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Zio, non ti facevo così tifoso degli Spurs :o
La Storia dei Celtics
Sentimenti contrastanti si incrociavano a Boston all’inizio dell’estate 2006: il partito del “bicchiere mezzo pieno” rilevava che il campionato appena concluso aveva mostrato i progressi di molti tra i giovani a disposizione di coach Rivers con un record di 33-49 di cui, ovviamente, non si poteva andare fieri, ma che poteva far sperare per l'anno seguente; il capitano Pierce, del resto, aveva avuto un rendimento ottimo per qualità e continuità, unico nella lega con Iverson a segnare almeno 15 punti in ogni partita e registrando una media complessiva di 26,8 a gara con un ottimo 47,1%, pareggiando il record di Bird per le quattro stagioni con almeno 2.000 punti segnati.
Il partito opposto, forse più numeroso, rilevava invece quanto ancora la squadra fosse lontana dal possibile inserimento tra le big della lega con un personale in termini di giocatori troppo inesperto, un cast di supporto a Pierce limitato, una conduzione tecnica di Rivers (dopo due anni a Boston) non ancora facilmente giudicabile e scelte strategiche di Ainge piuttosto fumose nonostante l’ottimo fiuto dimostrato nell'accaparrarsi buoni prospetti al draft. Il GM e la proprietà nel corso dell’estate avevano allungato il contratto a "The Truth", altri tre anni per un totale di quasi 60 milioni, dimostrando di voler tenere l’unica bandiera con la speranza di costruire attorno ad essa il progetto vincente.
Ma Pierce, oltre ai soldi, chiedeva altro: qualche veterano che lo aiutasse a trainare il giovanissimo gruppo di compagni. Fu accontentato il 28 giugno 2006 quando Raef LaFrentz, Dan Dickau e la "pick" numero 7 (poi diventata Randy Foye) finirono a Portland in cambio di Sebastian Telfair, Theo Ratliff e una seconda chiamata del 2008. L’idea del front office era quella di prendere due piccioni con una fava: trovare un playmaker da affiancare a West (non ancora pronto a dirigere la squadra) e risparmiare denaro sul monte salari con un contratto più breve.
Per quanto ben pochi potessero dirsi soddisfatti dell’apporto di LaFrentz alla causa biancoverde ed anche Dickau non avesse lasciato il segno, i due nuovi arrivi non erano certo nomi da esaltare l’esigente pubblico di Boston: Telfair, dopo una sfavillante carriera liceale aveva deciso di passare direttamente tra i professionisti ma non aveva convinto: poteva essere il titolare del ruolo per una squadra così giovane? Quanto a Ratliff, il dubbio non era dal punto di vista tecnico, perché le doti di difensore e stoppatore erano indiscusse, piuttosto da quello fisico, teoria avvalorata dal fatto che nella precedente stagione aveva "marcato visita" in 27 partite. In più rinunciare così alla scelta 7 pareva davvero uno spreco...
Il 28 giugno si tenne il draft e sei nomi sembravano attrarre particolarmente gli “scout”: Andrea Bargnani, Tyrus Thomas, LaMarcus Aldridge, Adam Morrison, Randy Foye e Brandon Roy. Forse proprio il fatto di avere la 7 in un draft con sei giocatori “veri” aveva aiutato Ainge a rinunciarvi, non potendo immaginare che Atlanta alla 5 si sarebbe portata a casa Shelden Williams (gli stessi Hawks che l’anno precedente avevano lasciato passare Chris Paul e Deron Williams, questa volta si sarebbero persi Roy): come ormai da copione, il "rosso" non rimase con le mani in mano ma organizzò due scambi. Con una mossa dichiaratamente da riduzione dei costi gli “amici” di Phoenix mandarono a Boston il lungo veteranissimo Brian Grant (che non avrebbe mai indossato la maglia biancoverde) con il suo ultimo anno di contratto e la numero 21 in cambio della prima chiamata 2007 di Cleveland; poi giunse l’accordo con Denver per una trade di seconde scelte: a Boston arrivò la numero 49 in cambio di una futura "pick": evidentemente Ainge aveva già qualche nome nel suo radar.
Lo scambio con Phoenix aveva un suo costo, ma la proprietà aveva autorizzato il GM fidandosi del suo giudizio. Con la numero 1 "uscì" Bargnani, alla 2 Aldridge, alla 3 Morrison, mentre il Mormone restava della sua idea di scegliere per talento e non per necessità. Ecco quindi che Washington alla 18 si assicurava Oleksy Pecherov (in carrierà giocò 111 partite), Sacramento chiamava Quincy Douby alla 19 (143 partite in carriera) e poi New York si assicurava Renaldo Balkman alla 20 (207 partite in carriera); Alla 21 c’erano ancora liberi Marcus Williams, solido playmaker di Connecticut, il suo compagno di squadra, il lungo Josh Boone, la guardia da Villanova Kyle Lowry, poi Shannon Brown, Jordan Farmar e...Rajon Rondo, da Kentucky. In verità Ainge da anni “sorvegliava” quest'ultimo, fin dal 2004 quando il dottor Niednagel, al tempo consulente psicologico dei Celtics per le scelte sui giocatori, inviato a una partita della Oak Hill Academy per visionare Josh Smith tornò con un ottimo giudizio anche su quel giovane playmaker. Il consigliere del Trifoglio Leo Papile, ferratissimo sul basket AAU, aveva chiamato Steve Smith, l' allenatore di Oak Hill dicendogli “Danny vuole una motivazione per scegliere Rajon e non Marcus, cosa devo rispondergli”? E Smith di rimando: “Non voglio dire niente di negativo su Marcus perché ha giocato anche lui per me, ma Rajon è la miglior guardia che sia mai passata per Oak Hill Academy”. il GM biancoverde era preoccupato dal cattivo rapporto del ragazzo con Tubby Smith a Kentucky, e da una certa testardaggine che compariva in tutti i rapporti passati per le sue mani. Ma il talento era innegabile, ed uno dei particolari statistici che maggiormente affascinava lo staff riguardava la percentuale di palle rubate ai giocatori marcati da Rondo: un incredibile 16 per cento, rispetto al 3 per cento degli altri partecipanti al draft. Grazie ad un altro consiglio prezioso di Papile, con la "pick" numero 49 Danny decise di rischiare e, ignorando Ryan Hollins da UCLA, diede un’occasione a Leon Powe, ala da California con ottimi numeri ma anche con una storia di infortuni alle ginocchia per nulla incoraggiante. Boston usciva dal draft con un roster ancora una volta rinnovato: nulla di particolarmente eccitante, ma un gruppo sul quale lavorare e che aveva indubbi margini di crescita.
Il campionato stava per cominciare, quando una triste notizia scosse l’NBA: il 28 ottobre Red Auerbach terminò la sua vita terrena. Negli ultimi anni la salute del Patriarca era andata lentamente ma inesorabilmente degenerando: un’operazione per un tumore al colon, una caduta, problemi cardiaci lo avevano indebolito rendendogli difficoltosa la respirazione. Le sue condizioni si erano improvvisamente aggravate, tanto da costringere i familiari al ricovero presso il Suburban Hospital di Bethesda dove però non c’era stato modo di salvarlo. Il funerale ebbe luogo il 31 ottobre al cimitero ebraico King David di Falls Church, Virginia. Il 1 novembre nella City Hall Plaza si tenne una manifestazione solenne per ricordarlo, ed in serata era in programma la prima partita stagionale contro i New Orleans Hornets: sul posto a sedere solitamente occupato da Auerbach erano posate sedici rose verdi ed un sigaro Hoyo de Monterrey Excalibur, sulle maglie di gara era stato cucito un trifoglio nero con la scritta RED e sul jumbotron passavano immagini delle vittorie dei Celtics del passato, tutte legate al suo allenatore e general manager.
Con un tale ambiente era immaginabile pensare che la volontà di onorare al meglio il "Grande Vecchio" non venisse superata dalle emozioni e dal particolare clima della partita e così fu: i biancoverdi persero 87 a 91 nonostante i 29 punti e 19 rimbalzi di Pierce (che così onorò a modo suo lo speciale rapporto personale che aveva costruito con Red), dimostrando che i dubbi sulla squadra non sarebbero stati dissipati facilmente. Dubbi?, Beh, diciamo la verità, i vari articoli di previsione sulla stagione concordavano nel dare davvero poche speranze a Boston per un record vincente o per i playoffs: la media di vittorie attribuite oscillava tra le 30 e le 35, Rivers era pronosticato tra gli allenatori già a rischio licenziamento, la circostanza che nel roster ci fossero ben quattro elementi che non avevano giocato neanche una partita al college (Perkins, Jefferson, Telfair e Green), certo non incoraggiava e il senso di un gruppo ancora in totale costruzione era ben presente tra tifosi e media.
I titolari scelti da Rivers per l’esordio furono Telfair, West, Szczerbiak, Pierce e Perkins, con Gomes e Jefferson a ricevere sostanziosi minuti e Rondo a esordire con 6 punti e 3 assist in 22 minuti.
Dalla seconda partita West cedette il posto in quintetto a Gomes, ma il risultato finale fu comunque di due sconfitte con i Pistons in casa (doppia doppia di Jefferson) e a Washington (33 di Wally, ma 44 concessi ad Arenas). Jefferson venne ricoverato d’urgenza per un’appendicite, e Rivers schierò Theo Ratliff in quintetto base contro i Bobcats: arrivò finalmente la prima vittoria stagionale grazie a 35 punti a testa della coppia Pierce-Szczerbiak (Wally continuava nel suo momento felice al tiro da tre) e alla tripla doppia di un Gomes sempre più prezioso. Poi però a Boston furono di scena i Jazz che violarono il Garden per 107 a 100: Pierce ancora a 30, ma Wally stavolta sottotono e Telfair piuttosto deludente contro Deron Williams, tanto da costringere il "Doc" a tenerlo in campo meno di otto minuti.
Ma peggiore della sconfitta fu la notizia dei problemi alla schiena che avrebbero bloccato Ratliff – dopo sole due partite - per il resto della stagione: senza di lui e senza Szczerbiak Boston affrontò Cleveland in back to back e perse per 93 a 94 con un disgraziato ultimo quarto da 34 a 17 per i Cavs, subendo fin troppo un LeBron James da 38 punti. Anche la partita successiva contro Orlando (debutto di Leon Powe da 10 punti e 7 rimbalzi) venne persa di poco, tre punti furono la differenza con un Jameer Nelson scatenato a quota 26: dopo solo sette gare il record impietoso di 1 vinta e 6 perse – la peggior partenza dal 1978 - scatenò la prima salva di critiche alla squadra e al suo allenatore. Ma poi, improvvisamente, arrivarono tre affermazioni consecutive con un attacco scoppiettante: 114 punti ai Pacers (Pierce a 32 e la coppia Gomes/Perkins a 24 punti e 20 rimbalzi totali), 118 ai Blazers (ancora il numero 34 a sfiorare il trentello e la squadra a tirare 12 su 20 da tre) e addirittura 122 in trasferta al “Madison” contro i Knicks ("The Truth" sontuoso a 39 e Gomes da 22 più 14 rimbalzi): il bilancio diventò molto più accettabile, 4-6 anche se i "mugugni" non erano certo dimenticati: il bersaglio preferito era ovviamente Rivers accusato di non essere all’altezza, di sbagliare i cambi, di dare troppi minuti a qualche giocatore (Telfair in primis) e pochi ad altri (Gerald Green o Tony Allen)...insomma già a metà novembre c’era chi confidava nel cambio di panchina.
E i critici trovarono ulteriore slancio nelle sconfitte contro Bobcats e Knicks figlie di un attacco sterile (solo 83 e 77 punti segnati) e di tante palle perse; proprio il 101 a 77 subito contro New York fu l’inizio di una delle pagine, con l’ovvio senno di poi, peggiori per il pubblico di Boston: la squadra di Isaiah Thomas arrivava con un magro bilancio da 4 vinte e 9 perse e alla fine i Newyorchesi avrebbero tirato con il 50% contro il 38% di Boston. Quello che non era accettabile era il -18 ai rimbalzi ed il dominio delle point guard ospiti su Telfair (nell’occasione Steve Francis fece un bel 15 su 15 ai liberi). Nonostante tutto i ripetuti cori “Fire Rivers” resero poco onore alla competenza dei tifosi, forse incoraggiati da parte della stampa. In primis Peter May del “Globe”, che sosteneva la povertà di un roster composto da giocatori adatti a essere riserve più che titolari e affidati a un allenatore non adatto ad un progetto ambizioso, e quindi Shira Springer – del Boston Globe pure lei - che riteneva a questo punto Ainge colpevole della scelta di un coach che in passato non aveva mai vinto più di 44 partite di stagione regolare o una serie di playoffs.
Insomma, dopo quella terribile prova contro una squadra altrettanto scarsa la sensazione di molti fu che i giocatori non erano più con il "Doc", proprio come era avvenuto qualche anno prima con Pitino; certo, Rivers da parte sua poteva opporre ben poco se non la corretta percezione che sarebbe stato difficile per chiunque trasformare quel gruppo in una corazzata vincente e il fatto che i suoi critici non avevano idea di come lui lavorasse in palestra e sui prospetti da far crescere.
Seguì una vittoriosa trasferta a Milwaukee (34 di Pierce), ma fu un fuoco di paglia contro un avversario dalla classifica anche peggiore seguito da ben cinque sconfitte consecutive. E non era di grosso aiuto la constatazione che quattro fossero con uno scarto di massimo cinque punti: il record precipitò a 5 vinte e 13 perse ed il mantra dell' allenatore che ricordava troppo spesso della gioventù del gruppo iniziava ad infastidire molti. Anche perché la dichiarazione di Perkins “In squadra ci sono troppi capi e pochi guerrieri...ognuno ha i suoi obiettivi e troppi si preoccupano di quanti tiri hanno preso invece di pensare al bene della squadra” metteva in luce molti dei problemi che andavano ben al di là dell' inesperienza e dei possibili difetti del coach.
Già a cominciare dalla gara contro Chicago del 4 dicembre Tony Allen aveva iniziato a produrre numeri interessanti, in quell’occasione 20 punti in 28 minuti e, stanti i problemi fisici che tenevano fuori Szczerbiak, Rivers decise di metterlo in quintetto dalla successiva partita contro Memphis. Tony rispose con un deludente 0 su 3 per zero punti in 19 minuti, mentre dalla panchina Green ne metteva a segno 21 con 3 su 5 nelle triple: insomma, era davvero complicato capire quale giocatore avrebbe potuto garantire un minimo di continuità! Ad un mese dall’inizio della stagione tra tifosi e addetti ai lavori iniziò un mesto e a volte fastidioso ripetere che l’unica possibilità di tornare competitivi era legata al draft del mese di giugno (!) e all’arrivo di Greg Oden, centro di Ohio State.
Poi, il 9 dicembre, mentre sui media si discuteva anche sulle possibilità di un arrivo di Allen Iverson in biancoverde, la squadra andò a trovare i Nets. Non un grande avversario, che però partì alla grande fino a chiudere il primo quarto sopra di 16 (27 a 11): ma una seconda frazione da 34 a 21 capovolse la situazione ed in un finale concitato arrivò il successo per 92 a 90: pur tirando il 39% e andando sotto di 13 a rimbalzo (mancava anche Perkins), i Celtics tennero l’avversario al 42% e le proprie palle perse a 11 (Jefferson 29 e 14 rimbalzi) dando il via a una striscia vincente di cinque partite, tra le quali quella al Madison contro i Knicks con il solito Pierce di ordinanza (31 punti e 7 rimbalzi in 42 minuti), di nuovo Jefferson in doppia doppia e, soprattutto, una difesa che tenne New York al 39%. Seguì la strapazzata ai Sixers (101 a 81) in Pennsylvania ancora grazie a una difesa che tenne Philadelphia sotto il 40%, a un secondo tempo da 58 a 40 e con cinque giocatori in doppia cifra; poi la vittoria casalinga contro Denver, questa volta grazie a un attacco sfavillante (119 a 114 il finale) condotto da Pierce con 38 punti, 8 rimbalzi, 9 assist e 6 triple, Allen a 30 con 11 su 13 al tiro e Jefferson a 28 più 10 rimbalzi; infine la quarta trasferta vittoriosa a Charlotte, con ancora una ottima difesa di squadra, Pierce (35 + 11) e Jefferson (22 + 10) sugli scudi ma anche un ottimo Scalabrine schierato come titolare.
Insomma, il bilancio tornava a essere un dignitoso 10 vinte e 13 perse, il gruppo pareva iniziare a difendere, giocare insieme e capire il senso del gioco di Rivers, nonostante assenze e infortuni. Quando la sera del 20 dicembre arrivarono al TD Garden i Golden State Warriors titolari di un record migliore (12-14), ma non certo esaltante, pareva che la striscia potesse continuare, ma alla fine il 96 a 95 per gli ospiti (31 di Baron Davis) sembrò figlio di 20 palle perse e di una cattiva gestione del finale (colpevole la gioventù o l’allenatore?), mentre il problema reale fu ben diverso: frattura da stress al piede di Pierce (comunque in campo eroicamente per 44 minuti con 27 punti e 8 rimbalzi) e stop del capitano a tempo indeterminato, lasciando il gruppo privo del suo unico faro. Quel 20 dicembre iniziò un calvario fatto di 29 sconfitte in 32 partite, con la terribile “cicatrice” di 18 “L” consecutive tra il 7 gennaio e l’11 febbraio: contava poco che si lottasse ogni sera al massimo delle possibilità anche perchè il 10 gennaio, durante la gara contro i Pacers (persa) arrivò l’ennesima botta di sfortuna per un gruppo già provato: dopo una schiacciata a gioco fermo Allen cadde malamente strappandosi il legamento del ginocchio e dando l’addio al resto della stagione.
Certo, c’era anche un Jefferson che, impiegato a tempo pieno, produceva numeri notevoli per un ragazzo che aveva compiuto 22 anni il 4 di quel mese. Purtroppo il quintetto proposto da Rivers dopo l’infortunio di Tony (Telfair, Green, Gomes, Jefferson e Perkins) era davvero troppo verde per avere qualche possibilità, considerato che il più esperto era Perkins con i suoi tre anni di NBA “under the belt”.
Già da fine gennaio il termine tanking - cioè non impegnarsi troppo a vincere per puntare a un record scadente e avere più possibilità nella lotteria del draft - diventò di uso comune per i media: Rivers in merito dichiarò, diplomaticamente, che “quando inizi a cercare di perdere gli dei del basket ti puniscono” senza sapere che sarebbe stato profetico. Lo stesso capitano, da parte sua, si era impegnato al massimo nella rieducazione dopo l’infortunio per non dare l’impressione di abbandonare la barca che affondava. Il 4 febbraio Peter May sul Boston Globe aggiunse ancora una volta la sua voce al coro dei critici, ma in quest’occasione il bersaglio fu Ainge, colpevole di non aver costruito un gruppo logico e di averlo affidato a un coach non all’altezza: del resto sparare sulla Croce Rossa è sempre esercizio facile...ben più difficile è capire il basket e spiegarlo. D’altra parte solo pochi giorni dopo Steve Bulpett riportava le dichiarazioni del GM e della proprietà sulla volontà di non cambiare l’allenatore fino al termine della stagione, con la conseguente necessità di prendere una decisione in merito al rinnovo del contratto in scadenza a giugno 2008.
Il 2 febbraio Rajon Rondo apparve in quintetto base: vi sarebbe tornato molto spesso da lì in poi. Il 9 Paul Pierce ritornò in campo per riportare alla vittoria la squadra nella partita del 14 febbraio contro i quasi altrettanto derelitti Bucks: due quarti centrali da 70 a 42 per la fine di un incubo da 18 sconfitte filate. Nessuna sorpresa che all’All Star Game di Las Vegas l’unico rappresentante del Trifoglio fosse Gerald Green alla gara delle schiacciate, peraltro vinta in modo meritato. Nelle ultime 31 apparizioni la situazione non cambiò poi molto: certo, ci fu anche un’altra striscia vincente di quattro partite compreso un 124 a 117 in doppio supplementare contro Minnesota il 4 marzo (tripla doppia in 50 minuti di Kevin Garnett che mai avrebbe potuto immaginare di aver appena affrontato la sua futura squadra) con prestazioni forse provvidenziali da parte Jefferson (20 e 14), Gomes (21 e 17) e Green (16 punti). Ah, e una miracolosa vittoria contro gli Spurs per celebrare il giorno di San Patrizio (Rondo 14 rimbalzi). Ma la classifica rimase deficitaria perché se marzo aveva visto 7 vittorie e 8 sconfitte, aprile applaudì solo due affermazioni fino ad un bilancio definitivo di 24 vinte e 58 perse, il secondo peggiore nella storia della Franchigia.
Nel corso degli ultimi due mesi, in ogni caso, l’interesse per le singole partite e per i miglioramenti dei tanti giovani era sentito quasi solo dalla squadra, perché tifosi e media erano impegnati in ragionamenti più o meno astrusi sulla lotteria, sulle scelte, sugli scambi di mercato (e non poche voci circolavano già su un Garnett in possibile uscita da Minnesota) e sull’eventuale rinnovo del contratto di Rivers: pur sempre difeso da Ainge e dalla proprietà, era chiaro che iniziare una stagione con il contratto in scadenza (la cosiddetta “lame duck”) per "Doc" non poteva essere un’opzione accettabile, ma le critiche non erano leggere nonostante il gruppo dimostrasse in ogni gara uno spirito ben diverso da quello che il record disastroso avrebbe potuto far presumere: decisioni non sempre efficaci, rotazioni non sempre consolidate oltre alla condivisione delle scelte sui giocatori operate da Ainge senza poi il minimo risultato in termini di vittorie, senza dimenticare le osservazioni sulla sistematica inferiorità rispetto agli avversari ai rimbalzi, in difesa e per palle perse: a questo punto, molti si domandarono se davvero valesse la pena confermare il coach.
Il “collegio difensivo”, numericamente molto inferiore rispetto all’accusa, rilevava che, prima di tutto, l’incredibile sequenza di infortuni era già una causa dei problemi della squadra e, in primis, un Ratliff fuori dopo solo due partite aveva privato il già scarno settore dei lunghi di un importante elemento; in secondo luogo in allenamento era difficile comunque costruire qualcosa, soprattutto con un gruppo di giovani, in simili condizioni (a fine marzo ci furono occasioni con solo otto giocatori in grado di allenarsi!), figuriamoci in partita! Per esempio, il 4 aprile erano arrivati a Boston i campioni in carica di Miami e il quintetto che Rivers era stato costretto a schierare era composto da Rondo e Allan Ray (due rookie) da guardie, Green e Gomes (entrambi al secondo anno) da ali e Perkins in centro, mentre dalla panchina avevano contribuito Powe, Telfair (altri due "novellini") e Kevinn Pinkney (firmato con un decadale tre giorni prima)! E la questione infortuni non era un scusa, perchè oltre alle sole due presenze di Ratliff, Pierce si era fermato a 47, Jefferson a 69, Sczcerbiak a 32, West a 69 e Allen a 33. Nessuno aveva disputato tutte le partite, e solo in tre (Green 81, Rondo e Telfair 78) ci erano andati vicini...come si poteva impostare una continuità di gioco e soprattutto di allenamento sufficiente?
Era poi impossibile valutare il lavoro fatto quotidianamente in palestra, ma i progressi dei giovani parlavano chiaro anche senza scomodare incontri di fine stagione (vedi quella del 7 aprile contro Indiana nella quale Rondo sommò 14 punti con 8 rimbalzi, 8 assist e 7 recuperi). Jefferson era ormai un titolare fatto e finito, l’Allen pre-infortunio aveva dimostrato doti insospettabili, Perkins era ancora rozzo e soggetto ai falli, ma fisicamente e difensivamente dava molte certezze. E poi c’era la continuità di Gomes, anche lui a livelli di eccellenza per un giocatore al secondo anno. L’accusa (e si distingueva tra tutti un severissimo quanto frettoloso Bill Simmons su ESPN) ribatteva che, a parte Jefferson, gli altri progressi erano solo figli di una maggiore esperienza di gioco dovuta non a scelte dell’allenatore, ma a una situazione infortuni che avrebbe dato minuti a chiunque e comunque per molti con una discontinuità che faceva disperare. La difesa aggiungeva, invece, che i giocatori erano totalmente dalla parte dell’allenatore, e che “Doc” era stato in grado di tirare fuori il meglio possibile in una situazione poco favorevole. Lo stesso Ainge in un’intervista di metà aprile sull’Herald aveva dichiarato che Rivers era un buon insegnate e allenatore e che quasi tutti i problemi in partita dipendevano da errori nell’esecuzione da parte dei ragazzi in campo piuttosto che per scelte dell’allenatore.
La stagione finì il 18 aprile con l’ennesima sconfitta, la numero 58, l’ultima di un incubo durato tre mesi. In attesa delle scelte sul coach e dalla lotteria, l’ambiente non ebbe modo di rilassarsi perché il 20 aprile “Bassy” Telfair trovò il modo di mettersi davvero nei guai: alle 4 di mattina venne fermato per eccesso di velocità (77 miglia all’ora con limite a 45) e con una patente sospesa, in più, a completare la situazione, nell’auto venne anche trovata una pistola carica. L’episodio scatenò l’ira di Grousbeck il quale staccò il nome del giocatore dall’armadietto nello spogliatoio sottintendendo così la fine dei giorni del playmaker a Boston. Nell’assordante calma della postseason, i discorsi continuavano a girare sulla lotteria e sulla terribile prospettiva di non arrivare a una delle prime due opzioni (Oden o Durant in ordine da definire): sarebbe stato meglio scegliere un altro giovane di belle speranze oppure scambiare la chiamata per un veterano? Il GM, ovviamente, si dichiarava aperto a ogni ipotesi, rilevando che ci sarebbero state ottime alternative anche dopo i due "big", ma il 10 maggio prese una decisione fondamentale per il futuro della squadra, rinnovando fino al termine della stagione 2009 il contratto di Rivers.
Apriti cielo! Mentre tifosi e parte dei media insorgevano, Ainge dichiarò che le doti di leader del "Doc" sarebbero state fondamentali per la continuità del progetto e dimostrò con i fatti che il risultato della lotteria non era decisivo per la sua scelta, aggiungendo poi che “X’s and O’s are overrated” e che quel genere di critica non lo preoccupava per nulla. Commentatori forse più realisti e attenti rilevarono che Rivers aveva sposato la “visione” di Danny dal primo momento e, al contrario di Jim O’Brien, non si era preoccupato solo di vincere ogni singola partita, ma si seminare per il futuro. E mentre, febbrilmente, si leggevano i profili degli universitari disponibili per il draft sperando che la dea bendata sorridesse ai Celtics, Grousbeck e Heinsohn (in qualità di portafortuna della squadra) preparavano i loro bagagli con destinazione Secaucus, nel New Jersey, a conoscere il destino della Franchigia.



Commenti
La scelta (e la gestione) di Rondo è stata grandissima, ma la riconferma di Rivers contro tutto e tutti è stato veramente un capolavoro di Ainge, poi nell'estate avrebbe completato l'opera .... speriamo non abbia ancora finito
Questo 2011/2012 sembrerebbe essere un anno un po' propedeutico al big bang come è stata l'estate 2007, con la differenza che allora si partì da un gruppo di giovani speranze, oggi da un gruppo super-maturo.
Non so voi, ma io accetterei volentieri una stagione come quella del 2006/2007 per averne poi una dopo come quella successiva ...
Lo stesso Rondo, in quella stagione da rookie, dimostrò solo qualche piccolo esempio delle sue doti; certo, non avremo mai la riprova di quello che quel gruppo sarebbe stato capace di fare crescendo insieme, ma l'esempio di OKC oggi (e un Durant non lo avevamo) dimostra che la strada sarebbe stata in salita.
Comunque una stagione che oggi possiamo definire fondamentale per quello che siamo oggi e la clamorosa rinascita dalle ceneri dell'anno successivo è stata ancora più dolce pensando alle sofferenze della stagione 06/07.
Ricordo pure io le levatacce, però lo spirito di quel gruppo mi piaceva tantissimo perchè Rivers li teneva in "linea di galleggiamento". Perdevano spesso di poco e nei finali a causa dell'inesperienza. Chiaro che la "striscia" negativa alla fine mi ha sopraffatto, ma la sfiga imperava suprema e dopo il centottesimo infortunio si può dire che le munizioni erano finite.
In ogni caso sono felice di aver fatto parte del "collegio difensivo" assieme all'avvocato Pulcini... :)
P.S. Su Green, Leo, ci credevo tanto pure io. Un tiro che spacca e due gambe per andare in cielo. Una guardia di 203 centimetri con quelle doti? Incredibile che tutto quel ben di dio sia finito perduto nei meandri di una testa disabitata...
Mi ricordo che per il Primo ICP avevi addirittura fatta una ipotetica Cover di NBA Live 2009 (girando il 6 e facendolo diventare un 9) con Gerald Green. Le attese forse erano spropositate, ma sparire dopo due anni (perchè lontano da Boston non ha fatto nulla), è stato veramene deleterio da parte sua.
Mi pare un esempio lampante di quanto la regola dell'anno di college obbligatorio sia stata necessaria, perchè sono certo che quell'anno sarebbe stato fondamentale per lui, come a Perkins è servita la prima stagione di "purgatorio" in attesa di essere fisicamente in grado di giocare.
Comunque ha gettato alcune basi per il ciclo successivo, se non altro..:)
Mah... la regola vale per alcuni, meno per altri. Ricordiamo che direttamente dal liceo sono usciti anche dei grandi campioni come Garnett e Moses Malone, solo per citarne due.
Adesso tutti a sparare sul povero Gerald, io però ricordo che proprio nella stagione 2006-2007 fece registrare almeno quindici partite con venti o più punti segnati, e che chiuse con 17 punti di media e con oltre il 35% da tre. Di talento quindi ce n'era, purtroppo quello che mancava era un "processore" di generazione superiore, ed il piccolo "486" non riusciva a processare anche la difesa.
son d'accordo. Dimostrazione il fatto che anche in Europa non abbia spostato piu' di tanto e con quel fisico e quel tiro e' un vero delitto.
Squadra interessantissima quei Celtics anche se poi ultraperdente, con Jefferson e Perkins che promettevano faville, Rondo che sprizzava talento da ogni poro, Pierce, Tony, West e Gomes tosti e solidi, Green che sembrava avere tutto per essere una sorta di McGrady del XXI secolo. Ero molto possibilista su quella squadra.
Ero uno di quelli non troppo fan di Rivers all'epoca perche' non mi sembrava a suo agio con una squadra molto giovane dove doveva fare da maestro a quella che sembrava una formazione NCAA piuttosto che una squadra NBA. In realta' ha fatto crescere, anche grazie alle ottime scelte di Ainge, un gruppo di giocatori che con l'esclusione di Green, sono ancora tutti nella NBA con ruoli importanti nelle rispettive squadre. Chiaro che dal lavoro di quell'anno sia nata la squadra vincente dell'anno successivo.
Proprio quella quindicina di partite sono la testimonianza dello spreco di talento che c'era eccome; però, Fabio, ricordiamo anche le tante, tantissime occasioni in cui Green faceva disperare il povero Rivers dal punto di vista dell'approccio e dell'applicazione mentale, soprattutto difensiva e, in quella stagione, non c'era un Garnett o un Thibodeau a far capire al ragazzo cosa significasse difendere nell'NBA.
Le notti insonni per vedere questo gruppo di "burbette" sapendo che quasi sicuramente avrebbero perso la partita di turno non erano esattamente gioiose, ma all'epoca mi concentravo solo sulle giocate in post di Al Jefferson, sulla solidità di Ryan Gomes, sulle "diavolerie" di Delonte West e Tony Allen...insomma, cercavo di vedere "raggi di luce" per il futuro e riuscivo ad emozionarmi ugualmente...
League Pass poi non era ancora accessibile per noi europei, però quando l'NBA lo mise "in chiaro" per un periodo di prova mi gasai parecchio al pensiero che un bel giorno questo mezzo sarebbe stato migliorato ed esteso al resto dei continenti...un "buzzer beater" di Pierce in casa dei New Jersey Nets riuscì a mandarmi in visibilio...insomma, ci si accontentava di poco all'epoca...
Chi l'avrebbe mai detto che solo un anno dopo ci saremmo infilati l'anello al dito con il più incredibile "turnaround" della storia della lega?
Ottimo articolo Michele, in cui peraltro si evince la tua difesa ad oltranza dell'operato del nostro duo dinamico Danny-Doc...
rondo, west, durant jefferson, perkins, una panchina lunghissima ( allen, gomes..) con pierce ceduto per scelte e altri giocatori strumentali..
pero' direi che va bene anche il titolo del 2008!!
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