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Granger con questi 2 sembra decisamente di troppo....e mettendolo sul ... -
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Daccordo con i complimenti, ma correggerei con: "...bravo Wallace che ... -
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Noi eravamo più o meno riusciti a prendere le misure ai Knicks, ma non ... -
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La finale di conference e un risultato importante, bravo Wallace che ...
La Storia dei Celtics
Nel pomeriggio del 1 novembre 2006 il TD Garden era ancora deserto. Mancavano poche ore all’inizio della prima partita di campionato nella quale i Boston Celtics avrebbero affrontato i New Orleans Hornets, quando una ragazza carina si arrampicò sulle gradinate fino a raggiungere la poltroncina numero 1 nella settima fila della sezione 12. In mano aveva un bouquet di 16 rose verdi con in mezzo un sigaro “Hoyo de Monterrey Excalibur”. Tessa Courtemanche, manager della sezione amministrativa dei Celtics, indugiò un attimo prima di adagiare le rose sul sedile giallo e grigio ed aggiustarle con quella grazia che solo le donne possiedono. Era quasi ironico che fosse una ragazza ad appoggiare delicatamente le rose sulla sedia dell’uomo che nella sua vita con le rappresentanti del gentil sesso si era sovente dimostrato burbero e scontroso ai limiti della misoginia. Quel seggiolino era il posto riservato ad Arnold “Red” Auerbach. Il “Padre del Pride” era passato a miglior vita solo quattro giorni prima, il 28 di ottobre.
Negli ultimi anni la salute del Patriarca era andata lentamente ma inesorabilmente degenerando. L’operazione per un tumore al colon, una caduta, problemi cardiaci lo avevano indebolito rendendogli difficoltosa la respirazione. Ecco quindi che mercoledì 25 ottobre, per la consegna del “Lone Sailor Award”, il riconoscimento che premia ex marinai distintisi nella vita civile, “Red” per facilitare le respirazione aveva dovuto far ricorso all’ossigeno. Nonostante le cannule infilate nel naso era apparso in ottimo spirito, aveva ricordato la sua permanenza nella Marina statunitense dal 1943 al 1946 presso le basi di Norfolk in Virginia e Bethesda, Maryland ed aveva ringraziato per il riconoscimento con parole che sottolineavano ancora una volta il suo profondo spirito patriottico e l’orgoglio di aver indossato la divisa della gloriosa “U.S. Navy”.
Il giorno seguente, però, le sue condizioni si erano improvvisamente aggravate, tanto da costringere i familiari al ricovero presso il Suburban Hospital di Bethesda. Nonostante il personale medico si fosse prodigato al massimo, Auerbach non era riuscito a superare la crisi, e c’era forse un disegno più grande se aveva salutato la vita da quell’ospedale del Maryland pochi giorni dopo aver ricevuto il “Lone Sailor Award”: era proprio a Bethesda che sessant’anni prima, nell’estate del 1946 si era congedato col grado di Tenente di Vascello dopo tre anni di servizio.
E le accuse di razzismo mosse a lui ed ai Celtics negli Anni Ottanta da decine di persone ignoranti (tra le quali il giornalista newyorchese Harvey Araton) fanno sorridere, se si considera che ancora nel 1982, come riportato da un’ampia documentazione presente negli archivi dell’FBI, per il suo ruolo di pioniere dell’uguaglianza civile “Red” riceveva minacce di morte dallo squilibrato di turno: “vorrei prendere un tubo di ferro o un crick e fracassare il cranio pelato di Auerbach in mille pezzi”, si leggeva nella lettera dell’anonimo fenomeno. Ma – sinceramente – cosa c’era di razzista nel mettere in squadra Hall of Famer come Larry Bird, Bill Walton o Kevin McHale? O All Star come Danny Ainge e Scott Wedman? Specie se nello stesso periodo di tempo aveva fatto arrivare ai Celtics i vari Robert Parish, Tiny Archibald, Dave Bing, Cedric Maxwell, Dennis Johnson, M.L. Carr, Reggie Lewis: tutta gente, che oltre al talento smisurato, aveva in comune una pelle color dell’ebano...
Ma Auerbach non era stato solo un uomo dal caratteraccio o un difensore dei diritti umani: era il più grande allenatore (9 titoli vinti sulla panchina dei Celtics) ed il più abile general manager (altri 7 titoli dietro una scrivania a costruire nuove dinastie vincenti) della storia NBA. Era stato anche un bravo insegnante, un ottimo padre e marito – nonostante le assenze dalla sua casa di Washington – ed un uomo sempre pronto ad aiutare gli amici con grande pragmatismo e senza troppo rumore. Tra le sue imprese un posto spetta di diritto all’aver costruito una solida amicizia con Bill Russell, uomo scostante e spesso sospettoso di coloro che avevano la pelle di un colore diverso dal suo. Nel 1958 “Russ” era riuscito ad alienarsi le simpatie della maggior parte dei caucasici dichiarando: “Non porto simpatia per gli uomini bianchi a causa del colore della loro pelle. Invece provo simpatia per la maggior parte dei neri proprio perché sono neri. Mostrami il più disgraziato e derelitto afroamericano e ti dirò che quell’uomo è mio fratello”. Eppure negli anni Auerbach aveva dimostrato al suo atleta ed amico che l’importante è quello che c’è nel cuore, e che esso ha lo stesso colore in ogni essere umano, a prescindere dal colore della pelle. Qualche settimana prima di morire, in quello che si rivelò l’ultimo incontro tra i due, al momento del commiato Bill stava uscendo dalla porta quando “Red” lo richiamò e gli disse: “Ascolta, Russ, è importante. Quando diventi vecchio, stai attento a non cadere, perchè è l’inizio della fine. Perciò ricordati, non cadere”. Il vecchio Leone sentiva la vita sfuggirgli e l’affetto per l’amico lo spingeva a togliersi per un attimo la “corazza” di uomo burbero per regalare all’amico un consiglio che poteva risultargli prezioso. Come aveva fatto tante altre volte su un campo da basket.
Il funerale ebbe luogo il 31 ottobre al cimitero ebraico King David di Falls Church, Virginia. Molti i Celtics presenti a salutare il Patriarca: da Bill Russell a Robert Parish, da Bob Cousy a Kevin McHale, da Tom Heinsohn a M.L. Carr. David Stern, Commissioner dell’NBA, prese la parola, ricordò la grandezza dell' Uomo e concluse con le parole: “Ha avuto una vita ed una carriera fantastiche, e ci aveva illusi che sarebbero durate per sempre”. Nella mattinata del 1 novembre la municipalità di Boston organizzò un tributo nella City Hall Plaza e migliaia di tifosi accorsero per testimoniare il loro affetto. Sullo schermo gigante vennero proiettate immagini della storia del Trifoglio che commossero il “popolo biancoverde”. Dal palco posizionato davanti ad un enorme arazzo raffigurante la sagoma di "Red" con un sigaro in mano, presero la parola il sindaco di Boston, Tom Meninno, il senatore Edward Kennedy – ottimo amico di Auerbach – ed il deputato Mitt Romney. Meninno dichiarò che “Red è una leggenda. Ha insegnato cosa sia l’eccellenza alla città di Boston ed ha dato vita al Celtic Pride”. Kennedy e Romney ricordarono come il "Grande Vecchio" avesse stabilito nuovi standard per l’eccellenza sportiva e contemporaneamente avesse sfondato barriere culturali che nessuno aveva osato toccare prima. Bob Cousy si commosse mentre ricordava il suo coach ed amico, e venne applaudito ancor più fragorosamente.
Nel pomeriggio i tifosi si spostarono al Garden, dove con un groppo in gola poterono notare il sedile vuoto nella sezione 12, fila 7, posto 1 con le sedici rose verdi sopra alle quali le delicate mani di Tessa Courtemanche avevano lasciato l’Hoyo de Monterrey Excalibur. Sul “jumbotron” scorrevano altre immagini del leggendario coach e GM, le sue battaglie, le sue vittorie. Quando gli atleti scesero in campo per il riscaldamento tutti notarono che per l’occasione sulle canottiere bianche dei giocatori biancoverdi era stata cucita una “patch” a forma di Trifoglio di colore nero con la scritta “Red” in verde. I Boston Celtics, troppo giovani ed inesperti in quel campionato di ricostruzione, persero la partita contro New Orleans per 87 a 91: nel corso della stagione ne avrebbero perse altre 57, ma quando una ventina di mesi dopo sarebbero tornati al successo nelle gare che contavano, il pensiero sarebbe subito andato al Patriarca. Il famoso “tiro libero con ringraziamento” di Paul Pierce nella serie contro Cleveland, e poi i sigari dopo la vittoria finale contro i Lakers testimoniavano un legame che continua nel tempo, oltre i confini della vita. Perché se nell’autunno 2006 era stato giusto piangere la morte della Leggenda, da quel giorno in poi i familiari, gli atleti, gli amici ed i tifosi avevano deciso di ricordare con un sorriso la sua esistenza e di ringraziare la fortuna di aver potuto godere della sua presenza.
Pubblichiamo a seguire i Red Auerbach “Shot”, ossia 17 brevi storie che ci raccontano l'uomo Auerbach. Gli Shot in realtà erano 16 al momento della pubblicazione originaria, avvenuta nei mesi seguenti la sua morte, il diciassettesimo è stato aggiunto dopo la vittoria del banner 17 nel giugno del 2008.
#1 - China Doll
Terzo millennio, ogni martedì Red Auerbach incontra i suoi amici nella zona della Chinatown washingtoniana in una rimpatriata. All’interno del grazioso ristorantino “China Doll” la “corte” del Patriarca si ritrova e discute di sport, politica e cento altre cose.
Tra gli invitati anche John Feinstein, “amnistiato” dopo aver scritto un libro sugli Indiana Hoosiers che poco era piaciuto a Red, visto che poco era piaciuto al suo grande amico Bobby Knight. Feinstein è però riuscito a rientrare nelle grazie del Patriarca biancoverde, e addirittura a prepararsi a scrivere un libro (“Let Me Tell You A Story”) che poi, nonostante alcuni errori marchiani (Anzio la mette in Normandia, ed il grande asso jugoslavo Radivoje Korac lo confonde con uno dei fratelli russi Alexander e Sergei Belov) è risultato simpatico e godibile, non fosse altro per alcuni racconti gustosi.
Uno di questi riguarda proprio Feinstein, grande amico di Mike Krzyzewski e tifoso di Duke. Durante uno dei convivi al “China Doll”, Auerbach, nonostante nutra una sincera ammirazione per “Coach K”, gli rimprovera di non aver saputo utilizzare appieno il talento offensivo di Tommy Amaker, sontuosa guardia dalla Virginia, poi coach a Michigan University e Harvard. “Sai, Red, - risponde Feinstein – ho visto Amaker giocare per quattro anni al college, e nonostante fosse un buon passatore e difensore, e fosse il regista di quella squadra, non mi è mai parso un buon tiratore".
Red lo squadra come si guarda qualcuno che ha seri problemi, e poi rivolgendosi a Morgan Wootten (sì, proprio il grande coach di DeMatha High School): “Morgan, com’era Amaker al liceo?” Wootten conferma: "Grande realizzatore, era impossibile fermarlo”. Occhiata sdegnosa di Red, perchè Feinstein insiste, finchè Rob Ades, un altro degli “habituee”, gli fa notare: “Ma John, ti rendi conto di cosa stai dicendo? Stai affermando che la tua valutazione di un giocatore è più precisa di quelle del migliore allenatore professionistico della storia e del migliore allenatore di liceo della storia…” Feinstein ci pensa su per un minutino e poi ammette: “Krzyzewski ha fatto schifo".
#2 - Il lavoro duro
Dei tre fratelli Auerbach, Arnold era sempre quello più attivo: se c’era da tagliare l’erba, aiutare il vicino, lavare qualche macchina o consegnare giornali, “Red” era il ragazzo giusto. Tanto che persino il fratello maggiore, quando aveva bisogno di qualche spicciolo, invece di chiederlo al “vecchio russo”, papà Hymie, si rivolgeva a “Red” e non rimaneva mai deluso. Nonostante fosse il più “pratico” dei tre (Victor era quello “colto”, Zangwell era l’artista – è l’autore del logo dei Celtics, per chi non lo sapesse) ed eccellesse negli sport, non era uno stupido: al liceo dopo un inizio claudicante si era messo di buzzo buono ed aveva cominciato ad ottenere risultati brillanti. E quando era passato alla George Washington University, nonostante fosse una delle stelle della squadra di basket, non trascurava né lo studio, né l’appoggio all’attività del padre: durante i periodi di maggior lavoro, un panino ed una bottiglia d’acqua, passava le notti a “pressare” i vestiti nella lavanderia di famiglia. A 15 cents per vestito, ce n’era di roba da “pressare” prima di fare giornata. Ma per la famiglia Auerbach, sfuggita alle persecuzioni antisemite in atto a Minsk alla fine del 1800, quella casetta al 246 di Lynch Street era una reggia, ed il lavoro duro non faceva paura.
#3 - Un taglio particolare
Gene Conley, che aveva lasciato i Celtics per giocare da lanciatore nei Milwaukee Braves del baseball, aveva bisogno di un po’ di dollari per riuscire a pagare la casa sulla quale aveva acceso un mutuo.
Arnie Risen si era appena ritirato, ed Auerbach aveva bisogno di un centro di riserva. Nonostante giocasse solo a baseball da cinque anni, al coach bostoniano ci volle poco per capire che “Gino” sapeva ancora giocare a basket, e bene. Tutto quello che restava da discutere era il contratto, ma il giocatore anticipò Red, e conoscendo il gran cuore del proprietario Walter Brown, passò prima da lui strappando un contratto da 20,000 dollari annui. Niente rispetto alle cifre dei giorni nostri, ma nell’autunno del 1958 erano soldini, e per dare un’idea la nuova casa del giocatore gli era costata 40,000 bigliettoni. Ma Auerbach non fu molto contento dell’accordo: era lì anche come Manager, e vedere che le scelte del proprietario mettevano in crisi il budget della squadra lo mandava in bestia. Così, il 18 novembre, alla prima occasione propizia, chiamò Conley nella stanza d’albergo e gli disse: “Gene, non stai giocando molto, e c’è la prima scelta Ben Swain che forse può aiutarci di più, e poi ci costi troppo. Sono costretto a tagliarti. Ma resta allenato, non si sa mai che tu ci possa tornare utile”. Il poveretto fece le valige e tornò a nella casa nuova del Wisconsin. Solo quattro giorni dopo, altra telefonata di Red. I Celtics avevano vinto due partite e ne avevano perse altrettante: “Gene, Swain non sta giocando molto bene, che ne dici di tornare?”. Certo che voleva tornare, “Gino”! “Però c’è un problema – gracchiò la voce all’altro capo del telefono – non possiamo rifirmarti alle stesse cifre. Possiamo darti la metà”. Conley non la prese male, anzi: sapeva bene che quello era il suo reale valore, e che nemmeno le stelle “alzavano” ventimila presidenti morti all’anno. Non c’erano agenti, avvocati, ed Associazioni di Giocatori, allora: altri tempi.
#4 - Le statistiche non significano nulla
Autunno del 1959, Red stava guidando (come al solito in maniera scriteriata) per una strada di campagna del Maine, diretto assieme a Gene Conley verso il luogo in cui i Celtics dovevano giocare un incontro di pre-stagione.
Stavano ascoltando alla radio la cronaca di un incontro delle World Series in cui il lanciatore Early Wynn stava guidando i White Sox ad un 9 a 0 dopo il terzo inning. Auerbach, uomo di basket, disse a Conley (l’unico giocatore ad aver vinto sia un titolo NBA coi Celtics che uno MLB come lanciatore) che gli sembrava sciocco mantenere in campo il proprio miglior pitcher, con quel vantaggio, col pericolo che si infortunasse. Al che Gene gli rispose: “Ma per regolamento deve lanciare almeno cinque inning, altrimenti la vittoria non gli viene accreditata”. “Macchissenefrega della vittoria! – sbottò il sanguigno coach – Vogliamo vincere le World Series o una stupida partita? Sei avanti 9 a 0, pensa alla squadra”! Conley dice che no, che si è sempre fatto così, ed i White Sox dopo cinque inning sono avanti per 11 a 0. “Hey – riparte Auerbach – ora la vittoria l’ha accreditata, giusto? Che aspettano a tirarlo fuori? Wynn è stagionato, e fa freddo a Chicago, in questo periodo dell’anno”. No, dice Gene, non lo tolgono perché sta lanciando uno “shutout”, cioè una gara senza subire punti. “Mi prendi in giro”! Auerbach non ci crede, e poco dopo i timori trovano conforto: Wynn s’infortuna al braccio: a causa del dolore lancerà male nelle altre due gare sul “mound” ed i White Sox perderanno le World Series contro i Dodgers. Commento del "Red"? “L’ho sempre detto e lo confermo: quello che conta è la vittoria, le statistiche non significano nulla”.
#5 - Il pugno che colpì Ben Kerner
Gara tre delle Finali 1957, la cornice è quella del Kiel Auditorium di St.Louis dove i Celtics stanno per affrontare gli Hawks.
Bill Sharman e Bob Cousy, durante il riscaldamento pre-partita, si avvicinano a Red dicendogli che il canestro sembra più basso. Auerbach chiede di verificare l’altezza, gli arbitri non trovano nessuna irregolarità, ma Ben Kerner, proprietario della squadra di casa ed ex datore di lavoro del coach bostoniano, infastidito per il ritardo e per quella che vede come una tattica per innervosire i suoi, si avvicina e lo offende. Red non ci pensa un attimo, e colpisce Kerner con un pugno: “Stavo parlando con gli arbitri, mi ha interrotto ed offeso”. Il 6 aprile 1957 gli Hawks superano i Celtics per 100 a 98, ma alla fine saranno i bostoniani a vincere il loro titolo, il primo di una lunga serie. In seguito, Auerbach e Kerner faranno pace, e quando si ritirerà, all’ultima gara al Kiel Auditorium Red riceverà splendidi regali ed un lungo applauso da parte del pubblico. Ringrazierà a suo modo, concludendo il suo breve saluto con un "Siete fortunati ad avere Ben Kerner" ai tifosi della (allora) franchigia del Missouri.
#6 - Il giorno che Pitino non si fidò di Red
Storia celtica abbastanza recente: estate del 1997, Rick Pitino è arrivato da poco, un po’ come un elefante in un negozio di terracotte, visto che tra le altre cose nella sua entrata trionfale ha tolto ad Auerbach il titolo di Presidente del Trifoglio.
Red però non se l’è presa troppo, o almeno non lo da a vedere. E quando il coach di origini italiane gli chiede un consiglio sui free-agent, il Coach non si tira indietro: "Fox e Wesley vanno rifirmati, non sono delle stelle ma sono comunque giocatori solidi che possono contribuire a lungo”. Pitino evidentemente non ritiene che l'uomo che ha vinto 16 titoli NBA abbia ragione (anche se lui non ne ha vinto nessuno) e lascia andare sia David Wesley (giocatore da doppia cifra di media nei punti segnati per 12 anni in fila) che Rick Fox (tre titoli in fila ai Lakers, che ad L.A. userà il numero 17 per prendere in giro i Celtics, come a dire "quando lo vincete il titolo numero 17"?). A tre anni di distanza da quell'estate, intervistato da Bob Valvano di ESPN, alla domanda se rimpiangesse di non aver tenuto i due giocatori nella “Beantown” Rick risponderà: “Sì, lo rimpiango, ma devi considerare che venivo da otto anni di basket universitario, e nelle mie decisioni ero costretto ad affidarmi all’opinione di altre persone”. Di almeno una persona, guarda caso il Coach più vincente nella storia NBA, Rick non si era fidato, però. Fortuna che Red aveva una buona memoria...
#7 - Red e le statistiche
“Ai miei giocatori dicevo che il loro contratto non dipendeva dai numeri che ottenevano in campo, ma da quello che vedevo con i miei occhi. E fino al giorno in cui non mi diranno COME o QUANDO i punti sono stati segnati, se quando contano o in garbage time, le statistiche non mi servono. Nessuno dei miei Celtics è mai stato pagato in base ai punti, agli assist o ai rimbalzi che prendeva, ma ha ricevuto contratti legati a quanto bene faceva quello che gli chiedevo di fare”.
#8 - Nello sport la democrazia non esiste
“In palestra, quando dicevo a qualcuno di fare qualcosa, la volevo fatta, e fatta subito. Siamo in democrazia, ma nello sport la democrazia non esiste perché non c’è tempo per tenerla in piedi. Ecco perché le mie parole erano legge. Se avessi dovuto fare una riunione ogni volta che dovevo decidere qualcosa, non avremmo combinato molto. E del resto cos’è la disciplina se non la corretta risposta all’autorità? Con i giocatori usavo quei proverbi, tipo ‘Forse non ho sempre ragione, ma so per certo che non ho mai torto’. E dicevo loro che non mi sarei mai preoccupato di farli felici. Loro erano in 12, ed io ero uno solo, quindi sarebbe stato molto più facile se loro mi avessero studiato per un po’ ed avessero trovato il modo di fare felice me, piuttosto che io mi mettessi a studiare il modo per accontentare ognuno di loro”.
#9 - ll training Camp del '61
Training camp 1961, come al solito Red costringe i Celtics a durissime sedute di allenamento, convinto che l’ottima condizione atletica sia fondamentale affinché la squadra parta bene mentre gli avversari non sono al “top”, e che la perdita di peso diminuisca il rischio d’infortuni per i giocatori. Eppure, quel briccone di Frank Ramsey al terzo giorno si avvicina all’allenatore e gli dice “Coach, stai invecchiando: non mi ricordo un training camp così facile”. Auerbach si sta domandando se gli allenamenti siano realmente più facili, se ultimamente stia trascurando il lavoro con i giocatori, e concentrandosi troppo sulle attività manageriali, quando il trainer si avvicina e lo informa che Carl Braun, ex stella dei Knicks giunta a Boston per chiudere la carriera come riserva, è quasi svenuto per la fatica mentre stava correndo:“Questo è un inferno, se paragonato ai 12 training camp che ho fatto a New York” biascica un debole Braun. Red ghigna, e morde il suo sigaro.
#10 - Un sorriso a dodici facce
Spogliatoio dei Celtics, a mezz’ora dall’inizio di una delle tante gare 7 di playoffs. Una delle tante, ma questa volta l’atmosfera è diversa. I reduci di mille battaglie e mille vittorie sono tesi, forse il peso degli anni che passano, forse la consapevolezza che nulla è eterno, sta di fatto che l’aria è pesante, ed ognuno è solo con sé stesso quando in passato erano stati un tutt’uno, uniti e compatti. Si apre la porta, il Coach entra e percepisce immediatamente la tensione. Il momento è importante, cosa farà o dirà per risollevare il morale ai suoi giocatori? Dodici facce lo guardano: “Hey, cos’è questo nervosismo? Siete abituati a questa roba! E poi, provate a pensare: se voi siete tesi, come credete che stiano nell’altro spogliatoio, quelli che con voi hanno sempre perso”? Dodici facce sorridono, pronte all’ennesima battaglia, ed all’ennesima vittoria. La Dinastia è anche questo.
#11 - Il "pride" anche nella sconfitta
Finale Est 1988: è la fine della Dinastia birdiana, ed in gara 6, il 3 giugno, i Pistons superano i Celtics per 95 a 90 interrompendo la striscia di Finali NBA consecutive a quattro. Ultimi secondi di gioco, nel carnaio di tifosi festanti del Pontiac Silverdome, Auerbach si alza lentamente dal suo posto a sedere, scende vicino alla panchina di Boston, e poi con calma e fierezza guida la squadra negli spogliatoi. E’ così che escono i campioni, il Pride non è solo una parola di cinque lettere, e Red lo ricorda a tutti anche nella sconfitta.
#12 - Red e l’overcoaching
Da fine psicologo, Red sa che l’overcoaching (lo stare “troppo addosso” ai giocatori) può diventare un problema pericoloso quanto la mancanza di allenamento, sia dal punto di vista atletico che da quello motivazionale: non si può tenere una squadra sempre sotto pressione, altrimenti prima o poi esploderà. Come evitare di sovraccaricare psicologicamente i giocatori prima di una partita? Loro si aspettano qualcosa dal coach, il famoso “pep talk”, ed allora lui parte in quarta: “Hey, Sharman, sempre con quelle barrette di cioccolato, eh? Te ne stai lì, come Mister America, a fare il pieno di energia, e non offri mai nulla ai compagni... Cooz, te ne ha mai offerto un po’ di quel cioccolato? Heinie, ed a te, mai un pezzettino? Loscy, nemmeno una barretta? Ecco, vedete? Questo è il vostro concetto di squadra? La squadra si divide tutto fraternamente, e tu Sharman, sei avaro o cosa? E’ cioccolato, mica oro”. E così avanti fino al momento in cui bussano alla porta dello spogliatoio: è arrivato il momento di entrare in campo. “Oh, Sharman – gracchia Auerbach – per colpa delle tue stupide barrette di cioccolato ho perso un mucchio di tempo ed ora il mio discorso prepartita è sfumato. Beh, magari non siete così stupidi, e riuscite a fare qualcosa di decente lo stesso”. Si gira e se ne va pestando i piedi, arrabbiatissimo. Come credete sia finita quella partita?
#13 - Il peso e gli infortuni
Un aspetto che il Coach considerava di basilare importanza nei suoi giocatori era il controllo del peso. Red pensava che un atleta soprappeso fosse lento, prono agli infortuni, e soprattutto meno “affamato” di vittorie, perciò era abbastanza usuale sentirlo dare i...numeri a fine stagione, mentre si rivolgeva a questo o quel giocatore: “Report at 205!” latrava, con una frase che può essere più o meno tradotta con “Fatti trovare a 93 chili, quando ricominciamo”. Quasi tutti i Celtics prima o poi si sono sentiti rivolgere la classica frase, anche se Willie Naulls e Tom Heinsohn l’hanno ascoltata più spesso degli altri. In alcune occasioni, poi, Auerbach sciorinava la sua maestria psicologica, usando l’approccio indiretto. Come quando, per informare l’enorme Wayne Embry (non per niente veniva soprannominato “The Wall”, “La Muraglia”) che forse stava esagerando un po’ a tavola, si rivolse al massaggiatore Joe DeLauri, dicendogli: “Hey, Joe, non ti avevo detto di tenere sotto controllo il peso di Embry? E a te sembra sotto controllo”? DeLauri, senza farsi vedere dal “Muraglia”, abbozzò un sorriso, visto che aveva capito benissimo dove volesse andare a parare il coach. Ed infatti in poco tempo il centro si liberò del peso superfluo: quella non era una democrazia, ed il “dittatore” aveva deciso.
#14 - I sigari di Red
Dopo il quintuplo bypass coronario, Red aveva ripreso a giocare a racquetball tre volte alla settimana, a correre sul tappeto rotante per due volte alla settimana, e ad accendersi i suoi Hoyo de Monterrey innumerevoli volte alla settimana. “Mi piacciono perché sono grandi e dolci”, diceva. “Sul menu del ristorante Legal Sea Food di Huntington Avenue c’era scritto: 'Non è ammesso il fumo di sigari e pipe, ad eccezione di Red Auerbach’ – raccontava Red - una volta una cameriera si avvicina e mi dice che non posso fumare il sigaro. Io le rispondo che si sbaglia, che provi a controllare il menu. Lei si rende conto di chi sono e si mette a ridere”...E mentre raccontava, si accendeva un altro Hoyo de Monterrey…
#15 - Quando finisce la benzina ...
Una delle tante trasferte prestagionali, l’NBA non è ancora un affare da milioni di milioni di dollari, e per pagare stipendi e spese è necessario mettere in cascina il fieno di una lunga pre-season. Red, come al solito viaggia a velocità superiori ai 130 chilometri orari, quando sul ciglio di quella strada del Maine vede ferma la macchina dei alcuni suoi giocatori, con Mahnken e Cousy che si sbracciano per farsi vedere. “Perché vi siete fermati?” domanda il coach. “Siamo rimasti senza benzina”, rispondono. “Branco d’idioti, come si fa a partire per la trasferta senza controllare il livello del carburante? Aspettate, vado a recuperarvene un po’”. Quindici chilometri più avanti, mentre sta discutendo con un benzinaio per comprare tanica e carburante, vede la macchina dei suoi atleti rombare a tutta velocità, mentre ai finestrini gli impuniti se la ridono e lo salutano. Quella sera Red tiene in campo soprattutto un quintetto, quello che occupava la macchina “senza benzina”. Ah, questi allenatori, non hanno il benché minimo senso dell’umorismo…
#16 - Il saluto di Russell
La sera che Auerbach lasciò definitivamente la panchina dei Celtics, il 29 aprile 1966 a festeggiarlo nella cornice del Lenox Hotel c'erano tutti quelli che avevano in qualche modo partecipato alla scalata alla vetta dell'NBA, fino all'epilogo dell’ultimo titolo. Giocatori, ex-giocatori, persino le mogli, che Red aveva sempre tenuto alla larga nel timore che potessero condizionare la chimica di squadra. E poi "l’equipaggio” di quella grande nave chiamata Boston Garden, cameraman, giornalisti, tutti volevano non solo salutare il Coach, ma anche vederlo sciogliersi, tornare umano, mostrare qualche debolezza. Tanti parlarono, mentre Auerbach faticava a mantenere la sua “facciata” di uomo duro. Finchè al microfono arrivò Bill Russell, l’atleta che più di ogni altro aveva dato forma al successo del Coach, ma che allo stesso tempo dal Coach aveva ricevuto quanto altri non avrebbero saputo dargli: i fondamentali del basket, ma anche il rispetto e la considerazione come uomo, prima che come atleta. Parlò a lungo, ai compagni, agli ex-compagni, e poi alla fine si rivolse a Red: “Ora, questo può imbarazzarti, ma voglio che tu sappia che mi piaci. Ed ammetto che non ci sono molte persone che mi piacciono. Ma tu mi piaci per un innumerevoli ragioni, la prima e la più importante delle quali è che ti rispetto e che ho sempre apprezzato il fatto che tu mi rispettassi. Se potessi rigiocare tutti questi anni, non sceglierei un altro allenatore: io ho avuto te, e tu hai avuto me, ed insieme siamo stati fortunati. Non credo tu sia un genio, solo un uomo molto ma molto intelligente, e non credo fosse possibile per me trovare un coach migliore. Saremo amici finchè uno di noi morirà, ed io sono uno che non vuole tanti amici”. Bene, adesso il Coach non c’è più, ma credo che, a suo modo, l’amicizia con William Felton Russell non sia morta. Basta vedere una vecchia foto di un giocatore nero ed un allenatore bianco che si abbracciano, che si stringono la mano, o che finiscono insieme sotto la doccia per capire, istantaneamente, che certi legami sono più forti anche della morte.
#17 - Da Red al Doc
Diciassette non è un numero casuale, tanti sono i titoli NBA conquistati dalla franchigia del Trifoglio, ma quando pochi giorni dopo la morte di Auerbach questi "shot" furono pensati erano solo 16, un piccolo tributo per ogni bandiera che “Il Patriarca” ha contribuito ad appendere. La collana di micro-racconti era stata scritta con l’intento di dare un quadro dell’uomo a rapide pennellate e il trionfo del 2008 era ancora una chimera lontana dai pensieri di tutti i tifosi: con il diciassettesimo ed ultimo “shot” chiudiamo il cerchio raccontando un episodio che unisce il primo allenatore biancoverde all’ultimo, in una continuità tra “Celtics Pride” ed “Ubuntu” che è la vera anima dei Celtics. Stagione 2004-2005, “Doc” Rivers è da pochi mesi l’head coach di Boston nella difficile ricostruzione aingiana. L’ufficio vicino al suo è occupato da Red Auerbach, definito da Tom Heinsohn “la Miglior Enciclopedia NBA Esistente”, e “Doc” non ha paura di consultarlo per opinioni e pareri. In una grigia mattina invernale Rivers deve recarsi in centro, ed educatamente si domanda se l’anziano “Patriarca” possa aver bisogno di aiuto. Fa capolino dalla porta dell’ufficio e chiede ad Auerbach: “Red, ti porto qualcosa”? La risposta è secca: “Un titolo”.
C’è voluto qualche anno, Red, ma siamo sicuri che tra uno sbuffo di fumo e l’altro tu abbia sorriso, quando “Doc” ti ha procurato quanto gli avevi chiesto.



Commenti
Odiato da quasi tutti i tifosi NBA fuori dal New England, ma idolatrato da noi che gli riconosciamo di aver dato alla franchigia quell'impronta fondamentale che ancora ci rende diversi (a nostro parere molti migliori) dagli altri.
Un personaggio unico, irripetibile anche perchè i tempi sono cambiati e carismatico in modo assoluto. La sua firma sul nostro parquet è un tributo minimalista che però a ogni azione ci ricorda la grandezza di quell'uomo.
Cal
Direi che n'è uno shot più esilarante di un altro, ma quello che mi è piaciuto di più è di sicuro l'8 in cui mostra tutta la sua intelligenza e tutta la sua grandezza non solo come coach, ma anche come uomo
Bellissimo pezzo. Grazie.
Articolo stupendo come sempre , ancor di piu dato che si parla della morte della leggenda RED !!!
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