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La Storia dei Celtics
Il campionato 2003/2004 si aprì per i Celtics con tutti i dubbi e le speranze che una nuova avventura porta con sè. Dal 31 dicembre del 2002 lo "scettro del comando", dopo la sfortunata parentesi-Gaston era ufficialmente passato nelle mani di Wyc Grousbeck e del suo gruppo di investitori, ottimisticamente battezzato "Banner 17 LLC" a ricordare il primo obiettivo del nuovo owner. La situazione non era partiolarmente rosea, tra un monte-salari ingolfato dall' "oggetto misterioso" Vin Baker e un roster assai povero di talento fatta salva la coppia Pierce-Walker.
Gli occhi di tutti i tifosi erano puntati sulla proprietà: quale sarebbe stata la prima mossa? Ma soprattutto, si sarebbe intravisto un qualche progetto concreto per tornare in vetta o anche questa volta ci si doveva aspettere un ruolo da comprimari, ai margini del "basket che conta"? Per muoversi Grousbeck non aspettò nemmeno la fine dei playoffs del 2003: Il 9 maggio, prima della gara 3 di quella serie poi risoltasi in un inglorioso cappotto subito dai New Jersey Nets venne raggiunto l'accordo con Danny Ainge, nominato "executive director of basketball operations". Red Auerbach, che lo aveva scelto come giocatore nell'ormai lontano 1981 benedisse l'arrivo del "rosso": "Nella tradizione della famiglia dei Celtics, è una gran cosa avere con noi questo ragazzo". Anche O'Brien si dichiarò "felice"...evidentemente non aveva sentore di quello il futuro gli serbava, anche se la prima mossa del GM fu quella di offrire a "Obie" il prolungamento del contratto sino al 2006, documento che il coach inchiostrò di buon grado.
Il 25 giugno si completò una trade di quelle che passano inosservate ai più, ma che fu l'ideale "miccia" della serie di scambi vorticosi imbastiti da Ainge allo scopo di accumulare asset per cambiare i destini di una franchigia in fase di "stallo prolungato": Darius Songaila fu ceduto ai Sacramento Kings in cambio di due seconde scelte, una per il draft che si sarebbe tenuto di lì a poche ore, l'altra per quello del 2005.
Non ci fu nemmeno il tempo di rendersene conto perchè il giorno successivo si tenne, perlappunto, il primo atto "ufficiale" della stagione che andremo a raccontare, lo storico "happening" del Madison Square Garden di New York. "Storico"? Beh, non certo per Boston (prima "chiamata" alla 16 senza grandi probabilità di fare il colpaccio), bensì per la strabordante quantità di talento a disposizione di chi avrebbe avuto la fortuna di pescare nelle prime posizioni: i James, gli Anthony, i Bosh, i Wade e i Kaman non si trovano tutti i giorni, e soprattutto non nella stessa serata.
Fu immediatamente chiaro che il Mormone aveva intenzione di cambiare drasticamente rotta, anche a costo di prendere decisioni impopolari (e ne prese, oh se ne prese...): con la prima scelta, la 16 di cui sopra venne acquisito Troy Bell, con la seconda (la 20, ricevuta in dote dallo scambio Moiso-McLeod con i Sixers nel 2001) arrivò Dahntay Jones e, infine, con la 56 Brandon Hunter. Solo quest' ultimo avrebbe vestito la maglia biancoverde: in un batter di ciglia gli altri due furono "girati" ai Memphis Grizzlies in cambio di Marcus Banks e Kendrick Perkins. In realtà soprattutto Troy Bell pareva un prospetto interessante: detentore del record per punti segnati a Boston College, si presentava alla NBA sulla scorta del doppio consecutivo riconoscimento di "Big Eastern Conference Player of the Year". Banks, d'altro canto, aveva assai favorevolmente impressionato nel suo anno da senior, proponendosi come una point guard di sicuro interesse: fisico esplosivo e solidissimo (aveva praticato anche il football), difensore grintoso e più che dignitoso passatore, lasciava però qualche dubbio come "creatore di gioco" dato il gran numero di palle perse e una certa predisposizione a scelte non felicissime in fase di impostazione. La vera scommessa (vinta, con il senno di poi) fu Perkins: daccordo, 27.5 punti, 16.4 rimbalzi e 7.8 stoppate di media...ma alla high school, e in pochi avrebbero intravisto in quel legnosissimo ragazzone il futuro centro di una squadra da titolo.
Fu poi Mike James, rilasciato dagli Heat, a finire nel radar dello scatenato GM bostoniano, sempre più fermo nella sua intenzione di "ribaltare" il roster. James si era "fatto le ossa" in Europa dopo la delusione di vedersi snobbato durante il draft 2001 e a Miami si era segnalato come valido rincalzo in cabina di regia. Certo, tra Tony Delk, Marcus Banks e J.R. Bremer la presenza del nuovo venuto poteva apparire persino ridondante...ma il problema sarebbe ben presto stato "risolto". Tanto per iniziare Bremer e Sundov più una seconda scelta finirono a Cleveland per Jumaine Jones. Poca cosa se paragonata al "terremoto" del 20 Ottobre: con mossa che lasciò interdetta (per usare un cauto eufemismo) la gran parte dell'opinione pubblica bostoniana venne "scaricato" a bella posta addirittura Antoine Walker il quale, assieme a Tony Delk fu spedito a Dallas per avere in cambio Raef LaFrentz, Jiri Welsch, Chris Mills e una prima "pick". Ricapitolando: "out" un all star ventisettenne e un play affidabile, "in" un giocatore a fine carriera che non avrebbe mai rivisto il campo prima del ritiro (Mills), un "oggetto misterioso" (Welsch) che a Golden State aveva concluso la stagione calcando il parquet a una media di 6 minuti a partita e un lungo con una perniciosa predisposizione agli infortuni, oltretutto non propriamente a titolo gratuito, avendo l'anno precedente apposto gioiosamente la firma su un papiro da 69 milioni di dollari per 5 anni.
Qualcuno si stupisce del perchè a Boston si iniziassero ad affilare i coltelli? Oddio, anche da Dallas gli strali sarebbero piovuti copiosi ad opera proprio di "The Genius", che non la prese esattamente bene: questi sostenne infatti che il GM volle liberarsi di lui per "motivi personali", anzi, peggio, per "danneggiare la sua carriera", definendolo addirittura "serpente". Ora, è evidente che solo un giocatore totalmente asservito alle mere statistiche può vivere come una "retrocessione" l'essere costretto a giostrare con gente del calibro di Steve Nash e Dirk Nowitzki (più Jamison e Finley, tanto per gradire). In realtà a Luglio fu proprio Walker a chiedere provocatoriamente di essere ceduto, una volta appurato che non gli sarebbe stata offerta alcuna estensione contrattuale (gli rimanevano due anni per 28 milioni di dollari totali). A questo "fiume in piena" Ainge rispose in maniera assai diplomatica: "Sarà il tempo a dare una risposta; non intendo polemizzare. Ogni atleta, quando viene scambiato subisce un colpo al suo orgoglio e io lo capisco. Sono stato un giocatore e sono stato scambiato per due volte. Comprendo la sua prospettiva. Ovviamente non sono d' accordo con quanto sostiene e non posso immaginare per lui una sistemazione migliore di Dallas, sia da un punto di vista individuale che di squadra."
Insomma, il campionato doveva ancora iniziare e c'era già abbastanza materiale per riempire un'enciclopedia. Per fortuna, il 29 Ottobre la parola passò al campo con i Celtics impegnati in casa contro i Miami Heat del rookie Dwyane Wade. Pierce e compagni entrarono in campo con delle inedite scarpe bianche che scatenarono il bonario disappunto di "Red" Auerbach, depositario del "verbo celtico": "Non ricordo una sola vola in cui le scarpe dei giocatori non fossero verdi o nere" fu il commento del patriarca.
Senza "'Toine" Boston piacque, seppellendo gli avversari sotto 23 punti di margine (98-75). La notizia più bella (purtroppo effimera...), fu la buona prestazione di Vin Baker, al rientro dopo il lungo stop per curare la dipendenza dall'alcol: 6/8 al tiro per un totale di 15 punti, 5 rimbalzi e addirittura la standing ovation del pubblico all'uscita dal campo. Anche LaFrentz, che solo una settimana prima era stato sottoposto a risonanza magnetica per verificare lo stato del ginocchio malandato rispose presente, mettendo a referto 12 punti e 3 stoppate in 28 minuti dalla panchina (iniziò in quintetto l'impalpabile Mark Blount). Con un pizzico di azzardo Bimbo Coles, già Celtic ora in forza agli Heat spese buone parole sulla discussa trade, notando come "senza Walker la palla si muove di più e un maggior numero di giocatori ha chance di fare canestro." Fosse vero oppure no, anche a Memphis i biancoverdi portarono a casa la W grazie a un jumper di Mike James a 2 secondi dalla sirena. Pierce mise a segno 23 punti, 10 nel solo quarto perodo, ma ancora una volta l'eroe di giornata fu inaspettatamente Baker: 10/14 dal campo, 24 punti e 8 rimbalzi accesero nel cuore dei tifosi la speranza che i problemi fossero definitivamente dimenticati.
Ben presto le "buone vibrazioni" andarono a scontrarsi con l'oggettivo valore della squadra e i risultati si adeguarono di conseguenza: dopo un periodo non troppo fortunato fatto di 2 vittorie e 8 sconfitte i ragazzi di O'Brien infilarono 5 centri consecutivi: purtroppo il 13 Dicembre, all'apice della serie positiva Raef Lafrentz venne definitivamente messo in lista infortunati a causa di una tendinite al ginocchio destro che già nelle settimane precedenti lo aveva costretto a uno stop di 6 partite. Ancora una volta il reparto lunghi piangeva miseria e l'ineffabile Ainge concluse in tempo di record l'ennesimo scambio di un girotondo infinito: Tony Battie, Kedrick Brown e Eric Williams finirono a Cleveland, mentre il Massachussets diede il benvenuto a Ricky Davis, Chris Mihm e Michael Stewart, con il benefit della restituzione di quella seconda scelta 2005 persa solo due mesi prima quando Bremer e Sundov erano stati "spediti" proprio in Ohio.
Mihm era un "settepiedi" dalle buone attitudini offensive, una certa predisposizione a giocare in post e una discreta mano. Difensivamente non era un fulmine di guerra ma il posto lasciato vacante da LaFrentz poteva considerarsi coperto in maniera quantomeno decente. Detto che Michael Stewart fu inserito nella trade essenzialmente per "far numero", fu invece estremamente interessante l'acquisizione di Davis, un tiratore (oltretutto ventiquattrenne) che aveva concluso il torneo del 2003 con 20.6 punti di media e il 36% da "acque internazionali", ovvero un buon surrogato di Antoine Walker (almeno per quanto riguarda le capacità balistiche) che avrebbe potuto alleggerire Pierce di alcune responsabilità nella metà campo avversaria. A proposito di "The Genius", solo due giorni dopo questo ennesimo "ribaltone" nel roster del Trifoglio il Fleet Center ospitò la "rentreè" dell' "Antonio Furioso" deciso a farla pagare a chi lo aveva troppo frettolosamente giubilato. Moltissimi tifosi non avevano affatto apprezzato la mossa di Ainge e accolsero favorevolmente il ritorno del "figliol prodigo". In verità non solo Dallas uscì sconfitta per 105-103 ma per l'ex Celtic fu una serataccia: 7 punti, 3/14 al tiro, 0/6 dalla lunga distanza a dar ragione ai detrattori che gli avevano sempre rimproverato l'eccessiva propensione a scagliare palloni da fuori...e non solo: in sovrappiù Pierce gli segnò in faccia il canestro del 104-103, lui sbagliò il controsorpasso all'ultimo tentativo e Welsch, arrivato a Boston proprio grazie alla trade di Ottobre e nel frattempo diventato titolare, fece il career-high con 21 punti...serataccia? Diciamo un incubo a occhi aperti.
A quel punto la classifica si era assestata su un non disprezzabile 50% di vittorie (13-13) e la situazione rimase sostanzialmente la stessa sino a Gennaio inoltrato, quando due "bombe" esplosero nella Beantown grosso modo all' unisono: il 23, tanto per gradire, arrivò la notizia della sospensione a tempo indeterminato di Vin Baker. Ma che cosa era successo? Eppure l'ex All Star nelle prime fasi del campionato aveva suscitato l'ottimismo dei più inanellando una serie di prestazioni che avevano lasciato almeno intravvedere i motivi per cui si era deciso, a suo tempo, di puntare forte su di lui. Accadde, purtroppo, che gradualmente il suo rendimento e il minutaggio andarono sempre più contraendosi, fino all'imbarazzante finale: il 2 Gennaio contro i Pacers fece il suo ultimo ingresso in campo da titolare, con 23 minuti e il dimenticabilissimo totale di 6 punti e un rimbalzo; il giorno successivo a Chicago 11 minuti e 0 punti partendo dalla panchina; ancora 48 ore e 7 miserrimi minuti nuovamente senza colpo ferire contro i Pistons...poi un silenzio durato un paio di settimane culminato con la notizia del "Game Over".
Da parte della società iniziò il conto alla rovescia per la rescissione, che avrebbe consentito un risparmio di 36 milioni di dollari, pari al salario che sarebbe stato necessario corrispondere al giocatore se si fosse arrivati al termine naturale del rapporto di lavoro, da lì a due anni e mezzo. Egli infatti, come noto, era stato fermato l'anno precedente a causa di un troppo amichevole rapporto con la bottiglia e aveva accettato di sottoporsi ad un severo programma di riabilitazione che prevedeva frequenti controlli; ovviamente i Celtics si erano cautelati stipulando un accordo che includeva la possibilità di veder annullato il contratto nel caso in cui non fossero state rispettate le clausole convenute tra le parti. Per "almeno" tre volte Baker si era sottratto ai test prima di essere definitivamente sospeso. A questo punto lo "step" successivo prevedeva che solo un medico scelto di comune accordo avrebbe potuto determinare la data del ritorno in campo. Questi non diede il suo benestare prima che la "fermata" raggiungesse le 10 gare e ciò permise a Ainge, il 18 Febbraio, di "tagliare" l'ormai ex numero 42 che si sarebbe accasato ai Knicks senza peraltro lasciare troppi rimpianti.
Avevamo parlato di "due bombe che esplosero grosso modo all'unisono". La seconda deflagrò il 27 di Gennaio quando il GM e O'Brien, dopo la pesante sconfitta subita ad opera dei Nets (91-110, nonostante i 26 di Ricky Davis, sesto uomo di lusso) si incontrarono per discutere di "alcune differenze filosofiche". Il problema sostanziale era che il coach aveva mal digerito la politica del "capo". Senza dubbio la cessione di Walker ebbe un qualche peso nella questione ma le divergenze non stavano sulle singole scelte effettuate, ma si trovavano su un piano superiore, programmatico potemmo dire. 10 nuovi giocatori erano arrivati in stagione e "Obie" si sentiva frustrato in ogni tentativo di far quadrare i conti, con il roster che cambiava continuamente; d'altra parte Ainge aveva intuito che la situazione tecnica e salariale ereditata dalla gestione Gaston/Wallace non poteva essere funzionale a un praticabile piano di rinascita, per cui decise di lavorare in prospettiva, a costo di alienarsi le simpatie di stampa e tifosi. E' chiaro che le posizioni erano inconciliabili, per cui O'Brien diede le sue dimissioni, peraltro accettate dal "rosso". La scelta del sostituto cadde sull' "assistant coach" di lungo corso John Carroll, dal 1997 ai Celtics e già capo allenatore a livello universitario per Duquesne. I biancoverdi si barcamenavano in mezzo ad una classifica da 22 vittorie e 24 sconfitte e chiaramente la situazione venutasi a creare non lasciava troppo spazio all'ottimismo: come da copione la squadra andò in "rottura prolungata" e infilò una serie nera di 12 "L" ed un'unica "W" in casa contro i derelitti Wizards.
Nè il rituale appuntamento con l'All Star Game, che si tenne Il 15 Febbraio 2004 allo Staples Center di Los Angeles potè risollevare un po' il morale all'ambiente, con Boston a recitare una parte di secondo piano, tra un rookie challenge che vedeva in campo James, Bosh, Wade, Anthony da una parte e uno Shaq a guadagnarsi il titolo di MVP nella partita dei "grandi" dall'altra. Vinse l'Ovest per 132-126 e Pierce, unico rappresentante della Beantown, raggranellò la non disprezzabile cifra di 8 punti in 13 minuti. Anche Ricky Davis partecipò al week end delle stelle sfidando Jason Richardson, Fred Jones (che vinse) e Chris Andersen nella gara delle schiacciate.
Nel bel mezzo del periodo-no, tra una nuova gestione tecnica che non decollava e il definitivo addio a Vin Baker, Ainge, constatata la piega che stava prendendo la stagione ne approfittò ancora una volta per cambiare le carte in tavola accettando uno scambio a tre con Detroit e Atlanta: Boston cedette Mike James ai Pistons e Chris Mills agli Hawks; Detroit si privò di Zeljko Rebraca, Bob Sura e una prima scelta in favore degli Hawks e del duo Chucky Atkins/Lindsey Hunter più un'altra prima scelta in favore dei Celtics. In Michigan si accasò nientepopodimeno che Rasheed Wallace, uno dei motivi per cui nell'albo d'oro di quell'anno alla voce "winner" è riportato il nome "Detroit Pistons".
La manovra, con il senno di poi, appare piuttosto chiara e risponde al bisogno di accumulare asset per costruire per il domani e non per l'oggi. Se ci fosse bisogno di una prova basti pensare che solo una settimana dopo Hunter, con mossa allora consentita, venne tagliato e lasciato libero di riaccasarsi alla corte di Larry Brown.
Sembrava che il discorso-playoffs fosse ormani una mera speranza quando, improvvisamente si ricominciò a macinare un buon basket, anche grazie al prezioso apporto del neo acquisto Chucky Atkins: niente di clamoroso, intendiamoci, ma sei vittorie consecutive (compresa quella "corsara" a casa di Kevin Garnett conquistata grazie ai 18 punti di Welsch) diedero l'abbrivio per il raggiungimento della postseason, sia pure con l'ultima moneta, un modesto record di 36-46 e la complicità di una Eastern Conference non irresistibile. Nemmeno a dirlo, non ci furono allori individuali a fine stagione anche se Pierce, primo, secondo e terzo violino della squadra totalizzò medie di assoluto rilievo: 23 punti, 6.5 rimbalzi e 5.1 assists a partita.
Al primo turno, ovviamente, gli avversari designati sarebbero stati i Pacers, titolari non solo del seed numero uno ad est, bensì del miglior bilancio assoluto, 61 vittorie e 21 sconfitte. Era la rivincita del 2003, quando i biancoverdi ebbero la meglio in 6 partite. Le possibilità di "sfangarla" anche questa volta? Vicine allo zero. Indiana poteva contare, attorno al veterano Reggie Miller (38 anni e ancora quasi mezz'ora in campo ad allacciata di scarpe e percentuale da tre punti superiore al 40%) su un terzetto di giovani ben assortiti, dal talentuoso Jermaine O'Neal, al grintoso Ron Artest (Defensive Player Of The Year, per gradire) per finire con il sesto uomo Al Harrington, 13 punti di media in uscita dalla panchina. In realtà la domanda fondamentale e attraverso la quale passavano le scarse speranze di "upset" era: il rabberciato pacchetto-lunghi di Carroll sarebbe riuscito a limitare lo strapotere di O'Neal?
Il 17 Aprile alla Conseco Fieldhouse di Indianapolis andò in scena la prima puntata della serie: Boston resistette per un quarto, il primo, concluso 20-29 per i padroni di casa con Pierce e Atkins (11 punti cadauno nei primi 12 minuti) a fare la parte dei leoni. Purtroppo la luce si spense presto e fu una leggerezza di Brandon Hunter a scatenare la "Caporetto": entrato in apertura di secondo quarto il rookie impiegò 40 secondi per atterrare in un soprassalto di foga giovanile Jermaine O'Neal, scatenando un alterco dal quale i Pacers uscirono come treni in corsa mettendo insieme un parziale di 24-7 alla sirena dell'intervallo lungo e chiudendo di fatto ogni discorso. A metà del terzo il divario si era ormai dilatato sino al -27 e fu solo l'interminabile garbage time a consentire un tardivo rientro ai Celtics che riuscirono a terminare con un almeno numericamente dignitoso 88-104. Quanto alla risposta alla domanda "il rabberciato pacchetto-lunghi di Carroll sarebbe riuscito a limitare lo strapotere di O'Neal?" basterebbe confrontare i punti realizzati nel pitturato: 48-28...
Tre giorni dopo si replicò e per buona parte della gara la musica sembrò decisamente diversa, basti pensare che a 30 secondi dalla fine del terzo periodo il punteggio vedeva i biancoverdi condurre per 69-61: Artest scontava una partita di sospensione per essere balzato fuori dalla panchina durante l' "accesa discussione" scatenata dal fallo di Hunter, mentre Harrington, O'Neal e Miller trovarono una giornata di alterne fortune al tiro (17/44 dal campo in totale) ma fu la panchina di Carlisle a ribaltare completamente la situazione: Fred Jones, Jonathan Bender e Austin Croshere diedero il "là" a un quarto periodo arrembante che vide i Celtics alzare bandiera bianca sotto il peso di 38 punti a 21. Il finale, 103-90, fu questa volta ingeneroso ma era una consolazione di poco conto e la dichiarazione di uno sconsolato Carroll nella conferenza stampa post-partita non pareva di buon auspicio: "E' come essere in una barca con 20 buchi e 10 tappi..."
Si tornava a casa ora, per la classica sfida "dentro o fuori", ma non ci fu nulla da fare. Basterebbe ricordare come le riserve dei Pacers, in quell'occasione, fecero 58 punti contro i 54 degli...starters biancoverdi, capitanati da un Pierce fortemente limitato da Artest e capace di metterne solo 9, figli di un poco edificante 4/17 al tiro. Boston mise la testa avanti per l'ultima volta a metà del primo quarto, poi passò tutto il resto della gara inseguendo a distanza di sicurezza i più forti avversari: nell' ultimo periodo gli ospiti presero definitivamente il largo, infliggendo al Trifoglio la più larga sconfitta casalinga in postseason (261 partite giocate dal 1948), un 108-85 che non lasciava spazio a repliche o rimpianti.
L'ultimo atto fu una formalità e, nonostante i 27 (e 11 rimbalzi) di Pierce e gli inattesi 21+13 di Mark Blount ancora una volta Indiana "spaccò" la gara con facilità, imponendo un terrificante parziale di 49-27 nei ventiquattro minuti centrali. La peggiore notizia furono però gli ampi spazi lasciati liberi da una tifoseria ormai disillusa: ufficialmente l' "attendance" fu di 16389 paganti, 1000 in meno rispetto al tutto esaurito, ma in realtà le presenze effettive non si discostavano troppo dalle 12000 e in molti si allontanarono delusi prima della fine; inoltre le luxury suites erano in gran parte vuote. Finiva così, in maniera amara, non solo il cammino dei Celtics ma anche la breve carriera di John Carroll in qualità di Head Coach. La situazione era nera più che mai, almeno nera quanto l'allenatore che avrebbe firmato di lì a poco con la gloriosa e convalescente franchigia del Massachussets...




Commenti
Si parla dell'arrivo di Ainge, si inizia a sentire un po di profumo di presente, all'inizio era un po scettico, mi dava fastidio di come si presentava in conferenza stampa in felpa, oppure che parlasse di metter su una squadra da titolo in tre anni e in effetti si sbaglio ce ne vollero quattro :) Però se si pensa da che situazione tecnico salariale aveva ereditato dopo la scellerata gestione Wallace, quattro anni (con tutta la sfortuna possibile con le palline del draft) sono un mezzo miracolo.
Lo scambio che portò Walker a Dallas per molti al momento era pura follia, però giova ricordare che da quello scambio (e da quello con i Pistons della deadline che ne era l'evoluzione) arrivò tanta carne da mettere al fuoco in futuro, roba che sarebbe tornata molto utile. E' vero manco LaFrentz che se fosse stato in condizioni fisiche decenti secondo me poteva essere un buon giocatore, purtroppo fisicamente non era più da corsa.
La stagione in se fu controversa, come molto discusso fu l'addio a O'Brien in molti dissero che Ainge lo aveva confermato "controvoglia" per poi costringerlo alle dimissioni strada facendo, se sul momento era una tesi da considerare, Ainge in futuro dimostrerà che "quando non vuole una cosa non la prende", magari O'Brien non era la sua prima scelta, ma la cruda realtà è che O'Brien aveva poco credito nello spogliatoio con stelle viziate e un gioco che almeno in attacco latitava di brutto, mentre in difesa con Dick Harter andava meglio.
Insomma è in quel periodo che il nucleo storico di questa redazione inizio a conoscersi e a "discutere di Celtics"
Però va considerato che alla fine dei conti erano stait Walker - per dimostrare che Pitino era il colpevole - e Pierce a farlo promuovere da "interim-coach" a "headcoach", ed allora lui gli aveva lasciato le chiavi dei Celtics dicendogli di guidare con prudenza.
I danni dei coach "pre-Rivers" si sarebbero visti in seguito: nessuno avrebbe insegnato a Walker che "Celtic" devi esserlo anche fuori dal campo e che certi atteggiamenti tracotanti alla fine ti alienano giocatori ed allenatori avversari, e Pierce avrebbe fatto fatica a capire che per vincere devi comportarti in modo diverso.
Un rivoluzionario in senso cestistico NBA con coraggio da vendere e nessun sentimentalismo che potesse guastare la freddezza del GM, insomma l'uomo giusto al posto giusto.
Ovvio che ci volesse tanto tempo per raddrizzare una barca che faceva acqua da tutte le parti (salari, valore dei giocatori), ma Ainge iniziò alla grande spaventando, scandalizzando e sconvolgendo tifosi e media con una gestione che qualcuno definì "navigazione a vista" e invece era programmazione di assoluto livello che avrebbe fatto scuola nelle stagioni successive.
Altrettanto ovvio che trading Danny, come venne ribattezzato per i tanti scambi effettuati, non sempre poteva arrivare a migliorare la squadra per l'immediato e, quindi, alcuni giocatori arrivati in biancoverde furono pressochè inutili, ma la logica si dimostrò impeccabile.
Discorso O'Brien che mi piacerebbe sviluppare: un buon coach, ma forse nulla di più (e le successive esperienza a Phila e Indiana l'avrebbero dimostrato) che aveva pecche più gestionali che tecniche; perchè il rinnovo pluriennale? Per dargli una apparente e formale fiducia, ben sapendo che non era l'uomo del futuro e che il turbillon di scambi l'avrebbe potuto travolgere?
Forse una pagina poco chiara, almeno per me, anche se è anche possibile che Ainge abbia provato a trovare punti di condivisione con O'Brien e abbia capito solo dopo che le differenze erano troppe.
Effettivamente di lavoro da fare ce n’era parecchio, e ricordo come ho accolto all’epoca le varie notizie: speranzoso su Banks e Hunter (!), contento per l’addio ad un Toine mai veramente amato, sorpreso e deluso per la ricaduta di Gin Baker, di nuovo fiducioso per il fromboliere Ricky Davis, ed infine disilluso per dei playoffs che davvero offrivano poche possibilità per i nostri colori.
Sulla successione delle mosse, il confine tra la “navigazione a vista” e la “programmazione” ricordate da Michele allora era davvero sottile da individuare: secondo me il maggior merito di Ainge fu quello di non perdere tempo, certamente rivoluzionare il roster ogni due mesi era destabilizzante, ma era anche l’unico modo per non far passare gli anni inutilmente e riconquistare pian piano una situazione salariale positiva.
Ribadisco che alcune mosse sembravano e forse davvero sono state inutili, ma, con il doveroso senno di poi, hanno invece contribuito a realizzare il "capolavoro aingiano" che sappiamo, cioè ricostruire fino all'anello senza alcuna scelta alta e senza uno tra i primi cinque giocatori della lega.
Una parte di fortuna ci sarà anche stata, ma i tanti giovani scelti e poi valorizzati non possono essere stati una coincidenza.
http://www.nba.com/2011/news/features/fran_blinebury/08/27/1986-celtics/index.html
da cui estraggo alcune fra le prime frasi, che si commentano da sole ...
"they played a thinking man's game, the equivalent of Albert Einstein and Stephen Hawking in shorts and sneakers."
"the Celtics were like a basketball symphony"
ma soprattutto:
"Toss in Bill Walton, Dennis Johnson, Danny Ainge, Rick Carlisle, Jerry Sichting, Scott Wedman and Sam Vincent and the Celtics' so-called "basketball I.Q." could probably have qualified them for their own chapter of Mensa."
Bird, McHale, Dennis Johnson, Bill Walton e compagni erano tutti dotati di un alto QI cestistico, ma non è questo il tratto caratteristico che secondo me rendeva imbattibili quei Celtics.
Altrimenti le squadre di Harvard dovrebbero aggiudicarsi campionato NCAA anno dopo anno, non credi?
Gli aspetti che più “pesavano” in quella squadra a mio avviso erano in primis un’incredibile forza mentale, la convinzione di essere i più forti e che nessuno poteva batterli.
In secondo luogo i “meccanismi” erano ben chiari a tutti: e non parlo solo degli schemi di gioco, ma anche di chi fosse il leader, di chi fosse il “vice-sceriffo”, di chi dovesse fare questo o quell’altro.
Terzo: nessuno si considerava più importante della squadra, anzi era disposto a sacrificare qualche punto o qualche rimbalzo di media per il bene del gruppo.
Poi sì, è vero, il fatto che molti di loro fossero estremamente intelligenti non guastava… ma dire che era la loro superiore intelligenza a fare la differenza è sbagliato: gli avversari non erano stupidi...anzi.
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