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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia....
La Storia dei Celtics
I Celtics si presentarono al campionato 2009-10 con il chiaro obiettivo di riprendersi il titolo loro usurpato dall’infortunio di Kevin Garnett. Ainge sapeva che l’età dei nuovi “Big Three” era ormai un fattore importante: Ray Allen aveva 34 anni, Kevin Garnett 33 e Paul Pierce 32, ed i rigori di una stagione da 82 partite erano superiori alle loro possibilità. Ecco perciò che il Front Office si mosse rapidamente e con efficienza: ad inizio luglio una delegazione comprendente i “Tre”, il proprietario Wyc Grousbeck, Ainge e coach “Doc” Rivers si recò a Detroit dove convinse Rasheed Wallace a firmare un triennale con Boston. Per dare riposo a Pierce e “coprire” tutti e tre gli “spot” di esterno si trovò poi un accordo con Marquis Daniels: il fragile prodotto di Auburn pur di giocare nella “Beantown” accettò un contratto annuale da 2 milioni, ben al di sotto del suo valore di mercato.
Purtroppo alla logica della “finestra d’opportunità” di questo gruppo venne sacrificato l’ottimo Leon Powe i cui tempi di recupero dall’infortunio al “crociato” del ginocchio sinistro erano troppo lunghi. Kevin Garnett era reduce a sua volta dal grave "crack" al ginocchio ed era necessario affiancargli qualcuno che gli permettesse di reinserirsi con calma. Ecco spiegato l'accordo con Shelden Williams , "firmato" al minimo per un anno. Tuttavia Il campionato non iniziò sotto i migliori auspici. In una stupida lite con un amico, il 25 ottobre Glen Davis si fratturò il pollice della mano destra e fu costretto a star fuori per due mesi. I timori sembrarono materializzarsi quando all’esordio tra le oscure mura della Quicken Loans Arena, i Cavaliers piazzarono un parziale iniziale e fuggirono sul 17 a 5. Le riserve però “cambiarono” la partita: Wallace segnò un paio di canestri importanti e Daniels contenne LeBron James (che comunque alla fine ne mise 38). In un finale combattuto fu Pierce a fare la parte del leone con due “jumper” e due tiri liberi decisivi, a regalare la prima vittoria, 95 a 89.
Era il primo successo a Cleveland dopo 11 sconfitte e funse da trampolino di lancio per cinque affermazioni ottenute con oltre venti punti di margine medio grazie ad un ottimo Pierce ed un discreto Rondo, fresco di rinnovo contrattuale. Il 6 novembre al TD Garden squillò un piccolo campanello d’allarme: i Phoenix Suns espugnarono “The Jungle” segnandone 110 e per la prima volta la difesa asfissiante, marchio di fabbrica dei Celtics campioni 2008, risultò assente. Boston riprese a “macinare”, ma altre due sconfitte interne rinnovarono i dubbi: quella del 13 novembre con Atlanta (86 a 97) e quella del 20 novembre con Orlando (78-83).Il record dei biancoverdi a quel punto diceva 9 vinte e 4 perse, ed era in previsione un matineé al Madison Square Garden. Pierce fu fiabesco (33 punti, 6 su 7 da tre), Perkins un’ancora di salvezza (16 punti, 13 rimbalzi e 4 stoppate) ma Allen e Wallace tirarono male e Garnett giocò una partita disastrosa su entrambi i lati del campo. L’incontro andò ai supplementari mentre Harrington irrideva “KG”, e nella “sessione extra” David Lee pareggiò a quota 105 quando sull’orologio mancavano 9.3 secondi al termine. Nel timeout Rivers cominciò a disegnare un gioco, ma Pierce chiese di eseguire un “pick and roll” con Garnett, e venne accontentato: quando Wilson Chandler e Lee seguirono “The Truth” in uscita dal blocco, il capitano fu lesto a “scaricare” al numero 5 che fino a quel momento aveva segnato solo 3 dei 14 tiri tentati. L’aiuto di Harrington era in ritardo e il "bigliettone" lasciò partire un “jumper” che si insaccò alla sirena, poi si girò, strinse la mano in un pugno e quindi salutò col segno della pace Spike Lee, Will Ferrell, il “traditore” Mark Wahlberg e gli altri 19,760 tifosi. I Celtics si lanciarono in una “striscia” di 11 vittorie consecutive, otto delle quali ottenute fuori casa. A rimbalzo dimostravano spesso problemi contro avversari più giovani ed “energici” ed una maggior lentezza nelle rotazioni difensive. Dopo quella di Davis un’altra tegola fu l’infortunio di Marquis Daniels che l’8 dicembre si sottopose ad un intervento chirurgico al pollice sinistro e venne dichiarato indisponibile per due mesi. Non sarebbe più rientrato nelle “grazie” di coach Rivers.
Paul Pierce si dovette fermare il 23 dicembre dopo un piccolo intervento per l’aspirazione di liquido sinoviale dal ginocchio destro, ma anche senza di lui i Celtics riuscirono nell’impresa natalizia di superare fuori casa gli Orlando Magic. Nella vittoria per 86 a 77 i migliori furono Rajon Rondo (17 punti, 13 rimbalzi ed 8 assist) e Tony Allen, (16 punti in 22 minuti). Anche Kendrick Perkins mise il suo mattoncino costringendo Dwight Howard ad un orribile 1 su 7 al tiro. Purtroppo quella che avrebbe potuto essere la svolta positiva del campionato si rivelò un fuoco di paglia perché i biancoverdi persero in casa di Clippers, Warriors e Suns. A Phoenix erano assenti anche Rajon Rondo e Kevin Garnett (che sarebbe rientrato solo il 22 gennaio) ed i “Soli” completarono la “sweep” stagionale con un rotondo successo.
Quando anche Rasheed Wallace fu costretto a fermarsi per un paio di gare a causa di problemi al piede sinistro fu chiaro che Boston era in grave difficoltà. Nel frattempo era arrivata un’incredibile vittoria a Miami. Ray Allen aveva perso un’orribile palla ed il susseguente canestro di Dwyane Wade aveva dato il vantaggio agli Heat con sei decimi di secondo sul cronometro. Rivers disegnò lo schema: Pierce – rientrato proprio quel giorno dall’infortunio – da metà campo alzò un fantastico alley-oop a Rajon Rondo che infilò il canestro del pareggio. Nel supplementare fu ancora Rondo a decidere segnando 6 degli 11 punti dei Celtics e superando da solo il “fatturato” di Miami. A quel successo fecero però seguito altre brucianti sconfitte con Atlanta, Chicago, Dallas e Detroit, e dopo due sofferte vittorie su Clippers e Trail Blazers il calendario presentò un “trittico” da far tremar le vene e i polsi. I biancoverdi lottarono duramente ma dovettero cedere ad Orlando (94 a 96), ad Atlanta (91 a 100, quarta sconfitta con gli Hawks) ed infine in casa con i Lakers (89 a 90 con tiro finale di Kobe Bryant). Poco importa che Pierce fosse stato “defraudato” di un canestro decisivo che avrebbe garantito un esito opposto alla sfida con gli eterni rivali dalla California, l’amara realtà diceva che Boston stava giocando un basket mediocre e “Doc” Rivers era sempre più in difficoltà nello spiegare ai “media” il perché di questa stagione tormentata.
Mancanza di motivazioni, noia, età non più verdissima, infortuni, erano tutti ingredienti di un piatto difficile da digerire per chi ad inizio stagione sperava in un ritorno sul “tetto del mondo”. Il 19 febbraio Ainge cercò di “stabilizzare” la situazione e di rendere più profonda la panchina: mandò ai Knicks Eddie House, Bill Walker, J.R. Giddens ed una seconda scelta del 2014 in cambio di Nate Robinson e Marcus Landry. Robinson si rivelò utile nelle due affermazioni su Detroit e Charlotte fornendo rispettivamente 14 e 16 punti dalla panchina. Nelle gare seguenti, però, la sua mano si raffreddò un po’ ed i Celtics tornarono alla sconfitta, complice pure un periodaccio di Paul Pierce. Il 5 marzo il front office firmò Michael Finley un giorno prima del suo trentasettesimo compleanno. Il vecchio amico di “Doc” Rivers avrebbe dovuto portare maggior profondità al roster martoriato dagli infortuni: Daniels aveva saltato 28 gare, Davis 27, Tony Allen 22, Garnett 10, Pierce 9 e Wallace 2. Tra successi incoraggianti e sconfitte deprimenti (una su tutte: il 96 a 104 patito in casa per mano dei derelitti Nets) Boston arrancò verso i playoffs vincendo 10 delle ultime 19 partite. Il non trascendentale 52 vinte e 30 perse garantiva il quarto posto nella Eastern Conference con la prospettiva di giocare fuori casa l’eventuale gara decisiva in tutte le serie di post-season ad eccezione della prima. Anche se la squadra spergiurava di essere più forte di quanto si fosse visto negli ultimi mesi, c’erano fondati dubbi sulle reali possibilità di imbastire un lungo cammino nei playoffs, tanto che molti critici avevano pronosticato una prematura uscita di scena del Trifoglio fin dal turno d'esordio contro Miami.
Gli Heat infatti erano in ottima salute. Con bilancio in rosso a fine febbraio, erano stati protagonisti di un’incredibile rimonta che negli ultimi 45 giorni di campionato li aveva portati a vincere 18 gare su 22. Coach Spoelstra poteva contare su Dwyane Wade e su un cast di supporto composto dai vari Michael Beasley, Jermaine O’Neal, Udonis Haslem, Mario Chalmers e Quentin Richardson, un gruppo che non poteva essere sottovalutato. I timori della vigilia trovarono conferma nella prima sfida, con Wade e compagni a prendere un vantaggio che dopo cinque minuti del terzo quarto toccò le 14 lunghezze sul 61 a 47. Anche se passò inosservato, fu quello il “turning point” della stagione: la difesa bostoniana cominciò a “mordere” e Miami subì un “parzialaccio” di 34 a 10 che segnò la sorte dell’incontro fino all’epilogo (85 a 76 per i biancoverdi). A 40” dalla fine però Kevin Garnett trovò modo di farsi espellere intervenendo in una disputa tra Quentin Richardson e Pierce ed allontanando l’avversario con un avambraccio. Così, mentre Tony Allen gongolava raccontando ai reporter il suo “career high” nei playoffs (14 punti) e l’ottima difesa su Wade, Rivers si trovava a dover decidere chi mettere in campo in gara 2 al posto dello squalificato Garnett.
Alla fine la scelta cadde su Glen Davis che nei momenti culminanti del primo incontro aveva giocato molto bene, e “Big Baby” non deluse le aspettative. La sua energia in difesa, 23 punti ed 8 rimbalzi ovviarono all’assenza di “KG” ed i Celtics passeggiarono in un eloquente 106 a 77 in cui anche Ray Allen (25 punti, 7 su 9 da tre) e Kendrick Perkins (13 punti, 9 rimbalzi e 2 stoppate) ebbero la loro parte. Le squadre si spostarono in Florida per quella gara 3 che si sarebbe rivelata la sfida più emozionante della serie. Dopo 24’ di sostanziale equilibrio il Trifoglio - nonostante un Wade indiavolato (alla fine avrebbe nesso a referto 34 punti) - piazzò un parziale che permise di andare all’ultimo mini-riposo sul +8, 80 a 72. Il margine però venne presto sperperato e Dorell Wright e Udonis Haslem siglarono il vantaggio Heat. Partita finita? Nemmeno per sogno: Ray Allen e Pierce infilarono due “triple” decisive che presentarono le contendenti sul 98 pari con meno di un minuto da giocare. Wade ebbe l’occasione per vincere l’incontro ma fallì con 13 secondi sul cronometro, e dopo il timeout di rito fu il Capitano a prendere palla per far trascorrere gli ultimi istanti.
Alla fine sparò il “jumper” oltre alle braccia protese di Wright e mentre la sirena stava suonando la palla baciò dolcemente la retina per il 100 a 98 finale. La quarta partita avrebbe potuto essere l’ultima della serie perché, anche se Boston era partita male, nel secondo e terzo quarto era riuscita a trasformare 13 punti di svantaggio in un “gruzzoletto” di sei lunghezze di margine. L’ultimo periodo di gioco però diventò regno incontrastato di Dwyane Wade che in cinque minuti segnò un canestro da due punti, quattro tiri da tre su quattro tentativi ed infine soffiò sulla propria mano “incandescente”. I biancoverdi provarono a rientrare ma alla fine alzarono bandiera bianca su un rimbalzo offensivo di Beasley, e si arresero per 92 a 101. Nella quinta sfida, di nuovo al TD Banknorth, Rivers e Thibodeau gettarono le loro reti su Wade lasciando agli altri Heat il compito di vincere la partita. Mario Chalmers (20 punti) ci provò ma quando Ray Allen e Paul Pierce presero in mano la situazione (insieme 7 centri su 10 da “acque internazionali”) e “Big Baby” collezionò un paio di giocate “energetiche” nel quarto quarto, il vantaggio tornò in doppia cifra e Boston chiuse la serie con un successo per 96 a 86. Il netto 4 a 1 inflitto agli Heat non fu sufficiente a garantire ai Celtics un trattamento migliore in sede di pronostico: del resto il prossimo avversario era la squadra col miglior record della lega, i Cavs di LeBron James.
Nel match (esterno) di apertura della serie Boston partì forte con Rondo a “saltare” sistematicamente Williams prima di scaricare la palla ai lunghi, mentre i padroni di casa si accontentavano delle conclusioni da fuori. Così il vantaggio di 6 punti alla fine del primo quarto si estese agli 11 del 54 a 43 di metà gara e coach Brown fu costretto a provare nuove rotazioni per trovare la soluzione al rebus offensivo. Alla lunga gli aggiustamenti dei padroni di casa cominciarono a pagare, ed i Celtics iniziarono a “vedere” il canestro con difficoltà, oltre a gettare alle ortiche 5 palloni in dodici minuti innescando il contropiede di Mo Williams (12 punti nel quarto). Anche Shaquille O’Neal mise a segno qualche giocata importante, James si riprese da un inizio “silenzioso” per arrivare a 35 punti, e Cleveland chiuse sul velluto, 101 a 93. Rondo (25 punti, 12 assist) era stato brillante ma aveva avuto poco supporto dagli altri esterni, con Pierce da 1 su 13 al tiro e Ray Allen protagonista di uno scialbo 2 su 7 da “acque internazionali”.
Tutto secondo i piani: gli addetti ai lavori che avevano previsto la vittoria dei Cavs si beavano del loro pronostico e sentenziavano che la serie sarebbe durata il minimo indispensabile. Ed invece in gara 2 accadde l’incredibile. Rondo (13 punti e 19 assist) dominò Mo Williams (1 su 9 al tiro) sui due lati del campo e Ray Allen mise a segno tre “triple” e 22 punti, mentre sotto canestro un solidissimo Garnett (18 punti e 10 rimbalzi) ed un sorprendente Wallace (17 punti, 7 su 8 al tiro) dettavano legge sui confusi lunghi avversari. Boston arrivò anche ad un vantaggio di 25 lunghezze prima di concedere un po’ di respiro agli avversari. A fine gara sul jumbotron della Quicken Loans Arena campeggiava il punteggio finale, 104 a 86, e LeBron dichiarò “Non c’è panico, la serie è lunga ed è chiaro che dovremo giocare con maggior intensità”. Le squadre si spostarono nella "Beantown" e tutto tornò alla normalità: il Trifoglio si sciolse quasi subito mentre Cleveland imperversava per 48 minuti. Alcuni dati sono sufficienti a spiegare il dominio degli ospiti ed il risultato di 124 a 95: rimbalzi Cavs 45, Celtics 30; Percentuale di tiro Cavs 59.5%, Celtics 42.7%. Si salvarono solo Garnett e Rondo mentre la stampa osannava James (38 punti, 8 rimbalzi e 7 assist e 2 stoppate) e tirava un sospiro di sollievo, concludendo che gara 2 era stata solo una curiosa anomalia. Rajon Rondo non era d’accordo, e lo fece capire chiaramente nella quarta partita: mise assieme 29 punti (suo “career high” dei playoffs), 18 rimbalzi e 13 assist in una prestazione che ricordò quelle dei grandi campioni di quarant’anni fa, da Wilt Chamberlain a Oscar Robertson.
Ma attribuire tutti i meriti al numero 9 sarebbe sbagliato, visto che i biancoverdi dominarono i rimbalzi offensivi (13 a 0 nei punti su “second chance”) ed in transizione (23 a 7 i punti in contropiede). “Sono statistiche di pura voglia e dimostrano che Boston è stata più aggressiva” ammise coach Mike Brown. Era la chiave di lettura corretta per spiegare il successo per 97 a 87, se si considera che Pierce e compagni avevano tirato solo 1 su 14 da tre ed avevano fallito ben 12 tiri liberi. Dopo il disastro di gara 3, i ragazzi di Rivers avevano reagito da campioni surclassando gli avversari in termini di “killer istinct” e pareggiando la serie. In gara 5 i due protagonisti sino ad allora – James da una parte e Rondo dall’altra – cominciarono in sordina. Nonostante tutto però Cleveland riuscì a prendere un vantaggio di otto lunghezze, 29 a 21, ed a quel punto furono i “Big Three” a reagire confezionando un parziale di 16 a 0. Nonostante la tattica di coach Brown di focalizzare la difesa sul playmaker bostoniano fosse fallita miseramente, in qualche modo i padroni di casa erano riusciti ad arrivare all’intervallo sul -6 sopperendo con l’intensità alla giornataccia di LeBron.
Ma al rientro dagli spogliatoi in campo ci furono solo i Celtics: Ray Allen iniziò con due “triple” (avrebbe chiuso con 25 punti, Pierce con 21 e Garnett con 18) portando il vantaggio a 12 punti, e da quel momento la diga difensiva dei Cavs si ruppe mentre la marea biancoverde invadeva la “Q-Loans”. Alla fine il punteggio segnava Cavaliers 88, Celtics 120 in quella che per i padroni di casa era la peggior sconfitta interna nella storia dei playoffs, oltre che una dolce vendetta dopo il massacro di gara 3. James era uscito dal campo in mezzo ai “boo” dei tifosi e con sulle spalle il peso di un 4 su 15 al tiro: sarebbe stata la sua ultima partita con la maglia dei Cavaliers alla Quicken Loans Arena. Boston aveva vinto due partite consecutive e sapeva che l’opportunità che aveva di fronte poteva essere unica. Giocare al TD Garden per chiudere la serie contro i Cavs infatti sarebbe stato considerato un sogno solo due mesi prima, ed ora era realtà. Cleveland dal canto suo mostrava preoccupanti segni di scollamento, tra infortuni veri o immaginati a LeBron James, storielle piccanti nell’entourage del campione, critiche della stampa all’operato di coach Brown.
I Celtics partirono bene e gli ospiti riuscirono a tenersi in linea di galleggiamento grazie ad uno strepitoso Mo Williams, autore di 20 punti nei primi 24 minuti, ed ai problemi di falli di Pierce. Boston però c’era. Nella ripresa fu proprio il capitano ad infilare la prima “tripla” per i padroni di casa dando il via ad un parziale di 16 a 4 che decise l’incontro. I Cavs provarono a rientrare e con due tiri da tre in fila di James si riavvicinarono fino al 74 a 78, ma Rondo “spezzò la difesa” con un layup e nell’azione seguente liberò "The Truth" per un'altro centro da "acque internazionali", presto imitato da “Sheed” ed infine Tony Allen intercettò un passaggio di LeBron andando a servire Garnett per la schiacciata dell’88 a 74 a poco meno di sei minuti dalla fine. Cleveland a quel punto alzò bandiera bianca ed a fine gara James uscì dal campo con la sesta tripla doppia in carriera in quella che sarebbe stata la sua ultima uscita con la maglia dei Cavalieri. Il 94 a 85 finale sul tabellone elettronico era l’eloquente prova di uno dei più grandi “upset” degli ultimi anni, con Boston – quarta testa di serie ad Est - ad eliminare quelli che avevano fatto registrare il miglior bilancio dell’NBA in regular season.
Dopo le fatiche dello scontro con Cleveland, la serie con gli Orlando Magic sembrò quasi una passeggiata. Nella prima sfida in Florida Perkins e Wallace tennero Dwight Howard lontano dal canestro costringendolo ad un 3 su 10 al tiro con 7 palle perse e il Trifoglio potè controllare la rimonta degli avversari fino al 92 a 88 finale. Nel secondo incontro Howard si impose (30 punti e 8 rimbalzi) ma sfortunatamente per i Magic la coppia composta da Paul Pierce (28 punti) e Rajon Rondo (25 punti e 8 assist) sospinse i Celtics al 95 a 92 della sirena di fine gara. Gara 3 fu un massacro, Boston partì fortissimo e non si voltò mai indietro. Sul 36 a 17 Rondo fu protagonista di una giocata magistrale quando si tuffò per rubar palla dalle mani di Jason Williams per poi depositare a canestro. Nel quarto quarto si raggiunsero i 32 punti di vantaggio prima di dare un po’ di spazio ad Orlando che limitò i danni chiudendo a -23, 71 a 94. La serie sembrava segnata, Howard e i tiratori perimetrali della squadra di Van Gundy erano stati controllati (quasi) sempre in maniera mirabile, ed invece i Magic diedero il classico colpo di coda nella quarta partita aggiudicandosela ai supplementari 96 a 92.
E quando anche l’incontro successivo arrise alla franchgia della Florida (113 a 92) i soloni del basket – commentatori di ESPN in testa – cominciarono a ricordare a tutti che i Magic avrebbero potuto essere la prima compagine ad aggiudicarsi un turno dopo esser stati in svantaggio per 3 a 0. "Avrebbero pututo", già, perchè in gara 6 al TD Garden i Celtics furono superlativi. Partirono forte e rimasero sempre in controllo, vincendo la lotta sotto i tabelloni e difendendo in modo estremamente efficace. Pierce fu maestoso (31 punti, 4 su 5 da tre, 13 rimbalzi 5 assist e 2 palle recuperate), ma un’ottima mano arrivò anche da Nate Robinson (13 punti in 13 minuti) e Ray Allen (20 punti). Dwight Howard, sportivamente ammise: “Loro hanno giocato per tutta la serie come se volessero vincere il titolo, ed ora possono provare a farlo”. Boston, nonostante i pronostici avversi della vigilia dei playoffs, era di nuovo in Finale dove avrebbe trovato Los Angeles.
All' esordio i Lakers aggredirono i biancoverdi fin dall’inizio: nel primo minuto di gioco Artest e Pierce si allacciarono in una semi-rissa sotto canestro che costò loro un fallo tecnico ma lanciò un messaggio forte e chiaro: la serie sarebbe stata estremamente “fisica”. I lunghi di coach Jackson attaccarono il tabellone offensivo sfruttando una delle maggiori debolezze dei Celtics e verso la fine del secondo quarto costruirono un vantaggio di una decina di punti che si sarebbe rivelato decisivo. Il Trifoglio provò a rientrare grazie a Paul Pierce (24 punti) ma la pessima giornata da dietro all’arco del capitano e di Ray Allen (insieme 0 su 6 da tre) fece la differenza. Anche dalla panchina arrivò poco con il solo Rasheed Wallace (9 punti) a rendersi utile, i gialloviola dominarono l’area dei tre secondi come testimoniato dal dato relativo ai punti su rimbalzo offensivo: 16 a 0. Kobe Bryant aveva realizzato 30 punti ma il migliore in campo era stato senza dubbio Pau Gasol che con 23 punti, 14 rimbalzi e 3 stoppate aveva tenuto costantemente sotto scacco i “big men” bostoniani.
Il meritato 102 a 89 spinse i reporter californiani alle classiche celebrazioni premature: John Cherwa del Los Angeles Time sentenziò “OK, la serie è finita. Nulla da vedere. Andiamo avanti”. T.J. Simers della stessa testata aggiunse “I Celtics sono così brutti da far sembrare già campioni i Lakers”. A mister Cherwa e mister Simers non avevano insegnato che non si deve mai sottovalutare il cuore dei campioni, ma Ray Allen glielo ricordò velocemente in gara 2 quando infilò sette degli otto tiri da tre tentati nei primi ventiquattro minuti, eguagliando il record delle Finali e regalando ai Celtics un comodo vantaggio. E quando gli "angeleni" provarono a rientrare grazie alla supremazia dei loro centri (Gasol 25 punti e 8 rimbalzi, Bynum 21 e 6) ed alla pessima giornata di Garnett (6 punti) e Pierce (10 punti, 2 su 11 al tiro), fu Rajon Rondo ad “accendersi” ed a salvare il successo per 103 a 94. "He Got Game" nel frattempo centrò la sua ottava “tripla”, record assoluto, mentre Rondo metteva assieme 19 punti, 12 rimbalzi e 10 assist che pareggiarono la serie e zittirono la stampa californiana.
Le squadre si trasferirono a Boston per le tre gare seguenti, e tutti si aspettavano una terza partita combattuta. Invece il Trifoglio appassì quasi subito: Ray Allen, maestoso nel secondo incontro, fallì tutti e 13 i tiri tentati ed arrivò ad un solo tiro sbagliato dai record negativi delle Finali fatti registrare da Chick Reiser di Baltimore nel 1948 e da Dennis Johnson (allora a Seattle) nel 1978. I Lakers presero un netto vantaggio nel secondo quarto e si portarono sul 37 a 20, ma i biancoverdi non mollarono ed all’inizio dell’ultimo periodo arrivarono a -1 sul 67 a 68. A quel punto, però, Derek Fisher entrò “in the zone” e scorticò Rondo realizzando 11 punti nel momento decisivo. I gialloviola si aggiudicarono l’importantissima sfida per 91 a 84, ed ora la pressione era tutta sui Celtics. La quarta partita verrà ricordata come quella di “Shrek e Ciuchino”. Con la squadra in difficoltà Nate Robinson si alzò dalla panchina e dimostrò che in fondo Ainge non aveva sbagliato, a prenderlo: in 17 minuti infilò 12 punti che diedero nuova vita a Boston, e nel quarto quarto fu Davis a prendere in mano la situazione ed a segnare 9 punti per scavalcare Los Angeles – rientrata grazie ad una serie di canestri di Bryant – e garantire il break decisivo mentre i titolari dalla panchina facevano un tifo d’inferno. All’ennesimo canestro del numero 11, Robinson gli saltò sulla schiena e “Big Baby” sbrodolò mentre esultava: dopo il 96 a 89 finale i due si battezzarono “Shrek e Ciuchino”.
L’ultima gara da disputare tra le volte del TD Banknorth Garden vide un Bryant in gran spolvero (38 punti), eppure nel momento del suo massimo sforzo (23 punti tra gli ultimi 4 minuti del secondo quarto e gli ultimi due del terzo) il Trifoglio portò il vantaggio da una a 13 lunghezze, a dimostrazione che è sempre la squadra a vincere. Pierce fu magnifico con 27 punti, e negli ultimi minuti Jackson ricorse a tutti i trucchetti psicologici del suo bagaglio. In un timeout gridò ai suoi: “Questi sono la squadra che perde più partite nell’ultimo quarto dell’intera NBA. Sanno come perdere le partite, e ce lo stanno mostrando adesso”. Sull’89 a 82 per i Celtics a 36” dal termine Garnett fu costretto ad affrettare una rimessa, servendo Pierce che stava uscendo dal campo sulla linea laterale destra. Il capitano agguantò la palla ed in un veloce movimento la indirizzò verso Rondo che stava tagliando a canestro: il playmaker si allungò per acchiappare la palla e poi la appoggiò al tabellone per i due punti della staffa...forse non erano così bravi a perdere, dopo tutto. Il punteggio finale fu 92 a 86 ed a quel punto la serie si spostò di nuovo in California.
La sesta partita fu un massacro. L’inizio fu equilibrato ma appena Ray Allen si spense i Lakers presero un vantaggio in doppia cifra che non avrebbero più mollato. I Celtics erano molli e dopo sei minuti e mezzo una bruttissima tegola cadde sul loro capo quando Kendrick Perkins rimase a terra tenendosi il ginocchio: per lui la serie era finita. Boston non diede mai l’impressione di poter rientrare, L.A. dominava sotto canestro (Gasol 13 rimbalzi, Bryant 11, Odom 10) ed il vantaggio - di venti punti a metà partita - alla sirena finale era di 22 lunghezze, 89 a 67. Se i titolari erano andati male, questa volta le riserve avevano fatto ben di peggio: 4 su 26 al tiro. Bisognava raccogliere le ultime energie per un estremo assalto a gara 7 nella quale gli avversari godevano del pubblico amico e di una maggior freschezza. E i biancoverdi diedero davvero tutto. Anche se l’assenza di Perkins si fece sentire da subito con Los Angeles a passeggiare a rimbalzo, Pierce e compagni imposero una difesa asfissiante che gli permise di passare in testa. Ray Allen si annullò nella marcatura di Bryant, ed il figlio di “Jellybean” sparacchiò a salve per tutta la serata.
I Celtics presero anche un vantaggio in doppia cifra, ma a metà dell’ultimo quarto finirono la benzina e la grande serata di Ron Artest fece il resto. Gli uomini di Rivers gettarono le residue energia sul piatto della partita e le “triple” di Wallace, Allen e Rondo fecero paura ai Lakers che però alla fine misero al sicuro dalla lunetta il risultato e quindi festeggiarono il “repeat”. Boston usciva a testa alta da questa stagione ma rimaneva comunque un po’ di amaro in bocca nel constatare che solo sei minuti avevano separato i vecchi guerrieri dal sogno del diciottesimo “banner”. Il futuro era ricco di incognite: Wallace aveva già fatto sapere di volersi ritirare, Ray Allen era in scadenza di contratto, il "Doc" era intenzionato a lasciare e l’assistente allenatore Tom Thibodeau era in procinto di firmare come head-coach dei Chicago Bulls. Pure il capitano Paul Pierce poteva scegliere se restare a Boston o declinare l’opzione sull’ultimo anno di contratto per giocare altrove, e mentre i soliti critici davano per finita l’avventura del trio Allen-Pierce-Garnett Danny Ainge aveva già cominciato a lavorare dietro le quinte per ricompattare e rafforzare il gruppo.



Commenti
Una stagione di interrogativi, incavolature durante la RS e un Rasheed improponibile per tantissime partite: ma PO giocati in modo incredibile da grandissimi giocatori in grado di cambiare marcia e travolgere tutti ... o quasi
What if ....
Però più che gara 7 e l'assenza di Perkins io rimpiango fortemente gara 3 (che ha dato ai fakers la certezza di tornare a giocarsela a Ellei) ma anche gara 1 e 6 dove eravamo davvero scarichi.
Gara 7 purtroppo sapevano di giocarla con un handicap che avremmo dovuto scontare soprattutto nella parte finale di gara, quando le energie sarebbero finite e gli acciacchi vari avrebbero pesato come macigni. Purtroppo il pride non è stato sufficiente e questa volta gasol-artest e fischer hanno portato a casa il titolo.
Senza quell'infortunio chissà... però è la storia degli ultimi play off che si ripete KG e Powe, Perkins e infine Rondo e Shaq... 3 stagioni potenzialmente da titolo sono sfumate togliendo a questa squadra meravigliosa la possibilità di raggiungere quota 18 ed entrare nel mito... :(
fine della storia
purtroppo però questo gruppo non ha brillato per salute e fortuna...
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