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Beh, non mi sembra siano possibili scambi a playoffs in corso o a ... -
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ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
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Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia....
La Storia dei Celtics
E’ un classico americano: la storia del ragazzo, figlio di un soldato, costretto a cambiare città così di frequente che la palla – da baseball, da basket o da football – diventa la sua migliore amica. Ma, seppure nel “cliché” di una storia già sentita, questa volta il protagonista Walter Ray Allen ci mette così tanto di suo da renderla a suo modo nuova e degna di essere raccontata. Dieci case diverse in 37 anni di vita sono tante anche per uno zingaro, figuriamoci per una persona ordinata e precisa come lui. Il suo peregrinare da Merced a Ramstein, da Altus a Saxmundham, da Edwards a Dalzell, da Storrs a Milwaukee, da Seattle a Boston, non è che la concretizzazione di un lungo cammino, una costante rincorsa ai propri sogni. Ed anche se nell’altro spogliatoio senti festeggiare gli avversari, anche se ai primi di giugno sei sempre in vacanza, anche se alle volte la salita è dura e ti pare di non arrivare mai, sono ferite che devi sopportare e fatiche che vale la pena di fare. Perché, come dice Paulo Coelho ne “L’alchimista” - il suo libro preferito - “nessun cuore ha mai sofferto per aver inseguito i propri sogni”. E perché se il cuore è saldo e la volontà è ferrea, puoi provare a prendere in mano il destino e a tramutare i tuoi sogni in realtà. Certo, se hai un talento purissimo, un talento che sconfina nella perfezione del gesto tecnico, allora “the sky is the limit”.
D'altra parte come definireste Allen quando riceve palla oltre l'arco e lascia partire la parabola? E non importa quanto alta sia la posta in palio, se il punteggio è sullo 0 a 0 o se manca una frazione di secondo alla fine della partita, se la sua squadra è in vantaggio di 30 punti o pari dopo due supplementari: il movimento sarà sempre lo stesso, preciso come un metronomo e mortifero come la puntura di uno scorpione. Ovvio, il basket non è una scienza esatta ma quando il fendente non va a segno, nel caso del numero 20 in biancoverde, la sensazione è che la colpa sia del canestro, non del tiratore. Non si compia tuttavia l'errore di considerarlo come un semplice terminale offensivo: negli ultimi anni a Boston, spogliato per la prima volta in carriera della veste di "franchise player" ha mostrato anche una pregevole quanto inaspettata dedizione all'organizzazione difensiva, arma vincente che più di ogni altra ha contribuito alla conquista del diciassettesimo banner nel 2008... Ma partiamo dall'inizio del cammino, dal 20 luglio del 1975, quando il sole della California assiste alla nascita del piccolo Walter Ray, terzo dei cinque figli di Flora e Walter. Il babbo, saldatore specializzato arruolato nell' aviazione, è impiegato in quel periodo presso la "Castle Air Force Base" a Merced; mamma "Flo" è una ragazza che proviene dai campi di cotone dell' Arkansas, ancora curiosa di "vedere il mondo" e felice di seguire il marito nelle continue peregrinazioni tra una base militare e l'altra. Presto si rende necessario un trasloco addirittura oltreoceano, più precisamente a Ramstein, in Germania, dove ha sede il Quartier Generale delle Forze Aeree statunitensi in Europa.
Permanenza breve, e si ritorna in America, e precisamente ad Altus, Oklahoma, sede del “Air Mobility Command”, una base dalla quale si alzano in volo i colossi dei cieli che provvedono al trasporto delle truppe o al rifornimento in volo degli aerei a stelle e strisce impegnati in giro per il mondo. Ma la vita di un tecnico dell’aviazione è quella di chi non ha radici, e dopo poco tempo la famiglia deve preparare nuovamente i bagagli e volare a Bentwaters, Inghilterra, una base ad un’ottantina di chilometri a nord-est di Londra. Si stabiliscono nei dintorni dell' installazione militare, a Saxmundham, cittadina di 25,000 anime dove Ray, ben inserito nella nutrita comunità statunitense inizia a praticare lo sport, dal football al baseball (nel quale eccelle) fino, naturalmente, al "soccer", marchio registrato della terra d'Albione. Naturalmente fa anche la conoscenza con la palla a spicchi: "Con mio padre e mio fratello che lo giocavano, sembrava naturale che il basket fosse il mio sport, quello per il quale ero più tagliato". Gli Allen non sono né ricchi né poveri: a tavola il cibo non manca, ma la famiglia conta sette elementi ed il ragazzo non ha le stesse possibilità di tanti suoi amici.
I suoi ricordi di gioventù sono quelli di regali natalizi a volte scialbi, anche se lui, dimostrando una buona dose di maturità, è il primo a dire ai genitori "Non ho bisogno di nulla, non compratemi il regalo". Altri ricordi sono quelli di pantaloni e camicie troppo corte, e il fatto di essere in costante crescita di certo non aiuta: quando sarà famoso, però, le camicie su misura avranno tutte delle maniche appena appena più lunghe, pensa. Dopo l’ennesimo trasferimento di papà Walter la statura di Ray cresce in maniera impressionante. La famiglia è appena rientrata in California, questa volta a Edwards dove ha sede il famoso Air Force Flight Test Center. E’ lì che l’Aviazione americana ha perfezionato aerei come “Blackbird” e “U2”, è il luogo in cui il colonnello Chuck Yeager infranse la barriera del suono a bordo del suo X-1 nel lontano 1947, ed in cui il primo Space Shuttle atterrò trent’anni dopo, nel 1977. Una base importante per un lavoro prestigioso, ma è pur sempre un altro cambiamento in una vita da gitani. Quello che il piccolo fatica a sopportare sono le solite battute sul suo nome da parte dei nuovi amici, quando la maestra lo chiama "Walter" mentre lui è sempre stato chiamato "Ray". E poi non gli piace per nulla l’usanza di far sedere gli studenti nei banchi ordinandoli a seconda dell’ordine alfabetico: è logico che un "Allen" finirà sempre in prima fila! Si innamora sempre di più del basket, anche perché trova una grande facilità sia nel segnare che nell’anticipare difensivamente le mosse dei pari età. Dimostra una buona predisposizione anche per lo studio, però. Il contatto con diverse realtà del mondo, l’adattamento a nuove situazioni, amicizie e persone gli hanno regalato una dose di curiosità che i libri faticano a saziare.
A 10 anni, ormai ritornato in California a seguito dell' ennesimo trasferimento del padre, gioca i primi tornei dimostrando subito innate doti di tiratore. "Flo", dopo aver assistito alla prima partita del rampollo, gli dice senza mezzi termini che ha un dono speciale e che non deve in alcun modo sprecarlo...tuttavia gli ricorda come anche l' istruzione sia importante. Date queste premesse non stupisce il fatto che sia sempre stato un atleta eccezionale, ma anche uno studente disciplinato, attento e ricettivo. Un po’ di anni dopo, nel 2001, in un’intervista dichiarerà: "Un libro può aiutare una persona a raggiungere ciò che sembra al di là della sua portata. Può essere un’ispirazione, qualcosa che ti motiva, che ti spinge a cercare qualcosa in più".
Il primo "mentore" del ragazzo è Phil Pleasant, uno di quei personaggi benemeriti che si occupano di educare i ragazzi allo sport con il principale scopo di allontanarli dai pericoli della strada. Non che il Nostro corra particolari rischi in proposito, ma Phil, una volta osservatolo riconosce in lui qualcosa di speciale e si fa carico di "sgrezzare" il diamante del suo genio, lavorando sui fondamentali a spese del poco tempo libero dopo una giornata di lavoro. E l'impegno paga, perchè Allen, ormai dodicenne, compie rapidi progressi.
Presto arriva un altro ordine di trasferimento, questa volta alla Shaw Air Force Base di Sumter, nel South Carolina, dove l’esperto sottufficiale tecnico dovrà affaccendarsi intorno agli F-16 "Falcon", i purosangue dell’Aviazione U.S.A. La permanenza nella piccola cittadina di Dalzell non è tutta rose e fiori perché il sistema scolastico è meno "agile" di quello sperimentato in California. Quello che terrorizza il ragazzo è l’estrema lentezza del programma di insegnamento, che potrebbe abituarlo ad un’etica di studio lenta e pigra e quindi metterlo in difficoltà all'università. E poi quella mania di studiare la storia del South Carolina: perché fossilizzarsi sul piccolo mondo locale, invece di concentrarsi sugli Stati Uniti e del mondo? Queste preoccupzioni sono però presto soppiantate dal trauma provato quando Walter e Flo cominciano ad avere problemi coniugali e finiscono per divorziare. Ray rimane con la madre, che, dopo tanti anni in giro per il mondo, decide di mettere le radici proprio lì. All’età di 14 anni il ragazzo arriva al metro e 88 di altezza proprio in occasione del suo approdo alla "Hillcrest High School".
L’allenatore James Smith, dopo Phil Pleasant, è il secondo "colpo fortunato" di Ray. Gli insegna il gioco di squadra, e gli regala quella dimensione di realizzatore che sarà il marchio di tutta la carriera. Allen segna 18 punti di media a partita e con il suo gioco intelligente e sicuro affascina il folto pubblico che segue le partite dei Rams. Lo speaker alle gare di Hillcrest High ci mette poco a trovargli un soprannome: “Candyman”, il signore che regala i dolci, elegante e sorridente. Che poi i dolci si traducano in mortifere conclusioni da lontano o potenti penetrazioni a canestro piuttosto indigeste agli avversari, beh, in fin dei conti c’è anche un lato oscuro in “Candyman”, quello che Clive Barker ha celebrato nel romanzo poi ripreso in un paio di horror-movie degli anni ’90. A 15 anni è già “un’arma impropria” e nel 1993 porta la squadra liceale alla vittoria nel titolo statale dopo una cavalcata da 26 vittorie e 4 sconfitte.
En Passant, in finale ne mette a segno 25 e raccatta 12 rimbalzi. Certo, cominciano a farsi strada alcuni di quei comportamenti maniacal-perfezionistici che lo porteranno un giorno a "riprendere" bonariamente Paul Pierce quando dopo una vittoria “osa” modificare la routine di riscaldamento, oppure che lo costringeranno a non poter uscire di casa finchè non avrà buttato nella spazzatura quel maledetto foglietto adagiato sul pavimento, oppure ancora a pretendere sempre lo stesso parcheggio al TD Garden: ancora ragazzino conclude ogni allenamento con cinque layup di destro e cinque di sinistro. E non è una scelta...semplicemente "non può" uscire dal campo senza averlo fatto. La maniacale cura dei particolari incuriosisce, ma è e sarà la chiave della perfezione del suo gesto: anche da professionista, prima di ogni partita seguirà un meticoloso "iter", dal pranzo con pollo e riso fino alla serie di tiri da postazioni prestabilite. Lui stesso confesserà: "Sono un caso-borderline di sindrome ossessivo-compulsiva; non mi è mai stata realmente diagnosticata ma so che è una cosa con cui devo convivere".
Tutto sembrerebbe scorrere in maniera idilliaca, la famiglia, lo studio, un luminoso futuro nello sport, una fidanzata che lo ama...perfetto, non fosse per un piccolo incidente di percorso: nella primavera del 1993 la fidanzata di cui sopra, Rosalind Ramsey, gli comunica di essere incinta. Notizia destabilizzante per qualunque diciottenne, figuriamoci per uno precisino come Ray. La cosa inusuale è che lui riesce a metabolizzare la notizia e, man mano che la scadenza si avvicina, si convince che il modo migliore per prendersi cura della creatura è iscriversi al college e guadagnarsi il diploma. E' un giocatore eccellente e ci sono buone possibilità di ottenere una borsa di studio. In quel momento l'idea di poter diventare un professionista della palla a spicchi c'è, è ovvio, ma non può essere una certezza su cui puntare per mantenere una famiglia. Passa l'estate ad allenarsi da par suo nella consapevolezza che avrebbe avuto tante più possibilità di scegliere un buon istituto scolastico quanto più sarebbe stato un buon "partito" per i coach alla perenne ricerca del futuro "crack". Nel frattempo diventa papà di una bimba, Tierra.
E i coach si accorgono di lui. D'altronde è maledettamente forte e ha il dono più unico che raro di essere un diciottenne con la "testa" di un trentenne. Insomma, una scommessa sicura. Come se non bastasse, invitato al "Nike All-American Camp" di Indianapolis approfitta della vetrina d'eccezione per mettersi in mostra superando di una spanna i migliori giovani prospetti della nazione.
Anche se inizialmente sembra indirizzato verso Kentucky (e quindi Rick Pitino), alla fine opta per "University of Connecticut": purtroppo per "Rick The Slick", Howie Dickenman - assistente di coach Jim Calhoun a UConn - lavora “di fino” presso gli Allen mostrandosi interessato al futuro della famiglia e costruendo un rapporto di mutua fiducia. Anche Calhoun si muove nel verso giusto, convincendo Ray che gli "Huskies" saranno la sua squadra nel giro di uno-due anni. A questo punto il cambiamento di rotta è definitivamente compiuto. Il team ha appena terminato un buon campionato da 15 vittorie e 13 sconfitte ed è guidata dal secondo anno Donyell Marshall, il miglior giocatore della "Big East". L'inizio del torneo 1993-94 è fulminante, con 8 vittorie consecutive. Tutto sembra procedere per il meglio, ma una volta giunti tra le "top sixteen" della nazione e nonostante il "rank" numero 2 UConn viene inopinatamente sconfitta dai Florida Gators. Tuttavia Ray brilla nel suo ruolo di "guastatore" dalla panchina, mettendo a segno una media di 12.6 punti ad allacciata di scarpe (secondo realizzatore della squadra nella post-season), cui aggiunge 4.6 rimbalzi e una percentuale di centri da oltre l'arco superiore al 40%.
Alla fine di quel campionato Marshall decide di intraprendere con anticipo la carriera di professionista, liberando un posto nello “starting five”. La ovvia alternativa è Allen, che esplode letteralmente in una compagine tutta difesa e corsa: l'ideale per valorizzare il nuovo terminale offensivo. Ancora una volta UConn si dimostra all'altezza conquistando il titolo della "Big East" per il secondo anno consecutivo, ma nuovamente, dopo un cammino in cui le sconfitte si contano sulle dita di una mano, arriva una bruciante battuta d’arresto in anticipo: nella finale del "Western Regional", nonostante i 36 del nostro eroe, Connecticut deve soccombere a UCLA, futura vincitrice del titolo. La delusione è grande, ma le cifre del "campioncino" sono in continua crescita: fatto salvo un inimmaginabile 72.7% ai liberi (inimmaginabile per chi oggi lo riconosce come tiratore infallibile dalla lunetta), la media punti lievita fino a 21.1, i rimbalzi a 6.8 e la percentuale dalla lunga ad un impressionante 44.5%.
Date le premesse è comprensibile come tutti gli scout delle franchigie NBA abbiano alzato le antenne e che Ray sia ormai inserito stabilmente tra le "lottery pick" del prossimo draft. Le sirene del basket professionistico hanno un fascino indubbio, ma, come abbiamo già detto, a lui non mancano nè la pazienza, nè il sale in zucca. Contrariamente a molti colleghi più "frettolosi" pondera, si consulta con la famiglia e con il coach, valuta e decide: si fermerà al college ancora un anno, anche perchè "sente" che il titolo di campione NCAA è raggiungibile come non mai. Certo, questo si traduce in altri 365 giorni in compagnia dell'amico Travis Knight, con cui divide la stessa stanza, e deve essere proprio una bella amicizia se “Hollywood” - come viene soprannominato l'elegantissimo e precisissimo Allen - accetta di convivere con un tizio per cui l'ordine è un concetto quanto meno astratto...
Prima dell'ultima corsa viene convocato nella selezione USA ai mondiali universitari del 1995 in Giappone e non come comparsa, ma con i gradi di capitano. La nazionale a stelle e strisce è un rullo compressore (e non potrebbe essere altrimenti vista la presenza anche di Tim Duncan ed Allen Iverson) e con 8 vittorie e nessuna sconfitta si aggiudica la più facile delle medaglie d'oro. Ray contribuisce con 15 punti di media ad allacciata di scarpe. Più tardi, quell' anno, viene anche insignito del titolo di "USA Basketball's Male Athlete of the Year".
Ma è il momento dell'ultimo "assalto a Fort Apache". In stagione, dopo una sconfitta con Iowa, gli Huskies infilano 23 "W" consecutive. A febbraio va in scena a Washington lo "showdown" con gli "Hoyas" di Iverson, appuntamento che calamita l'attenzione di una buona fetta degli "Executive" della NBA. Iverson vince la battaglia e Ray non la prende benissimo, tirando in ballo coach Calhoun con il quale i rapporti iniziano a deteriorarsi. La rivincita arriva nella finale del "Big East Tournament", quando Georgetown è superata al fotofinish proprio grazie a un'azione personale di Allen che raccoglie un rimbalzo e corre in transizione per mettere a segno il definitivo 75 a 74.
UConn ha un record impressionante di 30-2, ma per l'ennesima volta finisce "corta", venendo sconfitta da Mississippi State del centro Eric Dampier. La vittoria non arriva, ma le soddisfazioni personali non mancano e le statistiche si impennano ancora: 23.4 punti, 46.6% da tre. Viene incluso nel "First Team All-America" e nominato "Big East Player of the Year". Potrebbe frequentare il college ancora per un anno, ma decide di dichiararsi per il draft e di tentare così la grande avventura. Al momento dell'addio è il terzo realizzatore nella storia del college con 1,922 punti nonchè il recordman per “triple” realizzate in un anno, ben 115 nel 1995-96. Nel 2001 viene eletto capitano onorario del "UConn All-Century Basketball Team" ed il 5 febbraio 2007 il suo nome e il suo numero vengono celebrati durante la "Huskies Of Honor" al Gampel Pavilion, quello che per tre anni è stato la sua "casa" sportiva.
Prima del draft del 1996 Allen è ovviamente indicato come una delle probabili "top picks", ma conta di scendere fino alla 6 nella speranza di essere scelto dai...Celtics. "La Franchigia" ha un indubbio fascino e il "suo" Connecticut non è lontano. Non ha fatto però i conti con Milwaukee e Minnesota: i Bucks chiamano Marbury alla 4 e subito dopo i Timberwolves si buttano su Ray, salvo scambiarsi immediatamente i due giocatori lasciando a Carr (in verità per nulla dispiaciuto) "The Genius", Antoine Walker. Il Wisconsin non è una destinazione sgradita: può giostrare assieme a due ottimi elementi come Glenn Robinson e Vin Baker, senza dimenticare l'esperto Sherman Douglas.
Certo, manca un lungo di sicura affidabilità, ma un posto ai playoffs sembra raggiungibile. Coach Chris Ford (a proposito di Celtics...) gli regala da subito un posto nello “starting five” e da allora il numero 34 non ne uscirà più. La stagione non è un granchè e la squadra, dopo aver tenuto una marcia tutto sommato rispettabile sino a gennaio inoltrato, crolla nel finale mancando di parecchie lunghezze l'obiettivo della post-season (undicesima piazza ad est con 33 vittorie e 49 sconfitte). Ray è il terzo realizzatore della combriccola, a 13.4 punti a partita e viene inserito, insieme a Kobe Bryant, nel secondo quintetto dei migliori rookie. E non è tutto, perchè durante una trasferta a New York in Marzo viene avvicinato da Spike Lee che sta cercando un giovane cestista per il ruolo di Jesus Shuttlesworth in "He Got Game". Nel lotto dei "papabili" ci sono anche Iverson, Marbury e Garnett, ma Allen, grazie a un provino superbo straccia la concorrenza e ottiene la parte. Si guadagna un’estate da star del cinema passata a girare il lungometraggio che come la maggior parte dei lettori ben sa, ha tra i protagonisti il premio Oscar Denzel Washington ed ottiene un grande successo di critica e di pubblico.
I Bucks iniziano il campionato 1997-1998 senza Vin Baker, spedito a Seattle, e con i nuovi arrivi di Terrell Brandon, Ervin Johnson e Tyrone Hill. Anche questa volta la fortuna latita perchè gli infortuni riducono drasticamente l'apporto di Brandon e Robinson nella seconda parte di stagione, e Ray, nonostante sia ormai il secondo realizzatore con 19.5 punti ad ingresso in campo, non può fare molto per trascinare i suoi ai playoffs.
L'anno successivo è quello del "lockout" e il numero 34 aspetta con ansia l'inizio delle ostilità perchè sente che la squadra potrà fare davvero bene: Chris Ford viene giubilato in favore di George Karl, un nome di indubbia affidabilità. Allen e Robinson girano a meraviglia e per la prima volta l' ex UConn chiude una regular season con un bilancio positivo (28-22). Il settimo posto in griglia ad est vale la sfida contro i Pacers nel primo turno della postseason, ma contro uno scatenato Reggie Miller Milwaukee non ha armi e il 3 a 0 finale è fedele specchio della differente caratura delle due compagini, nonostante una Gara 2 decisa all'overtime. Eppure Ray è il migliore dei suoi, con 22.3 punti e ben 7.3 rimbalzi di media nella serie, tanto da ricevere grossi complimenti pure da un certo Larry Bird, il quale dichiara di aver visto in lui una delle migliori guardie tiratrici della lega.
Con il campionato 1999-2000 arriva la definitiva consacrazione: i Bucks del trio Allen-Cassell-Robinson esprimono un ottimo basket e "Jesus" termina la stagione regolare con 22.1 di media (quarto della lega). Di più: il solo Gary Payton riesce a far meglio dalla lunga distanza (177 "triple" a 172). E mettiamoci anche la ciliegina della prima convocazione all'All Star Game di Oakland (ne seguiranno altre nove). Qui, nonostante la sconfitta patita dall'Est, ne mette a segno 14 in 17 minuti in quello che si dice un "esordio col botto". Ancora una volta i playoffs mettono Milwaukee di fronte ad Indiana; il pronostico è senso unico ma la truppa di George Karl vende cara la pelle soccombendo solo all'ultimo secondo, sconfitta per 96 a 95 in gara 5. Ray contribuisce con 22 punti e 6.5 rimbalzi ad ingresso in campo, ma è Reggie Miller a passare il turno e la sua corsa si fermerà solo in finale.
"He Got Game" passa l'estate ad allenarsi per le Olimpiadi di Sydney. Non è un torneo indimenticabile per gli statunitensi, lontani parenti di quello che fu l'originale "Dream Team". Tuttavia, pur con qualche piccolo brivido l'oro non può sfuggire. Allen "timbra il cartellino" segnando una decina di punti a partita (e superando tuttavia il 50% da "acque internazionali").
La marcia dei Bucks nel campionato 2000-2001 all’inizio è a singhiozzo, ma una volta rodato il motore sale di giri: la squadra termina al comando della Division per la prima volta dal 1986 e con il secondo posto assoluto ad Est dietro i Sixers di Iverson, il "vecchio" avversario di Allen nelle sfide “Huskies vs. Hoyas”. Gli infortuni danno finalmente tregua alla squadra e le doti di "regista" di Cassell ben si sposano con le doti realizzative di Robinson e Ray. Quest'ultimo, in aggiunta agli ormai usuali 22 punti ad allacciata di scarpe, "aggiorna" una sequela di record personali: percentuale dal campo, da oltre l'arco, rimbalzi, assist, palle rubate, vince addirittura la gara del tiro da tre all'All Star Game di Washington...non stupisce che venga inserito nel Terzo Quintetto NBA. Va rimarcato inoltre come, ormai al quinto anno da professionista, non abbia mai mancato un appuntamento con il parquet: in tutto fanno 366 gare consecutive. Ciliegina sulla torta, proprio nel 2001 (e lo abbiamo già accennato) è nominato capitano onorario dell’”All Century Basketball Team” di UConn.
Per la prima volta può affrontare i playoffs con la tangibile possibilità di fare strada: i Magic di "T-Mac" vengono eliminati con un comodo 3 a 1 ed anche la pratica Charlotte Hornets è archiviata, anche se con un assai complicato 4 a 3. In queste 11 partite Allen "scende" sotto i 20 solo in due occasioni, ma è in Finale di Conference contro Philadelphia che "il gioco si fa duro". In gara 2, dopo la sconfitta dell'esordio (nonostante i suoi 31), segna 38 punti con 7 su 11 dalla lunga distanza nella vittoria dei Bucks per 92-78; fa ancora meglio in gara 6, dove alza l'asticella fino a 41 (con 9 "triple") per contribuire in maniera decisiva a portare la serie fino allo "spareggio". Purtroppo la firma sulla qualificazione la appone "AI" e così per i ragazzi di Karl sfuma la possibilità di giocarsi il titolo nella finale NBA. Nonostante i numeri straordinari della post-season (medie da 25 punti e 6 assist con un impressionante 47.7% da oltre l'arco) la stampa di Milwaukee storce il naso giudicando il 34 poco "leader", sostenendo insomma che non è in grado di far "girare" i compagni quando necessitano di una guida in campo.
Nonostante ciò, è logico è che per il campionato successivo i Bucks siano considerati un'autorevole pretendente al trono della Eastern Conference: in effetti la pratica sembra seguire la teoria e, dopo un inizio da 9 vittorie nelle prime 10 gare, a marzo il record è ancora più che onorevole (35-25 il 6 del mese)...poi il disastro: Ray, dopo aver partecipato al suo terzo All Star Game (e aver vinto la gara del tiro da tre), in una stagione da 21.8 punti a partita soffre per una tendinite al ginocchio e quel che è peggio anche Thomas, il giovane Redd, Robinson e Cassell seguono il suo "esempio". Il finale è ovviamente tutto in salita e le sconfitte fioccano, tanto che la squadra esce addirittura dalle prime otto, concludendo anzitempo il torneo.
La mancanza di buoni risultati spinge il front office ad operare un drastico cambio di rotta: via Robinson, a "Jesus" viene richiesto un più efficace impegno difensivo. Purtroppo questa volta il numero 34 è "tradito" da una distorsione alla caviglia poco dopo l'inizio delle ostilità. "Salta" qualche incontro ma anche dopo il rientro il dolore continua a perseguitarlo; la sua esplosività ne risente e, nonostante mantenga medie di 21.3 punti a partita, gli avversari riescono a "prendergli le misure" con maggiore facilità. Insomma, la stagione della franchigia del Wisconsin non decolla e il "libro paga" è ingolfato. La mossa è dunque inevitabile: a febbraio Allen, Ronald Murray e Kevin Ollie vanno a Seattle per Gary Payton e Desmond Mason. Anche per i Sonics lo scambio ha un senso, dato che "The Glove" è all'ultimo anno di contratto e le possibilità di perderlo comunque sono più che teoriche.
Nel nuovo contesto Ray è naturalmente il miglior attaccante, ma rispetto alla "versione" precedente, dove ogni azione passava obbligatoriamente attraverso Payton, i gialloverdi guadagnano in imprevedibilità senza perdere in efficacia. I giocatori sono più responsabilizzati, hanno una maggiore libertà d'azione e anche i risultati non tardano ad arrivare. Fino al 20 di febbraio il bilancio era di 22-30, dopo l'arrivo del 34 (Allen mantiene il numero che aveva a Milwaukee) la squadra vince 18 delle ultime 30 partite. In un Ovest assai competitivo il 40-42 finale non basta a raggiungere i playoffs, ma "Jesus" si presenta con solide credenziali, 24.5 punti, 5.6 rimbalzi e 5.9 assist ad ingresso in campo.
La nuova sfida è senza dubbio intrigante, tuttavia la malasorte sembra aver preso di mira "He Got Game", che inizia il campionato 2003-2004 solo l'antivigilia di Natale a causa di un malanno al ginocchio risolto solo dopo un intervento in artroscopia. Quando rientra lo fa a suo modo, ovvero bombardando la retina con precisione chirurgica. Ad un mese e mezzo dal ritorno viene convocato per la Partita delle Stelle dove mette a segno 16 punti in 23 minuti, secondo realizzatore dopo Kobe Bryant e Shaquille O'Neal. Durante le 56 partite giocate in regular season ne segna 23 ad allacciata di scarpe e il 90.4% dalla lunetta rappresenta per i Sonics la seconda prestazione di sempre. Quel che manca (ancora) a Seattle è l'esperienza, d'altronde l'unico "over 30" a roster è Brent Barry. Le 37 vittorie raggranellate non bastano per qualificarsi alla post-season e per la franchigia dello stato di Washington è il settimo "buco nell'acqua" consecutivo.
E dire che Allen è ormai entrato in una "nuova dimensione", passando dal ruolo di tiratore puro dei tempi di Milwaukee a quello di giocatore completo in grado di portare palla quando la situazione lo necessita e anche, perchè no, di difendere con competenza. Inoltre la sua presenza catalizza molte delle attenzioni delle difese avversarie consentendo ai compagni (in particolare al giovane Rashard Lewis) una maggiore libertà.
Nonostante sia unanimemente riconosciuto come uno degli atleti più rappresentativi dell' intera NBA, all’inizio del suo nono anno di professionismo Ray non può dire ci aver goduto di una carriera ricca di soddisfazioni: tre apparizioni ai playoffs (due delle quali classificabili tra le "comparsate") non sono certo un gran viatico per chi ha qualità e ambizioni da Hall Of Famer. Il torneo successivo (2004-2005), nonostante si apra con una tremenda debacle di 30 lunghezze a Los Angeles contro i Clippers, vira presto verso il "bello stabile". A Natale la truppa di McMillan viaggia a 20 vittorie e 5 sconfitte e a fine stagione regolare segna un inimmaginabile (alla vigilia) record di 53-30, terzo assoluto ad ovest e primo della Northwest Division. "Jesus", naturalmente, guida la classifica dei punti segnati (23.9, decimo assoluto nella lega) e viene inserito nel secondo quintetto NBA, alle spalle di Iverson e Nash nel ruolo di guardia. Gioca talmente bene che il front office dei Sonics gli offre una sontuosa estensione contrattuale da 80 milioni di dollari in 5 anni. Allen, naturalmente, la “inchiostra”.
Dopo i riconoscimenti tutto è pronto per la post-season, dove Seattle si propone come “outsider”: il primo turno è una sorprendente passeggiata e i Kings vengono rispediti a casa con un comodo 4 a 1. Ray è inarrestabile: 28, 26, 33 punti nelle prime tre partite. Tanti? Non per lui, che sul 2 a 1 con 45 punti all’attivo mette la firma sulla qualificazione contribuendo ad espugnare la Arco Arena. Il secondo ostacolo, in semifinale di Conference, è più arduo: i San Antonio Spurs sono esperti ed abituati agli appuntamenti che contano.
Gara 1 è un incubo, con Tim Duncan e compagnia che scappano subito senza guardarsi indietro: nel secondo periodo Allen e Radmanovic danno forfait a causa dello stesso tipo di infortunio: distorsione alla caviglia. Finisce 103 a 81, senza storia; due giorni dopo le cose non vanno meglio (anche se "Jesus", rimessosi in piedi a tempo di record, ne fa 25). A nulla serve il "controbreak" dei Sonics, abili a portarsi sul 2 a 2 (32 per Ray in gara 4), perchè San Antonio porta a casa la posta chiudendo sul 4 a 2. La difesa orchestrata da Popovich non è l'ideale per favorire le superstar avversarie, eppure il numero 34 gialloverde riesce nell'impresa (escludendo la prima partita nella quale gioca solo 13 minuti) di segnare 24 punti ad ingresso in campo.
Ci sarebbero i presupposti per costruire qualcosa di solido, ma nel giro di un anno due pessime nuove affossano le speranze dei tifosi: la prima è che coach McMillan, “Mister Sonic” per aver sempre militato a Seattle come giocatore e poi allenatore, saluta ed emigra alla volta dell'Oregon attratto dalle sirene di Portland (leggasi "più soldi"). Il sostituto, l’esperto Bob Weiss, non ha però altrettanto carisma e viene presto giubilato a favore di Bob Hill, ma anche con Hill al timone cambia poco o nulla e la squadra crolla ad un record di 35 "W" e 47 "L". "He Got Game" fissa un nuovo record personale con 25.1 a partita ma il “supporting cast” incide poco e i Sonics terminano con la peggior difesa della lega. La seconda cattiva notizia è la cessione della franchigia a Clay Bennett. Seattle è una piazza storica, ma per entrare alla Key Arena non c'è la coda...anche nell'anno delle 50 vittorie ben 20 squadre avevano venduto più biglietti. Il nuovo owner non fa mistero di gradire poco la sistemazione e di voler portare "a casa" - Oklahoma City - la "sua" creatura. E dire che Allen avrebbe qualche motivo per sorridere: il 12 marzo 2006 è diventato il novantasettesimo giocatore nella storia dell' NBA ad arrivare a 15,000 punti; il 7 aprile è balzato al secondo posto nella lista dei tiri da tre segnati (dopo Reggie Miller), il 19 aprile ha superato Dennis Scott stabilendo il record per il maggior numero di "three pointers" realizzati in una singola stagione.
Durante il torneo 2006-2007 i Sonics sprofondano ulteriormente. Non è facile trovare motivazioni per una squadra in procinto di essere "dismessa" e il 31-51 finale ne è il comprensibile risultato. L'annata è dunque amara, anche se porta Ray ad aggiornare il suo personale per media punti segnati, ben 26.4, cui aggiunge lo "zuccherino" del “career high” quando, il 12 gennaio 2007, ne "schiaffa" 54 ai malcapitati Jazz in una vittoria per 122-114 all'overtime. Disgraziatamente all'inizio di febbraio inizia a soffrire di un preoccupante e fastidioso dolore ad entrambe le caviglie e con il passare delle settimane la situazione peggiora tanto da costringerlo ad accertamenti. La diagnosi non è tragica ma nemmeno all'acqua di rose: deve sottoporsi a intervento chirurgico per la rimozione di due speroni ossei. Il dottor Ferkel, che già lo aveva operato nel 2003, concede il bis all'inizio di aprile mettendo di fatto la parola fine all'esperienza ai Sonics del giocatore.
Seattle vince la "lotteria" aggiudicandosi la seconda scelta al draft del 2007 (sì, “vince”, considerata la sfortuna che travolgerà Greg Oden) "chiamando" Kevin Durant, uomo su cui costruire una dinastia. Da qui la necessità di allontanare la…vecchia guardia per puntare al futuro. Fortuna vuole che nel frattempo i Celtics stiano cercando un grosso nome dal quale far partire l'effetto domino che potrebbe portare a Boston la "pedina" Kevin Garnett. Le due esigenze sembrano fatte apposta per combaciare e così, fulmine a ciel sereno, viene reso pubblico lo scambio che i tifosi biancoverdi conoscono a memoria: Ray Allen prende la via dell'est assieme al rookie Glen Davis, mentre Jeff Green, Wally Szczerbiak e Delonte West fanno il percorso contrario. Poco dopo anche "The Big Ticket" approda nella "Beantown". Ironia della sorte: "Jesus" finisce proprio dove avrebbe voluto "nascere" come professionista. Unico inconveniente, il "suo" numero 34 è occupato dal Capitano...poco male, opta per il 20.
Per la prima volta in carriera, ormai trentaduenne, può puntare seriamente alla conquista dell'anello in compagnia di altri due All Star come Paul Pierce e Kevin Garnett. Ainge ha lavorato bene anche sul “cast di supporto” assicurandosi due veterani del calibro di James Posey e Eddie House per rinforzare la panchina. Certo, le incognite non mancano, Kendrick Perkins e Rajon Rondo sono ancora da testare ad altissimi livelli, il "pino" non sembra profondo specie nel settore lunghi dove Scot Pollard, “Big Baby” Davis e Leon Powe sono tre incognite grosse così.
Il ruolo non è più quello del "primo violino", ma da subito si adatta meravigliosamente al "sistema" studiato da Rivers e Thibodeau; la straordinaria abilità da “cecchino” che porta in dote è una doppia minaccia: "He Got Game" può infatti scatenare contro il canestro avversario la mano morbidissima o liberare ambiti spazi per "The Truth" e “KG”. In più svolge un preziosissimo lavoro difensivo sul “perimetro”, con umiltà pari solo alla straordinaria intelligenza.
Di quell' anno rimangono nella memoria alcune giocate da vero "clutch player" come gli incredibili tiri da tre a Toronto ed a Charlotte che valgono altrettante vittorie. Il 13 febbraio 2008 viene convocato per l'ottavo All Star Game della carriera in sostituzione dell'infortunato Caron Butler. Ray in 19 minuti mette a segno 28 punti, 14 dei quali in una "finestra" di 150 secondi nel quarto periodo. Vince l'Est 134-128 ma è il più "trendy" LeBron James ad essere nominato MVP, decisione giudicata affrettata da gran parte degli addetti ai lavori. Il mese successivo, durante il quarantesimo anniversario della fondazione dei Milwaukee Bucks è inserito tra i migliori 20 giocatori nella storia della franchigia.
Le vittorie per Boston continuano a fioccare e il 66-16 con cui si conclude la regular season vale il primo posto assoluto nella lega. "Jesus" con 17.4 di media e il consueto 40% da oltre l'arco mette il suo "mattone" sulla "Biggest Turnaround Season” del Trifoglio.
Ai playoffs Allen vive momenti difficili, specialmente nella serie che vede i Celtics opposti ai Cleveland Cavaliers: in gara 1 resta addirittura a secco, in gara 6 si ferma a 9, in gara 7 a 4; davvero numeri inusuali per un realizzatore della sua classe. La verità è che i Cavs scelgono una tattica difensiva "ad hoc" per controllarlo, preoccupati dalla sua precisione chirurgica...d'altronde Pierce può essere più o meno controllato da James. Torna sè stesso contro i Pistons in semifinale di Conference (29 nella vittoria fondamentale che vale il 3-2 e dà alla squadra il primo match point) ma esplode letteralmente nelle “Finals”, seppellendo i Lakers sotto una marea di triple e 20.3 punti a partita. Il 12 giugno rimane in campo per 48 minuti e regala alla storia il canestro in penetrazione contro Vujacic a 16 secondi dalla sirena che sigilla il successo dopo una straordinaria rimonta di Boston. Il 17 eguaglia il record di tiri da tre punti segnati in un incontro di Finali, inanellandone ben 7. Nelle sei partite che portano alla vittoria ne infila ben 22, eclissando Dan Majerle e Derek Harper che si erano fermati a 17. E' un trionfo e finalmente, come Garnett e Pierce, anche "He Got Game" ha il suo anello.
Tuttavia qualcosa sopraggiunge ad "annebbiare" la gioia del trionfo: nel bel mezzo della serie di finale a Los Angeles, il figlio Walker di tre anni si sente male: vomita, è stanco, apatico...i coniugi Allen credono che sia influenza, lo idratano, gli somministrano qualche farmaco ma la situazione peggiora, tanto da costringerli a portarlo in ospedale, al Cedars-Sinai Medical Center, dove vengono fatti tutti gli accertamenti del caso, compreso ovviamente un prelievo sanguigno: il livello di glicemia è 639, abbastanza da rischiare seriamente il coma diabetico. La diagnosi è "diabete di tipo 1", una brutta bestia. Da allora "Walkie" necessita di 5-7 iniezioni di insulina al giorno e il suo sangue viene monitorato per dieci volte nelle 24 ore. I genitori devono imparare a convivere con la malattia del piccolo, frequentano il Joslin Diabetes Center e contribuiscono in varie di occasioni a recuperare fondi per la ricerca. Anche l'inseparabile nonna "Flo" (quale tifoso non sorride ricordandola alle partite del figlio mentre indossa la rituale T-Shirt con la scritta paillettata "Mom Allen") contribuisce in maniera particolare: per due volte corre la maratona di Boston, fondando il "Team Joslin" e raccogliendo 20,000 dollari.
Ma torniamo al basket giocato: il 2008-2009 è l'anno giusto per il repeat, ma un infortunio vigliacco toglie di mezzo Garnett a febbraio: le possibilità di successo svaniscono ma Ray non sfigura mettendo a segno 18.2 punti ad allacciata di scarpe; inoltre demolisce il suo vecchio personale di conversione dei tiri liberi portandolo a un astronomico 95.2% (12 errori in 82 partite...). Il 22 febbraio del 2009 scalza dal "Libro dei Record" biancoverde un certo Larry Bird che ne aveva segnati 71 di fila, terminando la serie a 72. Prova anche a trascinare i compagni nei playoffs, prima segnando il canestro della vittoria in gara 2 al primo turno contro i Bulls, poi raggiungendo i 51 punti in quell'epica gara 6 condita da tre supplementari, ma senza il “Bigliettone” i miracoli ad un certo punto finiscono; Allen scende di colpi ed i Magic riescono ad aver ragione dell'eroica resistenza celtica in semifinale di Conference.
Garnett è regolarmente ai nastri di partenza nell'ottobre seguente, anche se per tutta la stagione non darà l'impressione di essere al 100%. "Jesus", come al solito, mantiene uno standard di tutto rispetto, con 16.3 a partita e un ottimo 47.7% dal campo. Il 91.3% dalla linea della carità è il terzo assoluto nella lega. Non solo, il 10 dicembre 2009 taglia il traguardo dei 20,000 punti in carriera. Il torneo è travagliato e Boston, dopo un buon inizio va in letargo da Natale in poi, concludendo con 50 "W". Ai playoffs esce fuori il mestiere dei "vecchi leoni" e Ray contribuisce da par suo: contro gli Heat in gara 2 e poi ancora in Gara 5 risulta il miglior marcatore della squadra. Dopo aver conquistato tutto sommato abbastanza agevolmente gli scalpi di Cavaliers (con tanti saluti al "prescelto") e Magic, ancora una volta il destino mette di fronte Celtics e Lakers: la prima a Los Angeles và ai padroni di casa, ma il 6 giugno 2010 "He Got Game" è incredibile: ogni pallone che passa tra le sue mani si trasforma in oro e scrive un'altra pagina di storia portando a 8 il record di triple messe a segno in una finale NBA e a 6 quelle infilate in un singolo tempo. Mette 27 punti nei primi 24 minuti, per concludere a 32. La vittoria che ne consegue vale un fattore campo conquistato e una cospicua manciata di speranze. Disgraziatamente la sfida d’apertura al Garden (Gara 3) è un mezzo disastro, in primis per Allen ("vittima" dell'asfissiante marcatura di Derek Fisher), 0 su 13 “dal campo” e la miseria di due tiri liberi per muovere l'esangue tabellino. Nè riesce a brillare nel prosieguo della serie che vede i biancoverdi soccombere in sette partite.
Il contratto di Ray è in scadenza proprio il 1 luglio del 2010 ma sono in pochi a pensarlo lontano dalla "Beantown". Non ci vuole molto per giungere ad un accordo (sei giorni, per la precisione) e Ainge gli propone un rinnovo fino al 2012, la "fine naturale" dell'era dei nuovi “Big Three”, la data della prossima ricostruzione. La cifra? 20 milioni di dollari.
Il resto è storia recente, con il nostro trentacinquenne campione a calcare ancora da protagonista i parquet NBA. il 10 febbraio del 2011 riesce nell'impresa di diventare il primatista assoluto per numero di tiri da tre punti realizzati superando Reggie Miller fermo a 2,560. Alla fine dell'anno sono già 2,612...and counting. Pochi giorni dopo prende parte al suo decimo All Star Game e viene selezionato per il "3-Point Shootout", anche se deve accontentarsi del gettone di presenza; ad avere la meglio è James Jones degli Heat. Il suo fisico è ancora integro, termina la regular season con 80 presenze e una media di 36 minuti abbondanti in campo, 16.5 punti e il 44.4% da acque internazionali, quanto basta per scalzare di un soffio Eddie House dal ruolo di "miglior tiratore dalla lunga nella storia del Trifoglio nella singola stagione", un record che Eddie aveva strappato a Danny Ainge solo due anni prima. La post-season è un cammino breve, d'altronde gli anni dei "senatori" iniziano a pesare e gli infortuni in serie a Shaquille O'Neal e Rajon Rondo lasciano di fatto la squadra con corpose falle; si esce al secondo turno, sconfitti senza troppe storie dai "tre amigos" James-Wade-Bosh.
Probabilmente l'era dei “Nuovi Big Three" è finita e il 2012 è il più classico degli "anni di transizione" in attesa di un profondo restyling, ma anche gli anni di transizione hanno i loro motivi di interesse, uno dei quali è certamente il piacere di ammirare Ray Allen e la poesia del suo movimento, "preciso come un metronomo e mortifero come la puntura di uno scorpione". Perfezionista come John Havlicek, intellettuale e signorile come Tom Sanders, "pulito" nello stile come Jo Jo White, infallibile come Bill Sharman. Non a caso, tutti Celtics...



Commenti
Forse già lo sapevate perchè ho il dubbio di averlo già scritto su queste pagine, ma a partire dalla pulizia tecnica del tiro, passando per un'etica lavorativa che dovrebbe essere d'esempio non solo nel mondo dello sport e finendo per un impegno anche nel sociale, quest'uomo negli ultimi tre anni non mi ha mai deluso.
Il record di canestri da tre è stato un risultato a coronamento di una carriera ammirevole e sono contento che sia arrivato in tempo prima del lock out, sarebbe stata una beffa davvero!
Per chi non lo avesse già visto, godetevi questo:
http://www.youtube.com/watch?v=Edq_qAAQZik&feature=related
ricordo le mie prime telecronache ncaa di buffa su sky lo vedevano protagonista..e la sfida a washington tra the answer iveron e the candy man allen ce l'ho custodita in vhs..bellissima partita!
Il mio nick come ......garanzia
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