-
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
pagliardo
ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
movi
allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
Dan Layus
Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
goceltics68
Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
Legend
In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
calabrone66
Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
Leonardo Ancilli
Cosìè delusione del momento o emula Stoner ...
La Storia dei Celtics
L’arrivo di Pitino ai Celtics non era passato ovviamente inosservato, e le “purghe” immediatamente scatenate nel Front Office bostoniano avevano lasciato perplessi gli addetti ai lavori. Una decisione del “brillantinato” aveva colpito particolarmente i tifosi biancoverdi: aveva costretto “Red” Auerbach a lasciare il titolo di Presidente, se l’era preso ed aveva lasciato al grande coach solo quello di Vice-Presidente. Una mossa che il nuovo capo aveva fatto al fine di mettere subito in chiaro che non avrebbe accettato pressioni da nessuno, ma che dal punto di vista puramente formale si traduceva con un calcio alla tradizione ed a tutto quello che aveva fatto diventare i Celtics la squadra leggendaria dell’NBA.
Se tutto ciò che Pitino voleva era mettere in chiaro chi comandava, avrebbe potuto usare un po’ di diplomazia e farlo in maniera informale, senza che il “Pride” ne risultasse ferito. Ma ovviamente il nuovo comandante non era ferratissimo in “public relations”. In seguito il proprietario della Franchigia Paul Gaston si sarebbe scusato con Auerbach in un bel gesto di riconciliazione che però giungeva un po’ tardivo perché effettuato quando chi aveva commesso lo “sgarro” ormai si era dimesso. Ma questo sarebbe accaduto qualche anno dopo, intanto il “repulisti” era stato profondo e non si era limitato al settore tecnico ed a quello dirigenziale ma si era esteso pure al “parco giocatori”.
In realtà, anche se gli addii a Brett Szabo, Nate Driggers, Steve Hamer e Marty Conlon erano più che doverosi nel momento in cui si voleva costruire una squadra con qualche ambizione, le partenze di David Wesley e Rick Fox – in scadenza di contratto - in seguito si sarebbero rivelate mosse decisamente sbagliate. Poco dopo la rinuncia ai due giocatori Pitino aveva pagato un sostanzioso “buyout” per liberarsi di Dino Radja e del suo ginocchio ballerino; ed in cambio di due seconde scelte aveva spedito a Denver – dopo averla elogiata poco prima – l’ala Eric Williams. Al loro posto erano arrivati il centro Travis Knight, firmato all’astronomica cifra (per il 1997) di 22 milioni “spalmati” in 7 anni, l’ala Chris Mills (6 anni, 26 milioni), Andrew Declercq (5 anni, 8.4 milioni), Bruce Bowen (2 anni, 0.9 milioni), Tony Massenburg (3 anni, 2.7 milioni).
Contratti superiori al valore di mercato, ma nessuno scrupolo a riguardo da parte di un Grande Capo estremamente “volubile”. Dopo pochi giorni di palestra ci si accorse che la difesa di Mills era lontana dai canoni richiesti ed entro breve (soli sessanta giorni da Celtic) l'atleta venne spedito a New York in cambio di Walter McCarty, Dontae Jones, John Thomas e Scott Brooks. Tony Massenburg fu più fortunato e venne scambiato a Vancouver il 28 ottobre, esattamente a tre mesi dalla firma a Boston. Il primo campionato di Pitino non era ancora iniziato e lui aveva già “scaricato” dieci free agent e ne aveva firmati sei, oltre a completare quattro “trades” più una “particolare” per assicurarsi i diritti di GM di Chris Wallace in cambio di una seconda scelta! Il 31 ottobre 1997 il Trifoglio scese per la prima volta in campo agli ordini del nuovo coach/general manager. L’inizio della sua avventura in biancoverde sulla carta non era dei più facili perchè coincideva col passaggio al Fleet Center dei Chicago Bulls campioni.
Puntualmente l'esordio mostrò inequivocabilmente la distanza che separava i giovani bostoniani dall’elite dell’NBA, mentre Michael Jordan e compagni saltavano con irrisoria facilità il pressing a tutto campo di "Rick The Slick" e chiudevano i primi dodici minuti in vantaggio per 32 a 12. Poi, però, accadde qualcosa di incredibile: i Bulls cominciarono a forzare tiri ed a gettare via palloni, ed i Celtics guidati da un ottimo Antoine Walker si rifecero sotto lentamente ma inesorabilmente fino a chiudere il secondo quarto a -9, 34 a 43. Nel terzo parziale i campioni andarono in bambola mentre il pressing bostoniano li soffocava, e la matricola Chauncey Billups (15 punti e 4 assist in 17 minuti di gioco) supportò Walker nel parziale di 34 a 15 che portò i padroni di casa sul 68 a 58 a 12’ dal termine. L’ultimo assalto di Chicago rimase frustrato dalla serata poco felice (7 su 23 al tiro) di “Air” mentre il più giovane figlio di Chicago Antoine Walker chiudeva con 31 punti ed 8 rimbalzi ed i Celtics sorprendevano l’NBA vincendo per 92 a 85.
La città fu improvvisamente ai piedi del nuovo coach che sembrava riuscito ad importare il suo gioco fatto di pressing, atletismo e conclusioni dalla distanza nel difficile mondo del basket professionistico. Solo in pochi si fermarono a considerare che, forse, quei Bulls erano in rodaggio e non ancora pronti dal punto di vista atletico. A riportare Boston con i piedi per terra ci pensarono le successive cinque partite: se la sconfitta interna del 2 novembre con Orlando (96 a 107, 32 punti di “Penny” Hardaway e 19 di Harper) poteva essere imputata all’orribile serata di tiro di Dana Barros (0 su 9), Antoine Walker (7 su 20), Walter McCarty (2 su 11) e Chauncey Billups (2 su 8) per un 38% di squadra, il massacro subito il 4 novembre non ebbe scusanti.
Al Madison Square Garden i Knicks pasteggiarono a caviale e champagne (54 a 29 a rimbalzo) sui lunghi bostoniani ed il “jumbotron” alla fine segnò un roboante 102 a 70 in favore della squadra di casa, mentre Pitino mugugnava su un’altra serata storta dei suoi tiratori Antoine Walker (2 su 15) e Walter McCarty (3 su 11). Il 5 novembre al Fleet Center furono i Miami Heat ad imporre la loro legge: un 90 a 74 figlio dell’ennesima performance balistica sciagurata del duo Walker (8 su 24) e McCarty (3 su 11), ai quali aveva fatto da contraltare l’Heat Jamal Mashburn che con un 11 su 15 al tiro, 32 punti e 9 rimbalzi si era assicurato la palma del migliore in campo.
Nel “back to back” del 7 ed 8 novembre arrivarono altre due sconfitte in casa con Cleveland (92 a 96) ed a Milwaukee (96 a 105), e dopo cinque sconfitte in fila fu chiaro che il progetto difensivo del "brillantinato", osannato negli anni a Kentucky University e dopo la prima partita di stagione, era difficilmente “esportabile” nell’NBA. Per qualche strana ragione le altre squadre sembravano aver trovato abbastanza velocemente le contromisure, ma il coach/GM bostoniano, invece di mettere in discussione le sue teorie, rivolse l’attenzione agli “esecutori materiali”, cioè i giocatori. In fin dei conti il suo pressing, le sue zone trappola e l’enfasi sul tiro da tre in passato avevano funzionato bene anche “al piano di sopra”, quando aveva allenato a New York. Forse però la presenza di Patrick Ewing a “pattugliare la pittura” era decisamente più incisiva di quella di Travis Knight, centro dei biancoverdi in quella stagione 1997-98.
Il 12 novembre Boston prese un “brodino caldo” quando al Fleet Center arrivarono i derelitti Nuggets, ancora a secco di vittorie. Questi partirono 6 a 0 col futuro Celtic Tony Battie a mettere a bersaglio i primi tre canestri, e rimase in vantaggio per gran parte della serata. La reazione dei padroni di casa non arrivava, e gli ospiti si guadagnarono sette lunghezze di vantaggio a 3’19” dalla fine del terzo quarto quando Fortson segnò il canestro del 66 a 59. Il Trifoglio reagì con veemenza spinto da un Walker “incandescente” (9 punti nel “break”) e finalmente mise in piedi un parziale di 22 a 6 che raddrizzò l’incontro. Denver fece un ultimo disperato tentativo riportandosi a -1 (84 a 85) a 2’30” dalla sirena, e questa volta fu Chauncey Billups a realizzare i 6 punti che chiusero definitivamente il discorso fino al 96 a 86 finale.
Due sere dopo arrivarono nella "Beantown" i Toronto Raptors reduci da quattro sconfitte consecutive e, nonostante qualche patema di troppo, i 22 punti a testa segnati da Walker (anche 18 rimbalzi per lui), Billups e Barros valsero una sudata vittoria per 103 a 99. Il 15 dicembre i Celtics espugnarono per 107 a 101 il campo dei Sixers grazie alle ottime prestazioni di Walker (25 punti e 13 rimbalzi), di McCarty (19 e 7) e della coppia Billups (12 punti e 9 assist) – Edney (14 punti) che mise Allen Iverson (5 su 16 al tiro) sotto scacco. Boston vinse tre delle quattro gare seguenti ed una volta portato il bilancio in attivo (7 vinte – 6 perse) sembrò in grado di spiccare il volo. Ma in quello che sarebbe stato il “leit-motiv” di quella stagione, non appena messa la testa fuori dall’acqua arrivò un’ondata da cinque sconfitte consecutive a vanificare tutto il duro lavoro messo in atto per raddrizzare la situazione.
Pitino ricompattò il gruppo che portò a casa sei delle successive otto partite, compresa una "W" interna sui Sixers, agevolata dalla classica “marachella” di Allen Iverson che, reo di aver saltato un allenamento, rimase seduto in panchina in punizione mentre i biancoverdi approfittavano di un Ron Mercer in gran spolvero (20 punti, 10 nel “break” del terzo quarto) per fare rotta sul 100 a 83 finale. Il 28 dicembre i Celtics visitarono i Los Angeles Lakers in una gara dal sapore antico. Il Trifoglio prese la testa grazie ad un incisivo McCarty (15 punti nei primi due quarti), ma la legge dell’ex tenne i californiani a ruota con il vendicativo Rick Fox a segnare 27 punti sfoggiando quel numero 17 che significava “senza di me resterete a 16 titoli”. Tutto si decise nell’ultimo quarto: Walker segnò 12 dei suoi 28 punti in quella che diventò la miglior partita della sua breve carriera; il rookie Billups (16 punti e 8 assist) rubò la palla decisiva a Nick Van Exel sotto gli occhi di un disgustato Kobe Bryant ed imbeccò Mercer per la schiacciata che chiuse il discorso. Nonostante i biancoverdi fossero a 14 vinte e 13 perse, le avversarie non concedevano loro grosso credito, ed il Laker Eddie Jones dopo la gara commentò: “Fa male perdere così, e non per la rivalità, ma perché noi siamo una delle migliori squadre nella lega e loro probabilmente non faranno nemmeno i playoffs”. Jones, un giocatore, vedeva più lontano di Pitino...
Dopo una sconfitta a Phoenix per mano dei Suns allenati da Danny Ainge, i Celtics vinsero in casa con Minnesota (93 a 89) ed a Milwaukee (106 a 99, Walker 32 punti e 10 rimbalzi), portando il bilancio a 16 vinte e 14 perse. Rick Pitino dopo la gara dichiarò: “Questa è una delle mie vittorie preferite in tutta la stagione. Abbiamo giocato con equilibrio e sono estremamente contento del modo intelligente in cui stiamo interpretando il gioco di squadra”. Sarebbe stato il punto più alto dell' intera annata, perché subito dopo ripresero a fioccare le batoste. Cinque in fila, per la precisione, dalle quali non ci si sarebbe più ripresi. Il 13 gennaio i San Antonio Spurs passarono al Fleet Center per 97 a 88 grazie a 36 punti e 11 rimbalzi di David Robinson, ma ai tifosi fece male vedere che, anche in una serata poco felice, il grande sogno biancoverde Tim Duncan era riuscito a mettere insieme una doppia-doppia da 10 punti e 10 rimbalzi. Billups (26 punti) era stato il migliore tra i padroni di casa che non avevano mai smesso di lottare nonostante fosse evidente che i texani erano una spanna sopra, ed alla fine il coach aggiunse un altro "momento favorito della stagione” quando dichiarò: “Sono orgoglioso della squadra perché non ha mai smesso di combattere.
Questa sera ho assistito ad una delle performance migliori in termini di voglia di lottare, una partita decisamente tra le mie preferite della stagione”. Era la quinta sconfitta consecutiva, e la terza volta (su 19 sconfitte!) che Boston incassava una “striscia” negativa di cinque partite. Nel mese successivo i Celtics “galleggiarono” sempre a 3-4 gare dalla parità, poi nel corso della “Western Swing”, ecco la bomba: il 18 febbraio Billups, Brown, Thomas e Rogers furono spediti ai Raptors in cambio di Kenny Anderson, “Popeye” Jones e Zan Tabak. Gli addetti ai lavori rimasero stupiti perché il coach bostoniano prima del campionato aveva speso parole d’oro sia per Brown che per Billups: e poi la guardia da Colorado nell’anno da matricola stava facendo registrare cifre non disprezzabili, 11.1 punti e 4.3 assist a partita in poco più di 25 minuti di utilizzo.
Del resto l’amore verso il proprio playmaker non sarebbe mai stato un marchio di fabbrica di Pitino: nel giugno del 1999, poco più di un anno dopo aver voluto fortissimamente Anderson, venuto a sapere che Kenny pagava un personal trainer per migliorare la propria velocità e la propria forma atletica, avrebbe commentato: “E chi pagherà per correre al posto suo”? Non proprio le parole che vorresti sentire dal tuo allenatore, ed episodi come questo avrebbero lentamente ma inesorabilmente sgretolato il rapporto di fiducia reciproca con i giocatori. In termini di risultati le cose non sembrarono migliorare dopo lo scambio, anzi, sei sconfitte consecutive a metà marzo segnarono definitivamente il destino dei Celtics.
Il problema era che ormai tutta la lega sembrava aver capito il gioco di Boston basato su una difesa pressing a tutto campo e su un ampio utilizzo del tiro da tre, e se a livello di NCAA la tattica poteva mettere in difficoltà dei trattatori di palla decenti, al “piano di sopra” era chiaramente insufficiente. Una bella vittoria ai supplementari su Orlando (tiro vincente di Mercer, Barros 6 su 9 da tre), poi altre tre battute d’arresto, un successo sui Cavaliers con Jim O’Brien in panchina (Pitino era a letto malato) ed una larga sconfitta a Washington (Walker e Mercer 18 punti, 95 a 112 il punteggio finale) misero la parola fine (36 vinte – 46 perse) ad una stagione che sembrava promettere meglio.
Una squadra giovane e motivata avrebbe dovuto iniziare in modo difficoltoso e poi migliorare partita dopo partita, ma il fatto che invece si fosse fatto esattamente il contrario non fece suonare nessun campanello d’allarme. Allo stesso tempo l’impazienza e l’arroganza del coach/GM generavano negli atleti un senso di insicurezza che limitava le prestazioni: se la terza scelta al draft era stata “scaricata” dopo pochi mesi, tutti erano passibili di “trade” ed il senso di appartenenza alla Franchigia veniva meno. In più, il sistema “pressing + trapping + tiro da tre” che così bene aveva funzionato quando Pitino allenava i Knicks (ma aveva Pat Ewing “in mezzo!”) ed i Wildcats a Boston sembrava non funzionare, e le avversarie ci avevano messo poco a trovare le contromisure per avere la meglio. Rick però non sembrava preoccupato dalla grande confusione che regnava ai Celtics e stava già studiando il modo per portare a casa con la decima scelta assoluta del draft di giugno un biondissimo e promettente giocatore tedesco, Dirk Nowitzki.



Commenti
Dopo anni di oscuramento dovuto a una serie diversa di fattori (un po gli ormoni che tiravano verso un'altra cosa, un po alla copertura televisiva (maledetta tv koper e capodistria, mio padre ancora ricorda tutte le volte che gli chiedevo risontonizzazioni varie ed eventuali altre possibilità) un po al livello scadente che si era toccato) quell'estate con duncan e un altra scelta alta e l'italo americano elegantissimo in panchina mi fece riscoppiare l'amore e poco importa se poi il 21 non è mai arrivato nonostanto il giaccone perr l'inverno di boston che si era fatto preparare... tanto c'era billups e il suo fido ron mercer a cui a tutti i gm che gli chiedevano di lui in stagione diceva "non adatto al piano di sopra" e al draft furbissimo se lo prese per sè.... e poi l'esordio su sky.... beh.. l'esordio su sky (forse telepiù) annebbiò ogni sana valutazione reale sul talento...
ricordo che anni dopo su qualche altro sito bostoniano avevo spedito a qualcuno la VHS di quell'esordio, per caso il destinatario è qui tra noi?
Insomma, purghe in tutti i sensi
Poi la mossa di Billups, derivante da un carattere poco paziente e non adatto a gestire giocatori NBA, se non altro nel doppio ruolo di allenatore-manager.
Una delle peggiori stagioni di sempre dei Celtics.
Purtroppo le ha cambiate... ma in peggio. Non tutto quello che ha fatto è stato pernicioso: voleva prendere Nowitzki ma non è andata male con Pierce... però il rapporto coi giocatori non è mai stato ottimale, e quei Celtics sono uno dei rari casi (l'altro è Fitch) in cui penso che un allenatore se la sia cercata.
Le battute come quella sul preparatore di Anderson si possono fare col diretto interessato, magari in palestra quando non si sta impegnando, ma non con i giornalisti ed il giocatore le leggerà nell'edizione di domani. E se alla fine ti "mollano", per quanto odi le "fronde" nei confronti di un coach, in questo caso te la sei cercata.
Un allenatore come Pitino primo doveva fare solo il coach, secondo doveva avere uno scheletro di squadra solido che applicasse le sue teorie e su questo a poco a poco inserire qualità; è in ogni caso un lavoro di anni e non può essere schizzofrenico, qui è successo esattamente il contrario, cercando (e sbagliando) i giocatori adatti ha perso la qualità disponibile, con un fallimento pressochè totale.
Poi un cosch che chiede di applicare un 'organizzazione di gioco deve essere credibile e non dico amato ma almeno stimato/temuto, qui non c'è stata neanche quella componente.
La colpa per me prima di tutto va a Gaston non tanto nella scelta di Pitino, quanto nel dargli ruoli e compiti oltre le capacità sue (e di chiunque altro).
Memori delle lezioni del passato, oggi una bella certezza ce l'abbiamo con la firma di DOC per 5 anni, un coach carismatico e amato allo stesso tempo e con un GM che fa il GM; pochi oggi possono contare su un'accoppiata come la nostra.
Peccato per il finale, davvero poco divertente ... comunque la differenza la fece la proprietà, debole e quasi succube di Pitino, forse troppo timorosa di non avere il personaggio all'altezza della città dopo Carr.
Lui tecnicamente aveva le sue idee e non riuscì (o non volle) capirne i limiti, forse per presunzione oppure per timore di perdere la faccia o il carisma.
Il risultato fu terribile, e non siamo che all'inizio!
DeClercq non era così male, per un lungo di riserva, ma quel contratto all'epoca era un tantino esagerato. Gli errori di Pitino furono davvero tanti, ma rimango convinto che Rick Fox fosse un Celtic e fosse felice di rimanere a Boston.
Tanto che quando passò ai Lakers vestì il numero 17 per dire "senza di me il 17 non lo vincete".
Ma era l'impostazione di Rick ad essere sbagliata: dalla difesa pressing al tiro da 3 come arma primaria, dal comportamento coi giocatori ("io sono io, e...") ai libri nei quali affermava che "il successo è una scelta". Sogno americano andato "a sud", boriosa mania di grandezza, incapacità di vedere i propri errori e di correggerli... troppi limiti per non fallire, alla fine.
x fabio: grazie per il dvd magari un giorno te lo chiederò ma più che altro ero curioso di vedere se quella vhs era finito ad un amico che ci ha seguito su IAAC
E' vero che a NY con Ewing il piano di gioco era stato quello, ma Duncan e Walker non sono proprio i due giocatori più adatti a correre, quindi magari l'avrebbe capito comunque.
o li avrebbe scambiati per Eddie Jones e Nick Van Exel...
Walker come 4 era veloce, soprattutto a inizio carriera, prima che decidessero di renderlo definitivamente un'ala grande (ricordate il dibattito di quell'epoca sul renderlo piu' simile o a Malone o a Pippen?).
Comunque veramente troppi errori, sia come allenatore che come GM, pesanti e marcati per pensare che con giocatori piu' forti avrebbe fatto meglio. Resto convinto che lo stesso Walker senza Pitino per cosi' tanti anni nella sua carriera avrebbe fatto meglio.
Purtroppo il nickname The Genius non era dei più azzeccati, purtroppo Toine vedeva il basket a modo suo, e non come uno sport di squadra, non concepiva che se un McCarty o un Eric Williams avevano a disposizione un tiro migliore di lui, doveva passargliela. E ripeto con un Toine incanalato nel verso giusto la storia dei Celtics avrebbe preso una strada diversa.
Certo se prendi un ragazzo ricco di talento ma con ego e carattere pessimi, lo riemp di soldi e gli dai le chiavi della squadra, e lo fai crescere con un personaggio come Pitino bene bene non cresci. Secondo me accanto a un buon coach e a un buon gruppo di veterani che lo tenevano a freno avrebbe avuro una carriera migliore almeno di quella di Pierce. Va capito poi chi lo ha convinto che era un grande tiratore da tre. Quello, per me, resta il piu' grande mistero della sua carriera....
Sono d'accordo con te, Fabio: Mercer aveva richieste elevate e probabilmente presumeva troppo sul proprio valore personale; in effetti mi riferivo alle qualità del Mercer giocatore prima che a quelle del Mercer "dipendente": d'altra parte secondo me si tratava di un buon giocatore, magari anche sopra la media, ma in assoluto non di una superstar, ma quanto dell'atteggiamento mentale di Pitino aveva "contagiato" Mercer dai tempi del college? Forse con un differente mentore al suo fianco avrebbe saputo lavorare durpo per far apprezzare le proiprie qualità prima di sbandierarle in sede contrattuale. Fox ai tempi mi piaceva il giusto, ma resta uno che si è costruito una bella carriera NBA e nei Celtics poteva essere molto importante. Su Walker c'è poco da aggiungere: se uno come Jordan aveva deciso di impegnarcisi personalmente significa che si trattava di uno coi fiocchi; allo stesso modo si può dire che l'incapacità di raddrizzarsi con la testa nonostante le cure di Jordan sia la miglior riprova che dal punto di vista mentale mancava quel quid (con tutto il rispetto parlando)
Eh, l'affaire Walker, io resto sempre un suo difensore, finanche discreto sostenitore e mi sembra che Leo sia molto crudele nell'addossargli responsabilità forti in quel triste periodo, a me sembra che sul piatto della bilancia fosse molto di più quello che di positivo che seppe darci e sul lato negativo il rapporto con Pitino fu più che una giustificazione...
A Max invece rispondo che io mi fermerei alla considerazione che Jordan decise di impegnarci personalmente, perchè la conseguenza che la non riuscita del campione col 23 sia una controprova della debolezza di Antoine sia una forte forzatura, in quanto Jordan è uno che ha palesemente fallito sia come coach che come motivatore, fuori dal campo, incapace di accettare qualcuno non fosse al suo livello mentale...
abbracci a tutti,
Movi
Si, dal punto di vista motivazionale probabilmente Jordan non è stato un mago fuori dal campo e la tua considerazione ha di sicuro diritto di cittadinanza; ma Jordan, autonomamente, ha deciso che Walker poteva dare molto di più e, senza esersi impegnato contrattualmente con nessuno nè vestendo alcun panno se non quello della stella che si prende cura di un giovane perchè ci crede, ci si è messo volontariamente: forse quel Jordan non rappresentava e non voleva rappresentare qualcosa di differente dal giocatore che fino all'anno precedente era capace di "spremere" (in senso costruttivo) il meglio del meglio dai propri compagni solo con il proprio impegno personale o addirittura con un'occhiata. Quello che era diverso è che in quel caso Walker aveva un super campione disposto ad impegnarsi volontariamente per farlo crescere senza alcun vincolo esterno. Lungi da me comunque voler tirare addosso la croce a Walker, che spesso e volentieri mi ha esaltato come tifoso, e che, a conti fatti, mi sarei tenuto come pacchetto completo (a patto che non mettessro il tiro da 4 punti)
Credo che in questo caso nemmeno Robert Shapiro (difensore di O.J. Simpson) potrebbe salvare Antoine da una pesante condanna. Però voglio provare ad appellarmi alla Corte richiedendo le attenuanti generiche. Antoine Walker infatti è stato vittima non solo della sua stupidità, ma anche di due fattori che a mio avviso non poteva contrastare. Il primo è stato la nascita di una nuova NBA in cui la “stella” diventa più importante del gruppo. Sulle orme di Michael Jordan, l’NBA ha favorito il “culto delle personalità” che le permettevano di monetizzare dove invece la squadra – più anonima – si vendeva meno, ed anche Walker è rimasto travolto da un “gioco” più grande di lui. Il secondo fattore: “Toine” è stato sempre convinto dai suoi allenatori – da Carr a O’Brien – di essere il leader dei Celtics ma non ha mai imparato che per esserlo è necessario lavorare il doppio degli altri. Colpe anche sue, intendiamoci, ma se è vero che “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, anche i “capi villaggio” hanno qualche responsabilità.
Certo se prendi un ragazzo ricco di talento ma con ego e carattere pessimi, lo riempi di soldi e gli dai le chiavi della squadra, e lo fai crescere con un personaggio come Pitino bene bene non cresci.(Andrea)
ma quanto dell'atteggiamento mentale di Pitino aveva "contagiato" Mercer dai tempi del college? Forse con un differente mentore al suo fianco avrebbe saputo lavorare durpo per far apprezzare le proiprie qualità prima di sbandierarle in sede contrattuale.(Max)
Eh, l'affaire Walker, io resto sempre un suo difensore, finanche discreto sostenitore e mi sembra che Leo sia molto crudele nell'addossargli responsabilità forti in quel triste periodo, a me sembra che sul piatto della bilancia fosse molto di più quello che di positivo che seppe darci e sul lato negativo il rapporto con Pitino fu più che una giustificazione... (Movi)
Ebbene, vi stupirò, ma per me con Mercer e Walker Pitino ebbe meno colpe di chi arrivò prima e dopo di lui. E la prova del nove di questo fatto è che Pitino fu l’unico che venne “mollato” dal giocatore, che invece spese sempre belle parole per Carr ed O’Brien proprio perché gli lasciavano fare ciò che voleva. Il “brillantinato” può avere colpe per come ha gestito i rapporti coi giocatori, ma non ha MAI trattato i suoi giocatori come stelle (Carr) e non li ha mai lasciati fare ciò che volevano in campo (O’Brien). Anzi, in più di un’occasione si lamentò (anche con metodi sbagliati che gli erano propri, cioè a mezzo stampa) del peso eccessivo del giocatore, arrivato alla fine del lockout in condizione “uomo Michelin” (ed infatti i Celtics in quella stagione fecero male).
Per me è vero che M.L.Carr trattava i suoi giocatori migliori da Star assolute(ancora ad anni di distanza rivendica la scelta di Walker rispetto a Bryant) però in cambio il numero 8 era asciutto fisicamente, disposto al sacrifico (più di mezza stagione giocata da centro titolare a prender mazzate in area pitturata), leader quando contava (vedi partite contro L.A.)...
Quando si è trovato di fronte Pitino e "costrizioni" a cui nessun altro giovatore di riferimento in NBA sia costretto (problema puntualmente sottolineato da Legend), ha reagito nel modo peggiore (eh la testa era quella che era) divenendo ben presto un fattore negativo per la franchigia tutta (Pierce seppe invece mettersi a completa disposizione del coach)
Pitino non seppe adattarsi alla realtà NBA, che, volente o nolente resta una players league!
Non avremo purtroppo mai la controprova di cosa sarebbe potuto essere Antoine senza la ribellione autoflaggelante di cui fu protagonista contro coach Pitino
Fatto sta che quel sistema non ha mai o quasi mai pagato (anche se i cultori della filosofia "philjacksiana" potrebbero opinare il contrario).
Su 'Toine Walker (giocatore che anch'io ho amato per un po', anche se non nei modi estremizzati da Andrea Del Vanga...insomma, non mi sono mai comprato la sua canotta...
Suvvia, Movi, se sei Antoine Walker e ti presenti al training camp con 15 chilozzi di troppo, lo fai per fare un dispetto a Pitino che ti costringe? E non ti rendi conto che il primo a pagare sei tu, che da quel momento - fino a quando Riley ti metterà fuori squadra perchè troppo grasso - avrai la nomea dell'atleta che non si cura del proprio corpo?
Possiamo dare a Pitino anche la colpa dell'uragano Katrina, ma a 22 anni non dovresti aver bisogno dell'allenatore che ti dice, "da bravo, Antoine, non mangiare sei Big Mac, te ne basta uno"...
Sei un professionista, e se anche non ti piace l'allenatore, hai un paio di milioni di buoni motivi per rispettare il tuo corpo, la tua squadra ed i tuoi tifosi.
Nell'anno del "lockout" con il surplus adiposo Walker non rese, i Celtics vinsero 19 partite su 50, e lui tirò col 41% dal campo... e cosa avrebbe dovuto fare Pitino? Massaggiargli l'ego con un "ma no che non sei sovrappeso, però proporrò a Gaston di cambiare i colori sociali in blu, che smagrisce"?
E poi diciamocelo: a Kentucky gli piaceva il "brillantinato", quando lo metteva al centro dei suoi giochi d'attacco... insomma, per quanto mi trovi più vicino a Toine che a Pitino, in quella disputa chi fece più la carogna fu Walker, che alla fine riuscì a far cacciare il coach. Anche se in passato lo aveva aiutato a diventare una stella proprio con quella disciplina che adesso "schifava". Troppo comodo...
Ciò premesso, il modo poco glorioso con cui ha chiuso la sua carriera da professionista e i suoi guai finanziari ribadiscono solo che i suoi problemi non erano limitati al campo.
Puoi essere sfortunato nella vita, per carità, ma troppi indizi mi portano a ritenere che Walker abbia davvero sprecato tanto.
Colgo l'occasione per ringraziare Fabio e tutti i redattori di questo meraviglioso romanzo che è la storia dei Celtics, grazie di cuore da chi non ha potuto, per vari motivi, seguire con costanza la propria squadra in questi anni ma solo viverla sul televideo e portarla nel cuore...
RSS feed dei commenti di questo post.