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La Storia dei Celtics
Nelle finali NCAA del 1996 i Kentucky Wildcats allenati da Rick Pitino avevano dominato le avversarie grazie ad una difesa soffocante messa in atto da un gruppo di atleti di talento superiore. E anche se i vari Ron Mercer, Walter McCarty, Wayne Turner e Tony Delk (tutti e quattro finiranno poi ai Celtics) erano materiale da NBA, il giocatore dalla classe più pura era innegabilmente Antoine Walker. Ala di 206 centimetri dotato di mani dolcissime e ottima attitudine al rimbalzo, era cresciuto nei playground di Chicago, aveva affinato le sue doti a Mount Carmel High School e poi era esploso a Kentucky.
Certo, Iverson, Camby, Marbury ed Allen erano più quotati di “Toine”, ma Carr riteneva di non poter puntare a loro, e visto che dopo la 6 pensava non ci fosse un granchè (Steve Nash, Kobe Bryant e Jermaine O’Neal ringraziano) focalizzò la sua attenzione sul numero 24 dei Wildcats e sulla possibilità di godere di due scelte alte nel draft dell’anno dopo.
Ray Allen a dire il vero ci sperava, di approdare a Boston: aveva sempre amato la franchigia del Trifoglio, e dopo gli anni felici a Connecticut era proprio a “portata di tiro”. Finì invece ai Timberwolves che lo scambiarono istantaneamente con Stephon Marbury a Milwaukee… un’idea non troppo fortunata, alla luce dei risultati. Ma tornando ad Antoine Walker, M.L. Carr fu assai felice di mettergli il cappellino verde in testa: “Questa scelta ci regala un futuro brillante, considerando che nel prossimo draft avremo altre due prime scelte. E’ un talento sicuro, e non c’è niente che sia più importante del talento, in questa lega”. Un po’ di disciplina non avrebbe fatto male, però, ma i Celtics lo avrebbero scoperto solo qualche anno dopo…
Con il senno di poi le sue cifre collegiali non erano da superstar con 15 punti e 8 rimbalzi, ma anche con il 46% al tiro, il 19% scarso da tre e il 66% ai liberi (numeri non tanto lontani da quelli poi realizzati al piano superiore), ma i risultati di Kentucky e il talento complessivo che si poteva vedere, convinsero Carr: cosa sarebbe stato dei Celtics se avessero preferito Bryant, O’Neal o Nash? Nessuno può, ovviamente, affermarlo con certezza, e a possibile giustificazione di Carr ricordiamo che i primi due arrivavano dal liceo e che il terzo non era certo una stella tra gli universitari.
In effetti i salari e l’esperienza lo mettevano di certo dietro ai vari Radja, Barros, Brown e Fox, ma in quel ragazzo di soli 19 anni c’era un certo carisma e il talento per diventare un giocatore di altissimo livello e il GM biancoverde iniziò le manovre di mercato partendo dalla firma di Frank Brickowski l’1 agosto, un lungo 37enne super veterano che aveva avuto qualche onorevole stagione, ma che difficilmente avrebbe potuto dare solidità a un reparto che era comunque limitato a Radja, Ellison, Lister, Conlon e Szabo. Gli ultimi due erano arrivati come free agent: Conlon, ala grande ventinovenne di 2,08, aveva avuto un paio di stagioni decenti a Milwaukee mentre Szabo, centro ventottenne di 2 metri e 10 centimetri, era ancora digiuno di esperienze in NBA e non ne ebbe mai più dopo quell'anno...
L’avversario per l’inizio della stagione non era esattamente il migliore per un esordio casalingo: i Bulls campioni in carica al completo chiusero il primo tempo sotto 48 a 59 mentre il quintetto schierato da Carr, con Wesley, Fox, Williams, Walker ed Ellison coadiuvato da Barros, Day e Brickowski dalla panchina stupiva la lega; nel secondo tempo Chicago decise di giocare sul serio e con il parziale di 59 a 39 chiuse la partita. Finì 107 a 98 ma, almeno, Boston si era mostrata coriacea nonostante fosse tecnicamente inferiore, concedendo il 57% a Chicago, ma senza andare sotto a rimbalzo e recuperando 10 palloni. L’esordio da professionista di Walker lo vide segnare 12 punti, catturare 3 rimbalzi e tirare 5 su 12 in 27 minuti, non un granchè. Meglio la coppia Barros (24 punti e 6 rimbalzi con 9 su 15 al tiro) e Wesley (19 con 6 assist e 8 su 16), mentre sotto canestro, assente Radja per infortunio, Ellison si difese con 10 rimbalzi e 2 stoppate in 31 minuti.
Il giorno dopo si giocò a Milwaukee e il primo tempo fu una grandinata a favore dei padroni di casa con un 64 a 36 davvero umiliante: due cambi nel quintetto, Radja e Barros al posto di Wesley e Williams, ma la fase difensiva fu del tutto insufficiente, lasciando ai Bucks 124 punti (102 finali dei Celtics), con il 54% al tiro, mentre Boston si fermò a poco più del 41%, con Walker a 5/14 e 7 perse che fece sembrare il rookie Ray Allen un prodigio di efficienza offensiva con i suoi 18 punti (7/10 al tiro e 2/4 da tre) e 3 recuperi in 21 minuti di impiego. Dopo tre giorni di riposo e critiche della stampa, arrivarono gli Indiana Pacers di Reggie Miller e di nuovo il primo tempo fu terribile: 58 a 35 con i soliti problemi difensivi, ma nell’intervallo cambio qualcosa e un incredibile terzo periodo da 38 a 8 riportò sopra i Celtics grazie a una serie di recuperi e alla capacità di tenere al 46% gli avversari.
Ottimo Radja (23 e 11 con 11/18 al tiro), bene Wesley (19 e 6 assist con 7/10), Williams (18 e 5 rimbalzi), mentre Walker incappò ancora in una partita poco produttiva con 5 punti e 4 rimbalzi frutto di un 2/10 al tiro in soli 21 minuti. Ma la squadra dimostrò, almeno, di saper lottare in quella vittoria per 94 a 84 contro una squadra molto più forte e che a rimbalzo aveva dominato. Il mese di novembre si concluse con un record di 4 vinte e 11 perse, compreso il sorprendente 110 a 94 casalingo contro i Lakers: i rivali di sempre avevano Shaquille O’Neal all’inizio della sua avventura con Bryant (in quell’occasione solo a 2 punti e 1 su 7 al tiro), ma il quintetto di Boston andò in doppia cifra con Walker (19 punti e 12 rimbalzi), Eric Williams (18), Radja (19) e la coppia di guardie Barros e Fox rispettivamente a 15 e 13. Il resto lo fece una inaspettata superiorità sotto le plance.
Ma si trattò di un fuoco di paglia: seguirono tredici sconfitte nelle successive quattordici uscite per un mese di dicembre da 2 vinte e 11 perse.
Gennaio non fu poi molto migliore con un bilancio di 4 "W" e 11"L": l’unica affermazione netta fu quella dell’8 contro gli Spurs, privi di Robinson e con parecchi infortunati, un largo 107 a 83 nel quale tutti gli otto schierati in campo finirono sopra gli 8 punti segnati. Si era nel frattempo "rotto" anche Radja (ginocchio), Brickowski aveva problemi alla spalla e Lister uno stiramento, quindi Carr fu costretto a giocare con Fox e Williams come ali titolari e Walker da centro, facendo uscire dalla panchina Marty Conlon...il rendimento che ne risultò sotto canestro è facilmente immaginabile.
A metà gennaio si aggiunsero altri malanni assortiti: il ginocchio di Dee Brown, il piede di Greg Minor, poi Conlon rimediò una distorsione alla caviglia e febbraio, complice un disastroso viaggio a ovest con sette sconfitte, divenne un calvario con una sola vittoria e ben tredici rovesci: la difesa era un colabrodo perché prese oltre 100 punti in tutte le gare disputate, concedendo percentuali ben oltre il 50% a tutti gli avversari. Nel fine settimana tra l’8 e il 9 febbraio venne giocato il classico All Star Game e l’unico convocato di Boston fu Walker, titolare nella partita tra i rookie (all’epoca si disputava una sfida tra le matricole della eastern e quelle della western), chiusa con 20 punti e 9 rimbalzi. Nessuno nella gara delle schiacciate (per la cronaca Ray Allen finì quarto e Micheal Finley terzo, benefici della gioventù...), in quella del tiro da tre punti, tantomeno nell' appuntamento più importante...
Una parzialissima consolazione per i tanti tifosi dei Celtics in giro per il mondo fu la cerimonia tenuta nel corso dell’intervallo per la premiazione dei 50 migliori giocatori della storia della lega: era previsto di far indossare un giubbotto con i colori della franchigia più “significativa” nella carriera dei premiati e il verde di Boston era davvero ben rappresentato e dominante rispetto agli altri colori, con dieci presenze (Archibald, Bird, Cousy, Cowens, Havliceck, Jones, McHale, Parish, Russell e Sharman) oltre ad altri due (Walton e Maravich) che il biancoverde l’ avevano indossato a fine carriera; penultimo “chiamato” all’applauso del pubblico fu Russell che, da vero “giocatore di squadra”, aiutò il settantacinquenne George Mikan, ultimo della lista, a salire sul podio dei premiati.
Ormai era ovvio che non ci fossero obiettivi stagionali di alcun genere e ben presto si iniziò a parlare del draft di giugno, il cui premio per tutti sarebbe stato la stella di Wake Forest, un certo Tim Duncan del quale si magnificava il futuro da professionista, grazie ai superbi fondamentali. Ma non anticipiamo troppo i tempi: il campionato proseguiva sotto la costante di infortuni che falcidiarono il roster e il totale delle partite perse dai giocatori arrivò, alla fine, a 471, un numero che nei precedenti undici anni in cui la lega aveva tenuto questa statistica nessuna squadra aveva raggiunto, con alcuni giocatori importanti (Radja, Barros, Minor, Brown e Brickowski) a giocare meno di 30 partite a testa!
Con una situazione del genere, marzo e aprile furono solo la degna conclusione di un'ennesima annata balorda con un bilancio di 4 vinte e 22 perse: la squadra si impegnava anche, per carità, cercando e riuscendo a non prendere imbarcate troppo pesanti, ma il problema era sempre difensivo con una sola partita nelle ultime 23 nella quale gli avversari furono tenuti sotto i 100 punti e, alla fine della stagione, i numeri impietosi spiegavano molto bene i veri limiti dei biancoverdi: quasi 108 punti concessi di media, il 50,3% al tiro per gli avversari, un differenziale a rimbalzo negativo di oltre quattro carambole a partita e ben 242 stoppate date in meno, ulteriore indice, se ce ne fosse ancora bisogno, di un settore lunghi del tutto insufficiente.
Insomma, alla fine il record fu umiliante e l'ennesima sconfitta di 31 punti al Garden contro i Raptors sancì un terribile 15 "W"- 67 "L", peggiore prestazione nella storia della franchigia. Nessun Celtic ovviamente fu in ballottaggio per i vari riconoscimenti di fine stagione se non Walker nel primo quintetto dei “rookie” ma ben lontano dalla possibilità di essere considerato il migliore del gruppo. Pochi, pochissimi gli spunti positivi e tra questi di certo la stagione di Antoine, unico a giocare tutte le 82 partite, terzo migliore marcatore tra le matricole con 17,5 a partita cui aveva aggiunto 9 rimbalzi, 3 assist e oltre un recupero ad ingresso in campo, tirando peraltro con un non eclatante 42,6% ( e 63% dalla lunetta), ma riuscendo sostanzialmente a confermare le speranze che si erano accese alla vigilia del torneo sul suo conto.
Anche David Wesley fece benino in attacco con quasi 17 punti, oltre 7 assist e un solido 36% dall’arco dei tre punti, così come Rick Fox, peraltro considerato da molti come il migliore della squadra: questi, oltre a 15 punti, 5 rimbalzi e quasi 4 assist, stabilì anche il nuovo record di recuperi in una stagione, 167 (superando un certo Bird che si era fermato a 166); Eric Williams chiuse a 15 punti e quasi 5 rimbalzi e Todd Day a 14 abbondanti con il 36% su oltre 350 triple tentate. In difesa però, il buio. E del resto se gli esterni erano stati i migliori, è facile capire che i “lunghi” non avevano contribuito molto alla causa.
Dopo la tempesta, l'attesa del popolo del Trifoglio si focalizzò su due temi di stretta attualità che promettevano di cambiare radicalmente il futuro della squadra: il possibile “cambio al timone”, con M.L. Carr trascinato a fondo dagli infortuni e dai conseguenti pessimi risultati e la "Draft Lottery" che forniva a Boston ben il 27,5% di probabilità di scegliere per prima con la sua "pick" e l’8,8% con quella ottenuta l’anno prima da Dallas.
Ai primi di maggio arrivò la prima risposta con la decisione di Rick Pitino, celebratissimo allenatore dell’università di Kentucky, di scegliere i Celtics per un difficilissimo rilancio. Mentre la città gioiva per l’arrivo del nuovo messia dei canestri, un’ altra scelta, questa dolorosa, stava per essere presa..."The Legend", Larry Bird, accettò di lì a poco l’incarico di coach a Indiana. Con l'arrivo di un personaggio così ingombrante, il "biondo" da French Lick capì che per lui non ci sarebbe stato spazio nell’organico, data anche la poca considerazione che la proprietà gli aveva dimostrato negli ultimi anni (compresa la mancata comunicazione del sì di "Rick The Slick" nonostante Larry fosse stato utilizzato da Gaston per contattare i “papabili”), e la “bandiera” si allontanò definitivamente dalla squadra che aveva guidato, da giocatore, a tre titoli NBA.
Il quarantacinquenne Pitino, nativo di New York da nonni siciliani, era un ex alunno di UMass (circa 90 chilometri da Boston), un vero fanatico del gioco al quale aveva dedicato la sua adolescenza per il tentativo, poi riuscito, di arrivare a una borsa di studio universitaria; non soddisfatto dall’esito della sua carriera da giocatore, aveva deciso che sarebbe diventato capo-allenatore a 25 anni, e subito aveva accettato un posto da assistente all’Università di Hawaii.
Quando l’ateneo fu travolto dalle accuse per aver violato le severe regole della NCAA, Rick riuscì a non farsi coinvolgere; sposatosi nel 1976, era appena arrivato in viaggio di nozze a New York quando Jim Boeheim lo contattò per un posto da assistente a Syracuse (famosa la trattativa di tre ore nella hall dell’albergo a discutere le condizioni del contratto mentre la moglie Joanna capiva finalmente cosa significasse essere la signora Pitino). Alla fine riuscì a raggiungere il suo obiettivo con un solo anno di ritardo, perché, ventiseienne, ebbe la sua panchina a Boston University, dedicandosi in modo quasi maniacale al lavoro e riuscendo a portare i Bulldogs al torneo NCAA dopo 24 anni di assenza. Passò due anni da assistente di Hubie Brown ai New York Knicks, poi tornò al mondo dei college a Providence e impiegò un biennio per portare i Friars, reduci da un record di 11 vittorie e 20 sconfitte, alle Final Four. Bruciando in un amen tutte le tappe, nel 1987 tornò nella "Big Apple", ma questa volta con i gradi di head-coach.
L’avventura nella NBA non fu del tutto soddisfacente per Rick, nonostante la conquista del primo titolo della Atlantic Division dopo 24 anni e un record di 90 vinte e 74 perse, così nel 1989 tornò nuovamente alle università, scegliendo la titolatissima Kentucky che era reduce da uno scandalo sul reclutamento dei giocatori ed era stata messa in "probation" dalla NCAA: il nuovo allenatore con un pesante ricorso al tiro da tre punti (introdotto solo due anni prima) ed uno stile di gioco molto aggressivo e veloce, guidò i Wildcats alle Final Four nel 1993 e finalmente al titolo nel 1996. Perse la finale nazionale successiva solo ai supplementari, ma ormai la sua stella brillava nel firmamento del basket americano, la considerazione riguardo le sue qualità di allenatore era altissima e le dichiarazioni d’amore nei confronti della città di Boston molto chiare.
Intanto, il 18 maggio si tenne la “Lottery” più attesa nella storia dei Celtics: come scritto in precedenza, gli ultimi mesi della stagione erano stati vissuti come un’attesa del draft dal quale sarebbe potuto arrivare il lungo da Wake Forest e non c’era un secondo giocatore di quell’impatto nel lotto dei futuri rookies, quindi le speranze erano alle stelle insieme alla elevata possibilità (36% tra le due scelte a disposizione) di arrivare alla prima chiamata. Ma, semplicemente, non andò così.
Un decennio di sfortunati eventi raggiunse forse il suo apice quel giorno a Secaucus, località del New Jersey, quando la sorte regalò ai biancoverdi le "pick" numero 3 e 6 e, come acutamente osservò qualcuno, la profondità del draft non era certo pari a quella, per esempio, del 1984 con Jordan preso alla 3, Barkley alla 5 e Stockton alla 16: la delusione fu gigantesca, un’autentica mazzata per Boston e il suo neo allenatore, anche perché gli Spurs, beneficiati dalla lotteria, avevano già un Robinson a disposizione, mentre per il Trifoglio significava iniziare la ricostruzione nel più difficile dei modi.
Il 28 maggio, poi, Pitino, che era stato gratificato del prestigioso ruolo di Presidente oltre che di allenatore, decise di assumere un general manager che lo aiutasse ad espletare il lavoro di “bassa manovalanza”: telefonate, rapporti con gli agenti dei giocatori e valutazione dei prospetti dal liceo fino all’università; la scelta cadde su Chris Wallace, sotto contratto con Miami, e per averlo i Celtics scambiarono con gli Heat la loro "pick" n. 30 con la 55, ma il "brillantinato" dichiarò che il nuovo acquisto valeva ben più di quella piccola rinuncia. In effetti, il nativo della West Virginia (nel resto della sua carriera questa nascita in comune con Jerry West avrebbe avuto il suo peso) godeva di un' ottima considerazione nell’ ambiente per quanto fatto in Florida in qualità di Director of Player Personnel, per il proficuo lavoro compiuto come scout per Portland, Denver, Clippers e New York. Nel 1981, inoltre, aveva fondato la pubblicazione Blue Ribbon (per anni la più autorevole anticipazione della stagione sui giocatori universitari). Wallace arrivò dunque con una solida fama di esperto nel valutare il talento dei giovani e, con la prospettiva di un draft davvero equilibrato, poteva essere la persona adatta nel consigliare Pitino.



Commenti
Poi, certo, col senno di poi è facile parlare di fallimento totale, però all'epoca il panorama celtico prometteva piuttosto bene soprattutto con le famigerate "palline" del draft
Forse l'appunto che va fatto alla dirigenza bostoniana, riguardo la scelta di Pitino e la sua di fatto investitura a "padrone assoluto", è quello di non aver soppesato adeguatamente i metodi e la personalità di Rick, probabilmente più adatti ad un contesto universitario che a quello di una franchigia NBA, soprattutto se della storia (vincente), dei VALORI e tradizione dei Celtics (infatti anche a NY non è che fossero state tutte rose e fiori...)
E poi, dai, quando penso a come fu trattato Red Auerbach...
E il valore della sua "pochezza" fu dimostrato che al momento del suo abbandono la squadra rifiorì sotto O'Brien peraltro con un gioco quasi identico, con un buon finale di stagione 00-01 e con la cavalcata dell'anno seguente fernata a due gare dalla finale. Però da li in poi iniziarono a pesare sul cap in modo assurdo gli scambi fatti da Pitino, e c'è voluto solo Ainge e quattro anni di restyling del cap per rimettere le cose a posto.
Devo dire che al tempo non ero certo contento del suo arrivo: ho sempre ritenuto che i coach NCAA non sono adatti ad allenare al piano di sopra, soprattutto i "paisà" con i loro pregi e difetti, e poi non avevo dimenticato il burrascoso rapporto coi Knicks. In più allenare e fare il GM nella NBA è cosa assolutamente complessa che richiede doti non comune e non certo la cospicua dose di megalomania tipica di Pitino.
Se penso poi a come questo signori non ha avuto minimamente rispetto per la storia e la tradizione di una franchigia come Boston, mi viene ancora il sangue agli occhi.
E Gaston avendo le capacità di Paperino non poteva di certo emulare in fortuna il suo omonimo ...
una squadra mediocre,certo che molti giocatori sarebbero meglio di Carr ma non solo allora ci furuno
degli errori anche ai giorni nostri penso che la dirigenza anche in campagna aquisti abbia fatto
errori clamorosi.
Il primo è che a Boston ci è rimasto per oltre tre anni ed era anche general manager della squadra. Quindi se la squadra era "scarsa", la colpa non era di altri ma sua. Oltre a ciò - e lo hanno testimoniato Red Auerbach, M.L. Carr, Larry Bird e Paul Pierce - non chiedeva mai consigli a nessuno, quindi non si può nemmeno incolpare altri per le sue errate scelte.
Punto due: la squadra giocava ESATTAMENTE come voleva lui, e se non riusciva a motivare i giocatori la colpa non poteva essere solo loro. Oltre a ciò potrei raccontarti molti episodi in cui Pitino diceva una cosa ad uno dei suoi giocatori e poi faceva esattamente il contrario. Oppure potrei raccontarti di quando prendeva in giro i suoi giocatori coi giornalisti (uno su tutti: Kenny Anderson), ed alla lunga bruciò i ponti con tutti compresi i suoi "ex" di Kentucky.
Era un bravo allenatore? In precedenza aveva fatto bene, ma credo che il suo approccio a Boston sia stato troppo superbo e che alla fine abbia dimostrato grossi limiti sia in panchina che come GM.
se no non lo prendi,per esempio Larry Brown e' come lui infatti in tutte le squadre dove lui e'
andato a vinto solo a Detroit mi spieghi perche'?Se vogliamo un coach alla Pitino i giocatori si
devono adattare alla sua filosofia se no teniamoci degli allenatori alla Rivers.
Ecco questo IMHO è un allenatore NBA, non troppo condizionato da schemi, ma che riesce anche psicologicamente a far rendere al meglio i suoi, basandosi su una buona organizzazione difensiva, facendo funzionare teste matte come Terry e (probabilmente violentandosi) giocando un gioco non propriamente suo per valorizzare le doti dei suoi.
Bravo!!!!
Pitino a livello NBA e' stato un fallimento clamoroso, in primis per un carattere di certo poco adatto a trattare con persone che non fossero dei ragazzi, in seconda, come notato giustamente da Legend, per scelte tattiche che mal si adattavano alla NBA, oltre ad averci capito poco o nulla nella scelta dei giocatori, compresi quelli del college che dovevano essere il suo pane quotidiano.
Uno come Jackson, che di certo non ammiro, ha avuto una carriera di grande successo nei pro gestendo le maggiori star di quel periodo, credo sarebbe stato un flop totale a livello di college.
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