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La Storia dei Celtics
Nella vita così come nello sport per risalire la china a volte bisogna toccare il fondo. L’11 febbraio 2007 i giovani Celtics falcidiati dagli infortuni rischiarono di vincere a Minneapolis con un ottimo Paul Pierce alla soglia dei 30 punti aiutato dai superbi Ryan Gomes e Delonte West. Ma di fronte c'era un certo Kevin Garnett che con una suntuosa tripla doppia portò i suoi al successo: per i biancoverdi era la diciottesima sconfitta consecutiva, la serie perdente più lunga nella gloriosa storia del club. E Boston toccò il fondo.
Tre giorni dopo al TD Banknorth Garden la “striscia” si chiuse con una vittoria per 117 a 97 sui Milwaukee Bucks ma la stagione ormai era “andata a Sud” ed ai tifosi non rimaneva che riempirsi la bocca con i nomi che identificavano i “franchise players” del draft che sarebbe andato in scena a fine giugno. Greg Oden e Kevin Durant erano considerati i due giocatori in grado di cambiare radicalmente le sorti delle squadre che sarebbero riusciti ad accaparrarseli.
Il Trifoglio chiuse la stagione con un triste 24-58, penultimo record della lega che però portava in dote una cospicua dote di “palline da ping pong” nella “lotteria” che doveva stabilire l’ordine di scelta. Anche i tifosi meno superstiziosi col pensiero ritornarono alla sfortunata estrazione del 1997, quando i Celtics potevano sfruttare sia la propria chiamata che quella ricevuta da Dallas via trade. Era un’opportunità che, con il peggior bilancio dell'intero lotto (solo Vancouver aveva fatto peggio, ma per regolamento non poteva aver diritto al primo premio) e la prima "pick" dei quart’ultimi (i Mavs), si concretizzava nella grossa opportunità di accaparrarsi un certo Tim Duncan…
Allora la “riffa” favorì i San Antonio Spurs (nonostante i texani avessero solo il 21% delle “chance” di vittoria contro il 36% in mano a Rick Pitino): visto l’esito di quella “estrazione nera” sarebbe stato logico pensare che nella “lottery” 2007 gli Dei del Basket avrebbero risarcito Boston dello “scippo” subito dieci anni prima. Tra le combinazioni possibili, lo scenario peggiore era rappresentato dall’uscita del logo dei Bucks dalla busta numero 6, che avrebbe significato automaticamente la quinta scelta (la peggiore possibile) per il Trifoglio. Il 22 maggio l’operazione ebbe inizio in ordine inverso, dalla numero 15 alla 1, e quando Wyc Grousbeck vide far capolino il simbolo col cervo, esattamente la dove non avrebbe dovuto essere, la doccia fredda fu totale. Le franchigie con i peggiori bilanci stagionali (Memphis, Boston e Milwaukee nell'ordine) vennero scalzate dai primi posti da tre squadre che tutto sommato ai pezzi più pregiati non ci avevano pensato più di tanto. La prima chiamata assoluta andò a Portland che ringraziò ed un mese dopo avrebbe “pescato” Greg Oden, la seconda a Seattle (Kevin Durant), mentre i biancoverdi rimanevano ancora una volta con un pugno di mosche. Il draft comunque si prospettava di livello ed anche la 5 significava un’altro atleta di livello da aggiungere ad un roster già ricco del talento dei vari Rondo, Jefferson, Perkins e Gomes. Nonostante tutto, però, Ainge stava valutando ipotesi alternative.
Se infatti per i tifosi quella lotteria aveva spezzato i sogni di rinascita, nella stanza dei bottoni di Causeway Street non si era di certo rimasti con le mani in mano, anzi il Front Office aveva intavolato una fitta serie di trattative partendo proprio dalla cessione della scelta appena acquisita. Pochi giorni prima del draft trapelò la notizia di un abboccamento con i Timberwolves per portare Kevin Garnett nella "Beantown", ma l’atleta non aveva accettato il trasferimento perchè i Celtics erano chiaramente “poco appetibili”, visti i risultati del campo. Si arrivò così alla notte del draft: a 45 minuti dall'inizio Greg Dickerson, cronista da bordo campo di FSN Network, annunciò in diretta su ESPN che Boston aveva appena ceduto la "pick" numero 5, Wally Szczerbiak e Delonte West a Seattle in cambio di Ray Allen e di una seconda chiamata. Il mondo biancoverde rimase perplesso: perché assicurarsi un esterno ultratrentenne e reduce da una doppia operazione alle caviglie? Sarebbe stato il tormentone del mese di luglio, mentre la stampa locale in parte appoggiava l’acquisto ed in parte lo criticava apertamente (Dan Shaughnessy del "Globe" paragonò l’arrivo di "He Got Game" a quello di un Dominique Wilkins ormai alla frutta nel 1994). Al draft Ainge andò su Jeff Green e lo girò immediatamente ai Sonics, “accontentandosi” di Gabe Pruitt da USC con la 32 e Glen Davis da LSU con la 35 arrivata da Seattle. Fin da subito cominciarono a circolare mille ipotesi di mercato ma in realtà Ainge aveva un unico obiettivo in mente: "The Big Ticket"
I contatti con Minnesota vennero infatti celermente ristabiliti perché la presenza di Ray Allen a fianco di Pierce cambiava tutto ed avrebbe potuto motivare un Garnett sempre più conscio del fatto che il management dei Timberwolves sembrava mostrare l'intenzione di voltar pagina anche se la vecchia conoscenza Kevin McHale, il GM della squadra, voleva trattenere l’atleta; l'owner Glen Taylor, viceversa, era più orientato al cambiamento. Il primo momento chiave fu l’incontro tra Ainge ed Andy Miller, agente del giocatore. Miller aveva capito che la situazione dei T’wolves era senza sbocchi e che i Celtics avrebbero potuto essere la soluzione ottimale. Di lì ad un anno infatti il “Bigliettone” sarebbe stato “free agent”, la sua squadra non voleva rischiare di perderlo senza ricevere alcuna contropartita, e Danny era quello che in mano aveva il “pacchetto” più appetitoso.
Passarono i giorni e mentre Miller era sempre più convinto che il matrimonio tra Kevin e Minnesota fosse finito, l’estrema lealtà dell’atleta spingeva quest’ultimo a restare nelle “Twin Cities” coltivando la segreta speranza che qualche rinforzo di mercato potesse rendere di nuovo competitiva la franchigia. In fin dei conti solo due anni prima erano arrivati ad un soffio dalle Finali… A metà luglio la svolta: Taylor, McHale, Garnett e il suo agente si incontrarono, ed il proprietario fece capire chiaramente che era il momento di iniziare a ricostruire e che i tempi per un addio del giocatore erano maturi. Questi, vista la situazione venutasi a creare, prese atto e maturò la decisione di cambiare squadra: sentì Ray Allen prima e Paul Pierce (col quale si era allenato in passato) poi, ma si fece pure consigliare dai suoi migliori amici e chiese a Chauncey Billups, Antoine Walker e Gary Payton informazioni sulla vita a Boston. Le trattative si intensificarono quando Ainge mise sul piatto la famosa scelta “soffiata” a Minnesota nella trade del 26 gennaio 2006, ed alla fine si delineò lo scambio che comprendeva Theo Ratliff (ed il suo prezioso contratto in scadenza), Gerald Green, Al Jefferson, Sebastian Telfair e due prime "pick" future.
Il GM e Rivers volarono a Los Angeles per incontrare Garnett e Miller prima che l’atleta partisse per una crociera ai Caraibi, tutti i dettagli vennero discussi ed in un amen ecco servita la "ristrutturazione" triennale del contratto di Kevin in modo tale da soddisfarlo ed allo stesso tempo risparmiare alla proprietà una manciata di milioni in “luxury tax”. Nella tarda serata del 29 luglio iniziò a circolare la voce che la trattativa era quasi in porto... Il giocatore era in vacanza con la moglie, il suo agente lo contattò e gli chiese: "Quale numero di maglia vuoi usare”? La risposta fu chiara: il “5”, che oltre a rappresentare l’ordine della sua chiamata al draft nel 1995 era anche il numero più vicino al “6” del suo idolo Bill Russell. Nelle quarantotto ore successive si scatenò una “tempesta mediatica” di conferme e smentite. McHale alzò il tiro e chiese anche Rajon Rondo ma Ainge resistette pur dovendo rinunciare definitivamente a Ryan Gomes, un giocatore che avrebbe preferito trattenere.
I siti del Boston Globe e dell' "Herald" impazzirono, tutti in attesa del “done deal”, che però tardava ad arrivare. Finalmente l’annuncio: erano le due del pomeriggio del 31 luglio nella costa est quando Steve Bulpett confermò che "The Big Ticket" era un Celtic. Quattro ore dopo di fronte ad un nugolo di reporter e fotografi l’atleta entrò nella sala stampa del club “The Legends” per la presentazione. Indossava un impeccabile abito nero ed al suo fianco erano presenti Ray Allen e Paul Pierce. Tutti e tre mostrarono orgogliosi le maglie, mentre in disparte Ainge era una “sfinge” che contrastava decisamente coi larghi sorrisi di “Doc” Rivers. L’orda di giornalisti immortalò la più “corposa” trade della storia NBA per un solo giocatore: Al Jefferson, Sebastian Telfair, Ryan Gomes, Theo Ratliff, Gerald Green e due scelte per un totale di sette elementi, otto anni dopo lo scambio record che aveva portato Scottie Pippen ad Houston in cambio di sei.
Ma il Front Office non si fermò, ben conscio che per arrivare a Garnett aveva dovuto disfarsi di mezza squadra: l’1 agosto arrivò Eddie House ed il 9 agosto il centro Scot Pollard. I nuovi Celtics stavano prendendo forma, e le due pennellate finali sarebbero arrivate in un paio di settimane. A metà agosto iniziò a girare la voce che Tom Thibodeau (ex-assistente allenatore di Jeff Van Gundy ai Knicks e ai Rockets), appena firmato dai Wizards, non si trovasse bene a Washington ed avesse richiesto l’annullamento del contratto per passare a Boston al posto del dimissionario Tony Brown (approdato ai Bucks). Per la conferma dell’arrivo del miglior specialista difensivo della lega ci volle qualche giorno e nel frattempo (il 27 agosto) Ainge piazzò un nuovo colpo a sensazione quando convinse James Posey, l'ex campione NBA con Miami, ad accettare un contratto biennale da meno di 7 milioni di dollari. Da quel momento sui biancoverdi calò un silenzio irreale, una tranquillità che sarebbe durata fino al “Media Day”, il primo giorno di traning camp dedicato alle fotografie per annuari, presentazioni, sovrimpressioni televisive e quant’altro. La leggenda narra però che già a fine agosto nella blindatissima palestra di Waltham gran parte del roster fosse al lavoro, compresi i nuovi “Big Three”. Sarebbero stati giorni importantissimi per prepararsi alla trasferta di Roma dove erano programmati il "ritiro" e la prima partita stagionale.
E Roma fu un sogno. Gli allenamenti al PalaFonte, gli scherzi ed il tempo passato assieme anche fuori dal rettangolo di gioco, le foto di fronte al Colosseo, Garnett che acquista vestiti su misura per le matricole, Glen Davis costretto a mangiare un polipo…il tutto a cementare un gruppo ed a renderlo una vera a propria macchina da guerra. 256 giorni prima del massacro di gara 6 di Finale, la missione decollava da Roma. Era stato un colpo di fulmine, non solo per i tifosi italiani corsi ad assistere alla prima gara giocata dai Celtics nel Bel Paese, ma per la sensazione – limpida fin dai primi istanti della gara con i Raptors del 6 ottobre al PalaLottomatica - che quella non fosse una semplice partita di pre-season da prendere un po’ alla leggera ma il primo importante passo verso l’appuntamento con il destino. In quell' occasione si captarono grinta e cattiveria degne dei playoffs e fu chiaro a tutti l’atteggiamento quasi regale che contraddistingue le grandi squadre. La pre-season del Trifoglio poi fece scalo a Londra prima di tornare nel Nuovo Continente, mentre l’entusiasmo degli appassionati cresceva a vista d’occhio. Il 2 novembre tutto era pronto per il grande appuntamento della “opening night” contro Washington, compreso un antipasto di polemiche di Gilbert Arenas ad alzare l’asticella della motivazione.
L'urlo di Garnett sul “jumbtron” infuocò il Garden per la prima volta, ed una schiacciante vittoria sui Wizards fu il degno prologo alla lunga cavalcata biancoverde. A rendere ancora più magica la serata arrivò pure un tuffo nella storia: alla presenza del capitano Paul Pierce e di alcuni grandi del passato, prima della gara il “parquet incrociato” venne ufficialmente dedicato alla memoria di Red Auerbach. Nonostante l’assenza dello squalificato Posey i Celtics non mostrarono particolari difficoltà nel demolire gli avversari, squadra peraltro molto attesa ad inizio stagione: dopo un primo quarto di studio, Boston prese decisamente il comando delle operazioni con un parziale di 37-18 che decise la gara. I tifosi accorsi al TD Banknorth Garden poterono ammirare fin da subito un Garnett stellare (20 punti e 20 rimbalzi) a cui si affiancò un Pierce tanto inspirato in attacco da sfiorare il “trentello”. La vera sorpresa però fu Rajon Rondo che con una difesa superlativa costrinse Gilbert Arenas ad una serata da incubo al tiro: “Agent Zero” chiuse con un misero 5-19 dal campo.
A pochi giorni di distanza il Trifoglio offrì un’altra prova di forza contro i Nuggets, letteralmente annichiliti nei primi due quarti chiusi con eloquente 77-38. La grande partenza dei biancoverdi iniziò a far rumore in tutta la lega, arrivarono altre vittorie con Atlanta, New Jersey (due volte) e con Indiana. La prima sconfitta arrivò dopo quasi un mese ad opera di Orlando. In una gara dalle due facce, i Celtics inizialmente subirono sotto le plance la fisicità di Dwight Howard e l'ottima serata al tiro degli esterni dei Magic, che andarono negli spogliatoi sul 58-41. Nel secondo tempo la musica cambiò completamente. I ragazzi di Rivers entrarono in campo decisi a recuperare lo svantaggio, Doc “aggiustò” la marcatura su Howard negandogli le ricezioni e l' "operazione recupero" iniziò, seppur con scarsa lucidità. Ultimi secondi da brivido, con una bomba di Ray Allen a sancire il -1: Lewis andò in lunetta e fece 1 su 2 portando i suoi avanti di due. L'ultimo tiro era appannaggio dei Celtics, ma l’azione risultò farraginosa: la palla, come da copione, finì nelle mani di Pierce che però scagliò un improbabile tiro da oltre 8 metri...errore, e "L" servita. La battuta d’arresto regalò nuovo slancio e nelle settimane seguenti le vittime del "Pride" si moltiplicarono: da segnalare l'affermazione sui Lakers tra le mura amiche replicata la notte seguente a Charlotte grazie ad un’incredibile tiro da tre di Ray Allen sulla sirena. La seconda sconfitta stagionale arrivò contro a Cleveland dopo un supplementare, preludio alle nuove sfide che il destino aveva previsto per la primavera.
La macchina funzionava ormai a pieno regime, un formidabile mix di talento e motivazioni aveva spinto Boston in testa alle classifiche ed a dicembre, nonostante un passo falso interno contro i Pistons, Pierce e compagni chiusero l’anno solare con quattro vittorie consecutive nella trasferta ad Ovest che culminò allo Staples Center di Los Angeles dove, senza Rondo i Lakers vennero facilmente superati. A Detroit, il 5 gennaio, i Pistons si videro rimontare 12 punti e furono battuti per 92 a 85. L’eroe inatteso di quella rimonta fu il “rookie” Glen Davis autore di 16 punti nel quarto periodo. Fu poi il momento di un leggero calo, e sul finire del mese Garnett dovette fermarsi a causa di uno stiramento ai muscoli addominali. Saltò nove gare che si sarebbero rivelate cruciali per formare il carattere della squadra: in assenza del “Big Ticket” altri protagonisti salirono agli onori delle cronache, primo fra tutti Leon Powe. Anche "Big Baby" ebbe modo di farsi notare, difendendo impeccabilmente su Tim Duncan e permettendo ai Celtics di tornare alla vittoria al Garden contro gli Spurs dopo oltre un decennio.
Il 7 febbraio 2008 in teoria avrebbe dovuto essere il giorno del grande ritorno di KG nella “sua” Minneapolis, ma l'infortunio lo limitò ad una veloce apparizione per la “standing ovation” di rito prima della contesa. Sfilò in campo in borghese per ricevere il meritato applauso ma poi guardò la gara dagli spogliatoi per non interferire. E Boston trovò nei Wolves – imbottiti di ex Celtics - un avversario molto ostico, tant’è che la vittoria venne conquistata solo a fil di sirena su un tap-in di Powe a correggere un sottomano curiosamente fallito dal solitamente glaciale Ray Allen. Garnett tornò dopo la pausa per l’All Star Game ma per assurdo la sua "rentree" coincise con un tris di sconfitte in una trasferta ad Ovest. Danny Ainge però non dormiva sugli allori: nel frattempo aveva infatti puntellato il roster mettendo sotto contratto i veterani Sam Cassell e P.J. Brown. Marzo sarebbe stato ricordato per il trionfale “Texas Sweep”: Boston uscì indenne dai viaggi a San Antonio, Houston e Dallas in un’impresa che nell’NBA non riusciva da 17 anni. Arrivarono altre convincenti affermazioni contro Phoenix e Detroit e mentre i playoffs si avvicinavano il livello del gioco si alzava ulteriormente. Con il miglior bilancio della lega ormai in tasca da tempo, Boston non abbassò la guardia e chiuse la stagione regolare con un eloquente 66-16 che valse anche il record per il più incisivo “turnaround” di sempre, un miglioramento di 42 vittorie rispetto al campionato precedente.
Gli avversari designati dalla “griglia” per il primo turno di postseason erano gli Atlanta Hawks, qualificatisi a sorpresa dopo un inizio stentato. Doveva essere la serie più scontata, invece ne venne fuori una sfida surreale finita in una altrettanto surreale gara 7, dopo tre facili vittorie al Garden e tre sconfitte "nevrotiche" ad Atlanta. I biancoverdi infatti si aggiudicarono agevolmente le prime due partite interne ma quando la serie si spostò in Georgia, la truppa di Rivers affrontò gara 3 con troppa leggerezza, agevolando il lavoro degli Hawks. In gara 4, mentre la lotta si accendeva anche sotto il profilo nervoso, si arrivò al quarto periodo con i Celtics in doppia cifra di vantaggio: eppure non sarebbe stato sufficiente per contenere il ritorno degli avversari trascinati da un irreale Joe Johnson. Gara 5, come gli altri incontri giocati a Boston, non ebbe storia, con i “Big Three” a segnare 61 punti complessivi e Sam Cassell ad aggiungerne 13 in soli 15 minuti di gioco...purtroppo ancora una volta allontanarsi dal Garden fu esperienza amara per il Trifoglio che si vide nuovamente sorpassare nel quarto periodo in una battaglia nervosa e spezzettata. Si andò pertanto al "settimo capitolo", cosa che ovviamente nessuno avrebbe mai pronosticato, e fortunatamente la squadra mise in chiaro le cose fin dall’inizio: 27 a 16 dopo 12 minuti, 44 a 26 all’intervallo lungo, 79 a 43 dopo tre quarti, con una difesa favolosa che costrinse Atlanta al 29% al tiro. La frustrazione degli ospiti si materializzò in un fallaccio di Marvin Williams su Rondo: Rajon venne steso da tergo e Williams venne espulso. Nonostante qualche scintilla tra Garnett ed il georgiano Pachulia, i biancoverdi chiusero sul 99 a 65 e si scrollarono di dosso qualche paura. Era anche la prima vittoria di coach Rivers in una serie di playoffs.
Non ci fu tempo per rifiatare perché neppure 48 ore dopo il Garden era di nuovo “sold out”, tutto esaurito, per la prima partita contro i Cleveland Cavaliers. I Cavs lottarono come leoni ma Boston ribadì che il parquet incrociato non era terra di conquista, vincendo la prima partita (28 punti e 8 rimbalzi di Garnett) nonostante le serate no di Pierce (4 punti) ed Allen (addirittura a secco!). Anche la seconda sfida fu appannaggio del Trifoglio, che finalmente ebbe qualcosa anche dal Capitano e da Ray (19 e 16 punti rispettivamente) mentre LeBron James veniva ancora una volta inghiottito dalle spire del serpente difensivo bostoniano (2 su 18 al tiro nell’opener, 6 su 24 nella seconda gara). Purtroppo i Celtics replicarono anche il “mal di trasferta”, facendosi superare nelle due gare seguenti alla Quicken Loans Arena dopo aver messo a referto solo 84 e 77 punti rispettivamente. Quando i biancoverdi vinsero gara 5 per 96 a 89 (Pierce 29, Garnett 26 e 16 rimbalzi, Rondo 20 e 11 assist) e Cleveland si aggiudicò un’orribile gara 6 (69 a 74 con le due squadre a tirare con un nefasto 36% complessivo) fu chiaro che la serie si sarebbe decisa in una gara 7 in cui le stelle non sarebbero state a guardare.
E l’incontro decisivo fu epico, con Paul Pierce e LeBron James a vestire i panni dei pistoleri da Far West. Il “Boston Garden”, “gara sette”, “la squadra del destino” (i Celtics), “il Prescelto” (LeBron): colori e tela di grande qualità per dipingere un altro quadro leggendario. Gli uomini di Rivers, avanti per tutta la gara, resistettero al ritorno dei Cavs guidati da un travolgente James che chiuse con 45 punti: fu formidabile il suo duello con "The Truth", (41 per lui), in un incontro che rinnovò i sapori della battaglia tra Larry Bird e Dominique Wilkins di venti anni prima. Ma, come in tutte le fiabe sportive che si rispettino, fu un “outsider” a decidere la contesa, P.J. Brown, che nel quarto periodo infilò il tiro in sospensione "fatale". L'eroe della serata però era indubbiamente il numero 34 e sulle sue spalle i Celtics si qualificarono per la finale di Conference a sei anni di distanza dall’emozionante ma amara sfida coi Nets di Jason Kidd.
E si arrivava quindi allo scontro che per molti era la Finale anticipata, visto che si scontravano le due squadre con i migliori record della stagione regolare. Alla “piece” principale erano legate anche altre “trame minori”: Kevin Garnett contro il suo ex-coach Flip Saunders, Chauncey Billups contro la squadra che lo aveva scelto al draft molti anni prima, Ray Allen e “Rip” Hamilton in uno scontro di guardie da University of Connecticut. Una grande serie in cui i biancoverdi dimostrarono di essere cresciuti dopo le incertezze mostrate lontano da casa nei primi due turni. Ancora una volta il Garden fu blindato in gara 1 con una netta vittoria per 88 a 79 (Pierce 26, Garnett 22), non così in gara 2 per colpa della gran serata di Hamilton (25 punti) ben coadiuvato da McDyess e Stuckey. Per la prima volta la squadra si trovava "scippata" del fattore campo. Sarebbe stata in grado di reagire?
La prova di maturità non si fece attendere, e Boston sbancò alla prima occasione la roccaforte di Auburn Hills grazie ad una partita magistrale di Garnett (22 punti, 13 rimbalzi e 6 assist), anche se altri cinque Celtics erano andati in doppia cifra a testimoniare la vittoria di squadra. La pressione ora era di nuovo sulle spalle di Detroit, già alla "penultima spiaggia" in gara 4...ed i Pistons non delusero: un super-McDyess negò agli ospiti la possibilità del secondo colpo in trasferta mentre gli esterni biancoverdi tiravano con un misero 7 su 33. Nella quinta sfida il Trifoglio dominò a lungo con gli ospiti in versione “spettatori non paganti” ad assistere allo show, salvo un repentino risveglio che bastò per recuperare quasi tutti i 17 punti di svantaggio nel terzo quarto: nel finale ci volle un canestro di un Ray Allen - in crisi nera sin dalla precedente serie con i Cavs - per decidere la "tenzone", ed alla conferenza stampa post-partita Ray (29 punti con 5 su 6 da tre) sorrise quando un cronista gli domandò se avesse tirato meglio grazie ad una “manica” che per la prima volta copriva l’avambraccio sinistro: “No, è perché nella partita scorsa ‘Rip’ ha tenuto fede al suo nome”. “To rip” significa anche “lacerare, stracciare”, ed Hamilton ama tenere le unghie lunghe per avere una miglior presa sulla palla… ma il numero 20 non fu l’unica buona notizia di quella partita: Garnett aveva segnato 33 punti (compresa una “tripla”!) e Kendrick Perkins aveva dominato racimolando 18 punti e 16 rimbalzi.
Gara 6 fu a lungo in equilibrio, ma nel terzo periodo i Pistons presero un vantaggio sensibile grazie alla coppia Billups-Hamilton (50 punti su 81 di Detroit). Boston rispose alla grande: nell'ultimo quarto Pierce “prese fuoco” e la squadra volò sulle ali di un 19 a 4 che diede al Trifoglio quattro lunghezze di vantaggio con 100 secondi da giocare. E quello fu il momento in cui James Posey entrò di diritto nella storia della Franchigia alla voce "palle rubate": imitando John Havlicek, Gerald Henderson e Larry Bird, “JP41” sorprese Tayshaun Prince e gli portò via la "spicchia", in pratica chiudendo l’incontro. Con il punteggio di 89 a 81 i Celtics violarono per la seconda volta nella serie il “Palace” di Auburn Hills e staccarono il biglietto per la finale NBA che mancava da ben 21 anni, e come allora di fronte c’erano i Los Angeles Lakers.
L'attesa prima di Gara 1 era ovviamente alle stelle, il Garden era "elettrico" e la squadra fortemente motivata dalla consapevolezza che i favori del pronostico di gran parte degli “esperti” erano per i gialloviola e qusto nonostante il miglior bilancio in stagione e le facili vittorie negli scontri diretti. Tuttavia i "balbettii" nelle prime due serie avevano fatto storcere più di una bocca. James Taylor suonò e cantò (alla James Taylor....) l'inno nazionale americano, Eddie Palladino, lo speaker del palazzetto biancoverde, sentenziò “The NBA Finals are back to Boston” e tutto fu pronto per la palla a due. Gara 1 fu quella della “grande paura”: ad inizio terzo quarto col punteggio in equilibrio Kendrick Perkins franò sul ginocchio di Pierce che venne trasportato a braccia nello spogliatoio, mentre un silenzio irreale calava nell’arena. Rivers chiamò a raccolta i suoi e li motivò ricordando che la loro forza era il gruppo e che il basket è sport di squadra.
I suoi recepirono il messaggio e lottarono accanitamente, riuscendo ad impedire ai Lakers di scappare. Il Garden si risvegliò con un boato quando, in pieno stile Larry Bird ’91, dal tunnel che porta agli spogliatoi apparve la sagoma del Capitano. Ma la magia era appena iniziata: il 34 entrò definitivamente nella storia una manciata di secondi dopo, quando “sparò” due “triple” che diedero la svolta alla gara fino al 98 a 88 finale. I due giorni che separavano gara 1 da gara 2 furono “territorio di caccia” di coach Phil Jackson che per sviare l'attenzione dalla sua squadra si inventò il caso del giorno sostenendo che "The Truth" aveva simulato l'infortunio e facendo presente a tutti che il suo rientro non poteva essere paragonato a quello di Willis Reed del 1970 (Jackson giocava in quei Knicks). Se il tentativo era quello di distrarre gli avversari la tattica non funzionò perché i Celtics tacquero e si concentrarono sulla seconda sfida, mentre c’era qualche dubbio sull'utilizzo di Pierce e Perkins, anche lui infortunatosi nell’opener.
La seconda partita di finale fu teatro di un’altra grande paura, ma questa volta non furono gli infortuni a provocarla. I biancoverdi dominarono fino a sette minuti dalla fine, ma a quel punto inspiegabilmente mollarono la presa e rischiarono la clamorosa sconfitta. Il solito Pierce ed un inatteso Leon Powe per fortuna chiusero il conto portando il punteggio della serie sul 2 a 0 (108 a 102, Pierce 28, Powe 21). Ancora una volta l'ineffabile Jackson s’impadronì del palcoscenico: dopo le accuse a Paul Pierce il coach cercò di “lavorarsi” gli arbitri affermando che avevano pesantemente condizionato l’incontro. Le squadre si trasferirono in California, ed il 10 giugno nel terzo incontro arrivò la prima vittoria dei Lakers. Boston era rimasta sempre in partita nonostante la bruttissima serata di Garnett e Pierce, e nonostante per la prima volta Kobe Bryant (36 punti, 12 su 20 al tiro) fosse riuscito a liberarsi dalle “gabbie” preparate dalla coppia Rivers-Thibodeau.
Gara 4 iniziò nel peggiore dei modi, con i padroni di casa a dominare sui 28 metri. I gialloviola segnavano e scuotevano il pugno: Gasol, Odom, Vujacic, Fisher, ed il vantaggio aumentava a dismisura. Dopo 24 minuti il punteggio era 58 a 40 per i californiani che ad inizio terzo quarto raggiunsero le 24 lunghezze di vantaggio: fu allora che la partita cambiò completamente ed entrò di diritto nella storia della Franchigia del Massachusetts. I Celtics si lanciarono nella più memorabile rimonta nel grande libro delle Finali NBA e sbancarono lo Staples Center per 97 a 91. Nella giornata in cui Rondo pativa qualche acciacco e Perkins subiva un nuovo infortunio, James Posey, Ray Allen e Paul Pierce si ersero a protagonisti e demolirono gli allibiti avversari. Nella memoria dei tifosi sarebbe rimasto il ricordo indelebile del canestro dell’aggancio ad opera di Eddie House e delle due penetrazioni magistrali con cui Ray Allen nell’ultimo minuto aveva punito la difesa angelena ed aveva apposto il sigillo alla gara. Ma “He Got Game” non potè godersi la vittoria: il figlioletto Walker ebbe una crisi ipoglicemica e rischiò di andare in coma diabetico. La cosa si risolse abbastanza presto, per fortuna, ed il mattino seguente le infermiere offrirono al piccolo un lecca-lecca: “Non puoi prendere quello viola”, gli disse Ray e lui ne chiese uno verde mentre l’orgoglioso papà commentava “è pronto per la prossima gara”.
Boston però non era pronta, visto l’infortunio a Kendrick Perkins, e con Rajon Rondo a mezzo servizio tornò allo Staples Center per giocarsi il primo “match ball” che valeva il titolo. Un monumentale Pierce (38 punti, 6 rimbalzi e 8 assist) non fu sufficiente a coronare il sogno quando Lamar Odom uscì dal torpore e mise assieme 20 punti, 11 rimbalzi e 4 stoppate. A quel punto gara 6 era l'appuntamento con il destino: il 17 giugno i Celtics tra le mura amiche avevano l’opportunità di aggiudicarsi il 17° “banner” della loro storia. La partita fu leggendaria, ma solo per i padroni di casa: sfida a senso unico, chiusa con un eloquente +39 ai danni dei rivali di sempre. Rondo fu superbo (21 punti, 8 assist, 7 rimbalzi e 6 palle rubate), ma anche gli altri brillarono di luce propria: Ray Allen eguagliò il record di tiri da tre per una gara di Finale (7) ed un Garnett immarcabile mise il sigillo al successo con 26 punti e 14 rimbalzi.
Ad alzare il trofeo di MVP della serie Finale fu Paul Pierce, e nessuno dubitò che fosse un premio meritato mentre il Garden tornava finalmente a far festa. Il Trifoglio festeggiava il titolo NBA dopo 22 anni, un titolo che era frutto della classe e del talento dei Tre, ma anche dell’acume di Danny Ainge, della competenza di “Doc” Rivers e del suo coaching staff, dell’esperienza dei vari House, Brown e Cassell e della freschezza di Rondo, Powe, Davis e Tony Allen.




Commenti
Un trionfo del gioco di squadra, dell'intelligenza di un gruppo di grandi giocatori e uomini al posto giusto nel momento giusto, dell'altruismo e una dimostrazione che il basket può essere ancora qualcosa più dell'1c1.
Tante storie in quella stagione e tanti personaggi, alcuni passati solo come meteore, purtroppo, altri che ancora ci danno speranze per il futuro.
Insomma, grazie a questo articolo di Leonardo (ma perchè tu hai scritto di questa stagione e io di quelle con i peggiori record?) per averci fatto rivivere così bene quella gioia immensa!
Ok, scusate il lirismo...basta lockout, voglio vedere il verde sul parquet!
L'emozione di vederli tutti e dal vivo in quella palestra romana è stata immensa e difficilmente descrivibile anche perchè gli italiani presenti erano davvero pochi.
Alla fine dell'allenamento, io e il buon Fabio camminavamo sollevati da terra e non ho potuto esimermi da una telefonata a Leo per dirgli che "è tutto vero, ci sono tutti in carne e ossa".
Poi, ovviamente, grazie ancora a Fabio e a Gorman ho avuto anche il piacere e l'onore della foto con il capitano di cui al mio avatar .....
un annata così!
Michele ebbe la fortuna di incontrare Pierce a Roma, in piena “rampa di lancio” del nuovo progetto Celtics; io invece il 24 luglio del 2008 mi intrufolai nella conferenza stampa del neo MVP all’hotel Melia di Madrid, mi infilai la t-shirt che recitava “2008 NBA Champions” e mi scattai una foto col Capitano mentre lui indicava a tutti la mia maglietta esclamando “this is great man, this is great”! Quando lo abbracciai ringraziandolo ebbi anch’io, per un instante, l’impressione di trovarmi “top of the world”.
Grazie Leo per averci fatto rivivere queste splendide emozioni.
Personalmente ho solo due rimpianti
1) Aver declinato l'invito di mio cognato per vedere i ragazzi a Roma (unica scusante ero diventato da pochissimo papà)
2) aver scoperto solo al termine della stagione questo meraviglioso sito (all'epoca navigavo fra le fredde cronache e recap di nba.com)
E adesso basta col lock-out, anch'io ho voglia di vedere maglie biancoverdi in movimento!
e da li solo soddisfazioni da questi ragazzi! grazie di tutto ainge!
gara sei delle finali è stata sensazionale! ogni volta che ho tempo me la rigardo, e mi convinco sempre di più che una squadra così affiatata probabilmente non c'è mai stata, e che, salvo l'inforunio a garnett dell'anno successivo, avrebbe dominato per almeno altri tre anni.
Tanti i momenti indimenticabili, dalle nottate passate a scrivere i miei primi recap, a quella vittoria contro gli Spurs vissuta in chat con 30 persone a smadonnare e esultare, alla gara 7 di playoffs contro i cavs con il canestro di PJ Brown e la prestazione del Capitano, alla rubata di Posey in gara 6 contro i Pistons, fino al secondo tempo di gara 4 delle finals...e gara 7, vissuta mediante scambi di sms durante una maledetta trasferta di lavoro con mignon di spumante da frigobar bevuta alle 6 di mattina...
- ero in vacanza in Thailandia e mi apprestavo ad un trekking di due giorni quando un amico mi avvisò via sms che avevamo preso Garnett...quando tornai nella civiltà passai un giorno intero in un internet point di Chang Mai ad abbeverarmi all'allora punto di riferimento celtico...ICP
- la partita di Roma, all'emozione enorme di vedere i Celtics dal vivo per la prima volta si aggiungeva l'orgoglio di vivere una partita storica perchè era la prima dei big three
- ad inizio stagione per curiosità andai a controllare i siti di scommesse a quanto quotavano la vittoria finale: a 12/1!!! Orrore e scandalo...puntai immediatamente 100€ e fu così che trascinai anche la mia ragazza nel tifo celtico!
- l'esordio contro i Wizards e la netta sensazione che si stesse costruendo qualcosa di solido
- il trionfo a San Antonio a coronamento del Texas Sweep...quando perfino Flavio Tranquillo (!) si dichiarò estasiato dal livello difensivo dei nostri
- e poi i playoff: in ordine sparso ricordo il panico delle prime sconfitte in trasferta, il canestro di PJ contro Cleveland, l'infortunio e il rientro di Pierce in Gara1, il coast to coast di Powe in Gara2, la bomba di House del pareggio in Gara4, e l'intervista finale a KG....
Wow ho i brividi!!!
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