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Beh, non mi sembra siano possibili scambi a playoffs in corso o a ... -
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ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia....
La Storia dei Celtics
Dopo quindici anni di sofferenze, nell'estate del 2002 ai tifosi dei Celtics sembrava di intravvedere finalmente un barlume di luce in fondo al tunnel: i playoffs dell'anno precedente erano stati i migliori da tempo immemorabile, un po' per merito di una squadra oggettivamente buona, un po' perchè la Eastern Conference, non trascendentale, offriva "buone possibilità di carriera" anche a chi non poteva fregiarsi del titolo di contender.
Solo i Nets avevano interrotto la marcia dei biancoverdi, un 4 a 2 peraltro piuttosto combattuto. Con una coppia d'assi del calibro di Antoine Walker e Paul Pierce, 51 anni in due, c'era tutto lo spazio per impostare un progetto di ampio respiro. Purtroppo già prima di terminare la Regular Season precedente Chris Wallace diede una prima picconata al futuro della franchigia con la trade che spedì a Phoenix il futuro All Star Joe Johnson e una prima scelta (più Randy Brown e Milt Palacio) per Tony Delk e Rodney Rogers, utili quanto si vuole per puntellare la panchina e per favorire il bel cammino dei playoffs ma non esattamente due prospetti "futuribili".
Alle picconate seguenti contribuì in maniera decisiva la proprietà nella persona di Paul Gaston, refrattario a qualsivoglia ipotesi di investimento e a qualunque sforamento oltre il cap. In questo senso vanno letti i mancati rinnovi dello stesso Rogers e di Erick Strickland, per tacere di Mark Blount. Ma se per quest'ultimo vi fu anche una ragione tecnica, essendo questi ancora lontano dal raggiungimento di uno standard di rendimento accettabile, per i primi due la rinuncia fu un "peccato mortale". Entrambi erano assolutamente disponibili a rimanere a Boston ed entrambi avevano dimostrato di poter dare un solido contributo, ma le contrattazioni "al risparmio" del front office biancoverde, attento a non allontanarsi troppo dal presunto tetto della luxury tax (stimato attorno ai 50 milioni, al momento il monte salari si aggirava sui 53), furono infruttuose e inadeguate per trattenere i giocatori: Rogers si sarebbe accasato ai Nets per la non improponibile cifra di 2.800.000 dollari, mentre Strickland, solido difensore gradito ad O'Brien, avrebbe raggiunto i Pacers accontentandosi di 760000.
Prima di questa piccola "diaspora", Il 26 Giugno del 2002 al Madison Square Garden di New York si tenne il draft, al quale Wallace partecipò come spettatore non pagante o quasi, dovendo rinunciare, come abbiamo visto, alla prima scelta. Alla 49 chiamò il lituano Darius Songaila che peraltro non indossò mai la casacca del Trifoglio: dopo il college volò a Mosca dove militò per un anno al CSKA, poi nell' estate del 2003 fu ceduto ai Sacramento Kings, punto di partenza per un'onesta carriera da comprimario (6.9 punti e 3.9 rimbalzi in 19 minuti scarsi di utilizzo medio per otto anni di NBA).
Date le premesse occorreva in qualche modo riempire gli spot rimasti liberi e qui l'altrimenti "sinistro" Chris ci vide giusto, almeno per quanto riguarda il tesseramento del "piccolo" Ernest Bremer Jr., più semplicemente "J.R.", undrafted da St. Bonaventure University, nota per aver dato i natali cestistici a Bob Lanier. Bremer era il settimo realizzatore di tutti i tempi per i "Bonnies" con 1732 a referto e il recordman per triple messe a segno, 223. Inoltre, nell'anno da senior, culminato con una fugace apparizione al NIT si rese protagonista di una stagione eccellente, 24.7 punti a partita, il che gli valse l'inclusione nell' "Atlantic 10 All-Conference first team". Ne' avrebbe deluso nel suo anno da rookie ai Celtics, affermandosi come uno dei giovani più positivi della lega. Meno azzeccata fu la scelta del sostituto di Blount, il "biancone" croato Bruno Sundov, settepiedi (e due) che non aveva lasciato segni tangibili della sua presenza negli anni passati a Dallas e Indiana e, ovviamente, non ne lasciò dopo.
Ma le velleità di rivoluzione della coppia Wallace-Gaston non erano ancora sopite e il 22 luglio, ahimè, arrivò il coup de theatre: in uno scambio a 5 giocatori con i Seattle Supersonics i Celtics si liberarono di Kenny Anderson, Joseph Forte e Vitaly Potapenko per avere in cambio Shammond Williams e Vin Baker, ovvero una delle trade più deleterie della storia biancoverde: vero, Potapenko era reduce da un'operazione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, infortunatosi prima dei playoffs 2002 e Forte non poteva certo considerarsi un intoccabile, ma Anderson era stato una delle chiavi del buon risultato dell'anno precedente. Di più, la sua partenza privava di fatto "Obie" dell'unica point guard di provata affidabilità, costringendolo a "rattoppare" il ruolo con Delk, Williams e Bremer, 68 partite da starter in carriera...in totale. Quanto a Baker, beh, avrebbe potuto presumibilmente rendere indolore la partenza di Rogers, ma un terzo elemento al massimo salariale si avviava ad "ingessare" il cap almeno fino alla stagione 2005/2006 (il buon vecchio Vin si portava dietro un contrattino da 50 milioni di dollari da spalmarsi nel quadriennio a venire) e tuttavia il problema avrebbe potuto essere tutto sommato relativo se si fosse trattato del "crack" ammirato a Milwaukee all'inizio della carriera, un 2.11 con un primo passo devastante capace di uscire dal campo con medie sistematiche di 20 punti e 10 rimbalzi.
Purtroppo anche i più sfrenati ottimisti non potevano non vedere qualche crepa nel piano: il giocatore era solo trentunenne ma aveva faticato molto a recuperare il peso forma dopo il lockout del 1998-99, da qualche anno le sue prestazioni erano in oggettivo calando, durante il torneo precedente aveva marcato visita, infortunato, per 27 partite e, in conclusione, Seattle aveva avuto un bilancio migliore quando era stato fermo ai box rispetto a quando era "abile ed arruolato". Insomma, nello stato di Washington furono in pochi a stracciarsi le vesti per la sua partenza. Wallace sperava che in un Est privo di centri "dominanti" il prodotto di Hartford potesse fare ancora la differenza nei pressi del pitturato, distotogliendo una parte delle attenzioni che le difese avversarie avrebbero certamente prestato a Pierce e a Walker: "Noi pensiamo che Vinnie possa sentirsi ringiovanito giocando di nuovo nella Eastern Conference e che sarà motivato, perchè ha sempre desiderato di giocare per i Celtics".
Lo stesso 'Toine, in un impeto di sfrenato ottimismo abbe a dichiarare, prima del via alle ostilità: "Questa è la prima volta da quando sono qui che possiamo guardare al banner numero 17 come ad una reale possibilità". Tutto bello, ma ricapitolando, Baker sarebbe davvero stato il terzo "big" di fatto e non solo per "busta paga"? Uno tra Williams, Bremer e Delk avrebbe saputo degnamente coprire il ruolo lasciato libero da Anderson? La panchina, impoverita dei free agent che avevano saputo essere un valore aggiunto l'anno precedente, sarebbe stata all'altezza?
I sostenitori del Trifoglio avevano decisamente molto materiale di discussione, ma un evento "epocale" era dietro l'angolo: il 27 settembre venne annunciato, dopo 10 anni di discussa e discutibile gestione-Gaston, il cambio ai vertici della franchigia più titolata dell' NBA. Per 360 milioni di dollari una cordata di investitori locali guidata da Wycliffe Grousbeck e comprendente anche Steve Pagliuca, H. Irving Grousbeck (padre di Wyc e fondatore della "Continental Cablevision" nel lontano 1963), Robert Epstein, David Epstein e John Svenson acquistò la squadra. Il neonato gruppo venne battezzato con il beneaugurante nome "Banner 17 LLC", a sottolineare l'obiettivo primario, quella vittoria che ormai da troppi anni si faceva aspettare. Tutta l'operazione venne condotta in gran segreto per evitare fenomeni di speculazione finanziaria sulle azioni distribuite al pubblico; un primo "abboccameto" tra le parti era avvenuto a Luglio, quando Gaston declinò l'offerta affermando che i Celtics non erano in vendita. Per nulla scoraggiati, i futuri compratori tornarono alla carica in Agosto prima di spuntarla il mese successivo.
Anche il grande Bob Cousy rimase stupefatto, segno che il riserbo fu quasi assoluto: "Sono scioccato del fatto che sia successo così rapidamente. Nessuno di noi aveva idea che stesse accadendo. Comunque sono felice che sia gente del posto".
Naturalmente i tempi tecnici, a partire dall' approvazione da parte della Lega, non consentivano un passaggio immediato: l'accordo sarebbe stato effettivo dal 31 Dicembre del 2002, inizio ufficiale dell' "era Grousbeck". In quella data il nuovo "padrone di casa" rilasciò una dichiarazione profetica: "Questa è l'emozione più grande della mia vita. Il nostro gruppo di investitori locali, il primo dopo decenni, è onorato di accettare questo ruolo e di iniziare a lavorare con la squadra e la comunità per continuare la tradizione vincente dei Celtics, dentro e fuori del campo di gioco". Chi avrebbe potuto immaginare che ereditando una situazione tecnica e salariale complicatissima, quell' uomo dal sorriso timido avrebbe impiegato solo un lustro per portare la squadra al diciassettesimo banner?
Intanto il 30 Ottobre 2002 era iniziata ufficialmente la stagione NBA e Boston si trovò ad incrociare la spada con i non trascendentali Bulls, ormai lontani parenti della squadra che vinse sei titoli negli anni 90: il primo starting lineup del Trifoglio era composto da Tony Battie, Antoine Walker, Eric Williams, Paul Pierce e Tony Delk, preferito a Shammond Williams nel ballottaggio per il ruolo di play titolare. Davanti al pubblico di casa i biancoverdi incapparono in una serata storta, vittime soprattutto di una di quei giorni "un po' così" di Walker, autore di un improbabile 5/23 dal campo (1/10 da oltre l'arco). Non bastò "La Verità" (28), nè il sorprendente Delk (23 con "percorso netto" da acque internazionali, 4/4) ad evitare la sconfitta per 99-96 dopo essere stati in vantaggio 74-62 nel terzo periodo. Come da peggiori previsioni della vigilia la panchina fu quasi inesistente e l'assenza di Kedrick Brown non poteva essere un alibi credibile (15 punti contro i 34 degli omologhi dei Bulls); Baker, purtroppo, non fece eccezione mettendone a referto 6 più 4 rimbalzi in 18 minuti, un po' poco per chi sarebbe dovuto diventare la "terza punta di diamante" della squadra.
Il giorno successivo (e daccordo per il back to back) arrivò una sconfitta terrificante ad opera dei Wizards di Michael Jordan, 45 punti di scarto, Paul & Antoine a combinare un deprimente 8 su 32 al tiro, 59 a 31 ai rimbalzi per Washington. O'Brien rimase senza parole, limitandosi a un laconico "Abbiamo avuto una pessima serata. Potreste farmi milioni di domande, a la risposta sarebbe la stessa: abbiamo giocato male". Per fortuna il momento-no passò in fretta e il mese di novembre fu decisamente positivo, con 10 W e 3 sole L, compreso un sempre gradito 98 a 95 all'overtime contro i Lakers (Bryant 17 su 47!!!). Proprio in quell' occasione apparve chiaro come la panchina fosse un punto (forse IL punto) dolente: Walker rimase in campo per 47 minuti, Pierce per 44, Eric Williams e Delk rispettivamente per 43 e 41. Tra le riserve solo Shammond Williams, Baker e McCarthy entrarono in campo, combinando la miseria di 7 punti in totale. Per il momento comunque i risultati arrivavano e vittime "eccellenti" del buon periodo dei Celtics furono Sixers, Timberwolves, Jazz e Nets, tutte squadre di assoluto spessore. Dicembre e gennaio passarono senza grossi sussulti, pressochè al ritmo di una vittoria e una sconfitta, anche se proprio il 31 Gennaio, al Garden, andò in scena una partita da record: purtroppo i biancoverdi si trovavano dalla parte sbagliata e subirono il peggior rovescio nella storia della franchigia, 118-66 per una differenza di 52 punti, maturati anche e soprattutto a causa di un inspiegabile parzialone (35-2) a cavallo tra terzo e quarto periodo che fece in modo di dilatare il distacco da 71 a 51 fino a 106 a 53. Il capitano con 23 e Bremer con 10 finirono in doppia cifra: gli altri (quasi tutti) furono imbarazzanti, soprattutto il numero 8 (1/15 dal campo) e l'ineffabile Vin Baker, 20 minuti e 0 punti, 0 rubate, 0 stoppate, 1 assist e 2 rimbalzi (difensivi).
A proposito di Bremer: come abbiamo già avuto modo di accennare, fu una delle poche mosse azzeccate di quell'anno balordo: il rookie aveva ben impressionato O'Brien in allenamento e dopo un periodo di "rodaggio" passato a guardare i compagni dalla panchina o giocando scampoli di gara, il 12 gennaio a San Antonio (sconfitta al fotofinish grazie a una tripla di Stephen Jackson a 9 secondi dalla sirena) fu buttato nella mischia come sesto uomo risultando la riserva più produttiva. Da quel momento, sostanzialmente, non uscì più dalle rotazioni venendo anzi quasi sempre schierato in quintetto al posto di Delk, almeno fino ai playoffs quando Tony riguadagnò lo "scettro".
Il 10 febbraio si giocò ad Atlanta l'All Star Game con la partecipazione in veste di attori non protagonisti del "dinamico duo" Pierce-Walker, 8 punti in 18 minuti per il primo, 6 in 9 per il secondo...comunque un giusto riconoscimento per le stelle che stavano consentendo a Boston il raggiungimento di un'altra qualificazione alla postseason. Nemmeno il tempo di tirare il fiato e già il 20 febbraio fu aggiunta un'altra pagina al mercato isterico dei biancoverdi, che, trovato per strada Bremer,pensarono bene di cedere Shammond Williams, una seconda scelta e denaro ai Nuggets per avere in cambio il cap filler Mark Bryant (che, detto per inciso, era agli ultimi rantoli di una lunga carriera e non avrebbe praticamente visto il campo) e...Mark Blount, ovvero pagarono per avere lo stesso giocatore che era stato lasciato andare come free agent sette mesi prima!
Ma non era ancora tutto, perchè solo una settimana dopo arrivò la notizia peggiore dell' anno: Vin Baker, autore di una stagione caratterizzata da cifre miserrime date le aspettative (5.2 punti e 3.8 rimbalzi in 18 minuti di media) fu sospeso indefinitamente senza stipendio per problemi di alcolismo: fu coach O'Brien durante un allenamento a "fiutare" (letteralmente) il problema e a parlarne con il giocatore il quale, nei giorni, settimane e mesi seguenti, in varie interviste spiegò di essere "malato" già prima del suo arrivo, raccontò di come usasse bere sistematicamente addirittura in albergo dopo le partite, per consolarsi di una prestazione infelice. Ovviamente i compagni, l'allenatore e Wallace si dissero dispiaciuti e preoccupati in primis per la salute dell' uomo, auspicando che potesse ritornare presto in campo, ma fuori dalle frasi di rito la sensazione palpabile era che il "rischio calcolato" si era trasformato in una disfatta su tutta la linea.
In mezzo a tutte queste vicissitudini la squadra non si perse d'animo e con un record di 36 vinte e 26 perse alla prima settimana di Marzo la qualificazione ai playoffs era cosa quasi fatta; nonostante le 6 sconfitte consecutive tra il 18 e il 26 la regular season fu portata a termine con un bilancio più che dignitoso (44-38), al sesto posto di una Eastern Conference equilibrata come previsto, con otto squadre compresse tra le 42 e le 50 vittorie. Non ci furono grosse soddisfazioni per quanto riguarda i premi di fine anno: Pierce, nonostante 25.9 punti e 7.3 rimbalzi ad allacciata di scarpe fu gratificato solamente del terzo quintetto NBA mentre Bremer si meritò l'inclusione nel secondo quintetto rookie, non male per un "undrafted". Tra gli altri da sottolineare il solido rendimento di Walker che, fatto salvo qualche passaggio a vuoto terminò con la rimarchevole media di 20.1 e 7.2 carambole.
Ai playoffs l'avversario designato erano i Pacers, terza posizione ad Est ma solo 4 vittorie più dei Celtics. Squadra giovane quella di Isaiah Thomas, nonostante la presenza del trentasettenne ma sempre velenoso Reggie Miller. La punta di diamante era Jermaine O'Neal, lungo dalla mano morbida capace di medie in stagione di 20.8 punti, 10.3 rimbalzi e 2.3 stoppate; Ron Artest garantiva difesa e una certa dose di cattiveria agonistica, mentre Brad Miller e l'ordinato Jamaal Tinsley chiudevano lo starting five. In uscita dalla panchina, oltre a Ron Mercer, Austin Croshere e Jonathan Bender si aggiungeva il rimpianto ex Erick Strickland. In gara 1, la Conseco Fieldhouse ammirò uno dei più clamorosi "One Man Show" di Paul Pierce; e dire che questi, indebolito dall'influenza, iniziò sbagliando 15 tiri sui 19 scoccati nei primi tre quarti. I ragazzi di O'Brien, nonostante l'apporto ridotto del numero 34 e l'espulsione di Battie per un flagrant di tipo 2 ai danni di Artest dopo 3 minuti nel secondo periodo, furono bravi a rimanere in partita, contenendo lo svantaggio all'intervallo lungo (52 a 58). I 6 di O'Neal e i 7 di Reggie Miller alla ripresa delle ostilità sembrarono segnare la fuga buona (75 a 61) e a 7.41 dalla conclusione il vantaggio era ancora estremamente rassicurante per i padroni di casa (88 a 75) o, almeno, lo sarebbe stato se "The Truth" non avesse deciso di salire in cattedra: ne mise 21 per raggiungere un totale di 40, con 21 su 21 ai liberi (record per i playoffs) e 11 rimbalzi. Walker e Williams contribuirono, rispettivamente, con 22 e 18 punti.
Ancora una volta la panchina, sempiterno problema, fu impalpabile, ma il 103 a 100 finale consentiva a Boston di iniziare con il piede giusto "scippando" il fattore campo. Due giorni e, come facilmente prevedibile, Indiana si prese la rivincita in una partita quasi mai in discussione, aperta con un eloquente 26 a 8. I Celtics reagirono comunque e una tripla del numero 34 a 6.28 dalla penultima sirena sancì il -1 (55 a 56). Purtroppo la benzina era agli sgoccioli e nonostante i 16 di un buon McCarty e i 19 di 'Toine il quintetto di Thomas, tutto in doppia cifra, non lasciò modo agli avversari di completare il recupero: 89 a 77 e serie impattata sull' 1-1. Ai biancoverdi toccava ora di sfruttare a dovere le gare casalinghe, e la missione fu portata a termine nel migliore dei modi, prima dilagando 101 a 83 con i Pacers tenuti al 32% (Pierce 21, Walker 17, Delk e McCarty 14), poi spuntandola per 102-92 grazie ad una rimonta furiosa nel terzo periodo (da 36-51 a 73-61) e senza dimenticare i 37 del capitano e i 21 di Delk. La qualificazione era ipotecata e per Indiana ci sarebbe di fatto voluto il classico miracolo: alla Conseco Fieldhouse, dopo una partita nervosa e tiratissima, i paroni di casa si portarono sul 3-2 dopo un supplementare, e dire che alla sirena Pierce ebbe l'occasione di segnare il layup della vittoria, ma un ottimo Artest riuscì ad impedire la disfatta con la stoppata. L'overtime fu nefasto per il Trifoglio, incapace di segnare anche un solo punto. Finì 93 a 88 ma i ragazzi di O'Brien avevano ora l'occasione di giocare il secondo match point al Garden.
Per fortuna delle coronarie dei tifosi bostoniani fu un trionfo mai in discussione, sancito di fatto già dopo 12 minuti, allorchè il risultato si attestò sul 33-15, diventato poi 74-47 a 2.30 dalla fine del terzo parziale, prima del fisiologico rilassamento e del garbage time che accompagnò le due contendenti sino al 109 a 90. 4 a 2 dunque, con la prospettiva di giocarsi un'altra chance contro i favoritissimi (ad est) New Jersey Nets di Jason Kidd. L'anno precedente la sfida si era consumata in Finale di Conference ed era terminata con un affatto scontato 4 a 2. Sarebbero stati in grado Pierce e compagni di ribaltare quel risultato? Nel turno precedente gli uomini di Byron Scott avevano faticato più del lecito per liberarsi dei Milwaukee Bucks, ma il talento della squadra non era in discussione: oltre al già citato Kidd potevano contare su Richard Jefferson e Kenyon Martin, 34 punti di media in due in regular season. Ironia della sorte, come nel turno precedente con Strickland, anche questa volta in panchina sedeva un ex, l'altro non confermato free agent Rodney Rogers.
Il 5 maggio la serie ebbe inizio e i Celtics diedero battaglia in un confronto serrato, con le squadre sempre a strettissimo contatto: The Truth segnò 34 punti ma ebbe il torto di sbagliare il canestro più importante, la tripla "open look" a 7 secondi dalla conclusione che, sul 93-96, avrebbe potuto significare supplementare: "Pensavo di avere un'ottima visuale, la palla è uscita bene dalle mie mani, invece era un po' corta". Finì 97 a 93 per i Nets, anche grazie a un indiscusso dominio sotto i tabelloni, come testimoniato dal 44 a 30 alla voce rimbalzi. Gara 2, purtroppo, fu assai meno combattuta e un Walker terribile (3 su 15) non riuscì a dare un contributo valido ai positivi Pierce (32), Delk (19) e Battie (15): New Jersey guidata da Jefferson (25) e da un Kidd in quasi regime di tripla doppia (23 punti, 11 rimbalzi e 8 assist) mise la freccia nel terzo periodo terminato 82 a 66 e a nulla valse il commovente tentativo di rimonta dei biancoverdi portatisi sul -2 a 7.48 dalla fine grazie a un parziale di 14 a 0.
La contromossa fu tempestiva e grazie a 8 punti di Jefferson, a 2 minuti dalla conclusione il distacco tra le squadre raggiunse nuovamente la doppia cifra. La sirena concluse le ostilità fissando il 104 a 95 e il 2-0 nella serie. Ovviamente gara 3 diventava l'ultima spiaggia per Boston che, purtroppo, trovò la giornata peggiore proprio nel momento più importante: ancora una volta Walker, dopo il 9 su 35 in combinata delle prime due partite, aggiunse un dimenticabile 6 su 17, nè i compagni seppero fare molto meglio (35% in totale dal campo). I ragazzi di O'Brien non entrarono mai realmente in partita e il malinconico 76 a 94 finale ne è eloquente testimonianza. Lo sweep arrivò puntuale tre giorni dopo, il 12 maggio, anche se ci vollero 2 tempi supplementari per aver ragione dell'orgoglio dei Celtics, piegati per 110 a 101. E dire che i padroni di casa ebbero per ben tre volte la possibilità di aggiudicarsi perlomeno il punto della bandiera, dapprima quando si trovarono sopra di 8 a 4 minuti dalla fine, poi quando a 16 secondi dal termine Williams sbagliò il secondo tiro libero che avrebbe portato i suoi avanti per 91-90, infine allo scadere del primo overtime allorquando Pierce sbagliò il jumper del 99 a 97. Evidentemente lo 0-4 era scritto nelle stelle.
L'avventura dei playoffs si era così conclusa nel modo peggiore e il futuro era nebuloso: come si sarebbe destreggiato Grousbeck tra il "caso Baker" e una situazione salariale tutt'altro che comoda? Avrebbe vivacchiato ai margini del salary cap o avrebbe cercato di onorare la promessa fatta in occasione del suo insediamento? E, in questo caso, chi avrebbe scelto per il tentativo di scalata al "Banner 17"? Le risposte sarebbero arrivate presto, e all'orizzonte si profilava la familiare sagoma del Mormone, al secolo Danny Ainge...



Commenti
Perciò vedo Sam, Michele, Angelo ed il sottoscritto come degli "astronauti" che vanno nello spazio ma che senza il lavoro dei team di ingegneri della NASA sarebbero rimasti sulla terra...
Numero 100... ne è passato del tempo dall'introduzione di Federico Buffa e dal primo articolo... il brindisi lo facciamo a Firenze, senese, te porta lo spumante! :)
Pazzesco, e pensare che all'inizio del progetto, se ben ricordo, questo doveva essere il numero TOTALE di articoli...mentre ora, pur "vedendo il traguardo", mancano ancora "pietre miliari" della storia celtica!
Concordo con Fabio...a Firenze bisognera' stappare qualche buona bottiglia...
Per quanto riguarda la stagione in oggetto, dal mio punto di vista si ando' persino "oltre le aspettative", considerando gli scempi commessi in sede di scambi alla vigilia e poi a stagione in corso; soprattutto il successo al primo turno su Indiana (questa sfida sarebbe divenuta una costante in quegli anni) mi diede una grossa soddisfazione anche se ricordo aver pensato immediatamente dopo che evitare lo "sweep" dai Nets sarebbe stata una mezza impresa...
Ora prepariamoci allo sprint finale con la Storia...sta per cominciare nientepopodimenoche l'era Ainge!
E un forte "hurrà" per la quota "ciènto".
Se una nuova proprietà è stata fondamentale per tornare al successo, l'arrivo di Gin Baker è stata la mossa di mercato peggiore degli ultimi dieci anni, gravissima perchè i problemi del giocatore erano noti a Seattle e che Wallace non li conoscesse peggiora ulteriormente la decisione.
Ci siamo portati dietro questo contratto pesantissimo per qualche anno, creando poi problemi a Ainge, visto che il giocatore, di fatto, non contribuì per nulla tecnicamente.
Nonostante una sventura del genere, il record e il cammino nei PO fu ottimo e grazie al rendimento della coppia Pierce/Walker, entrambi oltre i 20 di media, anche se il gioco di O'Brien portò Walker a quasi 600 tiri da tre in stagione (oltre un terzo di quelli da lui tentati in totale) con un 32,3% che non era lontano dalla percentuale complessiva del 38,8%
Insomma, se il tuo secondo migliore attaccante tira sotto il 40% e se la squadra tenta ben 2.155 tiri da tre (primissima quell'anno come tentativi effettuati) su 6.509 ed è ventiseiesima a rimbalzo, si può agevolmente capire che la semifinale di conference fu un piccolo miracolo.
Ma i miracoli non possono ripetersi, come vedremo presto.
Posso solo aggiungere che in quella stagione (tanto per completare il quadro) ci fu anche un piccolo cameo di tre partite e dodici minuti per Mikki Moore?
Difficile togliere dalla voce "incubi" nomi come Gin Baker o Bruno Sundov, per me in quegli anni l'emblema del giocatore "non da Celtics"; ricordo invece con piacere l'annata di JR Bremer, e il grande Eric Williams, giocatore che adoravo per quanta energia riusciva a mettere in campo.
Rileggendo la storia di quella stagione adesso, sembra effettivamente un mezzo miracolo aver superato un turno di playoffs; ricordo però le notti insonni a leggere il play-by-play su nba.com (che pessimo modo per seguire una partita!), e gli immancabili improperi quando leggevo "A. Walker hits a 3-point shot: MISSED"...
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