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pagliardo
ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Dan Layus
Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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goceltics68
Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
calabrone66
Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
Leonardo Ancilli
Cosìè delusione del momento o emula Stoner ...
La Storia dei Celtics
Le novità non mancavano all’inizio della stagione 1995-96. Alla fine di un viaggio leggendario il glorioso Boston Garden era stato demolito e al suo posto era sorto il Fleet Center o, come venne battezzato (fortunatamente per un breve periodo) lo “Shawmut Center”, dal nome della banca locale in seguito acquisita dalla Fleet Boston Financial. Il gioiello venne inaugurato il 30 settembre 1995 dopo soli 27 mesi di lavori (comprese sette settimane di ritardo causa neve): era costato circa 160 milioni di dollari.
Si trovava a breve distanza dal sito in cui il vecchio palazzo aveva troneggiato per decenni e portò la capienza per le gare di basket a 18.624 posti aggiungendovi anche quanto di più moderno ci fosse per l’intrattenimento dei tifosi, dal “jumbotron” alle 104 “suite”. Il nuovo impianto nella stagione d’esordio garantì un incremento del numero degli spettatori del 29%, fino a raggiungere la media di 17.874 (credeteci o no, quei numeri vennero superati solo con l’avvento di Allen e Garnett nel 2007), ma senza il “sold out” fisso che era una regola del vecchio (e più piccolo) Garden.
Michael Leon Carr, ovviamente per tutti M.L., rappresentava invece la novità in panchina: nove anni dopo la fine della sua carriera da giocatore in biancoverde era diventato il General Manager della squadra e quando in accordo con la proprietà decise che l’esperienza di Chris Ford fosse al capolinea, si mise alla ricerca del nuovo coach. Nonostante avesse dichiarato di aver offerto l’incarico a Celtics del passato quali Paul Silas, Dave Cowens e Don Chaney, fu presto chiaro che Carr stava traccheggiando nelle trattative con altri perchè in realtà aveva già in testa il nome del candidato: il proprio.
Oggi sappiamo che il “Patriarca” non era poi così entusiasta della decisione presa da Carr e Paul Gaston (all’epoca causticamente definito dai maligni “il ragazzo che dirige i Celtics quando il padre è a giocare a golf”) ma un po’ per l’età un po’ per la situazione creatasi decise di mantenere un “profilo basso” nella sua partecipazione alle decisioni della stagione: il nuovo allenatore, anche se non aveva mai guidato una squadra, era un personaggio dalla notevole esperienza di basket: nato nel 1951 in North Carolina vi aveva frequentato anche il Guilford College (incredibile a dirsi, da questo piccolo ateneo sono usciti anche altri due giocatori NBA, World B. Free e Bob Kauffman), finito il quale non era riuscito però a trovare un ingaggio da professionista negli “States” ed era stato costretto ad emigrare in Israele.
Era poi tornato in patria per disputare la stagione 1975-76 con i pazzi Spirits di St. Louis dell’ABA (dove si guadagnò gli onori del migliore quintetto dei “rookie”) e quindi era passato all’NBA, ai Detroit Pistons per i quali aveva disputato tre campionati. Nel 1979, nella classica “magata” auerbachiana era stato scambiato ai Celtics dove era rimasto per sei stagioni lasciando il ricordo di un giocatore duro, dedito alla squadra e con il “marchio di fabbrica” dell’asciugamano sventolato per incitare compagni e tifosi. Carr iniziò le sue mosse di mercato lasciando partire per la Grecia i due veteranissimi “Nique” Wilkins e “X-Man” McDaniel: se a questo si aggiunge l’addio dell’ala Derek Strong, venivano a mancare quindi circa 30 punti a partita e 15 rimbalzi (non citerei il deludentissimo Acie Earl se non fosse stato una delle scelte peggiori della storia bostoniana) che nelle intenzioni del coach venivano ottimisticamente “coperti” dall’arrivo di Dana Barros e della prima scelta Eric Williams: quest’ultimo era un’ala di 2,03 che usciva da Providence con quasi 18 punti e 7 rimbalzi a partita, mentre Barros era una guardia di appena 180 centimetri reduce da un’ottima stagione a livello individuale visto che in quel di Philadelphia aveva fatto registrare oltre 20 punti di media con il 46% da tre. Qualche dubbio veniva però dal fatto che tali cifre erano state ottenute con minutaggi cospicui e soprattutto in una squadra che aveva vinto solo 24 partite.
Quanto alla scelta di Williams, che peraltro si sarebbe poi dimostrato un rookie di buon valore e poi un veterano dalla lunga e onorevole carriera, quella "nidiata" vide tra le prime cinque scelte, nell’ordine, Joe Smith, Antonio McDyess, Jerry Stackhouse, Rasheed Wallace e Kevin Garnett; Boston era titolare della numero 14 e preferì Williams a Michael Finley e Theo Ratliff anche se altri fecero peggio: alla 8 venne scelto Shawn Respert, alla 9 Ed O’Bannon e alla 12 Cherokee Parks. I Celtics erano in possesso anche di una seconda "pick" che spesero per Junior Burrough, ala di 2,03 da Virginia, preferendolo ad Andrew DeClercq, Eric Snow e Fred Hoiberg che furono poi in grado di costruirsi una carriera NBA di un certo livello, mentre Burrough si fermò alle 23 apparizioni di questa stagione in biancoverde. Ma Carr era soddisfatto di Burrough che al training camp aveva definito “un giocatore fisico che conosce bene il gioco vicino a canestro” dopo averlo visto in azione ad un camp di Phoenix. Insomma, gli arrivi non erano stati certo di primo piano, ed il quintetto avrebbe schierato Douglas, Brown, Fox, Radja e Montross.
Le aspettative non erano altissime, se è vero che l’esperta giornalista Jackie McMullan del “Globe” e di Sports Illustrated scherzando disse a Carr che se quella squadra avesse raggiunto quota 30 vittorie lei gli avrebbe baciato le scarpe a centro campo… ed in effetti la pre-stagione fece suonare diversi campanelli d’allarme, con sei sconfitte in otto impegni che portarono il proprietario Paul Gaston a dichiarare a Joan Vennochi del “Globe” l’immortale “Sappiamo bene che la nostra squadra fa schifo”, e quando l’orgoglioso Sherman Douglas ribattè sui giornali “Fa schifo anche lui” era chiaro che, nonostante il talento, i suoi giorni nel “Hub” erano contati. Al di là della risposta di Douglas – decisamente più figlia del “Pride” di quella dell’owner – era davvero triste veder scivolare il Trifoglio sul fondo dell’NBA non solo come aspettative sui risultati, ma anche dal punto di vista della classe.
La stagione che stava per iniziare aveva nei Chicago Bulls la favorita d’obbligo. Dopo il ritorno di Michael Jordan i “Tori” puntavano a rivincere il titolo, ed a sbarrargli la strada sarebbero stati gli Orlando Magic, sconfitti da Houston nelle precedenti Finali ma ancora con la coppia Shaq/Hardaway vogliosa di rivincita; ad Est le grandi rivali Indiana e New York si proponevano come logiche protagoniste anche se i Knicks erano passati da Riley a Nelson in panchina e la scelta avrebbe incontrato una successo davvero limitato. Con squadroni simili ed altre buone pretendenti ai playoffs come Cleveland, Miami, Atlanta e Detroit, i Celtics per approdare alla post-season avrebbero avuto bisogno di spettacolari allineamenti astrali. La lega aveva aggiunto durante l’estate le due nuove franchigie di Toronto e Vancouver per provare a conquistare parte del “mercato sportivo” canadese storicamente legato all’hockey, e l’expansion draft costò a Boston (senza troppi rimpianti) l’impalpabile centro Acie Earl.
Si diede inizio alle danze il 3 novembre con la partita casalinga contro i Milwaukee Bucks, squadra piuttosto mediocre che aveva come giocatore di riferimento quel Vin Baker che il pubblico bostoniano avrebbe avuto modo di conoscere qualche anno più tardi: i Bucks rovinarono l’esordio di coach Carr con una vittoria di misura (101 a 100), guidati proprio da Baker con 30 punti e 13 rimbalzi nonostante cinque bostoniani fossero andati in doppia cifra. I biancoverdi concessero 17 rimbalzi offensivi agli avversari e pagarono a caro prezzo un terribile secondo quarto da 15 a 31. Dopo aver sprecato l’esordio sulla carta abbordabile, il secondo avversario furono i Bulls a Chicago ed arrivò la prevedibile sconfitta per 107 a 85: troppo superiori Jordan e compagni che tennero i Celtics al 41% al tiro, con un Douglas in difficoltà e l’unica nota lieta dal rookie Williams in doppia cifra per la seconda volta in due partite. Al terzo incontro finalmente giunse la prima vittoria, in casa contro i Suns di Barkley.
Dino Radja risultò determinante ben oltre il pregevole “fatturato” da 21 punti e 13 rimbalzi, ed ancora una volta Eric Williams si fece notare con la terza prestazione consecutiva oltre i 10. Il campionato in altalena prese una svolta positiva quando il Trifoglio infilò una serie positiva tra novembre e dicembre: dopo sole quattro gare Carr era passato alla coppia Barros e Minor per il “back court” usando anche Wesley come primo cambio e occasionale titolare e venendo da lui ripagato, come nella sonante vittoria a Charlotte del 22 novembre in cui il numero 4 aveva realizzato 37 punti con 7 su 10 nelle “triple”. A quel punto il reparto guardie era sovrappopolato, visto che non ci potevano essere minuti sufficienti per Sherman Douglas, Dana Barros, Dee Brown e David Wesley, un gruppetto peraltro “sottodimensionato” (erano chiamati i “Boston Smurfs”); nessuno di loro era in grado di marcare i pari ruolo fisicamente più prestanti. Il “Consigliere Speciale” Larry Bird...consigliò la dirigenza di trattenere Douglas, e puntualmente il 26 novembre - infilandosi “il cappello di general manager” Carr spedì “The General” Douglas a Milwaukee in cambio di Todd Day e Alton Lister.
Day era un giocatore per il quale si sarebbe potuto usare il vecchio adagio coniato da Bob Cousy per Tom Heinsohn: “non tira sempre, tira solo quando ha la palla”. L’unico problema stava nel fatto che Todd non aveva un briciolo del talento di “Tommy Gun” ed in difesa non avrebbe contenuto nemmeno il settantottenne Red Auerbach, figuriamoci gli scattanti "piccoli" che popolavano la NBA. Lister invece era stato un ottimo rimpiazzo nella posizione di centro, ma la sua carriera era finita un paio di anni prima, solo che nessuno se n’era ancora accorto. Eppure i Celtics reagirono allo scambio con sei successi in sette partite. Le vittorie erano da ascrivere in parte all’impegno dei “sopravvissuti” alla trade che volevano dimostrare quanto la scelta del GM fosse stata corretta, ma soprattutto ad un calendario che aveva opposto la squadra un paio di volte ai derelitti Raptors e Sixers. Ecco quindi spiegato il bilancio natalizio di 12-12 che valeva addirittura il quinto posto ad Est.
Dopo Natale Carr si imbarcò con la sua “truppa” per la classica “Western Swing”, la trasferta ad Ovest, ed immediatamente cominciarono a fioccare le sconfitte: da parte di Lakers (102 a 91), Blazers (135 a 109), Sonics (124 a 85). Al termine del disastro con Seattle uno sconsolato Dino Radja col suo forte accento croato ammise che dopo un -39 non c’era poi molto da dire. Ma non era ancora finita, Boston si piegò anche agli “ultimi arrivati” Vancouver Grizzlies (103 a 95) e nonostante Radja avesse messo a segno 26 punti e 17 rimbalzi si confermò il “trend” delle partite precedenti con percentuali di tiro poco felici ed una costante inferiorità ai rimbalzi. I Celtics non riuscivano più a vincere due partite consecutive e arrivarono alla pausa dell’All Star Game con 17 vinte e 30 perse, bilancio che la dice lunga sul disastro degli ultimi due mesi: il parziale post-natalizio era uno sconsolante 5-18...In quintetto Dee Brown e Barros formavano un reparto con poca attitudine a creare gioco, mentre sotto canestro qualche partita saltata da Radja mise in luce la pochezza degli altri lunghi, come nella gara del 3 febbraio a Miami (peraltro un’incredibile vittoria per 100 a 99) in cui Kevin Willis catturò 21 rimbalzi (9 offensivi) e Mourning spadroneggiò con 45 punti.

La Partita delle Stelle - 11 febbraio a San Antonio in un Alamodome stipato da oltre 36.000 spettatori - vide la presenza di solo due esponenti del Trifoglio: Eric Williams nel “Rookie Challenge” (secondo miglior marcatore della selezione Est con 15 punti) e Greg Minor nella gara delle schiacciate (terzo dietro a Barry e Finley, lo avreste mai detto?)...Ovviamente, l'appuntamento più prestigioso del week end, quello del Sabato, non vide nessun Celtic in campo, e la cosa non poteva sorprendere.
Neanche la “rivincita” contro gli storici rivali angeleni riuscì a portare qualche sorriso. Un parziale di 17 a 2 propiziato da due “triple” di Nick Van Exel ed Eddie Jones nel terzo quarto portò il punteggio sul 70 a 49 chiudendo di fatto la contesa e dando via ad un “extended garbage time” fino al netto 124 a 107 finale. Per tornare a contare due vittorie consecutive fu necessario attendere fino al 6 marzo, quando Boston superò i Clippers per 110 a 97 (Minor 20 punti, Montross 15 punti e 15 rimbalzi) dopo aver avuto la meglio sui Bucks (105 a 98, Barros 23 punti e Fox 22) solo due sere prima. Ma a quel punto il record di 22 vinte e 38 perse metteva una pietra sopra ai sogni di partecipare alla post-season: d’altra parte dopo un gennaio da 4 vittorie e 11 sconfitte ed un febbraio da 4 successi e 9 battute a vuoto, arrivare a una parità di risultati a marzo con otto "W" e altrettante "L", cambiava poco...
Dino Radja era troppo solo sotto canestro ed era un “finesse player” non molto portato per la fase difensiva, la coppia formata da Montross e Ellison era del tutto incapace di fronteggiare i centri avversari con continuità. La conseguenza era che i Celtics perdevano sistematicamente le “battaglie d’area” e concedevano agli avversari il dominio dei rimbalzi, quelle cinque/dieci “carambole” che spesso facevano la differenza. Ma Ellison sembrava privo del "sacro fuoco", e la fiammata occasionale – vedi partita contro Charlotte del 28 febbraio con 20 rimbalzi e 6 stoppate – rendeva ancora maggiore la rabbia per un talento che stava velocemente scendendo la china verso la mediocrità. Tra i momenti peggiori del finale di stagione ci fu senz’altro la trasferta del 2 marzo a Chicago contro i Bulls ormai in forma post stagionale (a quel punto avevano 52 vinte e 6 perse, 28-0 allo United Center): lo schiaffone del 107 a 75 (Jordan a soli 32 minuti e Pippen a 28), al di là del punteggio, viene abbondantemente spiegato dal -15 a rimbalzo, il 40% al tiro contro il 50% dei "Tori". La lezione fu bruciante e nelle cinque partite successive arrivarono quattro vittorie, frutto soprattutto di buone percentuali al tiro e nonostante l’assenza di Radja.
Ma la fiammata durò poco e presto si tornò ai livelli precedenti terminando il mese di aprile a quota cinque vittorie e altrettante sconfitte. Forse la più emblematica tra le partite dell’anno fu quella casalinga del 12 aprile contro i Raptors: Carr giocò gran parte della gara con quattro piccoli, i Celtics segnarono 136 punti con sei atleti in doppia cifra. I lunghi “titolari” della serata furono Ellison (6 punti, 6 rimbalzi e 2/6 al tiro) e Alton Lister (4 punti e 8 rimbalzi con 2/5 al tiro) e vennero surclassati dal centro titolare avversario che in 44 minuti di utilizzo segno 40 punti con 13 su 23 al tiro, 14 su 19 ai liberi e 12 rimbalzi. Il suo nome? Acie Earl! Quando ti dice male...Chiusura di stagione il 21 aprile, ospiti i Knicks e sconfitta di prammatica per 122 a 111, Boston a tirare con il 43% ed a concedere il 64%. Finalmente il campionato era terminato e si poteva provare a programmare per il futuro. Il bilancio finale di 33 vinte e 49 perse era buono - si fa per dire - per il quinto posto nella Atlantic Division (ogni Conference allora era composta da due Division), con sole quattro squadre a Est titolari di un record peggiore.
I giocatori a roster erano stati ben 18, solo Wesley aveva disputato tutte le 82 partite. Radja, seppur tormentato dagli infortuni che lo avevano limitato a solo 53 presenze, era risultato il realizzatore più prolifico con 19,7 punti a gara ed il miglior rimbalzista con 9,8 “caroms” di media: un ottimo rendimento offensivo per il croato al terzo anno nella lega, anche se difensivamente il giudizio non poteva essere altrettanto positivo; Valida anche la stagione di Rick Fox, ormai un veterano al quinto anno, che con 14 punti, quasi 6 rimbalzi e 5 assist era stato il più costante oltre che il più impiegato; il nuovo arrivo Dana Barros aveva confermato le sue doti di tiratore (40,8% da tre per 13 punti a partita) ma aveva confermato anche di non essere un regista e di trovare sempre difficoltà a marcare gli avversari diretti; molto, troppo simile il rendimento di David Wesley, tiratore da tre ancora più temibile con il suo 42,6% ma anche lui limitato sull’altro lato del campo.
Altri tre giocatori erano andati in doppia cifra di media, le guardie Todd Day e Dee Brown. Il primo aveva confermato i dubbi sulle pessime doti di difensore già mostrate a Milwaukee, il secondo, che in stagione aveva completato il terzetto degli “Smurfs”, cioè i “Puffi”, capitano della squadra dopo cinque anni a Boston, era scontento del suo utilizzo e aveva fatto capire già durante la stagione che avrebbe preferito essere scambiato; il rookie Williams si rivelò invece un ottimo acquisto chiudendo il suo primo campionato con 10,7 punti a partita. I “numeri” totalizzati dai lunghi che non si chiamassero “Dino” e provenissero dalla Croazia furono davvero di scarso rilievo: Montross, il centro titolare, al secondo anno era stato protagonista di una decisa involuzione facendo registrare 7,2 punti e 5,8 rimbalzi in poco più di 20 minuti con un inguardabile 37,6% ai liberi (peraltro limitati ad un paio per allacciata di scarpe, altro dato poco confortante) e con sole 29 stoppate nelle 61 partite giocate; anche Ellison venne schierato per poco più di 20 minuti, ma fece persino peggio, con 5,3 punti e 6,5 rimbalzi, tirando sotto il 50% dal campo...e vi risparmiamo quelle di Lister che seppur acceso da uno spirito combattivo aveva la scusante dei 38 anni di età e delle quattordici stagioni a pesare sulle ginocchia.
Il draft del 1996 si annunciava molto profondo, alcuni lo ritenevano secondo solo a quello del 1984, e i Celtics, per mano di M.L. Carr il 21 giugno 1996 decisero di mandare a Dallas Montross e la prima "pick" in cambio delle prime scelte 1996 e 1997 dei Mavericks: in pratica il GM si propose l'obiettivo di "salire" di posizione nell'ordine delle chiamate perché la lotteria di quell’anno aveva dato ai texani la n. 6 e a Boston la n. 9, sacrificando il buon Eric, il cui rendimento era sceso ai predetti 7 punti e 6 rimbalzi in circa 23 minuti dai 10+7 in approssimativamente 30 minuti della stagione precedente. Come al solito parte della stampa e dei tifosi ritennero responsabile Carr di aver ridotto i minuti del giovane centro anziché aumentarli, ma è anche vero che i numeri del prodotto di UNC lentamente ma inesorabilmente peggiorarono e che la manovra messa in atto dal front office poteva aiutare a ricostruire rapidamente... specie se si fosse arrivati a Tim Duncan...ma questa è un’altra storia. Ma torniamo alle scelte: perché il draft del 26 giugno 1996 viene considerato uno dei migliori di sempre? Semplicemente perché nel “pool” a disposizione si potevano trovare giocatori come Ray Allen, Kobe Bryant, Steve Nash, Allen Iverson, Stephon Marbury, Marcus Camby e Shareef Abdur-Rahim… e questo solo per citare i più fortunati! Boston aveva la possibilità di continuare a costruire per il futuro e – con la sesta pick “strappata” a Dallas, magari di fare anche il “colpaccio”.
Nelle finali NCAA di un paio di mesi prima i Kentucky Wildcats allenati da Rick Pitino avevano dominato le avversarie grazie ad una difesa soffocante messa in atto da un gruppo di atleti di talento superiore. Ed anche se i vari Ron Mercer, Walter McCarty, Wayne Turner e Tony Delk (tutti e quattro finiranno poi ai Celtics) erano materiale da NBA, il giocatore dalla classe più pura era innegabilmente Antoine Walker. Ala di 206 centimetri dotato di mani dolcissime e ottima attitudine al rimbalzo, era cresciuto nei playground di Chicago, aveva affinato le sue doti a Mount Carmel High School e poi era esploso a Kentucky. Certo, Iverson, Camby, Marbury ed Allen erano più quotati di “Toine”, ma Carr riteneva di non poter puntare a loro, e visto che dopo la 6 pensava non ci fosse un granchè (Steve Nash, Kobe Bryant e Jermaine O’Neal ringraziano) focalizzò la sua attenzione sul numero 24 dei Wildcats e sulla possibilità di godere di due chiamate alte nel draft dell’anno dopo. Ray Allen a dire il vero ci sperava, di approdare a Boston: aveva sempre amato la franchigia del Trifoglio, e dopo gli anni felici a Connecticut era proprio a “portata di tiro”. Finì invece ai Timberwolves che lo scambiarono istantaneamente con Stephon Marbury a Milwaukee… un’idea non troppo fortunata, alla luce dei risultati. Ma tornando ad Antoine Walker, M.L. Carr fu assai felice di mettergli il cappellino verde in testa: “Questa scelta ci regala un futuro brillante, considerando che nel prossimo draft avremo altre due prime scelte. E’ un talento sicuro, e non c’è niente che sia più importante del talento, in questa lega”. Un po’ di disciplina non avrebbe fatto male, però, ma i Celtics lo avrebbero scoperto solo qualche anno dopo…



Commenti
Draft "giocato" abbastanza maluccio.
Chiedo umilmente scusa, l'articolo ovviamente di Michele e non mio (errore di caricamento). Io non sarei minimante in grado di scrivere articoli del genere. Fortunatamente per i lettori io con la storia dei Celtics c'entro poco o nulla.
Leo, tu sei la storia dei Celtics!
Ma vai a...
Certo, ragazzi che questi ultimi articoli di storia sarebbero da saltare a piè pari...mamma mia che tempi...
Resto convinto che Walker sia il piu' grande spreco della storia dei Celtics in base al talento. Avesse trovato un Rivers o un allenatore di livello a inizio carriera avrebbe avuto tutt'altro tipo di impatto e un altra crescita come uomo (che di casini ne ha combinati, e tanti) che come giocatore.
Anni bui, anzi...buissimi
Citazione:Scritto dal più convinto tifoso italiano di "Ze Genius" mi pare significativo .... Ovvio che con il senno di oggi il paragone con le carriere di kobe o Nash neppure inizia, epperò 'sto ragazzo al livello tecnico (ed economico) di una superstar ci era arrivato, si è perso davvero nel processo di crescita!
Proprio in questo momento iniziò paradossalmente il mio amore.
Personalmente Toine/ i pick/ Pitino/ Dana-Wesley-fox furono la mia speranza di poter rientrare nel circo che conta...quello dove eravamo sempre stati!!! L'anagrafe non mente...e le possibilità di vedere e seguire con più regolarità la Lega più bella del mondo iniziava a essere possibile...per chi come il sottoscritto proviene da Basket City inutile ricordare cosa fossero quegli anni in città...
Purtroppo fu davvero l'inizio del "dramma" che arrivò ,come giustamente detto, al massimo possibile solo 5 anni dopo, senza possibilità di upgrade tali da mantenerci a livello raggiunto e comunque infinitamente distanti da top!
Capitolo Duncan...un capitolo che ha cambiato la storia della NBA...con noi per una volta senza possibilità di appello sconfitti..sigh!
La speranza è sempre quella di non rivivere tali esperienze!!!
Let's Go Celtics
Ennesimo grazie per le vostre perle storiche... in attesa che esca il libro che le raccoglie tutte
Siamo in pieno medioevo e la rinascita è lontana, il fato continua ad esserci ostile ma torneremo in alto, l'era Pitino secondo me è il punto più basso della nostra Storia..
Ed anche con un po' di accento romano, ... no, non può essere Leo ... maremma maiala !!!!!!
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