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movi
Beh, non mi sembra siano possibili scambi a playoffs in corso o a ... -
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pagliardo
ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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goceltics68
Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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Legend
In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
calabrone66
Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia....
La Storia dei Celtics
Dal sedicesimo titolo erano passati ventidue anni. Ventidue anni di illusioni, di lutti, di sofferenze, di umiliazioni e di rarissimi ed effimeri spiragli di luce. Finalmente nel giugno del 2008 i Celtics si apprestavano ad affrontare il rituale appuntamento del draft da Campioni NBA e sull'onda dell'euforia di un titolo raggiunto in maniera tanto entusiasmante quanto meritata.
Il 28 del mese i trenta GM si ritrovarono nella cornice del Madison Square Garden di New York per accaparrarsi i migliori prospetti; ovviamente gli obiettivi di Ainge non erano e non potevano essere Derrick Rose, o Kevin Love, o Russell Westbrook. Il primo posto assoluto conseguito nell'ultima regular season consentiva solamente lo "sparo nel buio" della trentesima scelta...e Danny sparò, questa volta sbagliando il bersaglio di parecchio: la preferenza cadde su J.R. Giddens, atleticissima guardia da New Mexico, All American nell' anno da senior grazie a medie di 16.3 punti e soprattutto 8.8 rimbalzi a partita. Mica male per un "piccoletto" di 196 centimetri, comprensibile se spulciando tra le curiosità si scopre che all'università si dilettava nel salto in alto e superava di slancio l'asticella posta a 2 metri e 8 centimetri.
In verità Justin Ray, oltre alle qualità atletiche aveva mostrato anche un caratterino mica male, prima facendosi coinvolgere in una rissa da bar con annessa coltellata al polpaccio (e una trentina di punti di sutura), poi, dopo essersi trasferito dal Kansas al New Mexico, subendo una breve sospensione per motivi disciplinari. Nella sua opaca carriera in biancoverde sarebbe stato ricordato essenzialmente per la cronica sterilità offensiva, anche in preseason, non certo per le cifre collezionate (4 minuti e 1 punto a gara in 27 partite giocate). Intendiamoci, non che dopo la trentesima scelta fossero rimasti dei "crack", anche se Mario Chalmers, Chris Douglas-Roberts e soprattutto DeAndre Jordan avrebbero potuto contribuire in maniera assai più efficace...ma col senno di poi siamo tutti dei manager affermati. Andò decisamente meglio con l'ultima chiamata, Semih Erden dal Fenerbahce, centro ventiduenne di 213 centimetri; per il momento rimase a "maturare" in Turchia, ma avrebbe apprezzabilmente contribuito alla causa due anni dopo.
Ma non era ancora finita perchè quel draft "regalò" ai tifosi la sorpresa di un terzo prospetto che l'eclettico Ainge volle fortemente fino ad acquistare la scelta dei Washington Wizards per accaparrarselo. Bill Walker aveva fatto incetta di riconoscimenti all’high school, era stato inseguito dai college di mezza America ed aveva concluso la carriera universitaria con medie di 16.1 punti e 6 rimbalzi abbondanti. Nelle proiezioni veniva inserito ai margini della “zona lottery”, se non addirittura tra i primi quindici. Il suo problema erano le ginocchia di cristallo e una certa dose di sfortuna: 10 giorni prima del "gala" del Madison, durante un “workout” con i Warriors si infortunò per la terza volta dopo i "crack" del 2003 e del 2007. Non fu cosa di estrema gravità, ma due operazioni per rottura del crociato anteriore non sono propriamente un "buon viatico" ed è abbastanza chiaro il motivo del suo "scivolone" verso il basso nelle preferenze dei GM, o meglio di tutti tranne uno che accettò la scommessa. Mancava ancora qualche ritocco per "aggiustare" la panchina, privata dei preziosi contributi di P.J. Brown, che si era ritirato da vincitore, e soprattutto di Posey. Il 41 aveva inchiostrato nell'estate del 2007 un biennale con il secondo anno "player option"; dopo la conquista del diciassettesimo banner aveva deciso di uscire dal contratto per spuntare una cifra più congrua. Le trattattive con il front office bostoniano si erano arenate sulla durata che Ainge intendeva fissare a 4 anni, ovvero sino al 2012, l'anno designato per la ricostruzione del "dopo big three"...troppo poco per James che preferì accettare la proposta di New Orleans, stessa cifra, 365 giorni in più.
Il primo obiettivo era tuttavia l' aquisizione di un supporto per Kendrick Perkins e la scelta cadde su Patrick O'Bryant , nome irlandese nonostante la pelle fosse di uno splendido color ebano. O’Bryant era un “sette piedi” dalla mano educata, ed il 16 luglio appose la firma su un papiro valido per due anni e 3.12 milioni di dollari. A dire il vero le sue quotazioni non erano certo alle stelle, visto che dopo esserselo aggiudicato con la nona chiamata nel 2006 i Warriors lo avevano lasciato libero nel 2008 senza che avesse lasciato il segno sia nelle poche presenze in NBA che nei viaggi in D-League conditi da poco diplomatiche "sferzate" verbali di Don Nelson.
La speranza dei tifosi biancoverdi stava tutta nel vecchio adagio "i centimetri non si insegnano", nella cronica allergia di "Nellie" verso la razza dei centri e nella fiducia riposta in Cliff Ray, Doc Rivers e Tom Thibodeau. Giddens, Erden, Walker, O'Bryant...vi sembra un numero sufficiente di "scommesse"? Per il front office bostoniano la risposta evidentemente era “no”: ad agosto i Celtics si assicurarono con un contratto non garantito addirittura Darius Miles, due anni di inattività ed un grave infortunio a mettere un punto interrogativo grosso così sul prosieguo della carriera. Inizialmente lo staff tecnico si disse favorevolmente sorpreso delle condizioni atletiche del giocatore che durante la pre-season stava mostrando qualche sprazzo di buon gioco. Purtroppo il roster contava 16 elementi, era necessario "tagliarne" uno e la scelta cadde proprio su Miles che dovette “ripiegare” sui Memphis Grizzlies, senza peraltro lasciare grandi…”zampate”.
Ai biancoverdi era richiesto di difendere il titolo, e non sarebbe stato facile: i Cavs avevano aggiunto un ulteriore "quid" grazie all'arrivo di “Mo” Williams, realizzatore che avrebbe potuto fungere da valida spalla a LeBron James; i Magic, con un anno in più di esperienza e con un Dwight Howard sempre più dominante promettevano di dare battaglia. Dall'altra parte i soliti noti: i Lakers, gli Spurs ed una batteria di “outsider” potenzialmente in grado di fare il colpaccio. Il 28 ottobre del 2008 i Celtics esordirono affrontando proprio Cleveland di fronte al tutto esaurito del TD Garden. La partita era senza dubbio un appuntamento accattivante, ma era solo la metà del pasto. Prima del salto a due andò infatti in scena la cerimonia della consegna degli anelli e l’ascesa di quel tanto, troppo atteso “banner” che venne issato insieme ai sedici fratelli su, su in alto, sopra il campo di gioco.
Il momento più emozionante fu la consegna del trofeo a Paul Pierce da parte di John Havlicek, una vita da capitano dei Celtics e 26,395 punti regalati a Boston. A completare la festa del Trifoglio, i Campioni respinsero Cleveland grazie ad un 90-85 figlio del solito terzo quarto giocato a spron battuto (24 a 13 il parziale), ai 27 del capitano (il quale, en passant, si prese la libertà di scavalcare nientepopodimenochè Bob Cousy al quinto posto dei realizzatori biancoverdi) e ad una panchina assolutamente all'altezza (Powe 13 punti e Tony Allen 11). Per gli ospiti Mo Williams, all'esordio per la franchigia dell' Ohio "toppò" mettendo a segno 12 soli punti, pochi per supportare James (22). L'inizio scoppiettante non si fermò lì perchè per il secondo anno consecutivo i ragazzi di Rivers partirono col "botto" inanellando 27 vittorie nelle prime 29 partite, 19 delle quali consecutive (unici passi falsi contro Pacers e Nuggets). Dopo una serie poco felice grosso modo tra Natale e l'Epifania arrivarono altri 12 trionfi in fila indiana per un 41-9 che sembrava promettere malissimo per le avversarie.
Il 15 di febbraio a Phoenix si giocò l'All Star Game con il “Miglior Difensore” della lega, Kevin Garnett, a partire in quintetto e i due "valletti" d'eccezione, Pierce ed Allen, ad entrare dalla panchina: “The Big Ticket” onorò l'evento con un immacolato 5/5 dal campo in 12 minuti, "He Got Game" ne fece 8, ma fu "The Truth" a far saltare il banco con 18 punti, secondo "cannoniere" dell'Est dopo LeBron James. Le stelle sembravano di nuovo allineate, quando arrivò la peggiore doccia fredda che i tifosi potessero aspettarsi. Il 19 febbraio i Celtics erano di scena alla Energy Solutions Arena di Salt Lake City: andando a violare in back-to-back i parquet di New Orleans e Dallas avevano riportato il bilancio ad .800, 44 vittorie ed 11 sconfitte che si traducevano nel primo posto nella Eastern Conference. Il Trifoglio doveva riprendere la "Western Swing", la serie di partite giocate nella metà occidentale del paese, e la prima tappa era appunto lo Utah ed i suoi Jazz. L’incontro si rivelò subito molto combattuto, con Boston a "piazzare" la classica difesa soffocante, ma un inizio stentato in attacco mantenne la situazione in equilibrio.
Garnett, come d'uso aveva giocato una decina di minuti nel primo quarto per poi finire in panchina, ed era rientrato in campo a 6'42" dal riposo lungo per la classica seconda "stint". Ad 1'13" dalla fine del secondo quarto Pierce tentò di "imbeccare" il compagno con "alley-oop" su situazione di transizione offensiva, ma Millsap capì tutto e la palla tornò nelle mani dei Jazz. Sul salto per raggiungere il passaggio di Pierce, però, KG era ricaduto zoppicando mentre la sua faccia si contorceva in una maschera di dolore. Nonostante il numero 5 avesse fatto il diavolo a quattro per rientrare in campo, lo staff medico lo confinò in panchina ed Utah approfittò della sua assenza per mettere in piedi una rimonta vincente. Nelle dichiarazioni post-partita il coach si mostrò più preoccupato dall’infortunio al suo campione che non dalla sconfitta: "Tenteremo di giocare le prossime due o tre partite senza di lui per riaverlo in perfette condizioni".
Mentre la squadra si preparava ad una notte in albergo per poi volare a Phoenix dove la domenica seguente avrebbe affrontato (e battuto) i Suns, Garnett rientrò a Boston per sottoporsi ad esami più approfonditi. Venerdì 20 febbraio il medico sociale Brian McKeon sottopose l'atleta ad una risonanza magnetica ed il giorno seguente il portavoce Jeff Twiss indisse una conferenza stampa nel corso della quale dichiarò che McKeon aveva diagnosticato uno stiramento muscolare nella zona posteriore del ginocchio destro. I tempi di recupero per quel tipo d’infortunio sono solitamente di 2/3 settimane, e quindi il "tenteremo di giocare le prossime due o tre partite senza di lui" di Rivers si rivelò purtroppo ottimistico. Lo stesso giorno di quella maledetta trasferta a Salt Lake City l'attenzione del popolo biancoverde, non ancora completamente preoccupata per le condizioni del "Bigliettone" venne momentaneamente distratta dalle manovre di mercato del front office: l'impalpabile Patrick O'Bryant venne scaricato ai Raptors per una seconda scelta da spendersi nel draft del 2014. L'anno precedente il "mercato di riparazione" aveva portato due pedine di assoluto rilievo come Sam Cassell e P.J. Brown ed Ainge si mosse ancora alla ricerca di qualche valido rinforzo. Serviva un lungo affidabile per surrogare Garnett fino al ritorno in campo e la scelta cadde su Mikki Moore, trentatreenne proveniente da Sacramento e con alle spalle un paio di buone stagioni a New Jersey e, per l’appunto, ai Kings. Tre giorni dopo, a ripetere la scelta del “play esperto” fatta nel 2008, toccò a Stephon Marbury passare in biancoverde: talento indiscutibile, più discutibile la qualità del materiale interno alla scatola cranica. E' pur vero che quell'anno, ai Knicks, era stato in grado di sfiorare i 14 punti a partita, ma alla fine si era scontrato con coach D’Antoni che lo aveva messo “nella cuccia”.
Anche senza KG i Celtics "girarono" alla grande, vincendo cinque delle successive sette partite. Tutto sembrava mettersi nel modo giusto e il 3 marzo parlando del grande assente Rivers dichiarò: "Si muove decisamente meglio". Il primo “checkpoint” sulla guarigione, la scadenza della seconda delle "2/3 settimane di diagnosi" era per la partita del 6 marzo contro Cleveland, ma Garnett rimase ai box mentre la squadra si esprimeva in una prestazione superba e conquistava il successo per 105 a 94. Nonostante i bollettini medici fossero positivi, non venne utilizzato nemmeno nella gara successiva, quella in cui gli Orlando Magic approfittarono della sua assenza, di quella di Rajon Rondo e dell’infortunio occorso a "Big Baby" Davis per espugnare il parquet incrociato. Il roster era già da tempo privo di Tony Allen (frattura al pollice sinistro) e Brian Scalabrine (commozione cerebrale), e le ultime calamità gli avevano assestato il colpo di grazia.
Con l'organico all'osso i Celtics persero a Miami, vinsero in casa contro Memphis e poi subirono due dolorose sconfitte a Milwaukee e Chicago, mentre alla serie di "disgrazie assortite" il 17 marzo si aggiungeva la contusione al ginocchio sinistro di Leon Powe, nella quarta sconfitta in cinque incontri. Nel frattempo il 13 marzo era passata anche la seconda "deadline" della prognosi di McKeon, e, considerando che in passato KG non aveva mai "saltato" volentieri una partita, qualche sopracciglio cominciò ad alzarsi. Boston spuntò a fatica una vittoria interna con Miami orfana di Wade e molti tifosi rimasero stupiti nel vedere la pubblicità che veniva data all’assenza dell’asso degli Heat mentre i biancoverdi quella sera erano privi di Tony Allen, Powe, Garnett, Scalabrine e persino di Ray Allen, alle prese con un’iperestensione al gomito destro. Il periodo di "scalogna" sembrò finalmente terminare il 20 marzo, quando Danny Ainge dalle colonne del Globe rassicurò i tifosi: "Garnett è prossimo al rientro". Nell' articolo firmato da Marc Spears il GM aggiunse che il giocatore sembrava sano e pronto, anche se lo staff medico avrebbe continuato a monitorare la situazione. Rivers sembrò felice: "Stiamo permettendo alle avversarie di segnarci 30 punti, 37 punti in un quarto, e questo non succede con lui in campo". "Doc" aveva ragione, visto che in contumacia-KG Boston aveva concesso a cinque delle ultime nove avversarie di superare quota 100.
Tra i sospiri di sollievo dei tifosi il numero 5 ritornò in campo nella trasferta di San Antonio, e nella corroborante vittoria il suo sostituto Glen Davis, segnò 10 punti in 14'39" d’impiego. La sera seguente i Celtics espugnarono Memphis per 105 a 87 e Garnett venne nuovamente utilizzato col contagocce, solo 17'07" in cui mise a segno di nuovo 10 punti. Il 23 marzo al Garden erano di scena i Clippers ed il "Bigliettone" li "affondò” con 12 punti frutto di un 5 su 5 al tiro. Due giorni dopo il Trifoglio visitò la Amway Arena di Orlando, ed al termine di in una partita combattuta furono i Magic ad avere la meglio per soli due punti, 84 a 82. "The Big Ticket" non tirò benissimo, e sebbene fosse riuscito a strappare 8 rimbalzi in 16' e 31" di gioco, apparve in difficoltà. Il 27 marzo, con i biancoverdi impegnati nella gara esterna ad Atlanta, la doccia fredda: Kevin venne dichiarato "out". Boston giocò un incontro magistrale e, seppur lasciando troppo spazio ad un recupero finale degli Hawks, si aggiudicò la posta per 99 a 93. Coach Rivers dopo la gara fu sibillino: "Garnett non si sentiva al 100% ed abbiamo preferito non rischiarlo, ma se fosse stata una gara di playoffs sarebbe sceso in campo". KG rimase in spogliatoio anche nella gara interna del 29 marzo con Oklahoma e la squadra faticò per tre quarti prima di "scappare" nell'ultimo parziale. Il 31 marzo Ainge rilasciò un intervista a Mark Murphy dell' Herald: "Dalla diagnosi iniziale non è cambiato nulla, stiamo solo usando il massimo della cautela. Il fatto che Garnett sia stato fermato di nuovo non è un passo indietro". Il giorno dopo "Doc" dichiarò allo stesso Murphy che "Il ginocchio non reagisce come dovrebbe, continuerà a fare 'cardio', ma questo è un passo indietro. Ecco perché abbiamo deciso di 'spegnerlo' fino alla fine della regular season". Esattamente il contrario di quanto affermato dal suo GM ventiquattro ore prima. Ovviamente a questo punto tutti i dubbi sulla prima prognosi di McKeon (stiramento muscolare nella zona posteriore del ginocchio destro) parvero più che ragionevoli. Oddio, la zona interessata era realmente quella posteriore del ginocchio destro, ma ciò che era sfuggito, o si era notato con colpevole ritardo, era la presenza di un frammento osseo da rimuovere chirurgicamente. L'operazione in artroscopia avrebbe avuto luogo nella tarda primavera, il 26 maggio, senza che il giocatore avesse mai più messo piede in campo.
Nel complesso la sensazione fu quella di una gestione delle pubbliche relazioni quantomeno maldestra da parte della società, nell'evidente tentativo di coprire le responsabilità dello staff medico. La regular season si concluse comunque con un bilancio in netto attivo, un onorevolissimo 62-20, anche se "sporcato" nel finale da una sconfitta di 31 punti a Cleveland (76-107). Era tuttavia evidente che senza la "guida difensiva" (e ormai a quel punto le speranze dei più erano ormai svanite) sarebbe stato proibitivo se non impossibile puntare al "bersaglio grosso". Furono tre i giocatori del Trifoglio ad essere "onorati" dell'inclusione nei migliori quintetti stilati dalla NBA: Paul Pierce, forte di 20.5 punti e 5.6 rimbalzi di media finì nel secondo "starting five" della lega, mentre Garnett (un po' tristemente) e Rondo entrarono rispettivamente nel primo e nel secondo quintetto difensivo. Il playmaker, in particolare, si era quell'anno trasformato da "anello debole" a "quarto big", terminando la stagione regolare in doppia cifra per punti (11.9), senza trascurare gli 8 assist abbondanti “smazzati” ed il quinto posto assoluto per palle rubate a partita. Anche Eddie House, "braccio armato" della panchina, si tolse lo sfizio di entrare in qualche modo nel "book of records", superando “al fotofinish” Danny Ainge come miglior tiratore da tre in una stagione nella storia dei Celtics (44.4% contro il 44.3 del GM durante il campionato 1986-87).
I playoffs portarono a Boston (secondo posto ad est dietro ai Cavs) in dote la sfida contro i Chicago Bulls, posizionatisi sul settimo gradino con un salomonico record di 41 vittorie ed altrettante sconfitte. I "nipoti" di Michael Jordan erano giovani, fisici e con in più il “Rookie of the Year” Derrick Rose, stimmate del campione e 16.8 punti ad allacciata di scarpe nella stagione di esordio. Come i biancoverdi, anche i Bulls avevano dovuto convivere con una certa dose di sfortuna che li aveva privati per lungo tempo di Drew Gooden e dell’ottimo Luol Deng. Nel complesso un avversario non facile anche perchè, purtroppo, “in absentia” Garnett nè i due rookie nè i neo acquisti Mikki Moore e Stephon Marbury si erano rivelati un "valore aggiunto"...Moore, in particolare, oltre a far registrare cifre asfittiche (4 punti e 4 rimbalzi in 19 minuti di utilizzo medio) era parso totalmente incapace di adattarsi al sistema difensivo, faticando a capire le rotazioni che erano il pane della difesa di Thibodeau.
Tra acciacchi e "panchina corta", il 18 aprile il Garden si dispose ad accogliere la prima gara della serie: fu una delusione, il debuttante Rose riuscì addirittura a eguagliare la miglior prestazione di un “rookie” ai playoffs, fino a quel giorno detenuto “in solitaria” da Kareem Abdul-Jabbar. Dopo essersi ritrovati in svantaggio anche di 11 lunghezze in apertura di terzo periodo i Celtics risalirono la china e persero la grande occasione quando Pierce subì fallo da Noah a 2 secondi dalla fine sul punteggio di 97 a 96 Bulls. Il capitano, peraltro autore di una buona prova (23 e 7 rimbalzi) infilò il primo tiro libero ma sbagliò il secondo mandando di fatto la partita al supplementare: Tyrus Thomas ne mise 6 nell'overtime e guidò i suoi alla vittoria per 105-103. A nulla valsero gli sforzi di Rondo (29 punti, 9 rimbalzi e 7 assist): la panchina era stata praticamente nulla, fatta eccezione per il consueto e continuo apporto di Leon Powe. In totale, le riserve (tutte con plus/minus negativo) tirarono un preoccupante 5 su 29, completando la frittata fatta da Ray Allen, autore di un orrendo 1 su 12 “dal campo” (0 su 6 da tre punti.
Proprio “He Got Game”, ghiaccio nelle vene, fu il protagonista nella riscossa di gara 2 in una partita vietata ai deboli di cuore: a 3’13” dalla conclusione Ben Gordon (alla fine 42 per lui) infilò la retina da tre per il 109 a 104, ma Glen Davis e Rondo ricucirono lo strappo riportando i Celtics avanti (112 a 111). Gordon pareva inarrestabile e a 16 secondi dalla sirena, con il dodicesimo punto consecutivo impattò a 115: sarebbe stata necessaria la giocata di un “clutch player” di classe cristallina per risolvere la contesa. Allen rispose "presente" e, con la specialità della casa, a fil di sirena scagliò la "bomba" del 118 a 115 che significava "uno-a-uno-palla-al-centro". Per aver ragione dei tostissimi Bulls tutto lo staring five dovette esprimersi "sopra il par", dalla tripla doppia di Rondo ai 30 di Allen, per continuare con i 16 e 12 rimbalzi di Perkins e i 26 di un incisivo "Big Baby". Purtroppo quella sera sul roster di Rivers calò la mazzata definitiva quando si infortunò Leon Powe. E non fu un "crack" di poco conto: rottura del menisco e del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Il "Leone", incredibilmente, con eroismo degno di altri tempi rimase in campo per altri 3 minuti prima di rientrare negli spogliatoi.
Con gara 3 a Chicago sembrò che il peggio fosse passato: 22 punti di vantaggio all'intervallo lungo, 107 a 86 il punteggio finale mai in discussione, una prestazione balistica da 48.1%, il fattore campo riconquistato...insomma, una scampagnata. Tutto facile? Nemmeno per sogno: ancora due giorni e la musica cambiò drasticamente: in una drammatica battaglia condita da due supplementari i Bulls ebbero la meglio per 121 a 118. Dopo un interminabile tira e molla, a 16 secondi dalla conclusione Tyrus Thomas andò in lunetta sul 95-93; per fortuna di Boston sbagliò il primo libero lasciando spazio alle speranze di un aggancio. Fu nuovamente Ray Allen a farsi carico della responsabilità più grande e non fallì, mandando a segno il solito missile terra-aria per prolungare la sfida oltre i 48 minuti. Le cose sembrarono mettersi per il meglio quando i Celtics riuscirono a portarsi sul 105-100 e poi sul 110 a 107 a 9 secondi dalla fine. Questa volta fu Ben Gordon, letteralmente inarrestabile nella serie, a restituire la pariglia con il "three-pointer" del 110 a 110. Altro giro, altro regalo, ma il “fotofinish” sorrise ai Bulls e a John Salmons, 6 punti sugli 11 totali dei suoi nel secondo overtime, conditi dalla stoppata che negò a Pierce il tentativo di impattare il punteggio a quota 121. Si tornava a Boston sul 2 a 2 per quella che sarebbe stata un'altra battaglia campale: in apertura di quarto periodo gli ospiti sembravano veleggiare verso la vittoria, in vantaggio per 77 a 66, ma i biancoverdi riuscirono a rientrare. Fu il numero 34 in biancoverde a 10 secondi dalla sirena a segnare il jumper del 93 a 93 che valeva l'ennesimo supplementare. la situazione era critica: Allen fuori per falli e la rotazione più corta che mai. il Trifoglio si portò avanti per 104 a 101 ma Tony Allen rischiò di fare la frittata: con un fallo suicida mandò Gordon in lunetta per tre liberi, consentendogli di pareggiare. Il capitano, allo scadere dei 24 e in prossimità della sirena riuscì ad infilare un complicato canestro dai 6 metri per il 3 a 2 nella serie. Con una panchina al solito quasi inesistente Pierce era stato utilizzato per 50 minuti, Perkins per 48 e Rondo per 49...il consumo di carburante iniziava ad essere eccessivo, specie per una squadra costretta a viaggiare "a tre cilindri". Ed il bello doveva ancora arrivare: gara 6 divenne la "partita del record" e i supplementari furono addirittura 3, che sommati ai 4 giocati sino ad allora si traducevano nel primato asoluto per un turno di playoffs. Non solo, i 51 punti di Ray Allen e i 19 assist di Rondo rappresentavano senz'altro numeri roboanti, anche se insufficienti per "chiudere" definitivamente il discorso-qualificazione. Il risultato purtroppo arrise ai Bulls che si portarono sul 3 a 3 grazie al 128 a 127 finale. E dire che i Celtics, sotto di 11 a 9’27” dalla conclusione del quarto periodo, con un parziale di 21 a 2 sembravano aver conquistato l'inerzia (99 a 91 a 3 dalla sirena). In stretta successione un'incredibile “tripla” ed un layup di Miller avevano portato le due squadre all'ennesimo supplemento di fatica. Boston aveva avuto l'occasione di vincere la serie ma Pierce non era riuscito ad infilare il jumper allo scadere del primo overtime. Il resto era stato un'estenuante botta e risposta che si era concluso quando Brad Miller aveva infilato i due liberi del 128 a 125, rendendo vani gli ultimi tentativi di Rajon Rondo. Si arrivò quindi a gara 7: questa volta i 33 di Ben Gordon non rappresentarono un grosso problema perché – dopo un inizio difficile - i biancoverdi condussero per quasi tutta la partita tenendo gli avversari a distanza, seppure senza mai riuscire a scavare un solco del tutto tranquillizzante. I tifosi dovettero sorbirsi la consueta dose di panico quando i Bulls rientrarono fino al -3 a 5’39” dalla fine, ma Boston ingranò le marce superiori e "scappò" verso il 109 a 99 che risolse la pratica.
Senza un attimo di respiro: era già il momento di pensare al prossimo ostacolo, gli Orlando Magic di Stan Van Gundy (e Dwight Howard), 59 vittorie in regular season e lo scalpo dei Philadelphia 76ers, conquistato con il punteggio di 4-2 nel primo turno non senza qualche patema. Gara 1 fu quella dell'impresa sfiorata, con i Magic ad "alzarsi sui pedali" per la fuga buona all'inizio del secondo periodo. A 9 minuti alla sirena del terzo quarto il punteggio era un eloquente 65 a 37 ma in quell'istante nella testa e nelle gambe dei ragazzi di Rivers scattò l'interruttore: canestro dopo canestro andò in scena una furiosa rimonta fino al -4, siglato da Pierce a 43 secondi dalla fine dell'incontro; J.J. Redick infilò due liberi ma il Capitano con la tripla riportò sotto i biancoverdi (93 a 90). Mancavano 6 secondi e ci sarebbe voluto un piccolo aiuto da Orlando per portarla a casa; purtroppo ancora Redick non fallì dalla lunetta mettendo in ghiaccio il definitivo 95 a 90. Fu senz'altro un'occasione persa: cosa sarebbe successo se ci si fosse "svegliati" qualche minuto prima del -28? E dire che lo "spauracchio" Howard era stato tenuto a 16 punti da un tenace Perkins, mentre Rondo aveva di nuovo sfiorato la tripla doppia. Bisognava di nuovo "uscire dalla buca" e i Celtics lo fecero nel migliore dei modi: due giorni dopo "sculacciarono" l'avversario senza mai lasciarlo entrare in partita. Sempre in vantaggio si concessero addirittura un quarto periodo di garbage time dopo essere stati sopra anche di 24 punti prima di concludere 112 a 94. Detto che Pierce rimase in campo solo 16 minuti per problemi di falli, è da rimarcare la prestazione-monstre di Eddie House, 31 punti frutto di un 11 su 14 dal campo. E Rondo? 15 punti, 18 assist e 11 rimbalzi, non malissimo per uno che 12 mesi prima era considerato l’anello debole. Non fu altrettanto facile l'approccio con l'Amway Arena. Nella patria di Topolino i Magic tramortirono il Trifoglio sotto i colpi di Lewis e Turkoglu (52 in "combinata") e con una precisione balistica irripetibile (59.1% al tiro). Dall'altra parte Rondo, Pierce e Ray Ray risposero con 16 su 45. Il 117 a 96 finale fu la logica conseguenza di queste cifre. Ancora sotto, e ancora una volta lo smisurato orgoglio di quella squadra decimata esplose: con una condotta perfetta i Celtics si trovarono avanti 89-82 a 7 minuti dalla fine di gara 4, ma Orlando rimontò fino a portarsi sopra a 49 secondi dalla sirena grazie a un inedito 2 su 2 ai liberi di Dwight Howard. Glen Davis rispose con il jumper ma Rashard Lewis mise la freccia con altri due "rigori". Il cronometro segnava -11, c'era ancora una possibilità per restare vivi e l'eroe fu quello che non ti saresti aspettato: Pierce ricevette palla, vide Glen Davis smarcato sul lato sinistro e lo servì. "Big Baby" aveva già messo 19 punti quella sera e non si fece pregare: da 6 metri lasciò partire un piazzato perfetto proprio allo scadere. Parabola, retina, 2 a 2, si ritornava in Massachusetts per la quinta puntata.
Quel 12 maggio i Magic partirono forte e rimpinguarono gradualmente il vantaggio fino al 77 a 63 a 8’48” dalla fine. Chi poteva suonare la carica? Alzi la mano chi avrebbe pronosticato Stephon Marbury: in 3 minuti di fuoco l'ex Knicks mise a segno 8 punti che praticamente dimezzarono lo svantaggio (83-75). Immediatamente dopo Davis prese il "testimone" e piazzò due jumper; Fu poi il turno di Pierce, di Perkins, della tripla di Ray...BUM!...86 a 85 e primo vantaggio dall'alba del primo quarto. L'ultimo minuto vide Boston infallibile dalla lunetta e il definitivo 92 a 88 venne salutato come un segno del destino. Ancora uno sforzo e sarebbe stata Finale di Conference. Purtroppo, comprensibilmente, questo fu l'ultimo ruggito di un motore stanco: in gara 6 i biancoverdi lottarono da pari a pari fino a 3 minuti dalla conclusione, poi si spensero lasciando agli avversari un parziale conclusivo di 8 a 0 che fissò il punteggio sull’83 a 75 nonostante la clamorosa doppia doppia di Rondo, 19 punti e 16 rimbalzi. Di fatto, nonostante tutte le dichiarazioni bellicose e le buone intenzioni, il destino della serie era segnato. Il giorno della resa dei conti il Garden assistette ad un'amara sconfitta per 101 a 82 con poca storia e con il Trifoglio sempre ad inseguire. Ci fu un breve momento in cui le speranze dei tifosi si riaccesero, quando Pierce e compagni rientrarono fino al -4 nel corso del terzo parziale. Purtroppo fu un fuoco di paglia e i Magic allungarono di nuovo senza troppi complimenti: era finita la benzina. I ragazzi avevano dato tutto, ma il destino, manifestamente ostile, aveva deciso di non lasciare chance ad un gruppo che alla vigilia e fino a quel maledetto giorno di febbraio pareva avere tutte le carte in regola per il repeat. Ma ai veri tifosi Celtics non erano passati inosservati lo spirito fiero e l’orgoglio con cui i "loro ragazzi" aveva affrontato le avversità, arrivando ad un soffio dalla Finale. Era il comportamento di una squadra di campioni che usciva dal campo a testa alta: “non aveva perso, erano semplicemente finite le partite”.



Commenti
Gli infortuni fanno parte del gioco, ma è possibile che capitino sempre a noi e sempre in ruoli fondamentali? KG 2009 KP 2010 RR 2011 non c'era il 2 senza il 3 mo' basta !!!!!!!
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