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La Storia dei Celtics
"Thanks for sticking with me" sono solo cinque parole, ma possono significare moltissimo. Nel caso di Paul Pierce sono il punto di arrivo di un lungo viaggio nel basket, nella vita, nella comprensione di come basket e vita possano intrecciarsi fino a confondersi. “Sticking with” esprime una scelta cosciente, la volontà di affidarti a chi può darti molto, a chi può esprimere un potenziale rimasto inespresso, schiacciato dalla mancanza di maturità e può essere tradotto con un minimo di libertà in “grazie per aver continuato a credere in me”.
E’ stato Glenn “Doc” Rivers ad esprimere il potenziale del giocatore e dell'uomo ed è anche la persona alla quale il “thanks for sticking with me” è stato rivolto in una magica notte sportiva: quella in cui alla fine il capitano ha compreso appieno cosa significhi essere un Celtic e come un titolo vinto a Boston abbia un sapore unico e particolare. Per arrivare a quel punto “The Truth” ha dovuto percorrere le strade più tortuose, rischiando pure la vita durante il cammino.
Dal primo istante in cui vide la luce ad Oakland il 13 ottobre 1977, Pierce ha vissuto una vita complicata. Il padre George e la madre Lorraine non vivevano sotto lo stesso tetto perché il primo era già sposato e l’ultima volta che Paul vide il padre aveva sei anni. Insieme alla madre e ai due fratellastri, Jamal e Stephen, si trasferì presto nel sud della California, in quella Inglewood che, all’inizio degli anni ‘80, viveva lo sport dei canestri identificandolo con i Lakers dello “Showtime”.
Paul ricorda ancora quando a 6 anni, mentre stava seguendo le Finali tra Boston e Los Angeles disteso sul pavimento della casa dello zio materno, rimase folgorato dalla bellezza di quello sport: da quel momento il basket diventò la sua ragione di vita e l’ancora di salvezza che tenne i tre fratelli al sicuro in un quartiere dominato dalle gang giovanili. Il bambino cresceva nel mito di “Magic” Johnson… e come dargli torto? La sua guida sul campo e fuori sulle strade, soprattutto, fu Scott Collins, un agente di polizia molto attivo nel quartiere e allenatore della squadretta che partecipava al campionato organizzato dal “LAPD”, il dipartimento cittadino, con lo scopo di permettere ai ragazzi provenienti da famiglia disagiate di giocare un basket organizzato. Non solo: quando era di servizio per le partite casalinghe dei Lakers, Collins portava con sé Paul al Forum e lo stesso Pierce ricorda che “Collins per me fu come un padre, ma lo fu anche per molti altri ragazzi”.
Il giovanotto era piuttosto portato per lo sport, ma all’inizio del liceo era solo un giocatore di medio livello. Dotato di buona tecnica, era piccoletto e pure un po’ sovrappeso, e così venne tagliato dalla squadra dei ragazzi al primo anno. Ma non si arrese. Prese a svegliarsi alle 5,30 di mattina per andare ad allenarsi a scuola con qualche altro compagno ("era brutto arrivare alle lezioni tutto sudato, ma mi ha insegnato l’etica del lavoro e tenuto fuori dai problemi, avevo dei sogni, all’epoca" dichiara oggi Pierce) e con caparbietà riuscì l’anno successivo a entrare in squadra. Come ammise il coach liceale Patrick Roy, Paul entrò in squadra solo perché “cinque compagni erano in gita e dovetti farlo giocare durante il torneo natalizio. Nella prima partita eravamo sotto di circa venti punti, decisi di dargli alcuni minuti di gioco e lui rovesciò la gara con 21 punti, 9 rimbalzi e 6 assist” che per un ragazzo che all’epoca superava di poco il metro e settanta centimetri non erano male.
A quel punto non era più possibile tenerlo fuori, e Pierce continuò a lavorare ancora più duramente, approfittando anche del fatto che il suo fisico si stava asciugando mentre perdeva qualche chilo e cresceva in altezza e forza: nel suo anno da junior guidò la squadra a trenta vittorie stagionali e al titolo divisionale. Nell’ultimo anno di liceo era ormai diventato il migliore prospetto della California, tanto da venire invitato ad un memorabile McDonald All-American (la partita tra i migliori liceali del paese) insieme a Kevin Garnett, Stephon Marbury, Antawn Jamison e Vince Carter, dal quale venne sconfitto nella gara delle schiacciate.
Era il 1994 e Paul si trovò di fronte alla scelta dell’università con la quale firmare la famosa “lettera di intenti” e quelle di casa, cioè UCLA e USC, speravano che la stella della Inglewood High non volesse spostarsi troppo dalla madre, ignorando che la decisione era già stata presa favore dei Kansas Jayhawks allenati da Roy Williams. Williams aveva dimostrato quel tipo di approccio schietto ed onesto che il giovane aveva apprezzato enormemente. Come aveva apprezzato la promessa di un trattamento non diverso da quello riservato agli altri Jayhawks, anche se con la postilla che ogniqualvolta si fosse “seduto” avrebbe trovato il coach alle sue spalle, pronto a spronarlo per raggiungere gli obiettivi in comune: miglioramenti individuali, la fama e la vittoria. Williams, in effetti, non si limitò alle promesse sul futuro ma confermò la serietà del suo “programma” volando in California quasi tutte le settimane per le partite di Pierce. Ed alla fine si meritò davvero la fiducia del ragazzo che, da parte sua, si era reso conto di aver bisogno di crescere come uomo separandosi dalla madre e dall’ambiente nel quale era cresciuto.
Nel suo primo anno a Kansas non mancarono gli alti e bassi che contraddistinguono il cammino di una matricola e, nonostante l’onore del premio come migliore freshman della Big Eight Conference, furono ben altri i giocatori che impressionarono gli “addetti ai lavori”, come Shareef Abdur-Rahim o Stephon Marbury perchè i numeri prodotti dal ragazzo di Inglewood (quasi 12 punti e 5 rimbalzi) comunque non cancellavano una certa titubanza nei momenti decisivi delle partite. Ma il secondo anno si annunciava promettente per Paul ed i Jayhawks: LaFrentz e Pollard erano la coppia di lunghi e il reparto guardie comprendeva Jaque Vaughn, Ryan Robertson e Jerod Haase: Kansas partì con i favori dei pronostici pre-stagionali e vinse le prime 22 partite prima di cedere il 4 febbraio contro Missouri in quella che, alla fine, fu l’unica sconfitta della stagione prima del torneo NCAA. La “March Madness” iniziò con un’agevole vittoria contro Jackson State (Pierce 19 punti e 13 rimbalzi).
Poi fu il turno di Purdue (20 punti e 12 rimbalzi), ma, arrivati alle “Sweet Sixteen”, ecco la doccia fredda della sconfitta contro i futuri campioni di Arizona nonostante il losing effort di Pierce da 27 punti e 11 rimbalzi. La delusione spinse i migliori giocatori di Williams a riprovarci, e nel corso dell’estate Paul e LaFrentz annunciarono che sarebbero tornati anche per l’anno da junior. La stagione 1997-98 si aprì senza Pollard e Vaughn che avevano completato la carriera universitaria. A sostituirli erano arrivati in quintetto il roccioso T.J. Pugh e Billy Thomas, ma, nonostante il minore valore individuale dei più giovani compagni, i risultati furono ugualmente eccellenti e Kansas si guadagnò 34 vittorie a fronte di sole 3 sconfitte grazie ad un eccellente LaFrentz (20 punti e 11 rimbalzi di media) e ad un frizzante Pierce ( 20,3 punti e quasi 7 rimbalzi). Questi aveva migliorato le proprie cifre individuali e dava l’idea di essere uno di quei rari atleti in grado di far fare bella figura anche ai compagni pur rimanendo il “go-to guy”, quello che si prende il tiro decisivo per vincere una partita.
Paul sfruttò l’occasione della diretta televisiva nazionale della sfida contro Texas per dimostrare il suo talento: nonostante soffrisse per dolori assortiti al ginocchio ed alla caviglia ed avesse pure rimediato una botta ad un occhio, segnò 31 punti nella vittoria dei Jayhawks 102 a 72 e dimostrò di non essere per niente “soft”…anche se qualcuno avrebbe continuato a pensarlo. Il record casalingo della stagione registrò una sola sconfitta. Un attacco scoppiettante a oltre 84 punti segnati per gara e una difesa che ne subiva 67 portarono in dote la vittoria nel torneo della Big Eight, ed ai nastri di partenza per la “giostra marzolina” NCAA le aspettative erano al solito alte come da n. 1 nel tabellone regionale. A conferma dei favori del pronostico giunse la vittoria al primo turno contro la cenerentola Prairie View A&M (un roboante 110 a 52), ma il 15 marzo contro i Rhode Island “Rams” di Cuttino Mobley – che “languivano” solo al numero 8 del “ranking” - il risultato fu un’inaspettata sconfitta per 75 a 80. La serataccia al tiro da tre era stata esiziale, e Pierce (23 punti, 5 rimbalzi e 5 assist ma 0 su 7 nelle triple) era uno dei principali responsabili: Roy Williams la definì una delle tre peggiori sconfitte della sua carriera.
Era arrivato il momento di spiccare il volo verso l’NBA ed anche il suo coach lo incoraggiò a pensare al suo futuro di atleta professionista e quindi ad entrare nel draft del 1998. Si presentava al “rito” delle scelte con credenziali di All American e quindi una possibile chiamata tra le prime cinque: molto quotati erano Vince Carter, Larry Hughes ed i due lunghi Raef LaFrentz e Michael Olowokandi, ma le attese di Paul erano molto alte e quindi non si dannò l’anima a fare provini con tutte le squadre NBA. Dopo le chiamate forse attese dei due lunghi ai numeri 1 e 3 con in mezzo la sorpresa-Bibby e l’uscita al 4 e 5 dei “gemelli” di UNC Jamison e Carter, la delusione iniziò serpeggiare nel “clan-Pierce” quando alla 6 i Mavs optarono per “Il Trattore” Robert Traylor, e si acuì non appena i Kings con la settima scelta assoluta assaporarono il gusto della “Cioccolata Bianca” di Jason Williams.
Ma quando alla numero 8 i Sixers gli preferirono Hughes ed alla numero 9 Milwaukee scambiò il tedesco Dirk Nowitzki con Traylor, l’irritazione si trasformò in rabbia pura: la mancanza di rispetto per lui era evidente, ed avrebbe dimostrato a tutti di meritare maggior considerazione. La 10 era dei Celtics, quelli che per il ragazzino Paul, seduto sul pavimento davanti al televisore dello zio a Inglewood erano stati “i nemici”: eppure furono proprio i “nemici” a dimostrargli la considerazione che le altre squadre non gli avevano dimostrato. Rick Pitino, quasi incredulo di fronte al colpo di fortuna non ci pensò troppo, ed anche se il suo obiettivo principale, Dirk Nowitzki, era andato altrove, si ritenne abbondantemente risarcito. Perché Pierce venne scelto così in basso? Con il senno di poi è chiaro che le altre squadre scelsero in base alle esigenze di organico e non in base al talento, e che le precoci eliminazioni di Kansas avessero passato il messaggio di un giocatore passivo e un po’ “soft”.
La sua prima stagione da professionista fu quella “con l’asterisco” del “lockout” e delle sole 50 partite in calendario. L’esordio venne rinviato di qualche mese, e la maggior parte dei Celtics arrivò all’inizio del training camp fuori condizione e non pronta al duro regime di lavoro imposto da Rick Pitino. Il coach in passato aveva inferto ai giocatori razioni più che abbondanti di corsa e scatti che avevano costretto qualcuno a trattamenti per disidratazione e la stessa "medicina" venne somministrata in quell’occasione, tanto che ad un certo punto rimasero solo nove giocatori in grado di allenarsi. Ma Pierce era tra quei nove perchè era spinto da motivazioni speciali: si era inventato un esercizio di tiro nel quale prima di segnare esclamava il nome di tutti gli atleti scelti prima di lui, giusto per non dimenticare il torto subito, deciso a far pentire quanti non avevano creduto in lui.
Nel primo mese a Boston Pierce giocò piuttosto bene e viene nominato “Rookie of the Month”, primo Celtics ad ottenere il riconoscimento dopo Radja nel 1993: alla bella notizia fece seguito la convocazione nell’ufficio di Pitino che, davanti a tutto lo staff, gli comunicò che stavano valutando di non farlo più partire in quintetto. Era una mossa per evitare che si montasse la testa e la minaccia ovviamente poi rientrò, ma il “rookie” era stato messo sul “chi va là” in modo da fargli mantenere l’atteggiamento umile che lo aveva portato a quel primo piccolo successo personale. Purtroppo la squadra era mediocre e chiuse il campionato con 19 vittorie e 31 sconfitte mancando i playoffs. Paul terminò la sua prima “campagna” a 16,5 punti e oltre 6 rimbalzi in 34 minuti di utilizzo e partì nello "starting five" per 47 volte. Risultò il terzo marcatore dopo Walker e Mercer e si guadagnò il primo quintetto della matricole insieme a Jason Williams, Matt Harpring, Vince Carter e Mike Bibby. Il 3 agosto 1999 Ron Mercer venne spedito a Denver: le sue richieste di rinnovo contrattuale erano state giudicate eccessive dal front office, ed in quel momento Pierce divenne la spalla preferita di 'Toine. Le sue medie di realizzazione in campionato salirono a 19,5 punti a partita, seppure in un’edizione ugualmente scarsa del Trifoglio, fermatosi a 35 vittorie ed escluso dailla postseason con critiche pesanti alla gestione Pitino.
L’estate del 2000 era ormai finita e l’inizio ufficiale del training camp vicinissimo, e Paul voleva sfruttare gli ultimi giorni di tranquillità per divertirsi. La sera del 25 settembre decise di fare una scappata al Buzz Club insieme a Tony e Derrick Battie e, verso l’una di notte, per cause che non sono mai state completamente chiarite, venne aggredito e pugnalato per undici volte. Trasportato immediatamente al New England Medical Center dai suoi amici, si salvò solo perché il pesante giubbotto di pelle che indossava aveva assorbito in parte i colpi. La forte fibra d’atleta lo rese protagonista diun recupero miracoloso: dopo sole tre settimane stupì tutti ricominciando ad allenarsi. Tornò in campo la settimana successiva in una partita prestagionale e finì per giocare tutte le 82 partite del campionato.
Ma la lezione servì davvero, insegnandogli che una ventiquattrenne stella del basket deve essere più attento nelle scelte dei luoghi e delle persone da frequentare: una regola che poi avrebbe seguito per il resto della carriera. Rimase comunque - almeno fino ai trent’anni - un assiduo frequentatore dei locali della zona di Boston e, nel corso dell’estate, dei casinò di Las Vegas, città in cui acquistò anche una “casetta” da godere nella stagione estiva. Ed il campionato 2000-01 fu indimenticabile a partire da quell’inizio… movimentato, passando per le 82 gare disputate ad una media punti di 25,3 per gara, il primo riconoscimento della carriera come “Giocatore del Mese” in marzo e l’arrivo del suo soprannome: The Truth. Per chi non conoscesse la storia, tutto accadde il 13 marzo quando i Celtics affrontarono i Lakers allo Staples Center nel corso di una classica trasferta a ovest: quella sera i biancoverdi persero 112 a 107, ma Pierce mise a ferro e fuoco la difesa californiana campione NBA segnando 42 punti con un incredibile 13 su 19 al tiro (nonostante gli otto errori dalla lunetta!).
Usando per intero il suo repertorio ottenne un risultato inatteso, una lusinghiera dichiarazione alla stampa a fine partita da parte di Shaquille O’Neal. “Scrivete questo, il mio nome è Shaquille O’Neal e Paul Pierce è The Truth, scrivetelo pure e non lo rinnegherò. Sapevo che fosse in grado di giocare, ma non a questo livello. Paul Pierce è The Truth”. Da quel momento il soprannome fu suo. Nonostante il brillante rendimento della coppia Pierce-Walker (quasi 50 punti a partita insieme), Boston rimaneva ancora una squadra di piccolo cabotaggio: il rapporto di Pitino con il gruppo si stava deteriorando di partita in partita e la difesa faceva acqua spesso e volentieri. La stampa continuò a criticare sempre più aspramente la gestione del “brillantinato”, fino all’epilogo del 6 gennaio a Miami: nelle battute finali dell’ennesima sconfitta il coach richiamò in panchina Pierce per abbracciarlo e, quindi dopo una riflessione di un paio di giorni, diede le dimissioni.
Tutto sembrò cambiare con il sostituto Jim O’Brien. Sfruttando le doti di mago difensivo del vice allenatore Dick Harter, "Obie" condusse la squadra a un inatteso finale di stagione con 24 vittorie nelle ultime 48 partite e Paul a guidare un purtroppo sfortunato tentativo di raggiungere i playoffs. La stagione 2000-2001 era stata importante, ma quella successiva avrebbe portato esperienze fondamentali per il ventiquattrenne campione: il cambio della guardia in panchina di fatto aveva “consegnato le chiavi” della squadra alla coppia Pierce/Walker e l’arrivo del rookie Joe Johnson aggiunse un altro giocatore dall’ottimo potenziale al reparto esterni. L’inizio fu ottimo almeno rispetto ai campionati precedenti, con un bilancio di 17 vinte e 8 perse a Natale nonostante si continuasse a usare il tiro da tre come arma primaria. "The Truth" iniziò alla grande e fece registrare 30 o più punti segnati in sei delle prime quattordici patite, oltre al massimo in carriera fino ad allora di 48 in una memorabile prestazione contro i Nets (17 su 18 ai liberi).
Ma il suo apporto non si limitava alle realizzazioni, visto che sui tabellini rimasero immortalate cinque prestazioni da almeno 10 rimbalzi, con ben quattordici gare consecutive oltre i venti punti si guadagnò il premio di Giocatore del Mese di dicembre per la Eastern Conference e quindi ottenne la prima convocazione per l’All Star Game di Philadelphia. Nella “Città dell’Amore Fraterno” scese in campo per 23 minuti realizzando 19 punti. La trade che portò a Boston Tony Delk e Rodney Rogers garantì ai Celtics l’apporto di esperienza sufficiente ad un finale di stagione da grande squadra con undici vittorie nelle ultime quindici partite e, finalmente, un record vincente con qualificazione ai playoffs, ma costò caro perché la partenza di Joe Johnson ed il sacrificio di una prima scelta futura sarebbero stati rimpianti negli anni a venire.
Avversari al primo turno furono i Sixers, eliminati nella sfida decisiva da una superba prestazione del numero 34, capace di mettere a segno 46 punti con 16 su 25 al tiro e 8 su 10 nella triple! Il secondo ostacolo sul cammino di Boston erano i Pistons che potevano sfruttare il vantaggio del fattore campo. Nonostante la difesa di Detroit fosse molto attenta su The Truth (tenuto ad un massimo di 25 punti nella serie) dopo la prima sconfitta esterna i biancoverdi trovarono quattro vittorie consecutive, qualificandosi per la finale di Conference contro i Nets.
Gara 1 vide un Pierce limitato dai falli e New Jersey ebbe vita piuttosto facile, mentre nella partita successiva, anche se per Paul fu una sofferenza (3 su 20 al tiro e un 11 su 20 ai liberi) Boston prevalse grazie ad una difesa impenetrabile. Le contendenti si presentarono perciò a quella gara 3 che sarebbe rimasta tra le più belle della carriera del numero 34: i Celtics sbagliarono quindici dei primi sedici tiri e andarono sotto 13 a 28 dopo il primo quarto e 34 a 54 a metà gara. A 8’”31 dalla fine del terzo quarto i Nets toccarono il massimo vantaggio sul 65 a 39, poi qualcosa cambiò nelle testa dei ragazzi di O'Brien che decisero di provarci davvero: Pierce fu il “braccio armato” della riscossa e trascinò i compagni alla vittoria con 19 punti nell’ultimo quarto e portando a compimento una rimonta senza precedenti nella storia della lega.
In svantaggio per 2 partite a 1, però, Kidd e compagni ripresero il controllo dell’inerzia e portarono a casa la serie per 4 a 2 lasciando in Paul sentimenti contrastanti: la delusione per l’eliminazione (e per i troppi tiri liberi sbagliati), ma anche le speranze per il futuro: una stagione da 26,1 punti e quasi 7 rimbalzi lo aveva portato anche al terzo quintetto All NBA. Ma il 2002 ebbe anche altri significati: il 34 diede vita alla fondazione “The Truth Fund” che si occupa dei ragazzi meno fortunati nelle aree di Boston e Inglewood e ricevette anche dall’NBA l’Home Team Community Service Award per il suo contributo nelle opere assistenziali. Insieme a tanti momenti importanti, però anche una macchia: nel corso dell’estate fece parte della squadra che partecipò ai Campionati Mondiali a Indianapolis, quelli del vergognoso sesto posto.
Era la prima squadra con giocatori NBA a classificarsi così in basso. L’allenatore George Karl e Pierce si presero poco e, alla fine, quest'ultimo venne identificato come uno dei capri espiatori della situazione insieme a Baron Davis (nonostante il Celtic fosse risultato il miglior marcatore della squadra a quasi 20 punti a partita). Karl imputava ai due un cattivo atteggiamento, negativo per il gruppo, e tenne in panchina Paul nel quarto finale dell’ultima, inutile, partita. In effetti al momento dell’infortunio di Reggie Miller "The Truth" era diventato il giocatore offensivamente più importante del gruppo, ma era mancato dal punto di vista difensivo, per esempio nella partita con la Jugoslavia concedendo a Milan Gurovic dieci punti (con tre triple) negli ultimi dieci minuti nei quali lo statunitenseera invece restato a secco. Un episodio che per alcuni anni avrebbe allontanato i selezionatori ma che avrebbe insegnato all’atleta una lezione molto utile anche in chiave Boston Celtics, in futuro.
Nonostante il buon risultato dei playoffs, i tifosi bostoniani erano perplessi: il front office nel corso dell’estate aveva scambiato Kenny Anderson con Vin Baker e poi si era fatto sfuggire Rogers ed Erick Strickland, ed i biancoverdi apparivano decisamente meno competitivi. Quelle scelte erano state fatte pensando più all’aspetto economico che a quello tecnico, ed indebolirono il roster. Uno spiraglio di luce – anche se era presto per rendersene conto – arrivò quando la coppia Wyc Grousbeck-Steve Pagliuca rilevò la franchigia dalle mani di Paul Gaston, e nel campionato seguente la coppia Pierce/Walker trascinò la squadra con 46 punti di media. Pierce, in particolare, produsse la terza stagione consecutiva oltre i 25 di media, fu ancora incluso nella squadra dell' Est all’ All Star Game ed ancora nel terzo migliore quintetto della lega.
Primo assoluto come tiri liberi tentati e realizzati era ormai una stella fatta e finita a soli 25 anni. Ed aveva appena firmato un sontuoso contratto, otto anni per oltre cento milioni di dollari. Il Trifoglio, nonostante il “downgrade”, fece registrare un non disprezzabile bilancio finale di 44 vinte e 38 perse classificandosi al sesto posto del "seeding" e trovandosi di fronte i Pacers al primo turno. In gara 1 Paul diede subito una precisa direzione alla contesa catturando 11 rimbalzi e segnando 40 punti frutto di uno strepitoso 21 su 21 ai liberi; dopo una seconda partita da 14 punti ed una terza da 21 punti e 12 rimbalzi, con un’altra esplosione da 37 punti, 10 rimbalzi e 14 su 15 ai liberi portò i suoi sul 3 a 1 nella serie che si chiuse sul 4 a 2. In semifinale di Conference però gli avversari erano ancora i Nets, decisamente rinforzati da una campagna acquisti degna di nota, e il netto 4 a 0 finale a favore di New Jersey, se aveva qualche colpevole tra i Celtics, di sicuro non chiamava in causa un Pierce, quasi impeccabile nei suoi quasi 30 di media nella serie.
La stagione, pur positiva, chiarì che il roster con le due stelle e una serie di comprimari aveva cominciato la sua parabola discendente. Nel mese di maggio però i nuovi proprietari avevano dato un impulso alla rinascita ingaggiando una vecchia conoscenza, quel Danny Ainge che si era dimostrato un vincente in ogni “sfida”: come giocatore, come coach e persino come analista televisivo. Ainge si trovò tra le mani una squadra composta da giocatori sopravvalutati o poveri di talento, ma la sua priorità fu quella di dare un’immagine di serietà e continuità al “programma”: ecco perché rinnovò immediatamente il contratto a Jim O’Brien. Sul mercato però si scatenò - guadagnandosi il soprannome di “trading Danny” - in una girandola di scambi che, alla fine, lasciarono come unico punto di riferimento della squadra Pierce, ormai unico capitano dopo la discussa cessione del “gemello” Walker.
Il rendimento della squadra risentì dei cambiamenti, anche perché i nuovi compagni non erano giocatori di prima fascia: a fine stagione dietro ai 23 punti ad allacciata di scarpe di Paul il secondo marcatore fu Ricky Davis con i suoi 14,1...e Ricky, nonostante un comportamento irreprensibile a Boston, agli occhi di tutti era solo un doppione un po’ più leggerino dell’ala da Inglewood. Ma "The Truth" era tranquillo: le sue dichiarazioni ai media erano quelle giuste, anche se qualche dubbio sul progetto serpeggiava perché in molti storcevano il naso nell'immaginare in che modo cedere un All Star potesse essere la strategia migliore per ricostruire con celerità. I Celtics, nella girandola di scambi, stentavano a raggiungere il 50% di vittorie, anzi a novembre in tre terribili settimane ottennero due sole vittorie su dieci partite...e dire che solo due anni prima si era arrivati sino alla finale di Conference. Inoltre dopo l’ennesima trade con la quale Ainge aveva spedito due dei “pretoriani” di O’Brien – Eric Williams e Tony Battie – a Cleveland, "Obie" decise che la sintonia tattica e tecnica col GM gli stava costando troppe sconfitte, e si dimise non condividendo, o forse non riuscendo a capire, il progetto del Mormone, teso ad una programmazione a lungo termine.
Ecco quindi che la guida venne affidata all’interim coach Carroll e la trasferta a ovest si trasformò in un incubo da quattro sconfitte consecutive che portò il record a 23 vinte e 36 perse e a una certa frustrazione di Pierce, ma un finale decente – seppur non brillante - ammise Boston ai playoffs seppur con il peggior bilancio tra le squadre qualificatesi per la post-season. L’avversario erano ancora i Pacers, ma questa volta in panchina non c’era più Isiah Thomas, e quindi il “cappotto” era prevedibile, considerati i valore delle due squadre. Tanto più che il Capitano, complice la difesa di Artest, fu tenuto ad un triste 26 su 76 complessivo al tiro, con l’aggiunta di un numero di palle perse troppo elevato per sperare anche di vincere una sola partita. Paul chiuse la sesta stagione da professionista a 23 punti di media tirando però malissimo (40,2% dal campo e 29,9 da tre) e perdendo 3,8 palloni a partita: i peggiori numeri di sempre, figli di un gioco troppo incentrato su di lui che del resto era l’unico elemento davvero di livello di quei Celtics.
Ainge però continuava a lavorare ed aveva trovato l’uomo adatto per accompagnarlo nella ricostruzione: Glenn “Doc” Rivers, che il 29 aprile 2004 venne scelto come il sedicesimo allenatore di Boston. Che i bisnvoverdi non fossero un gruppo in grado di aspirare al titolo all’inizio della stagione 2004-2005 era chiaro a tutti, ma il nuovo coach era perfettamente cosciente che la condizione necessaria per provarci era che lui e il capitano avrebbero dovuto trovare il necessario feeling. Nel corso della prima stagione di Rivers nel New England le cose non andarono nel migliore dei modi; in seguito avrebbe dichiarato: “Sapevo che all’inizio sarebbe stato difficile perché gli avrei chiesto di giocare in modo diverso; nel nostro primo incontro gli dissi che mi piaceva il suo talento, ma che pensavo anche che avrebbe dovuto diventare più concreto. Poi gli chiesi se pensava di essere un grande tiratore e, alla sua risposta affermativa, gli chiesi se il 40% al tiro (la percentuale della stagione precedente, n.d.a.) fosse una percentuale da grande tiratore. Lui rispose che non aveva avuto molto aiuto dai compagni e io invece gli dissi che i grandi tiratori comunque non fanno il 40% e questo perché la selezione di tiro era scadente e che avremmo provato a cambiarla, facendogli prendere meno tiri”.
Con questo approccio era evidente che ci sarebbero stati problemi e lo stesso Pierce oggi ricorda che “Ci furono grida e urla reciproche, nessuna rissa, ma molto senso di ribellione da parte mia, e pensavo che tra di noi non avrebbe funzionato”. In effetti il "Doc" anteponeva a tutto il bene della squadra e questo non sempre coincideva con il bene di Paul. Lo “scontro” si manifestò spesso, soprattutto in qualche timeout in cui il giocatore rimaneva ai margini del “huddle” quando il coach spiegava i dettagli tecnici, e raggiunse il punto peggiore a inizio dicembre: Rivers, stanco di non vederlo tornare in difesa, lo tolse dal campo durante una partita contro i Bucks a 4’45” dalla fine con Boston sopra di un punto: apriti cielo! Il 34 si sedette contestando platealmente la sostituzione, e l' allenatore gli rispose a muso duro con un chiarissimo e definitivo “You sit”! Ovviamente “Doc” non era così stupido da perdere una gara solo per dare una lezione al capitano, e quindi lo rimise dentro. Pierce segnò un tiro da 3 decisivo e si fermò a fissare il "nemico" da lontano: ma la notte portò consiglio ed il giorno seguente si scusò con i compagni di squadra e con i tifosi.
I Celtics avevano talento ma mancavano di esperienza e per tentare di sopperire a quel problema in estate era arrivato Gary Payton ad aggiungere alla “ricetta” i suoi anni di militanza NBA. Purtroppo le difficoltà a rimbalzo non erano state risolte. Il campionato continuò senza particolari sussulti e il bilancio a febbraio era di poco inferiore al 50%. All’All Star Game Paul fu il solito, unico rappresentante del Trifoglio, ma dopo la sosta un’altra delle inattese mosse di mercato di Ainge riportò Antoine Walker nella “Beantown” con un ritorno di entusiasmo e risultati (una striscia di 11 vittorie su 12 partite) che fissarono la classifica finale a 45-37 e all’ennesimo scontro ai playoffs con i Pacers. Gara 1 vide la sorprendente vittoria di Boston nonostante la brutta prova di Pierce (12 punti con solo 2/11 al tiro); gara 2 fu il contrario, affermazione di Indiana nonostante un "The Truth" da 33 punti; gara 3 e gara 4 alla Conseco Fieldhouse si risolsero l'una a favore dei padroni di casa (il 34 fu tenuto a 19 punti e solo 4 liberi tentati), l'altra degli ospiti, con il Capitano a 30 punti, 7 rimbalzi e 8 assist. In gara 5 Paul ne mise 27 che furono insufficienti a raggiungere il successo, ma in gara 6 commise una delle più grandi leggerezze della sua carriera quando reagì stupidamente ad un fallaccio di Tinsley colpendo l’avversario con una gomitata. Venne espulso e solo un ottimo Walker riuscì ad evitare che il gesto inconsulto costasse la serie ai Celtics: rimase comunque uno dei punti più bassi della carriera in biancoverde di Pierce, presentatosi alla conferenza stampa post partita fingendo un infortunio al volto e imbarazzando Ainge, Rivers e il mondo dei tifosi con una dimostrazione di immaturità.
Purtroppo la settima e decisiva partita a Boston non rinverdì i fasti del passato: 62 a 40 all’intervallo per i Pacers e 97 a 70 il finale con una rissa a un minuto dalla fine e il GM a dichiarare che prima di tutto voleva degli uomini, in maglia Celtics, e poi degli atleti. L’estate 2005 iniziò tra molti dubbi, con il Capitano al centro di tanti “rumors” nati a seguito dell’innegabile insoddisfazione per il suo comportamento nella serie contro Indiana e per qualche serata tirata un po’ troppo tardi nei club esclusivi della "Beantown": tra le varie ipotesi una delle più “gettonate” dai media fu quella dello scambio con la scelta numero 3 a disposizione di Portland; qualche anno dopo, in effetti, anche Ainge ammise di esserci andato molto vicino perché quella chiamata avrebbe potuto concretizzarsi in Chris Paul o Deron Williams. Una tentazione alla quale fu difficile resistere nel momento in cui anche Pierce non nascondeva la sua insoddisfazione per un progetto ancora poco chiaro e per una squadra imbottita di giovani.
Anche tra i tifosi l' ammirazione per il campione si stava tramutando in insofferenza: aveva grande talento, ma non si comportava secondo i canoni imposti dalla storia dei Celtics, in un ruolo coperto nel passato dai vari Cousy, Russell, Havliceck, Bird. Alla fine fu Pierce a decidere di restare: non si pentì della scelta e, crediamo, non lo fecero neanche Ainge e i tifosi perché la stagione fu memorabile dal punto di vista individuale con quattro partire oltre i 40, una addirittura a 50 e ben ventiquattro oltre i 30, una media partita di 26,8, oltre a 6,7 rimbalzi e 4,7 assist e una clamorosa striscia di tredici partite su quattordici sopra i trenta tra febbraio e marzo: neanche "The Legend" era stato capace di tanto. Paul riusciva a mantenere competitivo un gruppo piuttosto mediocre, ma l’aspetto più incredibile era che riusciva a farlo con il sorriso sulle labbra e identificandosi finalmente nel ruolo di Capitano. Gli stessi tifosi che lo avevano criticato pochi mesi prima adesso erano felici di guardarlo giocare anche in una squadra che perdeva. Eh sì, perché i compagni di quella stagione erano due veterani con ginocchia disastrate (Wally Szczerbiak e Raef LaFrentz), due speranze come Delonte West e Ryan Gomes a completare un quintetto che non potè far meglio di un 33 vinte e 49 perse senza ovviamente alcun impegno post stagionale.
Come fu possibile questo cambiamento così radicale, da superstar viziata e capricciosa a esempio per il gruppo biancoverde? Difficile rispondere: forse solo una naturale crescita dell’ Uomo, forse una chiacchierata al termine della stagione precedente con Rivers in cui il coach gli aveva fatto capire come fosse necessario per lui migliorare la propria forma fisica dato che i Celtics erano “suoi”. Ora i giovani compagni lo vedevano come un leader, cercavano di carpire da lui gli aspetti tecnici e di vita, il linguaggio del corpo e l’intensità con cui allenarsi. Un paio di mesi dopo il draft 2005 nella casa estiva di Las Vegas "Doc" trovò una persona diversa, consapevole del ruolo nel gruppo e di quanto fosse ormai diventato importante per Boston in quel particolare momento della sua storia. Quello che avvenne nella successiva stagione 2006-2007 è fresco nella memoria di tutti: un terribile record con sole 24 vittorie, 18 sconfitte consecutive, con il Capitano in campo per sole 47 partite a causa di infortuni vari e la delusione di vedersi già esclusi dai playoffs a gennaio. Pierce tenne comunque i suoi 25 di media con brutte percentuali: soffriva la situazione della stella in un contesto perdente.
E la domanda tornò prepotente: restare o chiedere di essere scambiato e sperare di giocare per il titolo? Paul insisteva nelle richieste al front office per veder arrivare un veterano di alto livello, poco fiducioso che Oden o Durant (obiettivi di quel draft 2007) potessero portare quel contributo immediato mentre sentiva di “sprecare” i suoi anni migliori. Ma dopo che la sorte avversa concesse ai Celtics solo la scelta numero 5, fu Ainge a chiudere magistralmente il cerchio e dare alla carriera della "Verità" la possibilità di giocare per “win it all”, dopo essere passato dagli anni bui di Pitino alla breve gloria con O’Brien, fino all’amaro fondo della classifica.
Insomma, finalmente aveva la possibilità per giocarsela insieme a Garnett e Allen.
E la sfruttò fino in fondo guadagnandosi il meritato riconoscimento di MVP delle Finals 2008, dopo una cavalcata incredibile nella quale sacrificò la sua media di punti, i minuti giocati ed i tiri presi a favore della squadra, convertito del tutto all’Ubuntu di coach Rivers che lo portò a rivelarsi, quando necessario, un difensore efficace pur senza rinunciare alla sua capacità di “esplodere” offensivamente. Il giocatore che sollevava il trofeo di MVP lo faceva senza più sentirsi inferiore ai grandi Celtics del passato. Aveva seguito un lungo e tortuoso percorso e, come si ritrovò a pensare il suo allenatore vedendolo alzare al cielo il "suo" premio, era stato ad un soffio dalla morte, in quel night club. L’esperienza non lo aveva mai lasciato del tutto, come per molto tempo era stato prigioniero dell’etichetta di star egoista e infantile cucitagli addosso ai mondiali 2002 e culminata nei comportamenti poco edificanti dei playoffs 2004. Ma aveva avuto l’umiltà per imparare dai suoi errori e per cambiare, lavorando intensamente e guadagnandosi la fiducia di Rivers, che alla fine aveva “ringraziato” rovesciandogli addosso un bidone di Gatorade a pochi attimi dal trionfo.
“Paul non è perfetto” dice ancora Ainge “e commetterà degli errori”, ma, aggiunge "Doc", ”ha deciso di cambiare alcune cose, stile di vita, attitudine e approccio e, dobbiamo dargli atto di questo, ci è riuscito”. Nel 2008 è diventato padre e campione NBA, un’accoppiata perfetta a coronamento di un lungo e non facile percorso.
"Thanks for sticking with me", che bel finale!



Commenti
Mi ricordo che nei giorni prima del draft io parlando con amici dicevo che Pierce lo avrei preso ad occhi chiusi alla 1, d'altronde a Kansans aveva fatto vedere cose superbe. >Però il draft 98 era "tanta roba" c'era l'oggetto misterioso Olowokandi, c'erano i due di UNC Carter e Jamison, ma io da tifoso di UNC avevo già capito che erano due attaccanti superbi ma poco inclini alla difesa (tra i due avrei preferito di gran lunga Jamison a Carter), c'era il biancone LaFrentz, non conoscevo Dirk, insomma non c'era un motivo che fosse uno per cui Pierce non doveva essere scelto alla 1. E invece misteri del draft scivola alla 10 proprio nei nostri Celtics, mi ricordo di aver fatto una levataccia per seguire in diretta il draft su nba.com, e ad ogni pick in cui scivolava, mi dicevo "non è possibile" ...
Ho stravisto per lui sin dall'inizio, mi ricordo che era l'unica luce nel buio Pitiniano, che nei playoff del 2002 fece capire che valeva tre volte Carter e tre volte McGrady (due strombazzati come pochi al tempo), lo difesi nella stagione 2003-04 quando per un infortunio alla mano tiro un po peggio degli anni precedenti, e in molti volevano cederlo ...
e ora spero che chiuda in verde la sua carriera perchè lui in mezzo agli immortali che hanno la maglia appesa al soffitto del Garden ci va diritto !
Ed in quel momento mi sentii orgoglioso di averlo difeso in un paio di newsletter americane in cui lo criticavano per una mal percepita pigrizia.
Se si vuole criticarlo per qualche atteggiamento sbagliato nel corso della sua carriera, io sono il primo: quando disse che la squadra faceva schifo (da capitano non puoi farlo), quando a momenti ci costò una partita di playoffs ad Indianapolis, quando sfidò Rivers, quando sputò verso la panchina dei Cavs.
Però erano tutti atteggiamenti “di pancia”, e quando ha avuto modo di pensarci su un attimo ha sempre fatto ammenda.
Dove si colloca Paul nella storia dei Celtics? Personalmente lo metto sotto i “grandissimi” Russell, Bird ed Havlicek ma sullo stesso piano degli altri “numi tutelari”. Paul paga un po’ il suo QI cestistico non eccezionale, ma come “braccio armato”, realizzatore puro, è sicuramente tra i tre/quattro migliori della storia del Trifoglio.
E rimane comunque un esempio di serietà professionale in un mondo sempre di più in mano a grandi atleti che però diventano “ditte individuali”, uccidendo – involontariamente – il senso di identificazione dei tifosi in una squadra.
Oggi è un super terminale (lo è sempre stato), ma è anche un super difensore, un trascinatore, un leader in uno spogliatoio di leader, insomma un grande; ha acquisito "un'umiltà trascinante" frutto dell'elaborazione di alcuni errori di gioventù.
Pensiamo a quanti altri dotati di talento come e forse più di Pierce si sono persi con l'andar del tempo o non sono cresciuti, ecco The Truth ha dimostrato di essere un vero uomo oltre che un grande campione.
Spero che TheTruth/Filippo riesca nel weekend a leggere tutto l'articolo del suo grandissimo amico Michele, e possa imparare come il suo idolo sia cresciuto grazie al lavoro in palestra, al rispetto delle regole, alla maturazione mentale, al mettersi in discussione, a trasformare in positivo una delusione (essere stato scelto per decimo), a diventare, lui di Inglewood un idolo della "lontanissima" Beantown.
la scelta al 10 è un quasi mistero ma quel draft è stato molto particolare, con buonissimi giocatori (bibby, carter) e qualche progetto super intrigante (larry hughes, trattore..olowakandi..ed anche nowitzky all'epoca) che hanno fatto scivolare pierce che al college qualche lacuna l'aveva fatta vedere..meglio per noi!
PP deve finire la carriera in verde e deve anche vincere un altro anello
per lui uno solo è troppo poco
http://www.iamaceltic.it/archivio/junk-shot/837-paul-pierce-inglewood.html
Scemate a parte, è stato un faticoso piacere scrivere questa bio e volutamente ho limitato la storia alla conquista dell'anello senza arrivare a oggi, un poco per non allungare troppo il brodo, ma anche perchè mi è parso più giusto fermarsi a quella vittoria.
Aggiungerei solo questo e poi ditemi se il capitano non è un Celtic dentro!
www.youtube.com/watch?v=fFRqW6aChE0
Lo è, lo è. Ed oggi come allora mi sono commosso, mi hai fatto piangere di sabato mattina, maledetto
l'innocenza della gioventù...: ho fatto vedere il video a mio figlio (7 anni) e mi ha chiesto xché piange, non è contento di aver vinto... prima lezione di pride
Nel mio cuore sempre il primo tra leggende ..... non smettere mai di farmi sognare
PS: scusate a sdolcinatezza , ma il primo amore non si scorda mai
Sono venti minuti che piango come un bambino guardando e riguardando questo video...
Citazione:Comunque hai un cuore di pietra: Giancleto (un vero duro
A parte le vaccate, grandissimo capitano e video bellissimo; mi è piaciuto rivedere Rondo che per raggiungere quel titolo non è stato marginale, camminare come uno scolaretto in fondo alla fila, per niente forzato quasi uno spettatore, che personaggio anomalo nel panorama dei giovani sbruffoni di oggi! Forse è anche da questi atteggiamenti e dall'esempio dei compagni che si può capire perchè negli anni successivi è costantemente migliorato.
Che dire...giocatore assolutamente completo: scorer puro, ottimo tiratore, buon ball handling, pump fake, stepback, buon passatore e rimbalzista,clutch player e col tempo anche ottimo difensore (da ricordare la difesa magistrale su Bryant in gara 4 delle finals 2008).
Sono fiero di averlo sempre difeso anche quando si è reso protagonista di gesti discutibili in quanto ha sempre dimostrato di aver imparato dai propri errori.
Molti giocatori anche più talentuosi si sono persi durante questo passaggio ma lui no ed anche grazie al Doc è cresciuto sia come uomo che come giocatore fino a diventare il nostro leader.
Per quanto mi riguarda è sicuramente tra i più grandi Celtics di sempre e spero possa chiudere la carriera in verde e magari con un altro anello. Se lo merita.
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