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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia....
La Storia dei Celtics
Pitino si era ripreso dallo shock negativo per la perdita di Nowitzki con lo shock positivo della "caduta" di Pierce, e commentò: "Questo ragazzo è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Sa fare canestro, e questa notte andrò a dormire con un bel sorriso stampato in faccia". Il giocatore invece si espresse in termini estremamente professionali: "Ero seduto e mi chiedevo dove sarei andato a finire. Speravo di venir chiamato da una franchigia di un certo tipo, e sono felice che Boston mi dia quest’opportunità". In realtà non era poi così felice. Non conosceva Boston, ma sapeva che era sempre stata l’avversaria dei Lakers, squadra per la quale tifava da bambino.
E poi lo scivolone alla decima chiamata era stato un colpo al suo orgoglio che l’avrebbe spinto a lavorare di più. Era una matricola che doveva dimostrare di essere degna dell’NBA, ma alle sue caratteristiche di realizzatore ora poteva aggiungere il "fuoco" acceso dai GM che gli avevano preferito altri giocatori. E quell’estate, mentre si allenava sul jump-shot, ad ogni pallone tirato a canestro pronunciava il nome di uno degli atleti scelti prima di lui: "Michael Olowokandi, Los Angeles Clippers...swish...Mike Bibby, Vancouver Grizzlies...swish...Raef LaFrentz, Denver Nuggets...swish...". Gliel’avrebbe fatta vedere lui, a quelli che l’avevano consideravano un "morbidone"...
Gliel'avrebbe fatta vedere? Certo, se ne avesse avuto la possibilità. Proprio nei giorni del draft, dopo una serie di "scosse di avvertimento", stava infatti per scatenarsi un terremoto che avrebbe squassato la NBA fino alle fondamenta, e da cui la lega avrebbe impiegato molti anni per riprendersi completamente. La cinquantatreesima stagione della storia NBA infatti è quella dell’asterisco. Quella del “sì, però…”, del “ma sarebbe andata così se...”? Era il 1998 quando terminò l’allora vigente accordo collettivo di lavoro tra gli atleti ed i proprietari delle 29 franchigie (cioè l’NBA), e gli “owner” affermarono che le condizioni pretese dall’associazione giocatori erano troppo onerose ed avrebbero portato al dissanguamento della lega. I salari erano effettivamente fuori controllo, ed il “potere” dei cestisti aveva raggiunto livelli mai visti prima, come esemplificato dal contratto siglato il 1 ottobre 1997 tra Kevin Garnett ed i suoi (è proprio il caso di dirlo) Minnesota Timberwolves che erano stati costretti a sborsare 126 milioni per sei anni: una cifra superiore al valore dell’intera franchigia!
La situazione rimase in stallo per parecchi mesi, e dopo un lunghissimo tiro alla fune che rischiò di cancellare completamente il campionato, le parti trovarono l’accordo il 18 gennaio 1999. Una volta siglato il nuovo CBA (Collective Bargaining Agreement) si stabilì di dar vita alla regular season iniziandola il 5 febbraio, accorciandola a 50 partite, cancellando l’All Star Game e limitando al massimo le gare tra squadre di Conference diversa. Perciò nelle ultime due settimane di gennaio il lavoro dei general manager si rivelò frenetico: scambi, rinnovi di contratti e firme di giocatori scelti al “draft” sette mesi prima li impegnarono in modo quasi sovrumano. Da parte dei Celtics, Il 21 gennaio Pitino spedì Travis Knight ai Lakers in cambio di Tony Battie; lo stesso giorno venne "firmato" Eric Riley e una settimana dopo Dwayne Schintzius
Battie era arrivato nella NBA solo l'anno prima e con solide credenziali: quinta chiamata assoluta in una leva ad onor del vero non particolarmente ricca di talento, aveva militato nei Red Raiders di Texas Tech infliggendo agli avversari 162 stoppate nell'intera carriera universitaria e terminando il suo anno da Junior, dopo il quale si dichiarò per il draft, con medie di 18.8 punti e 11.8 rimbalzi a partita. La buona capacità di presidiare il pitturato e il fisico agile gli consentivano di giostrare indifferentemente nelle posizioni 4 e 5. Purtroppo l'impatto con il "piano di sopra" non era stato indolore e Tony, anche se gratificato di minutaggi non trascurabili, rispose con cifre affatto trascendentali. Da qui la decisione di sacrificarlo insieme a Tyronn Lue per avere Nick Van Exel dai Lakers; questi ultimi a stretto giro di posta lo "girarono", come detto, a Boston.
Riley e Schintzius, invece erano poco più che riempitivi, l'uno un giramondo che aveva cambiato casacca ad ogni autunno per 5 anni alla vana ricerca di un posto al sole, l'altro...no, sull' "altro" il materiale è assai più gustoso: per cominciare, come definireste una promessa del basket, un centro di sette piedi, All American ai Florida Gators, capace di guidare la squadra nell'anno da Junior nelle tre categorie punti, rimbalzi e percentuale di realizzazione ai liberi oltre che titolare del primo, secondo e terzo record di stoppate in singola stagione nei tre anni di college? Un fenomeno?
Può essere. Ovvio, ora ci si aspetta un "però", magari anche due...in effetti il buon Dwayne non aveva nella disciplina il suo punto forte, come testimoniano i continui dissidi con Coach Norm Sloan, i cazzotti con gli avversari, i tifosi, i semplici sconosciuti (memorabile l'assalto ad una macchina armato di racchetta da tennis all'uscita di un night). Non solo, di fatto giocò solo gli spiccioli nella sua stagione da senior dapprima perchè sospeso dal nuovo allenatore per aver "bigiato" il primo allenamento, poi, definitivamente, per aver preso parte all' ennesima rissa ed essersi poi rifiutato di rientrare nei ranghi agli ordini del coach.
Nonostante tutto i San Antonio Spurs vollero offrirgli una possibilità, chiamandolo al primo giro nel draft del 1990. A questo punto fu la sfortuna a dare la mazzata finale alla carriera di Schintzius, sotto la forma di una quantità industriale di infortuni e di operazioni chirurgiche. Arrivò a Boston in quel 1999 dopo un anno di completa inattività e, di fatto, a 30 anni era un giocatore finito. Avrebbe giocato spiccioli di minuti in sole 16 partite senza lasciare alcun segno prima di ritirarsi definitivamente.
Il 22 gennaio Pitino estese il contratto di Antoine Walker portandolo a 6 anni per 71 milioni di dollari. In quello stesso giorno Paul Pierce appose la firma sulla linea tratteggiata del suo primo "papiro" da professionista ed anche “Popeye” Jones rinnovò l’accordo con la franchigia del Trifoglio. Tutto sembrava pronto per dare inizio alle ostilità in quella che doveva essere una stagione determinante per il progetto pitiniano, ma Antoine Walker che ti combina? Si presenta al training camp in evidente sovrappeso! Bob Ryan dalle colonne del Boston Globe tuonò sul basso livello di rispetto per i tifosi da parte di un professionista che aveva appena incassato 71 milioni e lo definì un “punk”, termine poco gentile il cui significato può variare da “delinquente” a “prostituta”.
Ed eccoci al 5 febbraio 1999, data del tipoff. Per i Celtics non erano in previsione onori e glorie, ma il terzetto composto da Antoine Walker, Ron Mercer e Paul Pierce, 68 anni in tre, non poteva non destare una certa curiosità. A dire il vero tutto il roster, fatti salvi Schintzius e Dana Barros, era composto da "under 30", a formare un gruppo davvero interessante (e citiamo anche Bruce Bowen, allora ventisettenne, che negli anni a venire sarebbe stato un punto fermo agli Spurs).
I primi avversari designati furono i Toronto Raptors di Vince Carter e di un giovanissimo Tracy McGrady; i "canadesi" sbancarono il Fleet Center senza troppe difficoltà, ma Pierce strappò più di un sorriso ai sostenitori del Trifoglio, che negli ultimi anni ne avevano potuti dispensare ben pochi: 19 punti in 39 minuti con il 50% dal campo (7 su 14), 9 rimbalzi e 5 assist non erano cifre da lasciare indifferenti. Il pubblico però non apprezzò molto il resto dei Celtics, e si mise a sparare bordate di “boo” mentre i Raptors controllavano agevolmente la gara ben al di là del 103 a 92 finale. La seconda partita di campionato però fu quella che mise definitivamente “sulla mappa” la matricola da Kansas: opposti ai Cavaliers di Shawn Kemp (18 punti e 7 rimbalzi), i biancoverdi fecero molta fatica fino a quando Pierce all’improvviso “prese fuoco” nel quarto quarto, segnando 15 dei suoi 19 punti compreso il decisivo “tip-in” su un libero sbagliato da Eric Riley. Boston chiuse avanti sul 77 a 73, e Pitino si dichiarò soddisfatto soprattutto in considerazione delle assenze di McCarty, Mercer e Declercq. Dopo un’inopinata sconfitta ad Orlando, Walker e compagni espugnarono il campo di Miami per 108 a 101. Se “Toine” si era finalmente espresso ai suoi livelli (31 punti e 10 rimbalzi), era stato ancora una volta Paul Pierce a farsi notare in virtù dei 17 punti (su 19) segnati nella seconda metà di gara.
Gli Heat erano privi del loro fromboliere Jamal Mashburn, ma la vittoria biancoverde era legittima, seppur non così eclatante come le parole di Kenny Anderson avrebbero potuto far supporre: “Abbiamo dimostrato che questi Celtics non si faranno più sbatacchiare qua e là a piacimento”. Dopo sette giorni di pausa, il 16 febbraio i ragazzi di Pitino approdarono alla Arco Arena ed i Kings li…sbatacchiarono a piacimento. I californiani vinsero per 50 a 43 la lotta a rimbalzo e sull’ultima e decisiva azione Corliss Williamson (22 punti e 15 rimbalzi) andò a sfidare Walker segnando, subendo il fallo ed infilando il libero supplementare per il 101 a 98 finale. “Sapevamo che erano deboli vicino a canestro – commentò “Big Nasty”, smentendo involontariamente l’affermazione di Anderson di una settimana prima - ed è stato importante per noi attaccare l’area dei tre secondi e sfruttare la loro debolezza”.
Inutili i 24 punti di Mercer, i 19 di Pierce ed i 17 di “Toine”. La sera seguente, dopo un volo in Canada, fu il turbo dei Vancouver Grizzlies in una delle partite più emozionanti dell’intera stagione. Shareef Abdur-Rahim (39 punti) dominò l’incontro ma gli ospiti ebbero il merito di non mollare e riuscirono a pareggiare con una “tripla” di Dana Barros con meno di un secondo sul cronometro. I tre supplementari furono elettrizzanti ed ancora Abdur-Rahim diede ai suoi quattro punti di vantaggio quando mancavano 66 secondi al termine della terza sessione-extra. Pierce accorciò le distanze da sotto misura, e quando i Grizzlies non trovarono una conclusione decente nei 24”, Barros “pescò” Declercq in uscita da un pick-and-roll con 15 secondi da giocare. Il centro di riserva segnò subendo il fallo di Tony Massenburg e diede a Boston il 130 a 129. Mike Bibby perse palla a 3.9 secondi dal termine, Kenny Anderson segnò un libero, e poi ancora Pierce rubò la palla su una rimessa di Cherokee Parks: 131 a 129, in quella che era la quarta vittoria di franchigia (su quattro tentativi) in gare terminate al terzo “overtime”. Dopo due sconfitte a Portland e Washington, i Celtics superarono Orlando e New York in casa, e con un' affermazione esterna per 101 a 92 su New Jersey (Walker 28, Pierce 21) si portarono per la prima volta oltre la parità tra "W" e "L": sarebbe stata anche l’ultima.
I Nets infatti si vendicarono prontamente al Fleet Center due sere dopo, il 1 marzo, e da quel momento fu il buio assoluto. Boston inanellò una serie-incubo di 4 vittorie e 17 sconfitte, compromettendo totalmente la stagione. Nel bel mezzo della "bufera", l' 11 Marzo Pitino uscì con l'ennesimo coup de theatre, puntellando la traballante frontline con la trade che prevedeva l'inserimento di Vitaly Potapenko giunto da Cleveland in cambio di Andrew DeClerq e di una prima scelta, mossa comprensibile considerando l'immediato futuro (Riley, non proprio un fulmine di guerra, partì diverse volte in quintetto), meno in prospettiva, perchè di fatto escludeva i Celtics dal draft senza aggiungere un elemento che potesse fare la differenza. In effetti con quella pick, che si sarebbe tradotta nella numero 8 a fine stagione, "Rick The Slick" avrebbe potuto portarsi a casa non solo Andre Miller o Shawn Marion, ma anche Ron Artest, Andrei Kirilenko, Jason Terry...poco male se consideriamo che l'ineffabile "brillantinato" si sarebbe presto liberato anche di Bowen e Mercer con buona pace del "progetto giovani".
Il 14 marzo ad Indianapolis i Pacers superarono i biancoverdi per 99 a 96 in quella che rappresentava il quinto successo in altrettanti incontri per coach Larry Bird contro la sua ex-squadra. Con 10 secondi sul cronometro Antonio Davis stoppò a Walker il tiro del pareggio e il Trifoglio si morse le mani: aveva condotto per gran parte della gara sprecando un vantaggio di tre punti a 5’24” dal termine. Un' affermazione coi Clippers, e poi altri cinque KO, l’ultimo in casa con Minnesota: nonostante un discorso motivazionale di "Rick Rhe Slick" nel pre-partita, i Celtics uscirono dagli spogliatoi in stato di completa apatia e Kevin Garnett, sebbene afflitto da una distorsione alla caviglia, guidò i Timberwolves ad un facile 87 a 68.
Walker segnò solo un tiro su 14 tentativi, Dana Barros e Marlon Garnett si fecero strappare più volte la palla dalle mani ed il pubblico iniziò a lanciare bordate di “boo”. “Non so cosa prenda al pubblico – osò uno sfrontato Walker – sono con noi solo se vinciamo, mai quando siamo indietro. Credono di spingerci a giocare meglio con i loro ‘boo’, ma non è così. E’ un momento difficile, perché giochiamo male di squadra”. Parlare dei tifosi quando si era persa la quinta partita consecutiva e l’undicesima nelle ultime dodici era abbastanza singolare e l’esempio evidente, se ce ne fosse stato bisogno, che se il cuore di “Capitan Toine” era puro come quello delle leggende del passato, la sua testa non era decisamente materiale da Hall of Fame. “Non pensavo che avremmo potuto giocare peggio delle ultime partite, ma oggi abbiamo toccato il fondo – ammise Pitino – e si sa che a volte piove sul bagnato. Peccato, perché l’autostima dei ragazzi ormai è sotto i tacchi”. “L’autostima dei ragazzi”...per scuotere la sua, di autostima, evidentemente ci voleva ben altro. I Celtics vinsero a Philadelphia il 26 marzo (90 a 84) per poi venir sconfitti nuovamente da Indiana: sembrava che Bird godesse parecchio nello sculacciare il "brillantinato" coach bostoniano, reo di avergli proposto solo un incarico di vice-allenatore e – di fatto – di averlo allontanato dalla sua città di adozione. Ad una vittoria sul campo degli Hornets fecero seguito altre quattro battute e vuoto, l’ultima delle quali ad Orlando contro i Magic (99 a 106, Mercer 29, Pierce 23).
Darrell Armstrong, candidato al premio di Sesto Uomo dell’Anno (che avrebbe vinto), mise a segno 28 punti ed approfittò dell’assenza di Kenny Anderson, lasciato a casa in punizione per aver mancato di rispetto ad un membro del coaching staff. “Non è quella gran cosa – dichiarò Pitino – l’ho lasciato a Boston in modo che riflettesse sul suo comportamento, ma tutti sanno che stimo moltissimo Kenny”. E lo diceva con una naturalezza tale da sembrarne persino convinto. In qualche modo i biancoverdi vinsero sei dei successivi otto incontri, nonostante gli infortuni avessero cominciato a colpire in modo sistematico. La sesta vittoria, che portava il bilancio a 16 vittorie e 24 sconfitte, arrivò nonostante le assenze di Ron Mercer (problemi alla schiena), Anderson (distorsione al ginocchio) e nonostante Antoine Walker dopo soli cinque minuti di gioco si fosse procurato una brutta distorsione alla caviglia. Per fortuna il rookie Paul Pierce (26 punti, 7 rimbalzi e 5 recuperi) prese in mano la squadra e, ben coadiuvato da McCarty (16 punti e 8 rimbalzi) e Potapenko (15 punti e 7 rimbalzi), guidò i Celtics al 101 a 98 finale sui Wizards.
Il “bad mojo” che aveva contraddistinto la stagione aveva ricominciato a farsi sentire, ed il Trifoglio perse sette delle ultime dieci partite, non senza una buona dose di sfortuna, peralto: la Dea Bendata, infatti, falcidiò il roster con una miriade di piccoli e grandi acciacchi che furono distribuiti uniformemente durante tutto l'arco del campionato, ma che proprio nel mese di Aprile assunsero le sembianze di un vero e proprio "Bignami" della jella, colpendo prima lo stesso Kenny Anderson, fuori per le ultime 15 partite a causa di un fastidioso infortunio al polpaccio che si rivelò poi essere uno strappo muscolare. Andò decisamente peggio a Greg Minor, 27 anni, atleticissima guardia-ala da Louisville (terzo alla gara delle schiacciate durante l' All Star Game del 1996) e riserva dal rispettabile minutaggio. Greg, a Boston dal 1994, era stato spesso appiedato da malanni assortiti, ma il 29 Aprile del 1999, ad una sola settimana dalla fine della stagione si fratturò l'anca durante l'incontro giocato (e vinto) a Miami contro i forti Heat di P.J. Brown, Jamal Mashburn e Tim Hardaway, primi nella Eastern Conference, anche se sarebbero usciti immediatamente ai playoffs ad opera dei Knicks. L'infortunio era grave, tanto grave da pregiudicare il prosieguo dell'attività agonistica e da far temere una zoppia permanente (eventualità per fortuna non verificatasi).
Ma torniamo a noi: Il giorno successivo alla vittoria su Washington, il 19 aprile, i Pacers espugnarono il Fleet Center per 120 a 104 portando il record di Larry Bird ad un perfetto 7-0 contro i Celtics. Anche a causa delle assenze Pierce ebbe nuovamente l’occasione per mettersi in luce e la sfruttò al massimo, mettendo a segno 30 punti che rappresentavano il suo massimo in carriera. La mancanza di opzioni offensive (solo Potapenko aiutò Pierce con 26 punti e 16 rimbalzi, anche per lui il “career high”) alla fine rese semplice il compito alla difesa di Indiana che riusciì a mettere la museruola al numero 34 nel finale. Nonostante tutto, però, Boston lottò fino all’ultima partita della stagione: anche se sconfitta da Charlotte (133 a 129), la squadra diede il massimo e cedette solo dopo due supplementari. Per gli Hornets il miglior realizzatore fu un futuro Celtic, Ricky Davis (32 punti), mentre per i biancoverdi i “top scorer” furono Pierce (27) e Barros (26).
Oltre che per il lato tecnico, anche dal punto di vista manageriale l'operato di Pitino cominciava ad essere oggetto di discussione tra tifosi e addetti ai lavori. Un’intervista nella quale dichiarava di rimpiangere il mancato rinnovo di contratto a Fox e Wesley nell’estate 1997 e si giustificava dicendo di essere allora appena arrivato a Boston e di non aver avuto nessuno che lo aiutasse venne smentita dalle parole di Red Auerbach quando nel libro “Let Me Tell You A Story” ricordò di aver consigliato a Rick – nonostante questi lo avesse oltraggiato togliendogli il titolo di presidente solo per sfizio – di trattenere i due giocatori. Ma era stato ignorato. Altre critiche vennero mosse al “metodo” ricostruttivo: le trade erano chiari indicatori di come il general manager fosse troppo impaziente e spesso commettesse errori marchiani sacrificando il futuro della franchigia (Billups, Williams e la scelta che i Cavs usarono per prendere Andre Miller, ma che il vice-GM Chris Wallace dichiarò sarebbe stata usata per assicurarsi Shawn Marion) per un presente non eclatante (Anderson e Potapenko). Ed anche i giocatori ormai stavano esaurendo la fiducia per un coach che in caso di vittoria si prendeva i meriti, ma quando fioccavano le sconfitte era lesto a puntare il dito. Nel grigiore di una situazione che stava prendendo una brutta piega anche sotto il profilo dei rinnovi contrattuali (Ron Mercer aveva già fatto sapere di aspirare a cifre sulla stessa “frequenza” di quelle accordate a “Toine” Walker), brillava però la luce di Paul Pierce: il californiano era stato semplicemente fantastico risultando “Rookie del Mese” nei primi 30 giorni di campionato e facendo registrare 16.5 punti, 6.4 rimbalzi ed 1.7 palle recuperate a partita, numeri sufficienti a garantirgli un posto nel Quintetto delle Matricole a fine stagione.
Alla fine di quel campionato disgraziato, ovviamente di playoffs non era nemmeno il caso di parlare, e il record di 19 vittorie e 31 sconfitte aggiungeva un'altra pagina desolante a un recente passato che ne aveva già accumulate un numero non trascurabile. Gli anni '90, il decennio più nero nella storia del Trifoglio, stavano per giungere al termine: con il duo di giovani assi Walker e Pierce, Pitino sarebbe riuscito a risollevarne le sorti in tempi brevi? Purtroppo conosciamo la risposta...



Commenti
Tornando al passato, peccato che non si sia potuto lavorare meglio sui giovani, forse avremmo potuto anticipare di un paio d'anni il ritorno al vertice, ma ritengo che come già detto nei precedenti capitoli la colpa sia di chi ha dato a Pitino il compito di coach e GM contemporaneamente.
Non so voi, ma su Fox e Wesley, tenderei a dare maggiore credito ad Auerbach piuttosto che a Pitino ... non saprei dire il perchè, saranno forse 16 banner appesi al garden, oltre al fatto di aver costruito un mito (che ha retto anche a Pitino), ma darei più credito a Auerbach
Detto questo, per quanto alcune annate siano state veramente molto dure per i tifosi del Trifoglio, credo che in qualche modo siano state anche frutto di una "sfortuna" pazzesca. Ma, del resto, spero che i fantasmi del passato "ritornino" in fase di scelte future, per evitare nuovamente determinati errori, e fare in modo che si proceda sempre con un progetto studiato, e non improvvisato, e che soprattutto abbia buone possibilità di realizzazione. Ieri è stato grigio, l'oggi non è malaccio, ma spero che domani sia un grande mix di successi e trionfi, in modo tale che si abbia ancora tanto materiale per parlare di una storia sempre splendida ed unica all'interno della lega.
1) il pubblico + ostile è quello di boston: "dei matti"
2) con garnett non c'è feeling, ci becchiamo sempre in partita
3) alla domanda se andrà ai Fakers... risposta con sorriso...
io sono sempre + convinto che anche con il cap vuoto non riusciremo a prenderlo a favore di ... quelli là.. piano B ?
Su Celticblog, si chiedono anche il perchè DeAndre Jordan sia stato individuato a Boston, visto che non è una classica meta per le vacanze ...
http://forums.celticsblog.com/index.php?topic=49119.0
Jordan ricordo è sotto QO dei Clippers a 1,1 M$ quindi, se non sbaglio, Boston potrebbe offrire in tutto o in parte la MLE disponibile ed aspettare a vedere se i Clippers pareggiano o no l'offerta; diciamo che potrebbe venirne fuori un 4 anni a 20M$ totali (più o meno quello che Perkins non aveva accettato).
Dai rumors proprio i Clippers che avrebbero spazio salariale potrebbero essere una meta per DH12.
Ma per ora in fase di lockout, come nel '98 visto che siamo OT, sono proprio solo rumors.
allora vorrà dire che il 2012 sarà l'anno del PIERCE&LOVE
Detto questo mi pare giusto sottolineare (e non l'avevo fatto a suo tempo) come anche i pezzi dei campionati 1993/94 e 1994/95 fossero a mio nome ma di fatto scritti a 4 mani).
Leggendo questa puntata (e immagino anche le prossime) diventa chiaro come Pierce sia l'esempio del grave rischio che corrono alcuni giovani giocatori quando arrivano in squadre dove l'insegnamento dei veterani non è all'altezza della lega, rischiando di prendere abitudini pessime.
Beh, non proprio in maniera casuale. Però avevi sempre l'idea che stessero facendo un'impresa, quando vincevano, e non che fosse "la norma". In ogni caso, più che per Mercer, se devo lamentarmi del destino cinico e baro lo faccio per Joe Johnson...
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