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ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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La Storia dei Celtics
Il viaggio annuale d’esordio per il nuovo timoniere “Doc” Rivers si era concluso con un soddisfacente bilancio di 45 vittorie e 37 sconfitte e con una tutto sommato accettabile uscita dai playoffs dopo aver combattuto per sette estenuanti partite contro i Pacers di Reggie Miller. Il ritorno a stagione in corso di Antoine Walker, la sapiente regia di Gary Payton e gli ottimi contributi dei “rookie” Tony Allen, Al Jefferson e del “sesto uomo” Ricky Davis uniti a quel meraviglioso terminale offensivo chiamato Paul Pierce erano stati i propulsori che avevano spinto Boston al titolo divisionale dopo 13 anni e che le permettevano ora di guardare al futuro con un certo ottimismo.
Sì, perchè talento, atletismo e gioventù abbondavano in un roster piuttosto variegato che però necessitava di maggior solidità sotto le plance, stante la perenne incostanza di Mark Blount e le costanti magagne fisiche di Raef LaFrentz. Nonostante tutto però a provocare “emicranie” estive a Danny Ainge era la spinosa questione dei “free-agent” Walker e Payton; anche in questa occasione l’iperattivo mormone non avrebbe esitato a prendere decisioni impopolari in nome di una “visione” che alla maggior parte degli addetti ai lavori appariva ancora oscura.
Se c’era una pratica nella quale il dirigente bostoniano aveva sempre dimostrato di brillare, questa era la valutazione del talento dei giovani, ed il Draft del 2005 ne diede ulteriore conferma. Il 28 giugno al Madison Square Garden di New York a gioire furono soprattutto i tifosi di Utah Jazz (Deron Williams) e New Orleans Hornets (Chris Paul), ma la soddisfazione degli appassionati del Trifoglio fu di poco inferiore a quella dei Bucks che avevano scelto l’australiano Andrew Bogut al numero uno: Ainge infatti, con il “pick” numero 18 si assicurò i servigi del texano Gerald Green, diciottenne All Star liceale da Gulf Shores Academy che alla vigilia era stato indicato addirittura come una delle possibili prime cinque “chiamate”. Il ragazzo appariva ovviamente “acerbo” ed eccessivamente leggero per un ruolo da ala piccola o guardia tiratrice ma durante la Summer League aveva fatto vedere cose spettacolari sia attaccando il canestro che colpendo da fuori. Insomma, il classico “prospetto” iper-talentuoso (e dotato di un cognome beneaugurante) sul quale lo staff tecnico avrebbe speso volentieri tempo ed energie...
Se trovare Gerald Green ancora libero alla 18 era stata una lieta sorpresa, il GM biancoverde fu felicissimo di constatare che alla cinquantesima (!) scelta Ryan Gomes da Providence era ancora disponibile. Giocatore eclettico, estremamente solido e capace di muoversi con disinvoltura tra le due posizioni di ala, il ragazzo si guadagnò un contratto triennale mentre coach Rivers intravvedeva la possibilità di schierarlo in campo fin da subito dichiarando che Ryan era “già pronto per l’NBA”. Meno attraente ma pur sempre interessante apparve anche l’ultima scelta del "rosso" in quel draft quando con la chiamata numero 53 optò per Orien Greene, guardia di 193 centimetri dall’Università di Louisiana-Lafayette.
Subito dopo il draft fu il “Walker-gate” a tenere banco sulle pagine dei giornali sportivi bostoniani e tra i pensieri estivi di un sempre indaffarato Danny Ainge. Questi non era certo tra gli estimatori di un atleta del quale non apprezzava il carattere, l’impatto nello spogliatoio, la tendenza al protagonismo in campo e la facilità con la quale nella off-season lasciava che il suo “giro-vita” tracimasse; alla vigilia della stagione 2003-04 il talentuoso “Toine” era già stato spedito a Dallas per poi tornare nel febbraio del 2005 in una decisione che era apparsa piuttosto contraddittoria.
A distanza di quattro mesi il GM era conscio che le priorità del ventinovenne “Genius” fossero ottenere l’ultimo contratto lungo e corposo (aveva già accumulato oltre 75 milioni di dollari nei primi nove anni di carriera NBA) e così confermare lo “status” di stella. Ma ai dubbi di natura tecnica (Walker pareva aver già dato il meglio di sè come giocatore) e comportamentale sommavano quelli legati alla gestione del “cap”. Ainge si era infatti ripromesso di non perpetuare gli errori commessi dal duo Pitino-Wallace in precedenza e concedere un ricco contratto ad Antoine Walker non rientrava certo nei suoi piani. Le posizioni delle due parti erano perciò chiare: il front office era disponibile ad un rinnovo solo su cifre del valore della MLE (intorno ai 5 milioni), e perciò le trattative con l’atleta ed il suo agente sembrarono destinate a fallire fin dal principio. Troppa era la differenza tra domanda ed offerta, ed allora il 2 agosto del 2005, come parte di una “trade-record” che coinvolgeva ben 5 squadre e 13 giocatori, 'Toine ottenne il bramato contrattone (53 milioni di dollari per 6 anni, poi ridimensionato da clausole legate al raggiungimento di determinati obiettivi che lo avrebbero “limitato” a poco meno di 32 milioni in 4 anni) solo previo “sign & trade” con un biglietto aereo alla volta di Miami. Boston in cambio ottenne una “trade exception”, i diritti a due seconde scelte future, due atleti poi “tagliati” (Qyntel Woods e Curtis Borchardt) e l’acquisizione dei diritti sullo spagnolo Albert Miralles che non avrebbe mai giocato in NBA. In un caso decisamente anomalo rispetto al suo classico modus operandi Ainge aveva favorito il passaggio ad un’altra squadra di un elemento "scomodo" ottenendo una contropartita praticamente nulla dal punto di vista tecnico. Se non altro la “trade exception” gli permise di completare il “parco guardie” portando nella “Beantown” il playmaker Dan Dickau, ed una volta ultimati gli stravolgimenti al roster con la firma del free agent Brian Scalabrine era già il momento di cominciare a giocare la regular season.
Attorno all’unica vera certezza, il capitano Paul Pierce (nell’estate fatto oggetto di svariati “rumors” di mercato poi fortunatamente non concretizzatisi), c’erano parecchi dubbi ed altrettante speranze: perse l’esperienza e la classe di veterani del calibro di Walker e Payton, “Doc” Rivers doveva per forza di cose affidarsi ancor di più al suo numero 34 e ad un discreto Ricky Davis. Era altresì necessario lavorare sullo sviluppo dei vari Tony Allen, Delonte West ed Al Jefferson. Dan Dickau era chiamato a confermare gli ottimi numeri registrati a New Orleans (oltre 13 punti e 5 assist di media con ammirevoli doti balistiche), mentre sembrava che il “coaching staff” avesse esaurito pazienza e speranze di cavare qualcosa da Marcus Banks, guardia dalle ottime doti atletiche ma dal limitato QI cestistico.Un ulteriore “step up” era richiesto in particolar modo a quel pacchetto-lunghi che poche garanzie aveva dato alla squadra fino a quel momento. Mark Blount dopo aver “firmato” un generoso contratto (quasi 42 milioni di dollari per 6 anni) l'annoprecedente sfruttando circostanze favorevoli (poco tempo prima due centri “mestieranti” come Eric Dampier di Dallas e Kelvin Cato di Orlando avevano ottenuto emolumenti superiori ai 7,7 milioni a stagione) aveva costretto Ainge ad un raro caso di sopravvalutazione; LaFrentz, limitato da ginocchia di cristallo, non riusciva a contribuire quanto un fisico ed un talento sopra la media avrebbero dovuto garantire e Perkins appariva ancora troppo acerbo per poter coprire un ruolo da protagonista nel “pitturato”. Certo l’entusiasmo non mancava, ma sarebbe presto stato raffreddato da un’incredibile catena di infortuni che avrebbe falcidiato questi Celtics.
All’esordio stagionale nell’ex-Fleet Center - appena ribattezzato TD Banknorth Garden - i biancoverdi affrontarono i Knicks di Stephon Marbury, Eddy Curry e Quentin Richardson, dando vita ad un incontro spettacolare e “tiratissimo”: privo di Tony Allen, appena operato al menisco, e Dan Dickau, “Doc” Rivers dovette spremere il quintetto base e questo rispose alla grande con Ricky Davis a quota 27 punti, Pierce a 30 con 12 rimbalzi (nonostante un misero 6 su 18 “dal campo”), un favoloso Delonte West a “flirtare” con la “tripla doppia” (14 punti, 9 rimbalzi e 9 assist con 3 recuperi e 4 stoppate!) e buoni contributi da Blount (19 e 5 “carambole”) e LaFrentz (14 e 9) fino allo sforzo extra di un tempo supplementare che si sarebbe concluso col brillante parziale di 20 a 6 per i padroni di casa. Il 114-100 finale scatenò gli applausi del pubblico bostoniano e fece passare in secondo piano l’infimo contributo della panchina (10 punti in totale) i cui unici “sussulti” erano stati una “tripla” di Scalabrine e dagli 8 rimbalzi in appena 12 minuti di un Al Jefferson ancora un po’ ingenuo in difesa. Due sere dopo contro Detroit Pierce e compagni giocarono un incontro gagliardo ed a zero-secondi-e-otto-decimi dalla sirena si trovavano in vantaggio per 81 a 80: Ricky Davis perse su un blocco “Rip” Hamilton che freddò i Celtics. I 28 punti di un ottimo Pierce non erano stati sufficienti a bilanciare l’improduttività delle seconde linee che avevano racimolato la miseria di 7 punti frutto di un orribile 1 su 12 complessivo al tiro. Nel “back to back” a Charlotte ci fu invece bisogno ancora di un overtime per decidere l’incontro; questa volta l’apporto della panchina fu positivo con l’esordiente Dickau a contribuire con 5 punti e 7 assist in 21 minuti, Al Jefferson a quota 12 punti 4 rimbalzi (con i soliti 5 falli in appena 19 minuti) ed un Perkins molto combattivo sotto le plance (10 “carambole” in 25 minuti d’impiego). Purtroppo a latitare furono i pivot titolari, LaFrentz e Blount (entrambi fuori dalla partita troppo presto per 6 falli), ed i 32 punti di Pierce a nulla valsero nel 107-105 a favore dei Bobcats di Gerald Wallace.
I successivi tre incontri casalinghi consecutivi furono all’insegna del più classico “up & down” bostoniano, molto in voga già nell’annata precedente: una vittoria di misura su Memphis, una sonora sconfitta con gli Spurs ed un’affermazione “prepotente” sui Rockets (con LaFrentz a firmare la sua migliore prestazione in maglia Celtics: 32 punti, 8 assist , 3 stoppate ed un eclatante 7 su 9 nel tiro da tre punti).
Purtroppo il 3-3 in classifica avrebbe rappresentato inaspettatamente l’ultimo record stagionale “positivo” (almeno il 50% di vittorie sul totale di incontri disputati) per quella squadra da “lavori in corso”, e neppure il vantaggio di poter giocare in casa 11 delle prime 15 gare della “regular season” giovò ad una compagine che dietro a Pierce e Davis cominciava a patire la mancanza di esperienza e di quella “furbizia” che solo veterani del calibro di Gary Payton sarebbero stati in grado di insegnare ad un gruppo molto giovane. E così il resto del mese di novembre “scivolò” via con tre vinte (su Toronto, Charlotte e Philadelphia) e sei perse, alcune delle quali assolutamente indecorose: ad Atlanta Boston avrebbe concesso la gioia della prima “W” stagionale ai derelitti Hawks (fino ad allora a 9 sconfitte consecutive) per poi battere con qualche patema di troppo i Knicks al Madison ed intraprendere così il primo tradizionale viaggio verso Ovest. Nel frattempo coach Rivers, alquanto contrariato dallo scarso impegno profuso in campo da Mark Blount, aveva promosso in quintetto base Kendrick Perkins; la mossa non sortì alcun particolare beneficio a livello di risultati, ma almeno appariva chiaro il messaggio che la maglia bisognava sudarsela, e sotto questo aspetto “Perk” non aveva rivali. L’unica vittoria in quel “mini-trip” occidentale arrivò a New Orleans mentre a Houston, San Antonio e Dallas i Celtics subirono “mazzate” che fecero attestare il record su un triste 8-12. Il ritorno tra le “mura amiche” del Garden il 14 dicembre coincise con una buona vittoria sugli Indiana Pacers: Blount sembrò (almeno temporaneamente) aver reagito al “castigo” ed al rientro in quintetto (a scapito ora del parimenti passivo LaFrentz) fu il propulsore bostoniano con 22 punti per l’ 85 a 71 finale. Manco a dirlo, a questa affermazione interna fece seguito una sconfitta casalinga contro i Bucks nonostante un Pierce sempre più “tuttofare” (23 punti, 10 assist e 9 rimbalzi) ed un finalmente concreto Marcus Banks in uscita dal “pino” (12 punti, 4 assist e 2 “rubate” in 21 minuti d’utilizzo).
Il giorno successivo a Chicago il Trifoglio, con la spia della riserva accesa, "spiaggiò" come un vecchio cetaceo ed oltre a rimediare una sconfitta umiliante (86 a 118) perse pure Dan Dickau per il resto della stagione: il playmaker si ruppe il tendine d’achille in quella che si sarebbe rivelata essere l’ultima partita in maglia biancoverde ed i 3 punti e 2 assist di media in sole 19 apparizioni furono tutto quello che rimase di un’esperienza decisamente sfortunata sia per il giocatore che per la squadra. I Celtics continuavano ad andare a corrente alternata: con 9 vinte e 14 perse dovevano provare a dare una svolta ad un campionato fino a quel momento al di sotto delle aspettative. Marcus Banks prima e Pierce poi furono i protagonisti delle due affermazioni casalinghe su Golden State e Utah: Boston era l’ultima franchigia della lega a mettere in fila due successi consecutivi...ma a riportare presto tutti alla realtà fu la seconda “gita” ad Ovest dove la delusione per tre rovesci filati (Seattle, Golden State e Sacramento) fu solo parzialmente lenita dalla "W" a Los Angeles, sponda Clippers, nell’ultima notte del 2005.
Era però chiaro a tutti che quella squadra fosse un “cantiere aperto”, ed il 1 gennaio 2006 sul Boston Globe le parole di Bob Ryan fornirono un quadro nitidissimo della situazione: “I Celtics non sono una buona squadra. Non sono orribili, ma non sono nemmeno buoni. Se lo fossero potremmo andare al nuovo Garden ed aspettarci di vederli vincere nelle serate in cui affrontano squadre mediocri, ma non possiamo farlo perché questo gruppo può perdere contro tutti anche in casa. E’ una squadra completamente inaffidabile”. Ryan ne aveva anche per coach Rivers: “E’ l’uomo perfetto per rappresentare la tua squadra e la tua città, e conosce bene il gioco del basket. Ma vedo pochi indizi che la squadra stia accettando i suoi precetti. Siamo bene addentro a questa stagione, ed i Celtics non migliorano”. In effetti i biancoverdi avevano “sprecato” un calendario favorevole nei mesi di novembre e dicembre, ed ora si apprestavano ad affrontare la parte più difficile del campionato con problemi di infortuni ad affliggere diversi atleti.
Con Al Jefferson ad affiancare l’altalenante Blount in quintetto base Boston cominciò il 2006 perdendo a Denver per poi battere di misura Charlotte in casa e cedere ancora contro i giovani Hawks dell’ex Joe Johnson; con un record di 13 vittorie e 19 sconfitte l’unica vero motivo per sorridere fu il ritorno in campo di Tony Allen dopo il lungo stop (9 punti, 7 rimbalzi e tanta energia nei 30 minuti concessigli dal “Doc” contro Atlanta).
Nel frattempo Gerald Green veniva “parcheggiato” ai Lafayette Patriots in “Development League”: non si trattava di una bocciatura, dato che lo staff tecnico riteneva “soddisfacente” il processo di crescita del talentuoso giovane (capace oltretutto di aggiungere quasi dieci chilogrammi di muscoli all’impalcatura longilinea) quanto piuttosto della necessità di concedere minuti di gioco e protagonismo ad un ragazzo che avrebbe dovuto rappresentare il “domani” dei Celtics e che Danny Ainge non voleva rischiare di “bruciare” nella delicata situazione momentanea della squadra. Il campo infatti continuava a fornire responsi negativi ed il successivo “filotto” di 10 partite servì solo a confermare il trend stagionale a livello di risultati (con 4 vittorie e 6 sconfitte) e di prestazioni individuali: Paul Pierce stava giocando una stagione sublime, con l’aggravante di dover fare “pentole e coperchi” (oltre 26 punti, 7 rimbalzi e 5 assist ed un ottimo 47% di realizzazione); Ricky Davis era l’unica vera “spalla” per il capitano con quasi 20 punti di media ad incontro e la conferma di una maggior costanza di rendimento, anche se la valutazione era un po’ “raffreddata” dalla scarsa propensione alla difesa. Dietro al duo di “cannonieri” le note migliori giungevano senza dubbio da un Delonte West sempre più inserito all’interno delle dinamiche di squadra: certo, in cabina di regia non sempre mostrava la lucidità che un regista dovrebbe possedere soprattutto a livello di “gestione del tempo” e di esecuzione di schemi, ma la sua esplosività e l’energia messa in ogni giocata erano apprezzate da coach Rivers e dal sempre attento pubblico bostoniano. Al Jefferson abbinava meravigliosi movimenti in post basso ad un’estrema facilità nel ghermire i rimbalzi, ma al tempo stesso appariva ancora “inadeguato” a livello difensivo e tremendamente propenso al fallo “facile”, mentre Blount e LaFrentz continuavano imperterriti nella loro “altalena” di prestazioni offensive, non dimostrando la benchè minima applicazione nella propria metà campo, e soprattutto il primo stava esaurendo i “bonus” di pazienza che il "Doc" aveva utilizzato su di lui. Perkins era invece l’esatto contrario: un guerriero pronto a “guadagnarsi la pagnotta” in ogni secondo di gioco ed uno strenuo difensore in costante miglioramento con l’unica grave pecca di essere un “non-fattore” in attacco. Ryan Gomes, dopo un inizio “in sordina” si stava ritagliando spazi sempre più importanti, e da lì a poco sarebbe definitivamente entrato, per meriti propri, nelle grazie dell' allenatore. Questi, d'altra parte, dopo una stagione d’esordio senza dubbio positiva e promettente, stava ora pagando eccessivamente per le lacune, l’inesperienza e la jella (leggasi infortuni) della propria squadra: alcuni settori della stampa specializzata e della tifoseria “meno paziente” cominciarono a criticare apertamente la gestione tattica e la “rotazione”; questa discussione avrebbe tenuto banco soprattutto nella stagione successiva...
Intanto stava per deflagrare un’altra la “bomba”: il 26 gennaio del 2006 Danny Ainge sconvolse ancora il mondo celtico con una trade che generò le più disparate reazioni. Mandò a Minnesota Ricky Davis, Mark Blount, Justin Reed e Marcus Banks più due future scelte da secondo giro del draft per ottenere dai Timberwolves Wally Szczerbiak, una prima scelta, Michael Olowokandi e Dwayne Jones. Allo sdegno di maggior parte dell’opinione pubblica causato dalla perdita di Ricky Davis, “Trading Danny” come al solito fece “orecchie da mercante”; non era certo facile al tempo capire quanto a lungo termine fosse la strategia del massimo dirigente bostoniano, ma dal punto di vista finanziario era ineccepibile se non addirittura necessaria. Ancora una volta il GM valutò attentamente il salary cap della franchigia: con le cessioni di Davis e Blount (tanto apprezzato il primo quanto ormai “bruciato” il secondo) ci si liberava di due contratti lunghi ed onerosi, si otteneva uno “scorer” di qualità (Szczerbiak), una prima chiamata ed un giocatore in scadenza a fine anno (Olowokandi). Insomma, chi avrebbe mai detto che quest’operazione (unita ad altri scambi orchestrati precedentemente e successivamente) solo 18 mesi più tardi avrebbe dato il via a quella catena di avvenimenti che si sarebbe conclusa con l’approdo di Ray Allen e Kevin Garnett a Boston?Certo, dal punto di vista tecnico nell’immediato non vi furono vantaggi concreti: se Wally faceva più o meno “scopa” con Ricky Davis, Olowokandi ormai aveva chiaramente deluso le aspettative che di solito si ripongono in una prima scelta assoluta (nel draft del 1998) ed in questo senso il pur indisponente Blount appariva molto più affidabile. Ainge continuava ad accennare alla parola “playoffs” ma ormai erano in pochi a crederci, con un bilancio di 17 vittorie e 25 sconfitte. Il 27 gennaio al Garden i Celtics affrontarono i malandati Sacramento Kings di Mike Bibby e Ron Artest, ma nella serata d’esordio di Wally Szczerbiak (10 punti per lui) furono Perkins e Jefferson, con 13 ciascuno, i migliori di Boston nell’ 84 a 74 finale. Da lì in poi il diluvio: sei "L" consecutive, compresa quella rimediata a Miami nel primo re-incontro stagionale con gli ex Payton e Walker (futuri vincitori del campionato), e finalmente una seconda metà di febbraio positiva con due sole sconfitte e cinque vittorie, la più “dolce” delle quali in casa dei Lakers con un Pierce devastante (39 punti e 7 rimbalzi nel 112-111 finale). Il roster intanto si stava riducendo all’osso a causa di nuovi infortuni subiti da Perkins, Jefferson, West e Szczerbiak.
Marzo fu un altro mese di “montagne russe” e nonostante un computo parziale negativo (7-9) le poche soddisfazioni arrivarono dalle prove di un sempre più solido e costante Ryan Gomes che con picchi sorprendenti (27 punti e 9 rimbalzi il 7 marzo a Washington, 29 ed 11 la sera dopo contro Philadelphia) si era confermato in quintetto base; alcune giocate in “crunch-time” di un Pierce sempre in gran spolvero avevano inoltre permesso al Trifoglio di ottenere belle vittorie su Nuggets e Wizards, portandogli in dote il premio come miglior giocatore della seconda settimana di marzo nella Eastern Conference . Szczerbiak intanto cominciava ad “ingranare” dalla lunga distanza con percentuali attorno al 40%, Tony Allen si confermava una fonte d’energia importantissima ed Orien Greene sostituiva degnamente l’infortunato Delonte West nel quintetto iniziale. A venti giorni dalla fine della regular season la classifica però languiva a 30 vinte - 42 perse ed una volta fallito il traguardo playoffs coach Rivers in aprile optò ancora di più per la “linea verde” concedendo maggior spazio ai vari Tony Allen, Kendrick Perkins, Orien Greene e Gerald Green, con Ryan Gomes a coronare un campionato incoraggiante con l’introduzione nel secondo quintetto “All Rookie”. Ma gli infortuni condizionarono il lavoro del "Doc" fino all’ultimo: il 10 aprile Szczerbiak si sottopose ad artroscopia per riparare la cartilagine del ginocchio sinistro mentre le martoriate caviglie costringevano Al Jefferson a chiudere in anticipo una stagione inferiore alle attese dopo le ottime sensazioni destate nell’anno da rookie.
Nelle ultime dieci partite Boston raggranellò solo tre vittorie chiudendo il campionato con un magro bottino di 33 vinte e 49 perse. Paul Pierce venne tenuto a riposo negli ultimi tre incontri: non aveva senso rischiare un infortunio dopo una stagione in cui aveva fatto registrare medie di 26.8 punti, 6.7 rimbalzi e 4.7 assist in 79 partenze in quintetto ed aveva confermato di essere tra i giocatori-elite della lega. Il cartello “lavori in corso” continuava a fare bella mostra di sé nel “cantiere” di Danny Ainge, ma la pazienza dei tifosi incapaci di dare un senso alle “grandi manovre” del GM si stava esaurendo e sarebbe stata messa ad ancor più dura prova l'anno successivo.



Commenti
Insomma, un draft sorprendentemente profondo, nel quale in molti hanno sbagliato le loro valutazioni e Ainge tra questi, non tanto per il talento del giocatore, quanto per la sua testa, davvero tanto immatura.
E anche lo scambio di Walker diede molto spazio alle discussioni, vista la relativa contropartita, ma ricordiamoci che, alla fine, fu quasi un favore di Ainge a Walker (il quale si dimenticò subito della parola riconoscenza) e fu vista addirittura come una tragedia la trade con Minnesota, dimenticando che Blount era di pessimo esempio ai giovani lunghi (oltre che terribile tecnicamente) e che, in verità, Davis era un mezzo doppione di Pierce, mentre Wally poteva aprire molto meglio il campo.
Ma i soliti infortuni e la abbondantissima dose di gioventù del roster avrebbero posto le basi per l'indimenticabile stagione successiva......
la stagione fu la classica stagione di transizione sciupata da infortuni pesanti, con ainge gia criticato per la sua condotta a vista, perchè a boston una stagione di transizione non si accetta...fu cmq sempre meglio di quella dell'oden derby con le continue voci su scambi di pierce..
Mi piaceva molto Ricky Davis e fu mandato via, pensavo che Gerald Green potesse diventare un ottimo giocatore e invece oggi gioca in squadre di seconda fascia del campionato russo, contavo sul riscatto di Banks e invece niente, ad un certo punto ho sperato persino che potese migliorare Olowokandi...
Meno male che invece Ainge stava capendo tutto e anche bene.
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