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cipriani
cit: sempre sbirciando tra i mock ho visto che viene dato in zona ...
La Storia dei Celtics
La stagione si era appena conclusa con la sonora batosta rimediata dai Celtics dell’interim coach John Carroll nel primo turno dei playoffs contro i Pacers, ma Danny Ainge non aveva nessuna intenzione di anticipare le vacanze e si mise subito al lavoro per far sì che al nome della compagnia gestita dai nuovi proprietari (“Banner 17 LLC”) venisse associata entro breve una programmazione vincente nel medio termine.
La franchigia più blasonata della storia della NBA ormai stava avanzando spedita verso il ventesimo anniversario dell’ultimo titolo conquistato nel 1986 e la priorità del “Executive Director of Basketball Operations” era quella di porre le basi per un ritorno agli antichi fasti . La prima mossa era l’individuazione del “condottiero” più adeguato, e la scelta del nuovo “head coach” fece un po’ scalpore: Glenn “Doc” Rivers era sotto contratto con il network ABC per il quale stava commentando i playoffs quando, il 29 aprile del 2004, appose la sua firma sul contratto che lo trasformava nel sedicesimo allenatore nella storia dei Celtics. La stampa ed i tifosi ancora una volta reagirono alla scelta del GM con diffidenza se non addirittura in aperta polemica: “Danny la Peste” nell’ultimo anno aveva rivoluzionato il gruppo che solo due stagioni prima era riuscito a giocarsi l’accesso alle Finali NBA. Soprattutto la decisione di scaricare Antoine Walker pesava ancora come un macigno sulla sua reputazione e su quella fiducia che molti “addetti ai lavori” stentavano ad accordargli.
Certo, Rivers era reduce da un’atroce inizio di stagione 2003-04 con gli Orlando Magic segnato da un pessimo bilancio (1 vittoria e 10 sconfitte) che gli era costato il posto d’allenatore e l’auto-confinamento ai microfoni televisivi a commentare basket, piuttosto che a “dirigerlo” dalla panchina; in più non aveva alcun legame con la tradizione celtica e la maggior parte dei tifosi un po’ “distratti” lo ricordava soprattutto come l’ottimo playmaker negli anni ’80 e ’90 prima tra le fila degli agguerriti Atlanta Hawks e poi a fine carriera con Clippers, Knicks e Spurs. Ma “Doc” era anche colui che si era guadagnato il riconoscimento di “Coach of the Year” nel 2000 quando nel suo primo anno agli Orlando Magic aveva sfruttato competenza, passione e grande sensibilità nei rapporti coi giocatori per vincere 41 partite con una squadra obiettivamente scarsa.
Nelle successive tre stagioni in Florida, Rivers era stato addirittura capace di fare meglio concludendo sempre con bilanci oltre il 50% di vittorie e guidando i suoia tre consecutive apparizioni ai playoffs, prima del tristemente “famoso” licenziamento (giova ricordare che il suo sostituto, Johnny Davis, avrebbe ottenuto un pauperrimo record di 20 vittorie e 51 sconfitte da lì in poi). Insomma, l’avventura del neo-allenatore a Boston non cominciava sotto i migliori auspici, ma l’intesa immediata Rivers – Ainge ed un’accorta programmazione estiva del roster fornivano ai meno pessimisti un barlume di speranza per una transizione più rapida verso le zone nobili della classifica e soprattutto per una gestione meno confusionaria di quella che solo tre anni prima era costata lo “scalpo” a Rick Pitino.
Al Draft del 2004 non ci si potevano aspettare miracoli nonostante talento e varietà nei ruoli non mancassero: Dwight Howard (selezionato da Orlando) faceva corsa a sè, ma pure Emeka Okafor, Ben Gordon, Shaun Livingston, Andre Iguodala, Luol Deng, Josh Childress e Devin Harris erano pezzi piuttosto pregiati. Purtroppo per i Celtics, che avevano a disposizione le scelte numero 15, 24, 25 e 40, i talenti di cui sopra “sparirono” entro le prime 10 chiamate. Però quattro "pick" in un draft son pur sempre molte e danno la possibilità di toccare più ruoli; con la quindici Danny Ainge decise di scommettere su Al Jefferson, un talentuoso “lungo” di 2 metri ed 8 centimetri che approdava alla NBA direttamente dal liceo di Prentiss nel natio stato del Mississippi ove aveva fatto registrare cifre da “videogame”: 43 punti e 18 rimbalzi a partita di media nell’anno da “senior”. A quel punto sul tabellone c’erano anche Josh Smith (finito ad Atlanta alla 17), J.R. Smith (selezionato da New Orleans alla 18) e Jameer Nelson (avrebbe indossato il cappellino dei Denver Nuggets alla 20): tanto talento da pescare insomma, e gente che negli anni si sarebbe costruita una più che encomiabile carriera NBA. Proprio i due Smith facevano parte della lista di “McDonald’s High School All American” (che comprendeva pure i futuri Celtics Glen Davis e Rajon Rondo...) per l’anno 2004, ed in quel gruppo spiccava anche il nome, perlappunto, di Al Jefferson. La scelta di Danny rispondeva come sempre al criterio primario del talento, anche se per una volta esso si abbinava ad due altri fattori, “potenziale” e “ruolo”. “Big Al” era un’ala grande dotata di piedi “da ballerino”, e l’incredibile facilità a trovare la via del canestro ed un’ottima predisposizione al rimbalzo ne facevano uno dei migliori “prospetti” in uscita dal liceo in quegli anni.
Con la “pick” 24 Ainge aggiunse ulteriore classe al roster bostoniano accaparrandosi Delonte West, una guardia da Saint Joseph’s University dove, in coppia con il già citato Jameer Nelson, aveva formato quello che quasi unanimemente era stato riconosciuto come il miglior “back-court” della stagione universitaria passata. Delonte era un “piccolo diavolo” di 1 metro e 90 centimetri tutto nervi, atletismo e tenacia, e nella stagione da “junior” (ovvero al terzo anno universitario) aveva messo a referto medie di 19 punti e 7 assist con un incoraggiante 41% di precisione dalla “grande distanza”. A lui fu subito affiancato Tony Allen con la numero 25 (ottenuta dai Pistons nella trade a tre con Atlanta che a febbraio aveva portato – tra gli altri - Rasheed Wallace e Mike James a vincere il titolo a Detroit) . Miglior giocatore della “Big 12 Conference” nel 2004, Tony era stato uno degli artefici della corsa dei Cowboys di Oklahoma State fino alle Final Four, e più dei 16 punti di media realizzativa ad impressionare Danny Ainge fu l’asfissiante difesa a tutto campo che era uno dei marchi di fabbrica dall’atletica guardia proveniente da Chicago. A completamento del draft bostoniano con la quarantesima scelta era arrivato Justin Reed, un’ala piccola di 2 metri e 3 centimetri uscente da “OleMiss” con una buona reputazione di leader in campo ed in spogliatoio. Medaglia di bronzo alle “Universiadi” di Pechino nel 2001, Reed nei quattro anni all’Università del Mississippi aveva ottenuto ragguardevoli medie realizzative (quasi 15 punti ad incontro) e dimostrato una certa predisposizione al rimbalzo con oltre 6 “carambole” in 29 minuti di utilizzo medio.
Era il 24 giugno, troppo presto per lanciarsi in proclami che non appartenevano certo allo stile di “Doc” Rivers, ma il neo-allenatore si dimostrò alquanto soddisfatto dai nuovi arrivi e per “testare” le matricole Boston fu tra le prime sei franchigie NBA ad iscriversi alla Summer League di Las Vegas (Cavs, Nuggets, Suns, Wizards e Magic furono le altre partecipanti) che apriva i battenti proprio in quell’occasione. Giovani ed atletici. Questi erano senza dubbio gli aggettivi che meglio definivano i Celtics alla vigilia della nuova stagione; senza il co-capitano Antoine Walker, Paul Pierce ne sarebbe stato la guida ed il principale “cannoniere” ed a lui si sarebbe affiancato quel Ricky Davis che pur tra alti e bassi di rendimento e qualche eccesso individualistico aveva dimostrato nelle 57 apparizioni della precedente stagione (partendo dalla panchina) di poter fungere da ottimo “secondo violino”, meritando così un “upgrade” al quintetto base. Ma era il reparto “lunghi” a destare ancora qualche perplessità di troppo: perso il solido Tony Battie proprio nello scambio per ottenere Davis dai Cavs e liberatosi del problematico Vin Baker, Ainge si rendeva conto che i centri a roster erano una sorta di scommessa, con il perenne dubbio sulle condizioni fisiche dell’altresì talentuosissimo Raef LaFrentz ed il sempre troppo incompiuto Mark Blount, le cui peraltro ottime prestazioni in chiusura di stagione 2003-2004 (15 punti e 10 rimbalzi di media nelle ultime venti partite) gli erano valse un cospicuo rinnovo contrattuale da 5 milioni di dollari annuali. Il giovane ed “acerbo” Kendrick Perkins completava poi una sezione con ancora troppi punti interrogativi.
Agosto fu un mese caldo nella "Beantown", in tutti i sensi: nella prima settimana il GM bostoniano concordò uno scambio con i vecchi “nemici” Lakers per mandare a Los Angeles i resti di precedenti trade (Chucky Atkins, Chris Mihm e Jumaine Jones) in cambio di una prima scelta al draft del 2006 (si sarebbe tramutata in Rajon Rondo...). In sovrappiù erano arrivati la vecchia conoscenza bostoniana Rick Fox e soprattutto quel Gary Payton che a trentasei anni suonati era reduce dal tracollo dei gialloviola, “condannati a vincere” della stagione precedente, quando Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e Karl Malone nelle finali del 2004 si erano fatti superare dai Pistons di Rasheed Wallace. L’opinione pubblica ancora una volta si divise: il partito degli “anti-aingiani” non vide di buon occhio la partenza di un giocatore giovane come Mihm che non aveva potuto esprimere appieno il suo potenziale nel breve periodo passato a Boston. E poi Rick Fox si ritirò immediatamente, con il “senescente” Gary Payton a rappresentare l’unica contropartita immediata in uno scambio apparentemente poco favorevole. Il "rosso", come sempre andò dritto per la sua strada e per tutta risposta nei giorni successivi alla trade della “discordia” reclutò un altro veterano “free-agent”, Tom Gugliotta (35 anni). Molta diffidenza dunque attorno ad un roster che veniva completato dai confermati Jiri Welsch e Marcus Banks nel reparto guardie e dal trentenne rispettatissimo tuttofare Walter McCarty (celebri gli “I love Waltah” a lui dedicati da Tommy Heinsohn durante le telecronache).
Il “season-opener” vide i Philadelphia 76ers di Iverson (30 punti) espugnare di misura il Fleet Center (95 a 98): a parte la quasi “tripla-doppia” di Paul Pierce (35 punti, 13 rimbalzi e 8 assist) il resto dei Celtics offrì un misero supporto limitato alla doppia cifra di Davis e Blount (14 e 12 punti) e dal “fatturato” di un encomiabile McCarty (10 punti con 2 su 4 dalla lunga distanza) in uscita dalla panchina. L’esordio di Gary Payton fu al “minimo sindacale” di 6 punti e 8 assist, mentre LaFrentz (8 punti e 4 rimbalzi) e Welsch (6 punti con 1 su 5 dal campo) non dimostrarono particolari segni di vitalità. Due giorni dopo toccò ad Indiana di violare l’arena bostoniana: trascinati da uno scatenato Ron Artest autore di 28 punti, i Pacers si aggiudicarono l’incontro per 100 a 94 contro un Trifoglio inguardabile a rimbalzo (52 a 31 il dominio ospite) nonostante le buone prestazioni balistiche di Ricky Davis (22), Mark Blount (18 punti, ma 3 “miseri” rimbalzi in 35 minuti) e Gary Payton (14 punti con 10 assist per l’anziano play). Nonostante il tracollo sotto le plance, a decretare la seconda sconfitta casalinga fu la serata storta di Pierce (5 su 14 al tiro). Da rilevare comunque i tre canestri di pregevole fattura messi a referto da Al Jefferson che in undici minuti di gioco era riuscito a catturare lo stesso numero di carambole di Blount (3).
Mentre tifoseria e stampa continuavano a “mugugnare” osservando le prestazioni tutt’altro che convincenti di LaFrentz e Welsch e non capacitandosi del fatto che il loro arrivo fosse costato l’addio a Tony Delk ma soprattutto la cessione dell’All Star Antoine Walker, coach Rivers predicò più attenzione a rimbalzo e non fu un caso che le successive tre partite dominate nei pressi dei tabelloni si traducessero in altrettante vittorie ai danni di New York, Portland e Charlotte: un ispirato Ricky Davis, ben coadiuvato da un positivo Banks in uscita dal “pino”, fornì supporto alle altalenanti prestazioni di Pierce, mentre LaFrentz solo contro i Blazers si dimostrò all’altezza del suo potenziale con 18 punti e 10 rimbalzi. La tendinite che lo aveva costretto all’intervento chirurgico nel passato mese di dicembre limitandolo a sole 17 apparizioni nella prima stagione a Boston doveva essere solo un brutto ricordo e tutti gli “addetti ai lavori” concordavano nell’affermare che per i Celtics l’esito del torneo sarebbe stato incontrovertibilmente legato alle performance di questo pivot bianco dall’incredibile versatilità, e dal fin troppo generoso contratto (l’annata gli avrebbe fruttato quasi 10 milioni di dollari come parte di un accordo quinquennale da 69 milioni complessivi). Ovvio che l’ex terza scelta di Denver al celebre draft del 1998 (davanti a gente come Jamison, Vince Carter, Nowitzki e lo stesso Paul Pierce) avesse gli occhi di tutti puntati addosso, e che da lui ci si aspettassero “triple”, rimbalzi e stoppate in quantità...sarebbe stato capace di passare dallo status di “wild card” a quello di protagonista indiscusso nell’NBA?
Le successive prestazioni non servirono a dare risposte: i biancoverdi furono capaci di incasellare la “W” solo in una delle sette partite disputate e LaFrentz non riuscì mai a salire di “colpi”. La sensazione era che nonostante un buon contributo statistico da parte dei vari Payton, Blount, Davis, talvolta Welsch e lo stesso Raef, Boston avesse un solo vero punto di riferimento, Pierce, e che appena il capitano avesse abbassato il ritmo (le sue percentuali di inizio stagione non brillavano) non ci sarebbe stato un vero “step up” da parte del resto della squadra. La classifica ora riportava un mesto 4-8 alla voce vittorie-sconfitte e “Doc” provò a rimescolare le carte rivestendo Ricky Davis del ruolo di “sesto uomo”, tanto caro alla tradizione celtica, per provare a creare un certo effetto-sorpresa nei confronti degli avversari a partita in corso; in quintetto venne per così dire “promosso” il ceco Jiri Welsch ed il Trifoglio vinse prima ad Orlando (grazie all’ottimo contributo dalla panchina di Banks ed Al Jefferson) e poi due volte in casa contro i non irresistibili Bucks e Raptors. Pierce continuava a tirare attorno al 40% ma almeno i contributi saltuari di Blount, Payton e LaFrentz permisero di riavvicinarsi alla soglia del 50% in classifica (7 vinte e 8 perse).
Purtroppo a seguire toccava la prima “western trip” stagionale e con essa si confermò il trend di alti e bassi: tre sconfitte consecutive a Sacramento, Golden State e Portland, e due vittorie a Seattle e Los Angeles (sponda Clippers, con Pierce a 33 punti e Davis a 34). Ma la vera “svolta” nei risultati tardava ad arrivare; a turno emergevano i vari Welsch, LaFrentz, Banks e pure Tony Allen ed Al Jefferson dalla panchina, ma era la compattezza del gruppo a non dare autentiche garanzie e soprattutto la costanza di rendimento sembrava essere un miraggio persino per un Paul Pierce tanto produttivo (ben oltre i 20 punti di media a serata) quanto altalenante nelle percentuali realizzative. L’andazzo non sarebbe cambiato a cavallo del nuovo anno: dicembre e gennaio portarono in dote identici bilanci di otto vittorie ed altrettante sconfitte in entrambi i mesi e la sensazione che i Celtics fossero forti contro i deboli e viceversa. Le piccole soddisfazioni fornite da alcune sorprendenti prove da parte delle “matricole” Tony Allen (lanciato ora in quintetto da Rivers a spese di un Welsch privo di “mordente”) ed Al Jefferson portarono i tifosi a simpatizzare per i componenti della “linea verde” bostoniana, un riconoscimento indiretto all’ottimo lavoro svolto in sede di draft da parte di Danny Ainge, nonostante Delonte West e Justin Reed fossero praticamente ancora ingiudicabili fino a lì causa mancato utilizzo per infortunio (doppia frattura alla mano destra per il primo, problemi ad un’anca e tendinite al ginocchio per il secondo).
A febbraio i biancoverdi arrivarono con un record di 21 vittorie e 24 sconfitte frutto di mini strisce di due o tre partite alternativamente vincenti o perdenti; dietro alla neppure troppa costanza di Pierce e Davis c’erano tante luci ed altrettante ombre nelle prestazioni di Payton, LaFrentz, Blount. Il mese iniziò con due convincenti affermazioni casalinghe sui New Jersey Nets (Pierce in “tripla doppia” con 28 punti, 10 rimbalzi e 10 assist oltre a 4 palle rubate; LaFrentz a 21 e 8 rimbalzi) ed Orlando Magic, mentre la vittoria di misura a domicilio ai danni dei Timberwolves (con un ottimo Payton in regia ed al tiro) avrebbe portato il bilancio in perfetta parità (24-24). Alle buone sensazioni finalmente offerte dalla squadra si sommò la gioia per la stagione di esordio di Delonte West, autore fin da subito di alcune buone prove negli scampoli di gioco concessigli da Rivers; di lì a poco sarebbe apparso pure Justin Reed ma alle buone nuove derivanti dal fronte infermeria fece da contraltare la perdita di un elemento amatissimo dalla tifoseria: Walter McCarty dopo quasi otto stagioni di onorata carriera nella “Beantown” veniva ceduto ai Phoenix Suns in cambio di una futura seconda scelta al draft del 2007. L’essere un “fan favorite” non distolse Danny Ainge dalle intenzioni di accumulare asset per il futuro e l’ammirevole “Waltah” preferiva provare a vincere un titolo altrove piuttosto che giocare scampoli di partita in un gruppo in ricostruzione. Dopo un’orrenda prestazione di squadra a Milwaukee (97 a 121), i Celtics incasellarono tre vittorie su quattro partite consecutive tra le mura amiche battendo Clippers, Knicks e Grizzlies e soccombendo solo coi Kings, prima dello stop per l’All Star Game del 20 febbraio a Denver in cui il solo Pierce avrebbe rappresentato la franchigia del Trifoglio.
I giorni successivi, più che per le "L" in casa dei Lakers e dei Nuggets, sarebbero rimasti impressi nella memoria per l’ennesima “giocata” orchestrata dall' indiavolato GM biancoverde: alla chiusura del mercato infatti, il 24 febbraio, questi “impachettò”- destinazione Atlanta - Tom Gugliotta, Gary Payton e Michael Stewart, insieme ai diritti per la prima scelta al draft 2006, riportando a casa l’idolo Antoine Walker. Oltre a ciò Jiri Welsch finì a Cleveland a cambio di una prima scelta per il draft del 2007. L’effetto-ritorno di “Toine” fu immediato: Rivers spedì Mark Blount in panchina ed i Celtics ottennero vittorie a Salt Lake City, a Phoenix in overtime (Pierce 25 punti e 12 rimbalzi, Walker 33 punti, 13 “carambole” e 6 assist) e si aggiudicarono pure la rivincita casalinga sui Lakers grazie alla ricomposta “coppia dei sogni” Pierce-Walker, ottimamente sostenuta da un Ricky Davis (29 punti e 7 rimbalzi) rientrato in quintetto dopo che Tony Allen si era procurato una distorsione alla caviglia destra nella partita di Salt Lake City. Il record ora diceva 30-28 e le buone notizie non si fermavano qui: dopo appena dieci giorni di fittizia permanenza ad Atlanta, Gary Payton veniva “tagliato” dagli Hawks e rifirmato come “Free Agent” da Ainge, sfruttando un “buco” nelle regole di mercato che sarebbe poi stato corretto dalla lega. Boston mantenne l’inerzia, anzi cominciò ad intravvedere l’opportunità di conquistare il titolo di division in una Atlantic piuttosto mediocre: 8 vittorie nei successivi 9 incontri portarono il bilancio a 38-29 con Walker, Pierce, Davis ed il rientrato Allen ancora sugli scudi ed una panchina che di volta in volta proponeva contributi fondamentali dai vari Blount, Jefferson, Banks e West di turno. Per quanto invece riuscisse quasi sempre a svolgere il “compitino”, Raef LaFrentz non dava mai l’impressione di compiere quel salto di qualità che talento e mezzi fisici gli avrebbero dovuto permettere.
La corsa ai playoffs era lanciata ma inaspettatamente il benefico effetto immediatamente successivo al ritorno di Walker si vide alterato nello scorcio finale di regular season in cui un certo rilassamento psicologico e qualche problema fisico alla schiena di Payton si tradussero in un ruolino di marcia di 7 vinte ed 8 perse per un bilancio finale di 45-37. Il primo titolo divisionale in 13 anni portò comunque in dote il terzo “spot” nella griglia della postseason cui corrispondeva ancora una volta l’abbinamento ai Pacers. Questa volta il fattore campo era a favore di Boston, vantaggio dovuto essenzialmente allo spiacevole episodio che aveva in parte modificato gli equilibri nella Eastern Conference quando il 19 novembre 2004 al Palace di Auburn Hills era scoppiata una clamorosa rissa tra un trio di giocatori di Indiana ed alcuni tifosi dei Pistons. “Malice at the Palace” era costata alla squadra guidata da Rick Carlisle la rinuncia forzata a Ron Artest, squalificato dall’NBA per il resto della stagione.
Al Fleet Center il 23 aprile i Celtics partirono “sparati” limitando Reggie Miller, Jermaine O’Neal e compagnia ad orribili percentuali di realizzazione (35% di squadra) ed il solo Stephen Jackson nulla potè di fronte alla solidissima prestazione collettiva dei biancoverdi che, pur con grossi problemi a rimbalzo (33 contro i 43 dei Pacers) ed un Pierce da 2 su 11 dal campo, mandarono 6 giocatori in doppia cifra, guidati da un’estremamente preciso LaFrentz (21 punti con 5 “bombe” su altrettanti tentavi), per un contundente 102-82 finale.
Gara 2 purtroppo fu l’esatto contrario, con un numero 34 precisissimo (33 punti) ma troppo solo a contrastare il “risveglio” di Reggie Miller (28 punti). Payton, LaFrentz, Blount e Davis “bucarono” clamorosamente l’incontro e nonostante i 44 rimbalzi di squadra contro i 31 di Indiana ed un Walker da 19 punti e 7 rimbalzi Boston cedette per tre punti, 79 a 82. La contesa si spostò così alla Conseco Fieldhouse di Indianapolis dove non ci fu storia per il Trifoglio, “tradito” di nuovo dalle pessime prestazioni di LaFrentz e Davis (3 su 15 complessivo per 7 punti). Pierce venne limitato a 19 punti ed il solo Payton (15 punti, 8 rimbalzi e 6 assist) strappò la sufficienza mentre i 33 punti di Miller ed i 21 con 11 rimbalzi di O’Neal regalavano ai Pacers il 99 a 76 e con esso il punto del 2-1 nella serie. Non solo: Walker si era fatto espellere dopo aver commesso due falli duri su Jermaine O’Neal puniti con due “T” (il secondo decisamente inutile, visto che mancavano 4 minuti alla fine e la gara era decisa), e l’NBA gli comminò una partita di sospensione. Fuori casa e spalle al muro, “Doc” rimescolò le carte lanciando in quintetto Delonte West al posto di Tony Allen: “Redz” rispose con 14 punti in 12 minuti frutto di un immacolato 5 su 5, ma tutti i titolari ebbero un rigurgito di “Pride” per supplire all’assenza di 'Toine, con uno splendido capitano (30 punti e 8 rimbalzi) seguito a ruota dalle doppie cifre di Payton, LaFrentz e Davis. Il 57% di squadra opposto all’orribile 27% dei Pacers sancì il 110 a 79 finale con il quale Boston rimetteva in equilibrio la serie.
Purtroppo il fattore-campo da qui in poi sarebbe stato insignificante: i Celtics non seppero approfittare della ghiottissima occasione di mettere per la prima volta il “muso” avanti nella serie e fu stavolta Indiana a trovare una serata di equilibrio tra titolari e riserve; "The Truth" e Davis furono tenuti in campo per 44 minuti nei quali misero a referto rispettivamente 27 e 19 punti ma l’imprecisione del rientrante Walker e LaFrentz oltre ai 13 soli punti delle “seconde linee” causarono la sconfitta interna per 85 a 90.
Pareva finita ma ad Indianapolis i ragazzi di Rivers furono capaci di un’impresa epica: in una gara contrassegnata da continui capovolgimenti di fronte il duo Pierce-Walker “fatturò” 44 punti e 22 rimbalzi mentre un monumentale Al Jefferson (11 punti e 14 rimbalzi - di cui 8 offensivi - in 29 minuti), nonostante una certa endemica facilità a commettere falli ingenui, fece ammattire la difesa locale assieme ad un Ricky Davis da 22 punti in uscita dalla panchina. Una leggerezza di Pierce portò la gara al supplementare: dopo aver subito un fallo duro da Tinsley a pochi secondi dalla fine il numero 34 reagì con una gomitata che permise ai Pacers di mandare la sfida all’overtime. L’epilogo fu al cardiopalma: con il capitano in spogliatoio Antoine Walker mise a segno prima un tiro da tre e quindi il canetsro decisivo nei secondi finali del tempo extra rimandando così tutti a Boston per la decisiva gara 7.
La parola “casa” per questi immaturi Celtics purtroppo non si traduceva in “battaglia all’ultimo sangue” come era sempre stato nella gloriosa storia passata ed il 7 maggio al Fleet Center i biancoverdi resistettero per 24 minuti prima di essere travolti da un umiliante 62-40 nella seconda metà dell' incontro: Walker e Pierce furono i meno peggio, ma da loro si aspettava qualcosa di più in una giornata in cui la squadra fin dall’inizio apparve come svuotata fallendo le conclusioni più facili. Alla fine Boston si arrese e gli avversari “passeggiarono” fino al pesante 97 a 70 finale, con in più anche l’onta di una rissa ad un minuto dal termine con conseguenti espulsioni dei giovani Perkins e Reed. Senza dubbio l’epilogo stagionale fu amaro, ma l’orizzonte appariva in qualche modo sereno; tifosi e stampa cominciarono a dare maggior credito al cammino intrapreso da Ainge e Rivers. Gioventù, talento ed atletismo rappresentavano punti fermi dai quali ripartire e sembrava che con una dose di esperienza, tranquillità e stabilità questi Celtics potessero competere per traguardi un po’ più ambiziosi del primo turno di playoffs.




Commenti
Sette anni dopo viene da sorridere alle critiche dell'epoca nei confronti di un allenatore che, è vero, non aveva vinto una serie di PO, ma che, invece, aveva fatto rendere le sue squadre molto più del loro potenziale ed è stato necessario vincere un titolo per il riconoscimento di doti tecniche all'altezza.
Ma quella stagione è stata anche importantissima per la costruzione dell'attuale nucleo, con gli arrivi di Jefferson (poi fondamentale per "chi sappiamo noi"), West e Allen: ricordiamoci che i giocatori scelti dopo la 20 spesso non riescono a guadagnare nemmeno minuti nelle rotazioni e in pochi anni sono fuori dalla lega.
Eppoi i PO raggiunti con il ritorno di Walker: già ne abbiamo discusso e sono nel partito degli anti-'Toine, però quello scambio è stato ottimo (accoppiato con il successivo ritorno di Payton) per quella corsa e quell'esperienza di post season. Qualcuno dirà che il prezzo (in fondo la prima scelta del 2006) è stato eccessivo e che lo scambio non rientrava nella logica di Ainge proiettata al futuro e pareva invece figlia della famigerata "navigazione a vista", ma con molto senno di poi ci vedo invece la voglia di testare di nuovo l'uomo Walker e provare l'inserimento di un veterano nel gruppo.
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