecito nè si ebbe mai la sensazione che "la nottata" stesse passando. "Memorabile" in questo senso la sconfitta casalinga contro i fino ad allora inermi New Jersey Nets, dati alla mano una delle peggiori squadre della storia. Fu così che, al ritmo grosso modo di una vittoria e una sconfitta, il 14 Aprile la regular season terminò con il Trifoglio al quarto posto nella Eastern Conference, a ben 11 lunghezze dai Cleveland Cavaliers. Già, i Cavs, ovvero il "feudo" del “Re” LeBron James. L'owner Dan Gilbert aveva cercato di raggranellare il meglio dal mercato per mettere in condizione coach Mike Brown di lottare da favorito per il titolo: nel giugno precedente era arrivato Shaquille O'Neal, a luglio Anthony Parker, a febbraio 2010 addirittura Antawn Jamison, uno per cui i 20 punti a partita erano la regola.
In ballo non c'era solo l'immediato, bensì il futuro della franchigia per gli anni a venire. Il sospetto che James si sarebbe accasato altrove in caso di fallimento era forte così come era evidente che in quel caso per la città amaramente definita come "The Mistake on the Lake" sarebbero stati anni di lacrime e sangue dopo aver accarezzato a lungo il sogno di rimanere stabilmente tra le grandi. Le cose sembravano andare secondo i piani: LeBron fu protagonista di una stagione clamorosa culminata con il titolo di MVP e la squadra strappò il miglior record della lega.
I playoffs per le due compagini iniziarono con auspici ben diversi dunque, tanto è vero che più di un "esperto" era propenso a considerare gli Heat di Wade (titolari dells “testa di serie” numero 5) come favoriti contro gli abulici Celtics "ammirati" da gennaio in poi. Per Cleveland, invece, era attesa una scampagnata contro i giovani Bulls. In realtà il cammino delle due squadre fu agevole e pressochè speculare, due tutto sommato "comodi" 4 a 1.
Ora tutto era pronto per la rivincita della serie del 2008, quando il 4 a 3 con contorno di duello rusticano tra Pierce e James (86 punti in coppia in gara 7) aveva spalancato ai biancoverdi le porte della finale di Conference e, poi, del diciassettesimo "banner". Il pronostico sembrava a senso unico o quasi: la miglior squadra della lega godeva del fattore campo e la Quicken Loans Arena era stata violata solo 6 volte in 44 partite, quell'anno. E' anche vero che negli scontri diretti con la truppa di Rivers il bilancio era assai meno tranquillizzante, un salomonico 2-2. In particolare il 4 aprile c'era stato un primo "assaggio" di postseason quando il quintetto di Boston, tutto in doppia cifra, guidato da un sontuoso Ray Allen (33 con 6 su 9 da oltre l'arco) aveva portato a casa il risultato nonostante James si fosse messo d'impegno per dare il classico "segnale" (42 punti, 7 rimbalzi e 9 assists). Campanello di allarme? Forse, ma il tutto passò sotto silenzio tra i gridolini di ammirazione per "The King" e i suoi vassalli...dopotutto "è solo regular season".
Ad ogni modo il primo maggio del 2010 la parola passò definitivamente al campo: i Celtics iniziarono nel migliore dei modi, soprattutto grazie a un Rondo a nozze contro il "morbido" Mo Williams. Dopo 12 minuti il giovane play biancoverde contava già 5 assists e 9 punti, compresa la tripla sulla sirena: 26-20 e una rassicurante sensazione di "vecchio Trifoglio". Sensazione destinata a rafforzarsi ancora nel secondo quarto, quando il distacco si dilatò fino al +11 all' intervallo lungo. Purtroppo i propositi di vittoria dovettero scontrarsi con il recupero dei Cavs, che rosicchiarono il deficit minuto dopo minuto, fino a portarsi in vantaggio con un layup di James proprio sulla terza sirena. Ormai l'inerzia era tutta per i padroni di casa i quali, non senza qualche difficoltà riuscirono a staccare gli avversari proprio nel finale sino a concludere 101-93.
In gara 2 ancora un sontuoso Rondo (19 assist) e Ray Allen (22 punti) guidarono i biancoverdi ad una partita quasi perfetta: "quasi" perchè dopo un terzo periodo terrificante che vide dilatare il gap tra le squadre fino all' 83-60, Boston si "sedette", facendo rientrare Cleveland fino al -10, salvo allungare nuovamente fino al 104-86 che sancì il preziosissimo 1-1 e la conquista del fattore campo. Purtroppo le cattive sensazioni dovevano tornare prepotentemente alla ribalta (e con gli interessi) il 7 maggio, quando al Garden i Celtics presero una storica bastonata ("storica" non è un termine buttato lì a caso, si tratta della peggiore sconfitta subita in casa nei playoffs dalla franchigia): 124-95 con il discorso chiuso già nel primo quarto (36-17 per gli ospiti), -15 ai rimbalzi (45-30), 59.5% contro 42.7% al tiro, Pierce ed Allen a “combinare” un disastroso 6 su 24. Insomma, un massacro. Non c'è bisogno di sottolineare come per gara 4 si trattasse di vita o morte: sotto 3-1 contro quelli che ne aveva vinte 61 in regular season? Meglio evitare.
Il 9 giugno del 2010 alle 15:30 il sole splendeva sulla "Beantown". Le squadre si presentarono al tipoff: da una parte Kendrick Perkins, Kevin Garnett, Paul Pierce, Ray Allen e Rajon Rondo; dall'altra Shaquille O'Neal, Antawn Jamison, LeBron James, Anthony Parker e Mo Williams. "Il Prescelto" da qualche tempo accusava dolore ad un gomito, anche se i 32 punti, 7 rimbalzi e 6 assist di media nella serie gettavano qualche dubbio sulla consistenza del malanno. Sul versante di Boston sino a quel momento il più costante e positivo era stato il giovane playmaker, con rispettivamente 19 punti, 5 rimbalzi e 13 assist di media...meglio dei "Big Three", soprattutto di Pierce ed Allen, in notevole difficoltà contro la difesa imbastita da coach Brown e limitati a 13.7 e 12.7 punti ad allacciata di scarpe. In mezzo al caloroso tifo dei 18,624 che assiepavano il Garden si aprirono le danze: Perkins stoppò O'Neal in apertura, anticipazione di un duello che avrebbe visto sovente vincitore il vecchio Shaq. Pierce sbagliò il jumper, imitato poco dopo da Garnett.
L'inizio fu contratto, ma furono i Cavs a scrollarsi di dosso per primi la tensione dell'evento: Jamison con una decisa penetrazione superò "The big Ticket" per “muovere” il tabellino, poi O'Neal, pescato dallo stesso Jamison, andò a schiacciare subendo il fallo: 5 a 0. La paura cominciava a serpeggiare tra i tifosi, memori della debacle di gara 3. Nei primi 2 minuti di gioco i Celtics stavano ancora cercando il primo canestro. Sullo 0 a 7 di James, Rivers ritenne di aver visto troppo e fermò il gioco. In uscita dal timeout Ray Allen finalmente sfruttò il blocco di Perkins e dopo il solito scatto da centometrista per trovare spazio scagliò il "long two" che andò a segno. Era ora, anche perchè Jamison continuava a fare a fette la difesa superando con facilità un Garnett che stentava a carburare.
Nonostante ciò, lentamente Boston prese a risalire la corrente: Rondo cominciò a "rullare" infilando i primi due punti (5 a 9) con una palombella, seguita dalla classica penetrazione a velocità supersonica per il 7 a 12, poi ancora risvegliando definitivamente il Garden con un recupero portentoso su LeBron lanciato a canestro. Cleveland, dopo la buona partenza iniziò a sbagliare qualche tiro di troppo, favorendo il rientro dei padroni di casa. Ray fece l' 11 a 12 mettendo la freccia su James e l'azione del primo sorpasso fu la fotografia della grinta messa in campo dalla squadra di Rivers: stoppata di Perkins su Mo Williams, poi sul ribaltamento rimbalzo offensivo del Capitano, tap-in vincente con annesso fallo e urlo belluino: 6’23” alla fine del quarto e 14 a 12. Dentro le seconde linee, prima West per Williams, poi il secondo fallo di Perkins costrinse Rivers a mettere dentro Sheed, seguito da Tony Allen per Pierce, anch' egli gravato di due penalità. Dopo i fuochi artificiali le squadre si affrontarono punto a punto.
La sensazione era che i biancoverdi avessero definitivamente metabolizzato il difficile inizio sviluppando un gioco rapido, con frequenti accelerazioni e buona circolazione di palla. Anche la difesa girava alla perfezione, ostacolando ogni tiro agli avversari e limitando James in maniera quasi perfetta. Il solo Shaq rimaneva un rebus difficilmente risolvibile, unico a ribattere colpo su colpo all'arrembante Trifoglio: tuttavia il vantaggio continuò ad aumentare, prima con l'appoggio di KG dopo un ringhiante rimbalzo offensivo, poi con la penetrazione di Rajon (24 a 17). Brown doverosamente chiamò il timeout e a 2’45” dalla fine il dato più eclatante erano i soli 3 punti con la miseria di 3 tiri tentati per LeBron, mentre il numero 9 biancoverde viaggiava con il vento in poppa a 9 punti, 4 rimbalzi e 3 assist. La scelta di Boston era chiara: correre in transizione senza lasciare il tempo ai Cavs di schierare la difesa: in questo senso, con le riserve in campo (ora anche Davis per Garnett), Rondo e Ray Allen erano stati perfetti, producendosi a turno in accelerazioni che avevano portato a canestri facili. Wallace dalla “linea della carità” dilatò il margine a +8 (29 a 21). L'ultimo cameo di Rondo unito all'ennesimo tiro contestato dalla difesa dei Celtics fissò il 31 a 22 del finale di quarto, con Cleveland che avrebbe potuto essere ancora più indietro senza i soliti, generosissimi viaggi in lunetta del "Prescelto".
Si ricominciò come si era finito, con il perfetto assist del play da Kentucky per Tony Allen che segnò il 33 a 22. Anche in apertura di secondo periodo la difesa continuava a prodursi in un ininterrotto "clinic" e non fosse stato per qualche errore di troppo ai liberi si sarebbe riusciti ad allungare ulteriormente. La partita era ora nervosa, in 3 minuti i Cavs avevano realizzato la miseria di quattro punti, i biancoverdi tre. Shaq insisteva nel suo ruolo di "spina nel fianco" collezionando punti e falli subiti contribuendo a riportare l'inerzia dalle parti dell' Ohio. Nota statistica, con Rajon in panchina i Cavs si accesero con un sanguinoso 7 a 0 in poco più di un minuto, parziale concluso dalla tripla di Parker del 31 a 34 che costrinse Rivers a fermare il gioco. Il coach non ci pensò due volte e ributtò celermente in campo il 9 per non toglierlo più (sarebbe rimasto in campo per 46 minuti e 48 secondi). L'impressione era che non si cavalcasse abbastanza un Garnett in palla: proprio il "bigliettone" pose fine alla piccola "carestia" con il fade away su Varejao. Si rimaneva avanti di pochi punti, nonostante le percentuali dal campo fossero a vantaggio di Boston in maniera assai netta (52% contro il 38%). Impressionante come Rondo "spingesse" ad ogni possesso guidando l'attacco a velocità supersonica: se ne giovò Ray Allen, liberato sull'arco e a segno con la tripla del 39 a 31.
Fu un eccellente momento per i padroni di casa, al massimo vantaggio grazie ad un'altra stoppata di Perk seguita dal viaggio in lunetta di Rajon (1 su 2 e 42 a 32). A ricucire lo strappo toccò ancora ad O'Neal, poi a James (solo 2 su 6 dal campo sino a quel momento), autore della solita infrazione di passi clamorosa "punita" con il fallo a favore, decisione che scatenò i "boo" di disapprovazione del Garden. Spazio anche ad un po' di nervosismo quando Ray e LeBron si "agganciarono" in un breve alterco senza strascichi di sorta. Nel frattempo Rondo continuava a passare dalla quinta alla sesta marcia raccogliendo falli a grappoli da chiunque si trovasse nei paraggi...non fosse stato per quei maledetti liberi sbagliati...i cinque Celtics in campo correvano molto e correvano con costrutto, tutt'altra cosa rispetto alla sparuta "Armata Brancaleone" di due giorni prima.
In questa fase, di fatto, Cleveland si tenne a contatto solo dalla “linea della carità” (42 a 47 con il terzo fallo di Perkins). All'appello sinora mancava Pierce, attivo in difesa ma abbastanza abulico in attacco (solo 5 punti all' intervallo lungo). Ancora il playmaker con il 9 sulla schiena a 3’09” dalla sirena marcò il suo diciottesimo punto (più 7 rimbalzi e 6 assist). Si arrivò all'intervallo senza grossi sussulti, con molti errori negli ultimi due minuti a concludere un secondo periodo sostanzialmente equilibrato: 54 a 45 con la certezza che questi Celtics fossero quelli buoni.
Alla ripresa delle ostilità Garnett fece subito 56 a 45 (14 punti per il “Bigliettone”), poi, dopo la replica di un Jamison ispirato mise anche i liberi del 58 a 47. "The Truth" continuava a faticare e, dopo essersi facilmente fatto saltare dal solito Jamison sulla linea di fondo commise il terzo fallo, seguito immediatamente dal quarto e dal richiamo in panchina (dentro Tony Allen). In quel momento la squadra iniziò a faticare: meno corsa e circolazione di palla più farraginosa si tradussero in un maggior numero di tentativi di "sfondamento" a difesa schierata. Il piccolo blackout consentì ai Cavs (nonostante due pregevolissimi canestri di "He Got Game") di rientrare con veemenza: Shaq raggiunse i 17 punti con 5 su 9 al tiro e un per lui ottimo 7 su 11 dalla lunetta e tra stoppate subite e falli offensivi, tiri forzati e sbagliati del Trifoglio, il parziale di 6 a 14 in 5 minuti portò il punteggio sul 66-65 Boston.
Quando LeBron con un’imperiosa stoppata cancellò il tentativo del solito Ray la paura tornò palpabile. Tuttavia, nonostante il momento difficile i ragazzi di Rivers continuarono a lottare riuscendo a fermare tempestivamente l'emorragia anche grazie al concreto apporto difensivo dei rincalzi Tony Allen e Wallace. Il primo lampo "di ritorno" arrivò, nemmeno a dirlo, da Rondo, involatosi nel pitturato raccogliendo l'assist di KG e subendo fallo da West. A questo proposito, per il play il tassametro continuava a correre: -2’45” alla sirena del terzo periodo, 19 punti, 10 rimbalzi e 8 assists. I Celtics, arrancando, ringhiando e sudando riuscivano comunque a difendere forte, nonostante l'attacco continuasse a svilupparsi in maniera difficoltosa.
Finalmente anche Rajon riuscì a infilare due liberi in fila riportando i suoi con la testa avanti (69 a 67) dopo il pareggio di Mo Williams. Il sollievo fu di breve durata perchè uno scaltro West subì il fallo da un questa volta ingenuo Ray su tentativo di tripla, fece 3 su 3 e per la prima volta da una vita il punteggio vide in vantaggio gli ospiti (70 a 69). Si aspettava la riscossa dei "Big Four", ma per una volta gli eroi furono "quelli che non ti aspetti", le riserve Wallace e Tony Allen. Il primo, dopo un paio di difese d'autore sancì il pareggio dalla linea della carità, il secondo realizzò quattro punti consecutivi su assist del solito Rondo per il 74 a 72. A proposito, per quest'ultimo ormai era suonata la campanella della tripla doppia (21 punti, 11 rimbalzi, 10 assist...con dodici minuti ancora da giocare). Boston era tornata in "linea di galleggiamento".
Ancora Tony sugli scudi in apertura di quarto periodo: palla rubata e favore restituito a Rajon, abile ad appoggiare in layup il 76 a 72. Ne' le cattive notizie potevano dirsi terminate per la truppa di Brown, se è vero che dopo pochi secondi Shaq si rese colpevole del quinto fallo che costrinse il coach alla sostituzione con J.J. Hickson. I Celtics non sbagliavano più nulla e per qualche minuto per i Cavs fu notte fonda, anche per merito della magnifica marcatura di Tony su LeBron. Il 78 a 72 arrivò con una delle azioni più spettacolari dell'intero incontro: Rondo e Davis si travestirono da quarterback e running-back, l'uno lasciando partire un passaggio di 15 metri, l'altro ricevendo in maniera favolosa per appoggiare al “vetro”. Il vantaggio si era ormai dilatato a 12 punti, grazie alle riserve e a un numero 9 stellare (da rimarcare altresì un paio di stoppate da "califfo del pitturato” da parte di “Sheed”). In poco meno di cinque minuti Cleveland venne tenuta a zero punti.
Ancora una volta il colpo del KO era a portata di mano ma le ondate dei biancoverdi rallentarono progressivamente, lasciando spazio alla rimonta degli ospiti: Mo Williams andò a segno, poi il contropiede di James con schiacciata costrinse Rivers al timeout sull'86 a 78. Questo non spezzò il ritmo dei Cavaliers che continuarono l'operazione-rientro attentando per l'ennesima volta alle coronarie degli appassionati che assiepavano il Garden: LeBron e Varejao completarono due giochi da 3 punti consecutivi e in un amen ci si ritrovò di nuovo a più 2 (parziale 10 a 0) sull'86 a 84. Una squadra "normale" forse sarebbe crollata, non "quella squadra" forgiata nell'acciaio: bastò l'ennesima, furibonda accelerazione per scrollarsi di dosso la polvere e ricominciare a macinare basket.
Ci pensò Tony Allen a rompere il ghiaccio mettendo l'88 a 84 a 4 minuti dalla fine. Rondo, da parte sua continuava ad arpionare rimbalzi in maniera inspiegabile, riuscendo sistematicamente a posizionarsi nell'esatto punto dove la palla sarebbe caduta: a 3’ dalla sirena il conto delle carambole finite nelle sue mani era a 15, ottimo anche per un centro di 2 e 15. Il canestro più importante arrivò dal fino ad allora “desaparecido” Pierce, una schiacciata su ennesimo assist di...vabbè, ci siamo capiti: era il 90 a 85, poi lo stesso Rajon prese il rimbalzo offensivo e infilò la palombella del 92 a 85 coronando una prestazione mostruosa. Due liberi del Capitano a 1’23” dalla conclusione riportarono il vantaggio a dimensioni rassicuranti (+9) una partita che avrebbe potuto cambiare padrone solo un minuto prima. L'errore di Parker da tre di fatto chiuse la contesa, e gli ultimi sessanta secondi furono riempiti dall'ovazione ininterrotta dei tifosi, tutti in piedi. Finì 97 a 87, i Celtics erano ancora vivi nella serie. "He Got Game" marcò 18 punti (ma solo 1 su 8 da 3), con il "plus" di un'applicazione feroce in marcatura sul "Prescelto"; Pierce ne fece 9, Garnett 18, l'eroico Tony Allen, perfetto in copertura, trovò il modo di raggranellare 15 punti e 5 ribalzi con 6 su 7 al tiro.
Tutti i riflettori erano però puntati su Rondo, autore di una straordinaria tripla doppia con 29 punti 18 rimbalzi e 13 assists, e gli statistici si sbizzarrirono per "quantificare" la prestazione del play biancoverde: risultò che nella storia solo Oscar Robertson (32, 19 e 13) e Wilt Chamberlain (29, 36 e 13) avevano saputo fare di meglio. Persino LeBron, storicamente poco incline a tributare onori agli avversari, specie se vincenti ebbe a dichiarare: "Penso che tutto sia partito da lui, è stato il motore che ha permesso alla squadra di correre. La sua prestazione è stata incredibile". Proprio James si fermò a 22 punti, uno in più di quelli segnati nel solo primo quarto di gara 3, mentre un ottimo Shaq arrivò a 17. Impietoso il confronto tra le panchine, 11 punti quella dei Cavs, 23 quella dei Celtics. Altrettanto eloquente la differena tra i punti in transizione dell'una e dell'altra squadra, 23 a 7
Dopo quella gara 4 il Trifoglio avrebbe “sotterrato” Cleveland a domicilio con 32 punti di distacco vendicando con gli interessi la batosta della settimana precedente, prima di "accompagnare definitivamente alla porta" coach Brown e i suoi al sesto rendez-vous del Garden. Le strade dei due team si dividevano in maniera drammatica: l'una sarebbe arrivata fino all'ultimo atto, cedendo solo dopo 7 partite, e nel novembre 2010 sarebbe ripartita con l'immutato ruolo di “contender”; l'altra avrebbe subito un impietoso smantellamento innescato dall' addio della sua stella, incantata dalle sirene di Miami...ma questa è un'altra storia.




Commenti
Per favore, prima di pensare a uno scambio di Rondo con altri playmaker riflettiamoci molto seriamente: il ragazzo (ha ancora solo 25 anni) avrà limiti tecnici offensivi, avrà un caratteraccio, ma ha attributi clamorosi, non teme nulla e ha doti fisiche fantastiche!
Insomma, non vorrei che noi tifosi fossimo accecati dalle percentuali al tiro, questo ragazzo può e deve essere il futuro della franchigia.
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