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La Storia dei Celtics
Nel draft 2000 a Minneapolis i Celtics avevano perso un’altra buona occasione per rafforzarsi: Pitino si era “innamorato” del francese Jerome Moiso, atletico ma “grezzo” centro degli UCLA Bruins, e lo aveva “chiamato” al numero 11 lasciando sul tabellone talenti come Hidayet Turkoglu, Desmond Mason, Quentin Richardson e Jamaal Magloire. In agosto, poi, nonostante Red Auerbach avesse tentato di convincerlo a trattenere Danny Fortson, “Ricktator” l’aveva spedito a Dallas (assieme a Dana Barros) in cambio di due giocatori alla frutta - “Hot Rod” Williams e Robert Pack - e di una prima scelta.
Nonostante questi svarioni ed altri “movimenti tellurici” minori (l’arrivo di Randy Brown, Mark Blount e Chris Carr, la partenza di Pervis Ellison), quella che si stendeva sulla città di Boston era una tranquilla pre-stagione come tante. Paul Pierce la sera del 24 settembre era arrivato a casa con l’intenzione di riposare per essere fresco al torneo di golf di beneficienza in programma il giorno dopo. Squillò il telefono: era il compagno di squadra Tony Battie che assieme al fratello Derrick lo invitava ad una serata fuori. Paul accettò, si cambiò e, indossato un giubbotto di pelle, uscì. Quel giubbotto di pelle gli avrebbe salvato la vita: la “zingarata” del trio ad un locale notturno di Stuart Street, il “Buzz Club”, culminò in un aggressione per futili motivi da parte di tre ceffi appartenenti alla “posse” del rapper Ray Benzino.
E dire che i genitori americani lo ripetono spesso, quel “nothing good happens past midnight”, “niente di buono succede dopo mezzanotte”: in men che non si dica Paul Pierce si ritrovò steso sul sedile posteriore della macchina di Tony Battie, gli indumenti intrisi del suo stesso sangue, mentre il compagno di squadra guidava a rotta di collo verso il vicino New England Medical Center. I medici diagnosticarono un polmone collassato e riscontrarono 11 ferite da arma da taglio e diverse altre ferite, ematomi ed abrasioni causati da calci, pugni e bottigliate, ma l’atleta non era in pericolo di vita. Si salvò miracolosamente, la lama di un coltello era penetrata a pochi millimetri dal cuore ed aveva appena toccato un polmone, facendolo, come detto, collassare. Ma la forte fibra del numero 34 ed il giubbotto di pelle che aveva smorzato l’effetto delle coltellate gli permisero in breve tempo di lasciare l’ospedale ed incredibilmente di riprendere ad allenarsi per essere regolarmente in campo all’inizio del campionato.
Il calendario della stagione 2000-01 per il Trifoglio era un’arma a doppio taglio. Un inizio con 17 impegni casalinghi nei primi 25 incontri poteva infatti o fungere da propellente verso un campionato da incorniciare, oppure affossare la squadra nella mediocrità. Pitino aveva coraggiosamente proclamato che l’obiettivo erano le 30 vittorie al Fleet Center, ma il credito di cui godeva all’arrivo a Boston nel maggio 1997 era scemato costantemente. I contratti elargiti con larghezza a giocatori poi scambiati immediatamente sul mercato, l’instabilità nei giudizi e nell’attaccamento ai giocatori (di Travis Knight aveva detto “sarà un grande, grande giocatore in questa lega”, salvo poi spedirlo ai Lakers pochi mesi dopo), un ego di dimensioni esagerate, e soprattutto il costante calo di spettatori paganti (dai “tutto esaurito” nelle ultime 15 partite della stagione 1997-98 si sarebbe passati a ben 10 partite su 16 con meno di 15,000 paganti) stavano lentamente ma inesorabilmente erodendo la dote che il coach si era guadagnato in anni ed anni di lavoro sulle panchine dell’NCAA e dell’NBA.
L’esordio del 1 novembre però sembrò l’alba della riscossa. Opposti ai Detroit Pistons, Pierce e Walker nella prima metà di gara misero a referto 41 punti e nella serata in cui i Celtics ricordavano Chuck Cooper, primo giocatore afroamericano ad essere scelto nella storia NBA, posero una seria ipoteca sulla vittoria andando al riposo sul 56 a 40. Nonostante un recupero degli ospiti propiziato da Jerry Stackhouse e Cedric Ceballos, fu ancora il duo di punta a chiudere il discorso: Pierce, a soli 37 giorni dall’accoltellamento, chiuse con 28 punti e Walker ne aggiunse 33. Al termine della gara vinta per 103 a 83, Pitino sprizzava gioia da ogni poro: “Vedere Paul Pierce giocare a questi livelli ci ricorda quanto siamo stati fortunati. Sarebbe stato tristissimo se dopo l’aggressione non avesse potuto giocare a basket per molto tempo”. Due sere dopo fu ancora il prodotto di Kansas a guidare Boston: in svantaggio di 20 punti contro Toronto dopo soli 12’ (33 a 13) e con Vince Carter a furoreggiare (14 punti nel primo quarto), il numero 34 segnò 10 dei 28 punti per riportare i suoi a -7 all’intervallo. Nel terzo periodo i biancoverdi si riavvicinarono ulteriormente, e da lì alla fine la partita fu combattutissima. Pierce fu fantastico (30 punti alla fine, 10 su 19 al tiro) ma con 29” da giocare fallì due tiri liberi che avrebbero potuto mettere due possessi tra Boston e Toronto.
Rispuntarono i fantasmi dell’anno precedente, e di quel 1 marzo 2000 in cui Carter aveva segnato un tiro da tre allo scadere propiziando il successo dei Raptors per 96 a 94, generando le proteste dei tifosi e la famosa frase del coach sui “Big Three”. I Celtics questa volta tennero botta mentre Dell Curry e poi “Vinsanity” fallivano le conclusioni decisive, regalando a Pitino il 93 a 91 finale e con esso il secondo successo in altrettanti incontri. La stagione sembrava promettere bene, ma il ritorno alla realtà fu brusco: quattro sconfitte in fila, tre delle quali per soli due punti. Il Trifoglio riagguantò la parità tra vittorie e sconfitte con due bei successi su
Washington (14 punti di Pierce – su 20 - nel quarto quarto, Walker 26) ed Atlanta (Pierce 25, Walker 22, Stith 15), ma la sera del 18 novembre vennero inopinatamente “rullati” dai Wizards per 109 a 89.
La partita seguente in programma il 20 novembre, vigilia del giorno del Ringraziamento, era già un banco di prova per stabilire il valore della squadra. Boston ospitava i Philadelphia 76ers il cui coach, Larry Brown, era stato in ballottaggio per l’incarico di allenatore biancoverde. E ci era rimasto male quando Paul Gaston, proprietario dei Celtics, gli aveva preferito Pitino senza nemmeno spendere una telefonata per avvisarlo, tant’è vero che da allora aveva mentalmente segnato con un cerchietto tutti gli scontri diretti. Phila si presentò al Fleet Center in gran forma poichè nove vittorie consecutive avevano aperto il campionato nel modo migliore. Il Trifoglio resistette per un quarto alla furia di “The Answer”, poi nel secondo parziale gli ospiti imbavagliarono il duo Pierce-Walker (9 su 33 al tiro e 21 punti contro i 45 che tenevano di media) e si lanciarono in un parziale di 25 a 8 che chiuse definitivamente il discorso. Game, set and match, mentre Iverson (26 punti, 8 assist e 5 palle recuperate) furoreggiava e Brown dava spazio alle riserve in un “extended garbage-time” fino al 114 a 90 finale.
Pitino entrò in spogliatoio come una furia, e dopo una lunga “tirata” alla squadra, la minacciò dicendo che se non avessero cominciato a difendere avrebbe rassegnato le dimissioni entro gennaio anche a costo di rinunciare ai 22 dei 49.1 milioni del suo contratto. La “sfuriata” sembrò funzionare per le due partite seguenti, due successi su Houston (96 a 81) ed Orlando (103 a 98 in overtime), ma poi la “nave” ricominciò ad affondare, incassando 9 sconfitte nelle 12 gare successive che portarono il bilancio sul 9 vinte – 15 perse. I Celtics si allenavano duro, ma la loro difesa era decisamente rivedibile. Il 5 gennaio, dopo che una sconfitta interna contro New York (91 a 100) aveva portato il bilancio a 12 vinte e 20 perse, la penna al vetriolo di Peter May pubblicò sul Boston Globe una lettera aperta nella quale invitava Pitino ad andarsene, enumerando gli errori e descrivendo il triste stato in cui versavano i biancoverdi, incapaci di qualificarsi ai playoffs negli oltre tre anni di “dittatura pitiniana”. May rigirava il coltello nella piaga, definendo il “capo” del Trifoglio un “dead coach walking” (un “coach morto che cammina”, in un gioco di parole con la definizione che viene cinicamente utilizzata riguardo ai condannati in attesa della pena capitale) e ricordando che come reazione all’esplosione dell’allenatore dopo la partita interna coi Sixers (“Se non cominciamo a difendere…”) il bilancio era stato un non entusiasmante 8-15.
La conclusione, supportata anche dal fatto che contro Boston nelle ultime due settimane ben sei squadre avevano tirato con più del 50% (compresi i Knicks che due sere prima l’avevano fatto solo per la terza volta nell’intera stagione), era che ormai i giocatori non seguivano il "brillantinato", e che era arrivato il
momento di tradurre in realtà le sue minacce di dimissioni. Il giorno dopo, il 6 gennaio, si arrivò all’epilogo: i Celtics erano di scena all’America Airlines Arena di Miami contro gli Heat di Pat Riley, squadra che nonostante un attacco poco “caldo” (89.7 punti a partita fino a quel momento) veniva da sei vittorie negli ultimi sette incontri. Non che facesse grande differenza. Ancora una volta i biancoverdi “finsero” di difendere, incassando un 112 a 86 che si traduceva nella ventiduesima sconfitta stagionale e permettendo ad Hardaway (24 punti) e compagni di tirare col 56%. Verso la fine della partita, con il risultato ormai deciso, accadde una cosa strana: Pitino richiamò in panchina Paul Pierce e lo abbracciò prima di farlo accomodare.
Un abbraccio al giocatore nel corso di una sconfitta di 26 punti, in una stagione da 12 vinte e 22 perse? C’era qualcosa che non quadrava, ed infatti nella conferenza stampa post-partita il coah/GM dichiarò di voler prendere un giorno di pausa da passare assieme alla moglie per decidere del futuro. Due giorni dopo, l’8 gennaio, si dimise dichiarando che il suo rimpianto più grande era stato quello di non essere riuscito a riportare in alto i Celtics. Nelle tre stagioni e mezza al timone aveva guidato la squadra a 102 vittorie e 146 sconfitte senza mai raggiungere i playoffs, ma soprattutto aveva completamente fallito il suo approccio sia come general manager che come allenatore.
Il vice Jim O’Brien venne nominato “interim coach” ed immediatamente reclutò il genio difensivo Dick Harter, e cambiò decisamente rotta. Nella parte più difficile della “schedule”, con 27 delle ultime 48 gare fuori casa, riuscì a mettere in piedi un piccolo miracolo, vincendone 24. Harter tramutò il pressing sui 28 metri di Pitino in una difesa asfissiante a metà campo e Pierce salì di colpi fino a venir votato MVP della lega per il mese di marzo, onore che tornava a Boston 15 anni dopo che un tale Larry Bird se l’era aggiudicato per l’ultima volta. In attacco la bruttura del “bombs away” pitiniano rimase, con i Celtics in testa alla graduatoria per il numero di tiri tentati da oltre l’arco dei tre punti, ed Antoine Walker in testa alla classifica individuale: 603 tentativi, 86 in più di Tim Hardaway, secondo in classifica. Il futuro, nonostante Boston fosse ormai assente dai playoffs da sei anni – record negativo di franchigia – sembrava roseo. Il nuovo GM Chris Wallace aveva a disposizione tre prime scelte in quello che appariva come un draft decisamente ricco, ed il Trifoglio aveva finalmente mostrato un miglioramento sensibile.




Commenti
L'episodio di Pierce e' uno dei pochi fortunati che mi ricordi nella storia degli ultimi 25 anni dei Celtics. In circostanze simili e' piu' probabile lasciarci le penne che cavarsela come successe al nostro futuro capitano.
Però poi mi vado a guardare qualche numero in più e rilevo che Moiso ha giocato nella sua carriera solo 145 partite (pure troppe, direte voi!) e meno di lui, in quel gruppo di scelti al primo giro ne hanno giocate solo Balibor Bagaric (!) scelto però al n. 24, Mamadou N'diaye (!!) al n. 26 ed Eric Barkley (!!!) al n. 28: ma io dico, non poteva prendersi almeno un Mark Madsen?
Quanto a Pierce, ricordo bene la vicenda e rimasi malissimo, temendo che non avrebbe potuto giocare; poi fui felicissimo al rientro e ritengo sia davvero un miracolato.
Ricordo bene anche la sua dimissioni: una vera liberazione nonostante sia per principio contrario a cambiare gli allenatori, ma la situazione credo fosse diventata davvero ingestibile anche per l'assenza di veterani di peso ai quali affidarsi (ammesso che Pitino fosse interessato a un aiuto) considerato che gli unici oltre i 30 anni erano Kenny Anderson (non certo il migliore amico di Pitino), Bryant Stith e Randy Brown.
La complessità della situazione proseguì con coach Obie (e non poteva essere altrimenti), ostaggio della coppia Pierce/Walker, ma Pitino certamente non mancò a nessuno.
Ultima chicca .. con Lawrence in uscita, come assistente i nomi che si stanno facendo sono quelli di Brown e ...se questi non accettasse ... Pitino
Non solo: Bird che aveva fatto da intermediario contattando i due coach (ed altri quali ad esempio Roy Williams) ricevette una telefonata in cui Brown chiedeva spiegazioni, visto che era venuto a conoscenza della firma di Pitino dai media... e Bird dovette scusarsi per una mancanza di Paul Gaston, allora owner dei Celtics... lo stesso che non aveva comunicato a M.L. Carr che Boston stava cercando un nuovo allenatore.
Per fortuna adesso i proprietari (ed aggiungerei anche il GM ed il coach) sono di tutta altra pasta.
Per Michele: vero, non fu un grande draft, ma se leggevi con attenzione nelle prime righe c'erano alcuni atleti scelti dopo Moiso che a Boston avrebbero fatto comodo: Hidayet Turkoglu, Desmond Mason, Quentin Richardson e soprattutto Jamaal Magloire (che hai già citato).
Magloire è un errore molto più grave, un lungo ti serviva e un lungo hai scelto, ma proprio Moiso?!?
Per fortuna che adesso abbiamo una situazione, tra proprietari e dirigenza, tra le migliori, se non la migliore della lega...
CELTICS FOREVER...
- in generale, mi sfugge come si potesse ancora credere, nel 1997, che i santoni provenienti dal college fossero in grado di fare la differenza al piano di sopra; un conto è allenare ventenni non pagati e destinati a lasciarti dopo 4 anni (quando va bene), un conto è allenare professionisti stipendiati: non è un caso che per primi i guru dell'NCAA (Smith, Thompson, Carnesecca, Knight) non abbiano mai voluto fare il salto tra i pro. Mondi e modi chiaramente troppo diversi.
- In particolare, mi sfugge come si potesse dare fiducia ad un megalomane accentratore come è SEMPRE stato Pitino; il quale non si smentì nemmeno per un istante visto che accettò i Celtics a patto di essere anche GM: pieni poteri al feudatario Rick, libero di fare e disfare (soprattutto) a suo piacimento. Lo scarso rispetto per Auerbach non era solo segno di cattiva educazione, era un chiaro messaggio: siete stato un glorioso passato, ma il vostro presente fa schifo, ora il timone è in mano a me, prego l'uscita è da quella parte. Il tempo fu, al solito, galantuomo, ma la vera domanda è: ci si poteva aspettare qualcosa di diverso dal personaggio Pitino? Francamente no, lo dico ora ma ne ero convinto anche 14 anni fa; quello che realmente stupisce è stata una scelta da parte dell'allora proprietà che andava palesemente contro la storia e la tradizione dei C's. Mi sono sempre chiesto , e giro la domanda a Fabio e Michele, che ruolo ebbero Auerbach e Bird in tutta l'operazione Pitino.
Sono pienamente d’accordo sul "peggior"...ma non era incomprensibile all'epoca. Al di là del computo degli errori in scelte, trade e firme di free agent del Pitino-GM, la presunzione di “importare” la “trap” nell’NBA dove anche il terzo centro di una squadra sa far saltare un pressing con un passaggio rimane comunque il peccato maggiore del Pitino-coach.
…in generale, mi sfugge come si potesse ancora credere, nel 1997, che i santoni provenienti dal college fossero in grado di fare la differenza al piano di sopra; un conto è allenare ventenni non pagati e destinati a lasciarti dopo 4 anni (quando va bene), un conto è allenare professionisti stipendiati: non è un caso che per primi i guru dell'NCAA (Smith, Thompson, Carnesecca, Knight) non abbiano mai voluto fare il salto tra i pro. (steve_7)
Ecco, come dicevo, su questo non mi trovi d’accordo. Sono ovviamente due mondi diversi, come fai notare anche tu, ed i fallimenti di coach universitari come Calipari, Tarkanian e tanti altri potrebbero far pensare che quello che affermi sia corretto.
Però…però abbiamo anche esempi di allenatori ex-NCAA che hanno avuto successo nell’NBA come Larry Brown e lo stesso Pitino nella sua prima esperienza NBA a New York... o Jim O’Brien che di Pitino prese il posto…
Direi che per passare all’NBA devi… modificare un po’ la guida, un po’ come passare dalle stock car alla Formula 1, ma se sei un buon pilota puoi usare ogni macchina.
In particolare, mi sfugge come si potesse dare fiducia ad un megalomane accentratore come è SEMPRE stato Pitino; il quale non si smentì nemmeno per un istante visto che accettò i Celtics a patto di essere anche GM: pieni poteri al feudatario Rick, libero di fare e disfare (soprattutto) a suo piacimento. Lo scarso rispetto per Auerbach non era solo segno di cattiva educazione, era un chiaro messaggio: siete stato un glorioso passato, ma il vostro presente fa schifo, ora il timone è in mano a me, prego l'uscita è da quella parte. (steve_7)
Il trattamento ad Auerbach è stato il primo segnale di “scollamento”. Come abbiamo scritto anche noi umili “storici” di IAAC, ciò che rende differenti (e migliori) i Celtics dal resto dell’NBA è la loro storia, e Auerbach era una specie di enciclopedia: hai a disposizione la Treccani del basket NBA e non lo consulti? Red ti dice che Fortson è buono e tu lo cedi, e poi dici che nessuno ti aiutava e dovevi fare da solo? Troppo errori, troppe bugie, un ego smisurato che finiva per alienarsi giocatori e collaboratori…
Il tempo fu, al solito, galantuomo, ma la vera domanda è: ci si poteva aspettare qualcosa di diverso dal personaggio Pitino? Francamente no, lo dico ora ma ne ero convinto anche 14 anni fa; quello che realmente stupisce è stata una scelta da parte dell'allora proprietà che andava palesemente contro la storia e la tradizione dei C's. (steve_7)
Per quanto aveva fatto in precedenza non era solo lecito, ma anche doveroso aspettarsi di più! All’epoca era indicato come il nuovo Bobby Knight, e chi se lo assicurava praticamente stipulava una polizza anti-sconfitta. Il suo problema a Boston è stato che come coach si è affidato a concetti validi al college – “trap” a tutto campo e tiro da tre – ma immediatamente superati nell’NBA, e come GM ha sempre trattato il cap come faceva Isiah Thomas, quando Ainge ci ha dato una grande lezione di come un salario alto diventi utile nelll’anno di scadenza del contratto.
Sul discorso dell’andare contro la tradizione: bisogna considerare che nel crepuscolo dei Big Three e nel lustro seguente avevano fallito – per sfortuna o incapacità – tutti i coach ed i GM “tradizionali”, da Jimmy Rodgers a Chris Ford, da Jan Volk a M.L. Carr. Pitino si era portato gli uomini di fiducia, ed anche se questo significò cacciare i vari Dennis Johnson, Volk eccetera questo era comprensibile nel momento in cui Pitino non voleva interferenze.
Il problema sorse quando il clan di Pitino fece decisamente peggio nonostante costasse molto di più…
Mi sono sempre chiesto , e giro la domanda a Fabio e Michele, che ruolo ebbero Auerbach e Bird in tutta l'operazione Pitino. (steve_7)
Auerbach non ebbe nessun ruolo, le sue mansioni a quel punto erano quasi rappresentative e non venne giubilato come gli altri solo perché lui “era” i Celtics. Ma ci rimase malissimo quando Pitino gli tolse la carica di presidente, umiliandolo di fronte a tutta l’NBA, ed in seguito l’owner Paul Gaston si scusò con lui…ma ormai i buoi erano già scappati dalla stalla…
Bird era assistente speciale e venne utilizzato da Gaston per contattare i papabili: Roy Williams, Larry Brown, Rick Pitino. Anche Mike Fratello doveva essere contattato, ma Atlanta non permise ai Celtics di trovare un accordo. Pitino giocò al tira e molla finchè Boston fu sul punto di firmare Brown, allora chiamò Gaston ed accettò l’incarico mentre Brown e Bird erano all’oscuro di tutto perché Gaston (come spesso era accaduto in passato) non si era curato di avvisare nessuno.
Complimenti per il post decisamente interessante, Steve.
Ora, un Bird che lascia Boston in modo così veloce credo dimostri tutta l'amarezza per la scelta e la miopia di chi non ebbe l'intelligenza di prendere invece lui come allenatore, considerato che Larry Legend al suo esordio come capo allenatore ebbe un record di 58/24 (secondo solo ai Bulls nella Eastern) con una squadra buona, ma che l'anno precedente con Larry Brown aveva finito 39/43 ....
Citazione:Da un certo punto di vista la precedente esperienza da capo allenatore a NY era stata buona, con un record di 52/30 nella seconda stagione e un turno di PO superato e poi aveva ancora aumentato il suo prestigio, quindi posso parzialmente capire l'investimento in un allenatore di indubbio carisma per rivitalizzare un ambiente in crisi totale dopo due anni di M.L.Carr, il problema non è stata forse la scelta, ma il troppo potere a lui concesso.
Coi Knicks di fine anni '80 il pressing sistematico fu però un'arma funzionante, certo con giocatori dalle caratteristiche diverse dei C's 1997-01; la capacità di adattare la filosofia di gioco ai giocatori a disposizione, ma anche al tipo di avversari e al loro grado di preparazione, è prerogativa dei grandi coach, pensiamo ad esempio a Riley, ma per Rick la colpa era sempre di chi scendeva in campo non certo del suo sistema.
Però…però abbiamo anche esempi di allenatori ex-NCAA che hanno avuto successo nell’NBA come Larry Brown e lo stesso Pitino nella sua prima esperienza NBA a New York... o Jim O’Brien che di Pitino prese il posto…(Legend)
Considero Larry Brown un caso abbastanza anomalo, come è dopotutto il personaggio stesso, visto che iniziò con la ABA poi passò ai college poi ritornò ai pro, insomma non lo definirei un coach di scuola NCAA.
Comunque più che un problema di capacità tecniche o di adattabilità ad un tipo di gioco diverso, sottolineerei il fatto che nella NBA moderna, diciamo dagli anni '80 in avanti, la figura del “padrone del vapore” tipica della NCAA e rappresentata dai numerosi santoni (ho citato Smith, Thompson, Carnesecca, Knight ma come dimenticare Rupp , Wooden, Kryczewsky) che sono il basket nei rispettivi college e ai quali tutto è ricondotto, è una figura che non funziona. L'NBA è una lega di proprietari e giocatori (da discutere in che ordine di importanza), di certo non è una lega di coach e di GM, e a parte l'esempio di Riley a Miami non mi risulta che la figura di coach+GM abbia mai avuto grande successo.
Per questo ritengo che il primo errore di Gaston fu di cercare un “uomo forte”, un plenipotenziario cui affidarsi completamente, poi di cercarlo in un mondo troppo distante come è l'NCAA e infine di trovarlo in Pitino, un Pitino peraltro probabilmente molto diverso di quello che giunse ai Knicks da Providence, ancora più sicuro di sé (uso un eufemismo) dopo aver ridato lustro ai Wildcats e da tutti osannato (anche a ragione, nel contesto del college basket).
Sul discorso dell’andare contro la tradizione: bisogna considerare che nel crepuscolo dei Big Three e nel lustro seguente avevano fallito – per sfortuna o incapacità – tutti i coach ed i GM “tradizionali”, da Jimmy Rodgers a Chris Ford, da Jan Volk a M.L. Carr. Pitino si era portato gli uomini di fiducia, ed anche se questo significò cacciare i vari Dennis Johnson, Volk eccetera questo era comprensibile nel momento in cui Pitino non voleva interferenze. (Legend)
Questo è un argomento sicuramente interessante; di certo essere un ex Celtic non può diventare automaticamente garanzia di successo, tuttavia se pensiamo che dagli ex giocatori degli anni '80 sono usciti nomi come Bird, McHale, Ainge, Carlisle, tutta gente che come coach o come dirigenti sono stati protagonisti, allora credo che l'errore sia stato non riconoscere per tempo chi era da tenere e chi no. Insomma mi sembra un tema interessante da trattare da parte degli “storici”, figura che in IAAC non manca di certo.....
Complimenti per il post decisamente interessante, Steve. (Legend)
I complimenti vanno principalmente a voi che anche in un'estate di vacche magre come questa, offrite sempre spunti interessanti di discussione.
Io ricordo che all'epoca ero piuttosto contento e "gasato" per l'arrivo di Pitino, lo scrissi già commentando un precedente articolo; però ammetto che le informazioni che avevo a disposizione in quegli anni erano piuttosto limitate e mi attenevo più che altro ad un "curriculum" di tutto rispetto ed al nome che il "brillantinato" Rick si era costruito in NCAA (coi Knicks ci furono luci ma anche ombre...)
Poi purtroppo la realtà travolse il mio inguaribile ed appassionato cuore "trifogliato" ed anch'io cominciai a chiedermi quanto c'era di autenticamente "celtico" nelle mosse e nei comportamenti del coach "tuttofare".
Fu un'autentica delusione, di quelle brucianti, come quando ti senti tradito dalla tua amata...forse esagero un po' e magari avrei dovuto essere più razionale e cercare di seguire le vicende della franchigia in modo più oggettivo, ma ricordo che all'epoca mi sentii così "malmenato" da lasciare da parte per un paio d'anni abbondanti le "questioni celtiche" proprio per "colpa" di Pitino...
Non fu casualità che il mio ritorno appassionato al "seguimento" dei Celtics coincise con l'avvicendamento in panchina descritto da Fabio in questo articolo, e ricordo ancora perfettamente il "24-24" di coach O'Brien nella seconda parte della stagione.
Per carità, non che fossimo tornati a chissà che fasti, ma almeno c'era una parvenza di "Celtics Pride" in quella squadra, e nella successiva stagione mi ri-attaccai alla franchigia bianco-verde in modo talmente "totale" da convincermi ad intraprendere il primo viaggio verso Boston.
E nonostante tutte le sue follie in trade e draft, quello che restava delle sue scelte sfiorò una finale. Non oso pensare cosa avrebbe potuto essere un Antoine walker con dietro un coach che lo metteva sulla retta via anzichè dirgli di tirare a piacimento e riposarsi in difesa, e su Walker Pitino prima e O'Brien poi di colpe ne hanno veramente tante.
Premetto che le colpe erano al 95% di Pitino, però vedere i Celtics vincere appena se ne andò mi fece arrabbiare, perchè con un minimo di impegno in più la stagione avrebbe potuto avere un epilogo soddisfacente.
Walker aveva "mollato" Pitino e, pur capendo che Rick se l'era andata a cercare, per me un giocatore che "gioca contro" il proprio allenatore è sempre qualcosa di anti-Celtics... specie se c'è gente che paga profumatamente un biglietto o un abbonamento televisivo...
Leo, è vero che Pierce, Anderson, Battie sfiorarono una finale. Forse ci saremmo andati se lui e Wallace avessero saputo tenere Joe Johnson, Chauncey Billups, Danny Fortson e non avessero sprecato scelte sui vari Moiso e Kedrick Brown? Io dico di sì... guarda cosa ha fatto Ainge scegliendo MOLTO più in basso...
Ora, con tutti i difetti di Pitino, la sola direzione tecnica di O'Brien ha cambiato così tanto? O meglio, Pitino era così terribile come allenatore da far rendere poco i giocatori? Oppure erano i giocatori che non ne potevano più e fecero di tutto per costringerlo alle dimissioni?
Concordo pienamente. l'hanno fatto i giocatori della stagione 82\83 con bill ficth figuriamoci se non lo faceva quella testa calda di Walker nei confronti di "Mr Ego"...
Poi, come dice giustamente Fabio, può dare un po' fastidio che all'improvviso ritorni l'impegno e con esso i risultati (questo per riconoscere anche le "colpe" dei giocatori) però ritengo che all'epoca la situazione fosse veramente diventata insostenibile.
Per quanto riguarda le analogie con Bill Fitch (che se ne andò alla fine della stagione 1982-83) direi di andarci piano: i "suoi" Celtics erano uno squadrone composto da autentici fuoriclasse e professionisti seri, che non avevano alcuna necessità di farsi trattare come dei "soldatini"; non è un caso che i primi a dire "basta" furono Cedric Maxwell e Kevin McHale che, per indole personale, non erano disposti ad accettare certi atteggiamenti oltremodo autoritari (come se poi McHale non fosse uno che in campo ci lasciava corpo e anima...); quei Celtics sotto la guida più "pacata" e, diciamo così, "paternalistica" di K.C. Jones avrebbero vinto due titoli (e solo gli infortuni impedirono che fossero di più) e non avevano certo bisogno che a guidarli fosse un "sergente di ferro" visto che bastava seguire l'esempio e l'approccio di Larry Bird (in questo forse addirittura più "marine" di Fitch, ed infatti fu praticamente il solo a rammaricarsi della partenza del coach che li portò al titolo nel 1981).
I Celtics di Pitino invece erano una squadra in perenne costruzione/distruzione, visto che proprio le scelte scellerate del coach/GM ne bloccavano sempre sul nascere qualsiasi intento di "programmazione" seria, e la confusione generata, unita agli eccessi comportamentali di Rick, portarono all'inevitabile cambio di panchina.
Pitino invece aveva una squadra di medio/basso cabotaggio che lui stesso sculacciava a mezzo stampa (le ironie su Kenny Anderson, il tentativo di “tradare” Walker, gli amori “effimeri” per Mills, Billups, Potapenko, Knight e tanti altri), salvo poi arrabbiarsi coi tifosi che lanciavano “boo” agli stessi giocatori che lui aveva criticato.
Al di là delle critiche specifiche al Pitino coach ed al Pitino GM (che ho cercato di sviluppare negli articoli storici) per me due fattori balzano chiaramente all’occhio in un confronto sia con Auerbach che con Ainge (che ritengo i due migliori GM della storia Celtics): l’estrema mancanza di stabilità nella “navigazione” e soprattutto l’incapacità di guardare ai problemi “dal di fuori”.
Mi spiego: Auerbach scelse Bird (ma anche Ramsey, Hagan e Tsioropoulos) sfruttando un “baco” dei regolamenti. Non “frodò” nessuno, ma si rese conto che per vincere devi avere una prospettiva più ampia, una mente più aperta. E lo fece anche per l’acquisizione di Russell. Stesso discorso per Ainge nella trade per Garnett: per arrivare a lui dovevi preparare un boccone succulento per i T’wolves e siccome i giovani non “pareggiavano” il valore del campione, ecco il contratto in scadenza di Ratliff.
Pitino invece si lamentava di avere le mani legate a causa del salary cap: ma le regole del cap valevano per TUTTI i GM dell’NBA! E più firmava contratti esagerati al Knight o al Mills di turno, più si “incastrava” nei meandri del cap non rendendosi conto delle variabili che entravano in gioco: talento, età, salario annuale/totale e durata del contratto.
Ainge invece sa che un Garnett (grande talento, età ormai non più giovane, contratto alto e lungo) diventa per i T’wolves meno appetibile di un Jefferson (discreto talento, giovane, contratto non eccessivamente alto e soprattutto non lunghissimo) + altri giocatori + scelte + contrattone in scadenza… ed usa l’apparente debolezza del contratto alto di Ratliff (in scadenza) per piazzare il colpaccio.
La differenza tra Ainge/Auerbach e Pitino è sostanziale: i primi due hanno trovato nel “sistema” il modo per arrivare dove altri non arrivavano, Pitino invece si è “implotonato” con tutti i GM aspettando un colpo di fortuna dal draft (Duncan) ma non riuscendo a costruire la “svolta”.
beh...quesito estivo interessante...di certo con Duncan, Pitino non si poteva mettere a fare zone press...Duncan e' sempre stato un leader silenzioso ma molto, molto carismatico...di certo e' sempre stato un ragazzo con la testa sulle spalle e l'ambiente di San Antonio e' stato perfetto per lui. Penso che con Walker sarebbero stati una coppia da faville...magari poteva convincere DA Genius a passarla qualche volta sotto e a non tirare da 4 punti
Proviamo a pensare: Parish, Dennis Johnson, Cedric Maxwell: prima di avere a che fare con K.C. Jones e soprattutto con Auerbach (e quindi l’ambiente Celtics) erano considerati “spiriti liberi” o addirittura “cancri da spogliatoio”…
Ecco perché credo che nei Celtics di Pitino un Duncan non avrebbe fatto meglio, ma nei Celtics di Auerbach o Ainge/Rivers sì. E credo anche che se Bias fosse sopravvissuto ancora un po’, poi sarebbero stati Bird, McHale e gli altri a prendersi cura di lui, ad insegnargli cosa andava fatto e cosa andava evitato.
Una buona “chimica” parte in primis dal “front office” che da agli atleti le “linee guida” in cui muoversi. Tranquillità, possibilità di allenarsi nel modo migliore, strutture adeguate ma allo stesso tempo richiede professionalità, impegno e dedizione. Poi l’allenatore deve definire con chiarezza i ruoli: chi è il realizzatore primario, chi parte dalla panchina, eccetera, e trova il modo di far capire a tutti l’importanza di ogni “mattone”. A questo punto sono i giocatori veterani a guidare il gruppo con l’esempio, a tradurre in palestra quello che il coach ha preparato, a spingere nella direzione giusta chi non capisce o chi non vuol capire.
Sembra facile, eppure non lo è. I Celtics nel 2007-08 sono stati la squadra che è riuscita a creare questa “impalcatura” nel minor tempo dall’inizio dell’NBA, vincendo al primo anno dopo aver cambiato mezza squadra solo pochi mesi prima. Senza Grousbeck, Ainge e Rivers questo non sarebbe stato possibile.
Ignoriamo se dentro le pareti dell'ufficio di Ainge il nostro GM e Rivers abbiano punti di vista diversissimi (immagino che in merito alla cessione di Perkins, per esempio, i due abbiano ragionato/discusso a lungo), ma è fondamentale che ci sia una identità di gestione del gruppo.
In questo è ovvio che avere i veterani giusti aiuti tanto (se hai Arenas o Marbury è più complesso) e devi essere bravo a sceglierli bene non solo tecnicamente, ma poi devi anche riuscire a gestirli (con Pierce non è sempre stato facile) guadagnandoti la loro fiducia.
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