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Playoff 2013 Day by Day
theHick
Nel frattempo grazie per aver aggiornato con costanza e precisione ... -
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Zio Trifoglio
e andiamoooooo -
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MxT
[quote name="Leonardo Ancilli"] Fa sempre un bell'effetto vedere il ... -
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Leonardo Ancilli
Aggiungerei che ancora una volta le quattro finaliste di conference ... -
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Andrea Del Vanga
Granger con questi 2 sembra decisamente di troppo....e mettendolo sul ... -
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Leonardo Ancilli
Daccordo con i complimenti, ma correggerei con: "...bravo Wallace che ... -
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al73
Daccordo con i complimenti, ma correggerei con: "...bravo Wallace che ... -
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Angelo
Daccordo con i complimenti, ma correggerei con: "...bravo Wallace che ...
La Storia dei Celtics
Storia recente, i playoffs 2008. Boston è arrivata in finale prima facendo fatica contro Atlanta e Cleveland, regolate in sette partite, e poi superando Detroit con un convincente 4 a 2. Ma né quei successi né il miglior record in stagione sono stati sufficienti a garantirle i favori in sede di pronostico, perché i “media” sembrano fare a gara nello spiegare come i Los Angeles Lakers alla fine riusciranno a “triturare” il Trifoglio.
Invece i Celtics ottengono due belle vittorie negli incontri d’apertura, perdono la terza e nella quarta completano un’incredibile rimonta da -24 andando a violare lo Staples Center per il 3 ad 1 nella serie. Gara 5 vede l’ennesima rimonta guidata da un grandissimo Pierce autore di 38 punti, ma nella serata in cui Garnett e Ray Allen sono “sotto il par”, Bryant (25) ed Odom (20) regalano il successo ai gialloviola e riportano la serie nella "Beantown". Phil Jackson dichiara “non è ancora finita, siamo abbastanza giovani e sciocchi da poter fare qualsiasi cosa”.
Perkins rientra dopo una gara di assenza con la spalla ancora in disordine, e per Boston quella del 17 giugno è la ventiseiesima partita dei playoffs, nuovo record NBA. Tra il pubblico del tutto esaurito la telecamera indugia sui grandi biancoverdi del passato: Bill Russell, Tom Heinsohn, John Havlicek, Jo Jo White, Cedric Maxwell e Danny Ainge sono tutti lì, pronti a dare il loro contributo di tifo per ripetere i fasti passati. L’inizio, però, è “griffato” Kobe Bryant. Il ritmo è forsennato, Rondo fa e disfa rubando quattro palloni e sbagliando altrettante conclusioni, ed il “mamba” infila quattro dei primi cinque tiri - tre dalla lunga distanza – per il vantaggio 13 a 12. Ray Allen non sembra però intenzionato a stare a guardare.
Dopo due precise “fiondate” da “acque internazionali”, in entrata infila il canestro del vantaggio che è anche il suo ottavo punto personale: su quella penetrazione subisce anche una smanacciata in faccia di Odom che gli arbitri non puniscono, e deve rientrare negli spogliatoi per farsi medicare. A quel punto è Garnett a prendere in mano la situazione centrando quattro tiri consecutivi che regalano ai Celtics il +4 sul 22 a 18. L’ultimo dei quattro canestri è una piccola gioia per gli occhi: Pierce gli porta un blocco cieco su Gasol, e il “Big Ticket” s’invola sul passaggio di Rondo per il più agevole degli alley-oop.
E’ la prima piccola svolta della gara, quella in cui il Trifoglio prende in mano l’inerzia del confronto: Farmar realizza due liberi e Pierce al sesto tentativo trova i primi due punti della sua partita nell’ultimo minuto del quarto che si chiude con i biancoverdi in vantaggio per 24 a 20. Alla ripresa delle ostilità l’incontro rimane in equilibrio, ed al canestro di Vujacic i padroni di casa rispondono con una “tripla” di Eddie House. Bryant ed Odom infilano un tiro libero a testa per il 24 a 26, e Pierce è pronto a ristabilire le distanze da oltre sette metri.
Un layup di Posey e qualche viaggio in lunetta da una e dall’altra parte del campo, i Lakers lottano e grazie ad un libero di Odom e ad una corta conclusione di Gasol si riportano ad un possesso di distanza sul 29 a 32. Ed è a 7’ e 20” dal termine del secondo quarto che Boston mette in piedi la “sequenza” che spezza le gambe agli ospiti: Pierce sbaglia un tiretto da vicino, Davis prende il rimbalzo e fallisce il “layup”. "The Truth" è ancora lì, si appropria del pallone e lo passa ad House che sbaglia da tre: ma è James Posey a catturare la terza carambola offensiva nel giro di sette secondi e, dopo un’ottima circolazione di palla, a concludere da tre punti sul passaggio di House.
Los Angeles si disunisce, Vujacic si fa intercettare un passaggio da Davis ed è il turno di House, che imbeccato da Garnett nel suo “spot” preferito sgancia la bomba del +9, 38 a 29. Phil Jackson opportunamente chiama timeout cercando di fermare l’emorragia che però continua al rientro in campo: Bryant sbaglia un “jumper” ed House infila due tiri liberi, Posey ruba palla a Bryant poi sul “hand off” di Pierce punisce con la “tripla” del 43 a 29. Sul cronometro mancano 5’ e 28” all' intervallo lungo ed i Celtics in soli 90 secondi hanno appena infilato un terrificante 11 a 0! Jackson snocciola un altro grano del rosario e chiama nuovamente "tempo", il Garden è una bolgia, la giungla dei Guns ‘n’ Roses: quella in cui ti guardano mentre “sanguini”, quella in cui vogliono vederti in ginocchio.
Quattro punti di Gasol ed i Lakers sono a -10, ma il Trifoglio non è disposto a permettergli di rientrare negli ultimi 4’ e 7”. Garnett è nell’angolo e schiaffeggia la retina da quasi sei metri su passaggio “espresso” del capitano che poco dopo porta a scuola prima Radmanovic e poi Walton, subendo due falli e realizzando quattro volte dalla linea della carità. Bryant nel frattempo ha piazzato un libero per infrazione di tre secondi difensivi e Farmar ha fatto 1 su 2 dalla lunetta, mancano due minuti alla sirena e Boston guida per 49 a 35. Negli ultimi 119 secondi i biancoverdi impongono l’ennesimo “break” da brivido con due conclusioni di Garnett, una di Perkins ed una colombella di Rondo: 8 a 0.
Il “jumbotron” dice 58 a 35 e si va negli spogliatoi con ancora negli occhi l’immagine di KG appeso in aria a subire fallo da Odom ed a segnare un canestro di poesia in una di quelle giocate che diventano il “poster” di una serie e rimangono impressi nell’immaginario collettivo come in passato era accaduto a Sam Jones, Don Nelson, John Havlicek e Larry Bird. All’intervallo l’Elias Bureau informa che il numero di rimbalzi offensivi concessi dai Celtics nella prima metà di gara sono record NBA: zero. Quando le due squadre rientrano in campo in una serie che ha già visto diversi “comeback”, la flebile speranza di Jackson è che le sue parole nello spogliatoio possano aver generato lo stesso miracolo di gara 2, quando i Lakers erano rientrati da -24 a -2. Anche Rivers ha buona memoria, però: motiva i suoi in modo che, come una tigre non lascia andare la preda che ha ormai tra le zanne, così i suoi ragazzi tengano la partita stretta perché è l’ultimo sforzo, i 24 minuti che li separano dal sogno di una vita.
Rondo sembra aver dimenticato la distorsione alla caviglia ed inizia il terzo quarto con un centro in sospensione dall’angolo destro. Ray Allen scardina il canestro con due “triple”, P.J. Brown segna sei punti ma il terzo periodo è tutto di Rajon. Il “trottolino” bostoniano mette a segno 10 punti, “smazza” 3 assist e raccoglie 2 rimbalzi, ma soprattutto non permette all'avversario di cambiare ritmo, di prendere in mano il pallino del gioco. A 7’09” dal termine del periodo, su un pregevole tiro al volo in ricezione dalla rimessa, Kobe Bryant finalmente ritrova il canestro dal campo dopo esattamente 22’ e 20” di passione in cui era riuscito a realizzare solo dalla lunetta.
Il suo quarto bersaglio della serata vale ai californiani il -25 sul 48 a 73. Boston sembra non voler infierire, in questa fase, ma allo stesso tempo è molto attenta a tenere ben strette le redini della partita. Senza grandi sussulti il terzo tempo si chiude sull’89 a 60, mentre i tifosi cominciano a festeggiare sia al TD Banknorth Garden che nei bar della città. Gli ultimi 12 minuti potrebbero essere accademia, una passerella per i vincitori, ed invece questi Celtics vogliono lasciare il marchio sulla serie, vogliono dimostrare ai grandi seduti in tribuna che da oggi ci sono anche loro, che dopo tanti anni il “club delle bandiere” ha riaperto le iscrizioni. Rajon somiglia sempre più a Speedy Gonzales con cinque punti in fila per il 94 a 65, e poi riprende lo show di Ray Allen che solo la manona impertinente di Odom nel primo quarto era riuscita ad interompere. Nei successivi quattro minuti e mezzo “Jesus” fa il “miracolo” e tramuta quattro passaggi in altrettante “triple”, ed a 5’ e 20” dalla fine siamo sul 113 a 77. Pierce e Posey non vogliono essere da meno e ne centrano un paio pure loro, portando il vantaggio a +39.
A 4’ ed 1” dalla sirena finale “Doc” Rivers finalmente può concedere i Tre all’ovazione della Nazione Biancoverde. Gli ultimi minuti regalano bricioli di gloria a “Big Baby” Davis, a Powe ed a Tony Allen mentre Kobe Bryant è accigliato in panchina, dal primo quarto in poi è mancato clamorosamente ed il pubblico glielo ricorda con qualche coro irriverente. I tifosi poi passano al “nah nah hey hey goodbye” ritornello reso celebre dagli Steam a fine anni ’60 ed usato per salutare definitivamente l’avversario e Paul Pierce rovescia un secchio di Gatorade sulla schiena del suo coach nell’usanza tipicamente NFL. I secondi scorrono, suona il "buzzer" di fine stagione con il jumbotron impietosamente testimone del 131 a 92 finale, record per una gara di chiusura serie che va a scalzare il 129 a 96 ottenuto nel 1965 dai Celtics sui… Lakers. Garnett si lascia cadere in ginocchio a centrocampo, bacia il “leprechaun” come Ulisse “baciò la sua petrosa Itaca” alla fine di un lungo viaggio, e poi trova Bill Russell, il giocatore più vincente della storia NBA.
L’anziano centro, che aveva promesso di regalare a KG uno dei suoi anelli di campione se il numero 5 si fosse impegnato al massimo ma non fosse riuscito a vincerne uno, si avvicina al suo giovane emulo: numero 6 e numero 5 si abbracciano, mentre il più giovane dice “Ho vinto il mio, ho vinto il mio. Spero che i Celtics ti abbiano reso orgoglioso di loro”. “Certo che l’avete fatto”, risponde Russell. Ray Allen abbraccia il piccolo Walker, il figlio che tante preoccupazioni gli aveva dato a causa della crisi diabetica. Le sue sette “triple” sono record eguagliato per una serie finale, e le 22 messe a segno nelle sei gare con i Lakers polverizzano il precedente primato di 17. Phil Jackson è una maschera di sale, è stato surclassato da Rivers e dal suo staff, e nella conferenza stampa dichiara di non ricordare il punteggio finale.
Sicuramente non lo dimenticheranno i tifosi bostoniani. David Stern presenta i Celtics campioni e Wyc Grousbeck si presenta con un sigaro spento in bocca: le norme del TD Banknorth non permettono di fumare. Ma gli Dei del Basket vanno in qualche modo onorati, e Wyc dice “Questo è per Red”. Quando il diciassettesimo trofeo di Campioni NBA viene consegnato all' owner è ormai passata la mezzanotte. Da tre minuti è il 18 giugno, giorno in cui Grady Rivers, il papà di “Doc” morto sette mesi prima, avrebbe compiuto 77 anni. “Il mio primo pensiero è stato per lui, anche se molto probabilmente mi avrebbe detto ‘era ora, perché hai aspettato tanto’”? Paul Pierce è l’MVP delle Finali e trova finalmente il suo posto tra i grandi Celtics del passato: dopo 22 anni l’NBA si tinge ancora una volta di verde.



Commenti
131 a 92 !!!!!!!!!!!
è ancora qualcosa che mi istiga, ... come ben ha sintetizzato Zio Trifoglio ....
Io quella notte la ricordo bene, ero esaltato, commosso, orgoglioso e ... e non sapevo con chi condividere la mia gioia, pensavo di essere un alieno in Italia, pensavo di essere una mosca bianca esaltato per un successo che aspettavo da anni dopo innumerevoli delusioni e sofferenze, non immaginavo neppure lontanamente che ci fossero tanti cuori che soffrivano e gioivano come me, quella notte.
Non conoscevo la precedente community e IAAC non esisteva ancora, per cui è stata veramente una gioia ... onanistica ... la prossima spero di viverla prestissimo e con questo splendido gruppo di amici alcuni dei quali sono ben più malati del sottoscritto, essendosi sorbiti tutti i 15 anni di delusioni.
A seguire ed esaltarsi per i vincenti sono buoni tutti, praticare una fede quando la cosa più bella che ti succede è uno sganassone sul muso ... ecco ci vuole una grandissima passione e come aveva detto qualcuno, impari a vincere solo se impari a perdere e noi siamo maestri in entrambe le situazioni ... anche se, essendo quelli con il maggior numero di titoli, non c'è nessun'altro che possa darci lezioni nell'arte del vincere!
La partita in sè fu un lento e meraviglioso avvicinarsi all'epilogo sognato in tante notti insonni di sofferenza precedenti e, forse, il premio per quanti non hanno mai smesso di credere ai protagonisti, in campo, sulla panchina e dietro una scrivania, del successo.
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