-
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
pagliardo
-
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
movi
allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
Dan Layus
Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
goceltics68
Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
Legend
In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
calabrone66
Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
Leonardo Ancilli
Cosìè delusione del momento o emula Stoner ...
La Storia dei Celtics
Quattro titoli vinti negli ultimi cinque anni, un dominio indiscusso e indiscutibile, l'ultimo trionfo raggiunto addirittura passeggiando con un comodo primo posto in regular season e seguente galoppata nei playoffs. C'è bisogno di dire quale fosse la squadra da battere nel campionato che si sarebbe giocato a cavallo tra il '61 e il '62?
Vero, Bill Sharman avrebbe visto in televisione i suoi Celtics. Vero, Wilt Chamberlain al terzo anno di professionismo ed in continua, mostruosa crescita faceva decisamente paura. Vero, altre due stelle di primissima grandezza si stavano preparando per entrare nella leggenda dalla porta principale ( stiamo parlando dei sophomores Jerry West e Oscar Robertson). Tutto verissimo, ma sarebbe stato sufficiente per spodestare il "tiranno"?
Ebbene si, per la prima volta dopo un decennio Boston scaldava i motori in contumacia Sharman: il realizzatore principe si era ritirato da campione l'anno precedente, primo "pezzo di dinastia" a indossare le pantofole (in senso figurato, in realtà la sua carriera di allenatore sarebbe stata altrettanto fulgida). Più di 12,000 punti segnati, 8 All Star Games, 4 presenze nel primo quintetto NBA, 3 nel secondo...come pensare di sostituire in maniera indolore una leggenda? Risposta secca: con un'altra leggenda. Sam Jones era cresciuto per 4 anni all'ombra del più esperto compagno e purtroppo per gli avversari nel 1961 era più che pronto per entrare da protagonista in quintetto.
Ad Est, come per i due anni precedenti occorreva prestare attenzione ai Warriors, forti di un solidissimo starting five: Chamberlain, Gola, Arizin, Attles e Rodgers. Chamberlain in particolare riscrisse in quell'anno una buona parte del "book of records", mettendo insieme cifre impressionanti: 48.5 minuti a partita (beh, contro i Lakers ci fu una partita con 3 overtimes...), 25.7 rimbalzi, 50.4 punti a ingresso in campo con quell'incredibile "centello" del 2 marzo a spese dei Knicks. Arizin, che si sarebbe ritirato alla fine di quella stagione, aggiunse i canonici (per lui) 21.9 punti e Rodgers contribuì con la specialità della casa, 8 assist, meglio di Cousy. Quell'anno esordì anche un rookie americano-ma-non-troppo dalla vita che meriterebbe di essere raccontata in un articolo a parte: Tom Meschery. Nato in Manciuria da emigranti russi ivi fuggiti dopo la Rivoluzione di Ottobre, durante la seconda guerra mondiale venne internato con padre e madre in un campo di prigionia giapponese nei dintorni di Tokyo. Al cessare delle ostilità il babbo decise di tentare la fortuna emigrando negli States, peraltro in un periodo in cui il maccartismo imperante rendeva i sovietici non esattamente i benvenuti. Per questo motivo Tomislav Nikolayevich Mescheryakov diventò Thomas Nicholas Meschery. Dopo 10 anni di onorata carriera nell' NBA tra Warriors e Sonics, un All Star Game e due finali giocate trovò anche il tempo di tornare all'università e diventare uno stimato poeta fino ad essere incluso nella "Nevada Writers Hall of Fame". In campo era un duro, efficace a rimbalzo e con un ottimo tiro dalla distanza, ideale complemento per Gola e Arizin, 62 anni in due, non propriamente ragazzini. Ed uno dei più duri avversari di Tom Heinsohn, col quale arrivò spesso alle mani.
Di fronte a tanto ben di Dio, facile immaginare chi dominò quella regular season...appunto, i Celtics.
Russell non segnò mai 100 punti, Auerbach non lo tenne in campo per 48.5 minuti a partita, si accontentò del titolo di MVP e di medie "modeste" (18.9 punti e 23.6 rimbalzi); fu misteriosamente escluso dal miglior quintetto NBA (ma come? L'MVP fuori dal miglior quintetto?) dovendosi accontentare del secondo mentre il fumo gli usciva dalle orecchie, visto che la riteneva la solita manovra del "sistema" contro un nero. Heinsohn fu il miglior realizzatore della squadra con 22.1 punti e Sam Jones, liberato dall'ingombrante presenza di Sharman, esplose mettendone a segno 18.1 di media; anche Cousy, all'undicesimo anno da professionista continuò il suo mirabile lavoro da metronomo, ancora terzo nella lega per assist sfornati (7.8, alle spalle del fenomeno Robertson e del già citato Rodgers).
Insomma, per chi si aspettava una regular season combattuta la sorpresa fu oltremodo sgradevole: basti ricordare che dopo 35 partite il bilancio aziendale recitava 30-5 e in seguito non ci furono cedimenti di sorta. 60-20 con 11 lunghezze di vantaggio su Philadelphia, c'è bisogno di aggiungere qualcosa? Forse sì, il record nei 12 incontri giocati contro i Warriors: 8-4, con buona pace dello strapotere di Chamberlain.
Alle spalle delle due contendenti facevano bella mostra i Syracuse Nationals tornati sopra al 50% di vittorie: con la vecchia gloria Schayes ormai in parabola discendente e con qualche problema di infortuni (giocò solo 56 partite di regular season) toccò a un ottimo Greer (autore di 22.1 punti e 7.4 assist) fare le pentole ed i coperchi, anche se fu ben supportato dal solito "Red" Kerr, autore della sua migliore performance in carriera con 16.3 punti e 14.7 rimbalzi, anche per merito delle maggiori responsabilità attribuitegli in mancanza del compagno di frontline.
Novità ad Ovest, innanzitutto per l'ingresso (o meglio, per il ritorno) di Chicago nel panorama NBA: i Packers si andavano ad aggiungere alle 8 franchigie già presenti. Il risultato fu sconfortante (record di 18 vinte e 62 perse), ma fu il primo passo di quella crescita che avrebbe portato a raggiungere l'attuale soglia di 30 squadre.
La seconda notizia fu il ribaltamento dei vecchi valori. La Division, infatti, grazie agli arrivi di West e Robertson stava cambiando faccia: i Lakers dominarono la regular season alzando l'asticella a 54 vittorie e 26 sconfitte, migliore prestazione dal 1952-53 quando là davanti spadroneggiavano George Mikan e Vern Mikkelsen; la premiata ditta Baylor-West mise insieme più di 60 punti di media ed anche il supporting cast si fece rispettare, a partire da quel Frank Selvy, guardia rapida e dal tiro affidabile che diventerà suo malgrado protagonista nella finale giocata con i Celtics. Rimarchevole anche l'apporto della giovane ala forte Rudy LaRusso (nella foto trattenuto da Guarilia e Loscutoff nel corso di una rissa con Cousy), il "cattivo" di quella squadra, autore di una doppia doppia da 17.2 punti e 10.4 rimbalzi. Alle spalle dei californiani si piazzarono i Cincinnati Royals spinti dal talento straripante di Oscar Robertson, autore di una clamorosa tripla doppia di media: 30.8 punti, 12.5 rimbalzi e 11.4 assist.
OK, Lakers, Royals...ma gli Hawks, protagonisti di epiche sfide contro i Celtics nell'ultimo lustro? Dopo la finale giocata (e persa) nel 1961 furono vittime di una stagione disgraziatissima: John Mc Carthy mancò 65 partite per infortunio, Clyde Lovellette 40 e Larry Foust 23. Come se non bastasse Lenny Wilkens dovette sottostare agli obblighi di leva, costretto a fare il pendolare nei fine settimana da Fort Lee, in Virginia. Riuscì a presenziare solo in 20 occasioni, poco per un tangibile contributo alla causa. Insomma, un disastro condito da due cambi di coach, con Pettit ad allenare la squadra per le ultime 6 gare. La conclusione, amarissima, fu un 29-51 che significava un malinconico quarto ed ultimo posto nella Division.
Ai playoffs il pronostico non era scontatissimo: Russell e soci per trionfare avrebbero presumibilmente dovuto passare sul corpo di Warriors e Lakers, due formazioni zeppe di talento, in crescita verticale e ben motivate ad abbattere il "tiranno".
In quanto detentori del miglior record i Celtics si disposero all'attesa dei "risultati dai campi". Philadelphia avrebbe teoricamente dovuto dominare Syracuse ma teoria e pratica non sempre vanno a braccetto e i Warriors dovettero sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione degli orgogliosi avversari: la spuntarono in gara 5 dopo essersi fatti rimontare da 2-0 a 2-2, nonostante Greer costretto a guardare i compagni dalla panchina causa infortunio e Schayes a mezzo servizio; non un buon biglietto da visita per "mister 100 punti". Vittoria faticosa quindi ma pur sempre vittoria: il problema a questo punto era la condizione fisica, almeno in vista della prima partita di finale divisionale che si sarebbe giocata il 26 di maggio. I Nationals infatti alzarono bandiera bianca solo il 24, lasciando la miseria di 48 ore ai futuri avversari dei Celtics per smaltire le tossine, mentre i biancoverdi avevano passato gli ultimi 10 giorni ad allenarsi tranquillamente a Beantown. Il risultato fu un massacro compiuto dai campioni in carica, una passeggiata chiusa con 28 punti di vantaggio (117-89). Tutto facile? Nemmeno per sogno, da quel momento in poi fu un continuo tentare l'allungo da parte di Boston, sempre vittoriosa in casa ma sempre sconfitta fuori (ricordate la semifinale di conference del 2008 contro Cleveland?): 1-1 al Civic Center (113-106), poi ancora avanti il giorno successivo (129-114), poi di nuovo raggiunti a Philadelphia (110-106) in un'altalena snervante. Un monumentale Russell riuscì ad arginare mirabilmente lo strapotere fisico di Chamberlain (nell'immagine cerca di farsi giustizia dopo uno "scambio" con Loscutoff, mentre "Russ" lo trattiene), il quale vide le proprie medie attestarsi ben al di sotto dei 50 punti ottenuti in regular season, ma Wilt era solo la punta di diamante di una squadra che aveva pur sempre un Arizin da 23 di media nei playoffs e un sorprendentemente incisivo Meschery.. Gara 5 si concluse ancora con una vittoria dei Celtics (119-104), vanificata dal pronto riscatto dei Warriors (109-99). Tutto si sarebbe deciso alla settima, ma il parquet del Garden non fu violato, ed in una tiratissima partita (109-107) i biancoverdi si guadagnarono il diritto ad affrontare i Lakers nell'ennesima finale.
Già, i Lakers: fuori dai giochi St.Louis erano i logici favoriti per il primato ad Ovest, soprattutto dal momento in cui i Royals di Robertson furono inopinatamente fatti fuori dai Pistons per 3-1 nella semifinale di Division. Detroit, nonostante il solido apporto di Bailey Howell e del mortifero tiratore dalla lunga Don Ohl, avevano concluso la regular season con un record inferiore al 50% candidandosi come vittime sacrificali di Cincinnati. Le cose non andarono così (anche grazie a due rocambolesche vittorie giunte negli ultimi secondi di gioco) e Los Angeles non trovò l'avversario designato.
La finale non fu mai seriamente in discussione, troppa la differenza di caratura tra le due formazioni: fu un 4-2 che ebbe solo un unico sussulto quando i gialloviola furono sconfitti in casa nella quinta partita che avrebbe dovuto sancire la fine dei giochi e che invece fissò il punteggio sul 3-2. Poco male, West e Baylor guidarono la squadra alla vittoria in trasferta: 123-117 e palla al centro per la resa dei conti con la truppa di Auerbach
La sfida appariva equilibrata ma i Celtics erano da ritenersi favoriti per due motivi fondamentali: la maggior abitudine a giocare sfide decisive e la mancanza di un efficace gioco in post da parte dei Lakers: sotto le plance coach Schaus poteva gettare nella mischia solo Ray Felix e Jim Krebs. Nessuno dei due aveva la minima possibilità di infastidire Russell nel pitturato: l'unica difficoltà poteva arrivare dall'impiego del "duro" Krebs, lungo dal buon gioco perimetrale che poteva portare fuori posizione il centro biancoverde.
La delicata gara 1 a Boston andò ai padroni di casa, vincitori per 122-108 ma il Garden fu violato con un convincente 129-122 nella seconda partita. A Los Angeles più di 15,000 persone si assieparono sugli spalti pregustando il possibile trionfo ed effettivamente gara 3 si concluse con la vittoria dei californiani, grazie a West che rubò palla sul tentativo di rimessa di Sam Jones a Cousy e finì con un layup sulla sirena che fissò il risultato sul 117-115. 2-1 e un alto colpo in canna per il 3-1 quindi, ma gli uomini di "Red" avevano combattuto troppe battaglie all'ultimo sangue per farsi prendere dal panico e risposero nell'unico modo che conoscevano, ovvero tornando a casa con un' affermazione tutto sommato agevole (115-103).
Il fattore campo fu ancora una volta sparigliato in gara 5 quando Baylor trascinò di forza i suoi in quello che sarebbe potuto essere il colpo decisivo: 61 punti e 22 rimbalzi per il 126-121 finale, e nessun accorgimento bastò a fermare Elgin: non i continui raddoppi, non la marcatura asfissiante di Sanders. I Lakers avevano il "match point" sulla racchetta, ma ancora una volta i Celtics risposero da campioni andando ad espugnare per la seconda volta la Memorial Sports Arena (119-105).
Gara 7 entrò di diritto nella storia del basket.
Fin dall'inizio il tema-partita fu chiaro, il "Trifoglio" a sfruttare il gioco corale e gli avversari a cavalcare offensivamente Elgin Baylor nella speranza che potesse ripetere l'exploit di pochi giorni prima, come dimostrano i 18 tiri presi dal giocatore nel primo tempo. Biancoverdi quasi sempre avanti finchè West, con 7 punti consecutivi non ricucì lo strappo alla fine del terzo quarto. Da quel momento fu un'autentica battaglia che tenne gli spettatori del Garden incollati alle sedie. Nell'arginare le folate offensive dei gialloviola prima Loscutoff, poi Sanders, poi Heinsohn uscirono per falli e buona parte della pressione andò sulle peraltro solidissime spalle di Russell il quale, ad ogni buon conto, alla fine abbrancò la bellezza di 40 rimbalzi. Gli ultimi minuti furono una battaglia punto a punto che sembrò risolversi quando a sessanta secondi dalla conclusione Sam Jones segnò due tiri liberi per il 100-96, seguiti da un fallo in attacco di LaRusso che consegnò la palla in mano a Boston. Nessuno aveva però fatto i conti con Frank Selvy che, nel bene e nel male, divenne l'assoluto protagonista: l'ex prima scelta del 1954 segnò due layup in transizione portando il punteggio sul 100-100. Il successivo errore di Ramsey quando il cronometro segnava meno 18 regalò il pallone della vittoria ai Lakers.
Hundley, palla in mano, vide che West e Baylor erano coperti, non così Selvy il quale si trovò libero a seguito di un maldestro tentativo di Cousy di raddoppiare lo stesso West. "Hot Rod" lo servì: la distanza dal canestro era di soli quattro metri, il tiro partì ma colpì il ferro, lasciando giusto il tempo a Russell di raccogliere il rimbalzo difensivo. Per una questione di centimetri la partita si sarebbe risolta all'overtime, ma il momento magico di Los Angeles era passato e con l'apporto di Sam Jones, autore di 5 punti sui 10 totali messi a segno nel supplementare, i Celtics chiusero ancora una volta in trionfo: 110-107.
I titoli consecutivi erano arrivati a 4, Loscutoff andava per i 32 e Ramsey per i 31; Cousy dichiarò che il successivo sarebbe stato il suo ultimo anno da professionista. Molti addetti ai lavori iniziarono a scrivere la messa da requiem per Auerbach e i suoi, fino all'apoteosi di Sports Illustrated e di quel leggendario "I Boston Celtics sono una squadra vecchia. Sangue stanco scorre nelle loro vene varicose". Mai profezia fu meno azzeccata. Con buona pace di Sports Illustrated.



Leggi tutto...