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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
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Leonardo Ancilli
Cosìè delusione del momento o emula Stoner ...
La Storia dei Celtics
Red Auerbach, Ed Macauley, Bob Cousy, poi l'anno dopo Bill Sharman. Da questi "semi" nacque tutto: la più dirompente dinastia che lo sport professionistico americano abbia mai ammirato, la leggenda della franchigia più vittoriosa, quella di Russell, Havlicek, Cowens, Bird, Pierce.
William Walton Sharman è stato un realizzatore ("forse il migliore di tutti i tempi", parola di Wilt Chamberlain), ma chi dovesse immaginarlo come un narciso svogliato in perenne ed oziosa attesa dell'assist per liberare il proprio talento sbaglierebbe di grosso: era un duro in campo, capace di farsi rispettare e di difendere con grinta, un perfezionista del lavoro e della preparazione fisica, una guardia capace di sfiancare con scatti continui il proprio marcatore in un mondo che andava ancora al rallentatore. Dotato di grandissima autodisciplina, era convinto che la volontà potesse costringere il corpo a raggiungere ogni obiettivo si fosse prefisso.
Nasce ad Abilene, Texas, il 25 maggio 1926 da famiglia di agricoltori. E' un ragazzino sveglio e portato per lo sport che pratica con profitto: al liceo è il capitano della squadra di football, prima base in quella di baseball, guardia in quella di basket, ma non gli basta. Pratica l'atletica leggera (lanciatore di peso e disco, ma anche ostacolista) ed è il miglior tennista della San Joaquin Valley. A 19 anni però la sua meravigliosa avventura rischia di terminare prima di avere un inizio. Subito dopo essersi sposato, sente di doversi arruolare mentre gli Stati Uniti sono impegnati a chiudere gli ultimi conti di fronte alla più tragica guerra che la storia ricordi: viene destinato alla marina, con lo spauracchio di una potenzialmente disastrosa invasione del Giappone, eventualità considerata tuttaltro che peregrina dai ragazzi che attendono ordini. Nessuno sa che la Storia e il presidente Truman stanno decidendo diversamente: il 6 e il 9 agosto, con un atto tra i più discussi del Ventesimo Secolo, Hiroshima e Nagasaki vengono nuclearizzate, svelando i reali piani del governo a stelle e strisce. Meno di un mese dopo l'imperatore nipponico Hirohito si arrende e per i soldati al fronte è la fine di un incubo, ma le settimane che precedono la smobilitazione sono lunghe e noiose, tra continui spostamenti e soste in cui, sostanzialmente, la noia la fa da padrona.
George Druliner, responsabile all'approvvigionamento della nave USS Oceanus nonchè organizzatore di eventi vari per curare il morale delle disoccupate truppe, ricorda con affetto il torneo in cui conobbe il futuro All Star, una competizione in cui tutte le "branche" dell'esercito erano adeguatamente rappresentate. Ovviamente Bill Sharman, nonostante sia un giovanotto (peraltro con una solida fama di stellina del basket all'High School di Porterville, California) è il punto di riferimento della squadra e trascina i suoi alla vittoria contro i più quotati rappresentanti di esercito e aeronautica. In finale è l' MVP indiscusso, con 34 punti segnati. Druliner, nominatosi coach e playmaker della squadra ricorda: "Avevo studiato gli schemi in modo che la palla arrivasse il maggior numero di volte a Sharman e lui non sbagliò quasi mai".
Smobilitato ritorna in patria e si iscrive alla University of Southern California (USC) dove gioca per 4 stagioni con medie realizzative in continua crescita, fino ad arrivare ai 18.6 punti nell'ultimo anno. Come accadrà un decennio dopo con un altro pezzo di storia biancoverde, John Havlicek, anche Sharman è un poliedrico, impegnato indifferentemente, e con risultati brillanti, con basket (All American) e baseball (MVP della "Pacific Coast Conference nel 1949 e 1950). Ancora indeciso su quale strada percorrere prende mazza e guantone e firma un contratto con i grandi Brooklyn Dodgers, e viene mandato a farsi le ossa nelle leghe minori. Pochi mesi dopo arriva l'NBA, e Bill viene "draftato" al secondo giro dai Washington Capitols; chi pensasse a una decisione definitiva rimarrebbe deluso, perchè il ragazzo - cosa inconcepibile nel mondo sportivo dei nostri giorni - mantiene due carriere parallele fino al 1955, quando sceglie di dedicarsi a tempo pieno alla palla a spicchi.
I Capitols sono una delle gloriose franchigie che hanno creato la BAA, poi diventata NBA; tra i personaggi illustri che ne hanno caratterizzato il breve cammino, uno su tutti: Red Auerbach, allenatore dal 1946 al 1949, l'uomo che è riuscito a portare i suoi fino alla finale (persa) contro i Minneapolis Lakers di George Mikan nel 1949. Purtroppo, agli albori degli anni '50 la situazione finanziaria di molti club è deficitaria, il pubbblico preferisce altri sport anche perchè molte gare risultano insopportabilmente noiose con giocatori che palleggiano all'infinito approfittando della mancanza di un tempo limite per arrivare al tiro (la "shot clock era" arriverà solo nel '54). Da questa condizione ancora magmatica molte franchigie escono con le ossa rotte e una di queste sono proprio i Capitols, che falliscono dopo 35 gare in quell'anno di grazia 1950-51, peraltro con un record assai poco lusinghiero di 10 vinte e 25 perse. Sharman è il miglior marcatore della squadra con 12.2 punti a partita, ma la sodisfazione è assai magra.
Nel susseguente "dispersal draft" Bill viene scelto dai Fort Wayne Pistons ma Auerbach interviene con la consueta decisione: convinto del fatto che quello sia un signor giocatore, imbastisce una fulminea trade per portarlo a Boston (insieme a Bob Brannum) in cambio dei diritti per Charlie Share. Qui inizia la carriera in biancoverde celtico del numero 21 che si va ad affiancare ad altri due campioni come Bob Cousy e Ed Macauley. Possibilità offensive dirompenti ma frontcourt ancora un po' troppo "leggera" (lo stesso Macauley non è certo un peso massimo), la squadra si comporta bene in regular season classificandosi al secondo posto della Eastern Division alle spalle dei Syracuse Nationals. Sharman viene impiegato con parsimonia (22 minuti a partita) e mette a segno 10.7 punti di media. Purtroppo i playoffs sanciscono la rapida uscita dai giochi per mano dei Knicks al primo turno, nonostante una strenua difesa soffocata solo in gara 3 dopo due supplementari.
L'anno successivo il minutaggio supera i 32 minuti e Sharman comincia a costruirsi la fama di tiratore infallibile: per la prima volta (saranno ben 7 alla fine della sua carriera) chiude la stagione come miglior tiratore di liberi, risultando quarto anche per ciò che riguarda la percentuale dal campo (43.6%, impressionante allora per una guardia) e meritandosi la prima convocazione all'All Star Game, nonchè l'inclusione nel secondo quintetto NBA.
Passano gli anni e Bill continua a migliorare gradualmente le sue statistiche: purtroppo i rinforzi durante la off-season non sono così efficaci da poter colmare le citate lacune nel roster. E' così che nonostante le tre convocazioni consecutive all' All Star game, l'inclusione nel primo quintetto (1955-56) e una media punti che passa gradualmente da 16 a 19.9 (anche grazie all'introduzione del cronometro dei 24 second), i Celtics vengono sistematicamente sbattuti fuori ai playoffs e sempre dai Syracuse Nationals.
E' di questo periodo una delle imprese più curiose della carriera di Sharman, un tiro che, a suo modo, appartiene ancora alla storia dell' NBA. Il palcoscenico è la partita delle stelle dell'anno 1955: col tempo che sta per scadere, lancia un baseball pass da sotto il proprio canestro; il passaggio, troppo alto per il destinatario Bob Cousy, finisce dritto nella retina per una realizzazione dal campo di 70 piedi (21.33 metri e spiccioli), la più "lunga" nella storia dell’All-Star Game. Questa prodezza, unita ai 10 punti segnati nel quarto periodo gli valgono il titolo di MVP della manifestazione.
Nel 1956 Auerbach mette in atto quella che, probabilmente, è la sessione di mercato più miracolosa della storia, acquisendo Russell, KC Jones e Heinsohn in un colpo solo. Jones vestirà la maglia biancoverde solo due anni dopo causa servizio militare ma gli altri due, sfortunatamente per le altre franchigie, scardinano tutti gli equilibri fino a quel momento presenti nell' NBA. Lo strapotere difensivo di Russell e la sfacciataggine di Heinsohn vanno a integrarsi perfettamente con il fosforo di Cousy e il talento realizzativo di Sharman (senza dimenticare i "cagnacci" Ramsey e Loscutoff). Il risultato, esplosivo, è la squadra che riesce a conquistare il suo primo titolo in una memorabile finale vinta per 4-3 ai danni dei St Louis Hawks. In questa occasione il numero 21 risulta il miglior marcatore tra i biancoverdi (21.1 punti) e ha il secondo minutaggio assoluto dietro Russell. Ovviamente viene convocato per il suo quarto All Star game (ne giocherà 8 consecutivi in tutto, fino al 1960) e incluso nel primo quintetto NBA insieme a mostri sacri come Arizin, Cousy, Pettit e Schayes.
Ciò che colpisce di questo straordinario cecchino è l'etica del lavoro assolutamente fuori del comune: è un perfezionista che si sottopone a massacranti sessioni di allenamento, studia tutti gli avversari più pericolosi annotandone pregi, difetti e caratteristiche. Anche in campo è un precursore, fenomenale nello smarcarsi con continui e rapidissimi spostamenti, colti al millesimo di secondo dal genio di "Cooz". Lle due guardie si trovano a memoria con risultati distruttivi per le squadre avversarie.
Ormai la strada del dominio è tracciata, e anche nel campionato 1957-58 Sharman contribuisce alla conquista del miglior record in stagione regolare (49-23) mettendo a segno la miglior stagione della sua brillante carriera con 22.3 punti a partita. Ma questo tutto sommato non può stupire più di tanto: la vera notizia è che, dopo 5 anni non è più il miglior tiratore di liberi della lega, a causa della strepitosa stagione del centro dei Nationals Dolph Schayes (90.4% contro 89.3%). Poco male: la terza consecutiva inclusione nel primo quintetto NBA e l' ennesima convocazione all'All Star game possono essere considerati una consolazione più che accettabile. Purtroppo, anche a causa del ben noto infortunio che toglie di mezzo Russell sul più bello nella finale contro gli Hawks, i Celtics non ce la fanno a centrare il repeat e a festeggiare (per la prima e ultima volta) sono Pettit, Macauley e Hagan.
La stagione successiva è la prima perla di otto trionfi consecutivi e Sharman, pur non essendo più un ragazzino continua a guidare i suoi per punti segnati (20.4), anche se il suo minutaggio incomincia a decrescere. L'anno precedente aveva perso la corona di miglior cecchino dalla lunetta? Nessun problema, nel 1958-59 mette a segno un incredibile 93.2%, record che rimarrà imbattuto per quasi 20 anni finchè nel 1977 Ernie Di Gregorio, giovane play dei Buffalo Braves, non riuscirà a farlo suo. Anche nella postseason, chiusa con un trionfale sweep sui rampanti Lakers del giovane Elgin Baylor mantiene fede alla sua solida fama: 20.1 punti di media e 57 tiri liberi segnati su 59 tentati.
Gli anni passano inesorabili ed alle sue spalle scalpita il giovane Sam Jones. Tuttavia il vecchio guerriero non ha nessuna intenzione di farsi da parte e continua a partire nel quintetto titolare fino alla data del suo ritiro: lgli ultimi due campionati da giocatore gli valgono il terzo e il quarto anello e le sue prestazioni non sono mai da vecchia gloria, basti pensare che in quel biennio riesce a collezionare l'ottava presenza all All Star Game (1960, dove stabilisce anche il record personale di 17 punti segnati), la terza inclusione nel secondo quintetto NBA (ancora 1960) e il settimo primato per quel che riguarda la miglior percentuale di conversione al tiro libero (1961). Proprio nell'ultima stagione si trova di fronte Jerry West, rookie di belle speranze (e futuro luminoso): questi gli spara in faccia sei jumper consecutivi, tutti a segno. Se Sharman fosse un etereo tiratore dedito esclusivamente al piacere della retina che si gonfia probabilmente farebbe spallucce, ma non è di quella pasta: ha battagliato duramente per un decennio senza paura di sporcarsi le mani, ha sempre fatto della difesa una seconda arma letale, Auerbach gli ha insegnato a non tirarsi mai indietro, per cui al settimo tentativo dell'avversario, beh, lascia semplicemente partire un diretto...il fendente manca il bersaglio (ed è un bene per "Mr. Clutch", dato che il Celtic in gioventù è stato anche un pugile di buon livello) ma il messaggio arriva forte e chiaro e suona più o meno così: "Ragazzo, ora basta". Ancora oggi West ricorda: "Era un duro che aveva combattuto più battaglie di Mike Tyson, un giocatore cui si doveva rispetto".
La sua avventura nel freddo Massachusetts finisce qui e non nella maniera migliore: dopo essere stato un grande in campo sente di poter primeggiare anche dalla panchina e offre i suoi servigi a Walter Brown. Ovviamente, avendo in casa un certo Auerbach l'owner storico dei Celtics rifiuta garbatamente, ma la voce arriva a Red che non la prende benissimo. Ci vorranno vari anni per la riappacificazione.
Nel 1961 il panorama del basket a stelle e strisce si arricchisce di un campionato alternativo, la American Basketball League (ABL), tentativo presto abortito e fortemente voluto dal vulcanico Abe Saperstein, già "padrone" degli Harlem Globetrotters. Seccato per non aver avuto la possibilità di possedere una sua franchigia a Los Angeles convince le migliori formazioni di National Alliance of Basketball Leagues (NABL) e Amateur Athletic Union (AAU) ad unirsi e provare la grande avventura. L' ex "Trifoglio" trova un posto da allenatore-giocatore proprio ai Los Angeles Jets di Saperstein; l'impiego è di breve durata dato il repentino fallimento della squadra. Poco male, immediatamente viene assunto dai Cleveland Pipers, stesso ambito, e questa volta coglie il suo primo successo da coach portando i suoi alla vittoria. La ABL nel 1963 si spegne, rapidamente come era nata solo due anni prima e Sharman si trova senza lavoro: per due anni si dedica al basket collegiale al sole della California, poi per un altro biennio prova la strada del commentatore radiotelevisivo. La grande occasione arriva nel 1966 quando viene chiamato ad allenare i San Francisco Warriors: la sua esperienza nella baia dura per due campionati con risultati quanto mai incoraggianti: all'esordio si trova tra le mani un gruppo di belle speranze che può contare su elementi talentuosi come Rick Barry e Nate Thurmond, futuri Hall of Famer. La stagione è estremamente positiva e la marcia si ferma solo in finale al cospetto dei Sixers (4-2). Il secondo anno è meno spumeggiante, anche a causa del trasloco di Barry agli Oakland Oaks, franchigia della neonata ABA: i Warriors arrivano comunque fino alla finale di division, dove devono cedere 4-0 ai Lakers, che saranno poi sconfitti alla "resa dei conti" da Boston.
Il metodo di allenamento dell'ex Celtic è improntato al massimo rigore e a un attenta organizzazione; da Auerbach ha imparato il lavoro e la disciplina e, pur non essendo un eccelso psicologo come il patriarca biancoverde, riesce a ottenere il massimo dai suoi giocatori. Soprattutto introduce lo shootaround, informale sessione di tiro precedente la partita; Sharman ritiene che sia un ottimo metodo per sciogliere i muscoli, la tensione nervosa ed entrare dolcemente nel clima agonistico. Il fatto che tuttora tale pratica sia largamente diffusa dimostra la bontà dell'idea originale.
Certo, il suo carattere inflessibile gli costa qualche scontro con i ragazzi più carismatici: Chamberlain, da lui allenato durante la fortunata esperienza ai Lakers, saputo che alle 11 del mattino ci si sarebbe ritrovati sul parquet sbotta: "Io a quell'ora dormo!". poco male, i risultati come vedremo gli daranno ragione.
Ma torniamo a quegli ultimi bagliori di anni 60: dopo la positiva esperienza a San Francisco Bill accetta di passare all' ABA, in perenne ricerca di personaggi di spessore per nobilitare la lega neonata. Si occupa dei Los Angeles Stars e, dopo una stagione di assestamento in cui manca i playoffs, nel 1969-70 compie il mezzo capolavoro di portare una formazione priva di grandissimi campioni fino alla finale, purtroppo persa con gli Indiana Pacers (4-2). La critica apprezza e gli regala il premio di Coach of the Year.
L'anno successivo la franchigia si sposta a Salt Lake City e prende il nome di Utah Stars: il lavoro di Sharman continua a pagare, tanto che la squadra riesce, dopo una stagione da 57 vittorie e 27 sconfitte a portare a casa il titolo sconfiggendo in una tiratissima serie chiusa solo in gara 7 i favoriti Kentucky Colonels. Campione ABL, Campione ABA, manca solo il successo da allenatore nella più nobile NBA. L'occasione, ghiotta, si presenta nel 1971: si accasa ai Los Angeles Lakers egli elementi più rappresentativi si chiamano Chamberlain, West, Goodrich...tanta roba. Infatti la stagione è pressochè perfetta: dal 5 novembre 1971 al 7 gennaio 1972 i gialloviola non perdono un colpo, per una striscia di vittorie consecutive che rappresenta ancora il primato assoluto, ben 33. Il record alla fine recita 69-13 (battuto solo dai Bulls di Jordan negli anni 90) e ai playoffs il cammino è altrettanto trionfale: 12 "W" e 3 ole "L" che valgono a Sharman il secondo titolo di Coach of the Year e alla franchigia la prima esultanza dal 1954, quando i campioni si chiamavano George Mikan, Slater Martin e Clyde Lovellette. E c'è un pizzico d'ironia, in tutto ciò: per vincere il primo titolo a Los Angeles, i Lakers hanno dovuto affidarsi alle cure di un Celtic...
Allena per un altro quadriennio con un'altra finale raggiunta (e persa) contro i Knicks nel 1973. Si ritira dall'attività di allenatore nel 1976 per diventare General Manager della squadra, con l'invidiabile record di essere l'unico ad aver vinto tre campionati in tre leghe diverse. Per sei anni si dedica alla nuova occupazione, contribuendo alla conquista di altri due titoli, nel 1980 e nel 1982. Dopo 32 primavere dedicate anima e corpo al basket molti non vedrebbero l'ora di crogiolarsi al sole della California, non Sharman, che accetta il ruolo di Presidente giusto in tempo per partecipare alla rivalità con i Celtics di Bird, Parish e Mc Hale e alla conquista di altri tre campionati (1985, 1987, 1988). Tuttora, a 86 anni, con la voce arrochita a causa delle corde vocali rovinate da anni di urla contro giocatori e arbitri, continua a frequentare le stanze dei bottoni di casa Lakers in qualità di consulente. Superfluo sottolineare la sua doppia inclusione, come giocatore (1976) e come allenatore (2004) nell'empireo di Springfield.
Talentuoso, duro, lavoratore instancabile, innovatore: Sharman è stato tutto questo e molto di più. Soprattutto è stato un Uomo e ci piace terminare questa biografia con un episodio che racconta molto di ciò che si nasconde alle spalle dell' Hall of Famer e dell'allenatore dei record:
Earl Lloyd fu il primo afroamericano a calcare un parquet dell'NBA, nei Washington Capitols del 1950, la squadra in cui anche Bill mosse i primi passi. Immaginate come poteva vivere quell'esperienza un ventiduenne nero catapultato in un mondo di bianchi, spesso apertamente razzista: Earl fu più volte tentato di abbandonare, ma qualcosa glie lo impedì. Oggi racconta: "Quando guardo a quella incredibile avventura immagino quanto sarebbe stato terribile mollare tutto perchè qualcuno cercava di affossarmi. E in molti ci provarono. Non importa quanto tu sia forte o quanto sia abituato a considerare inferiore la tua esistenza. Devi riuscire a rialzarti, trovare la forza di reagire con dignità, cercare un aiuto. Nella mia vita ci furono molte brave persone che mi restituirono la fiducia nel genere umano e Sharman fu una di quelle che non dimenticherò mai. Durante i miei primi giorni ai Capitols mi portava a casa in macchina tutte le sere dall'allenamento. Capite? Se non lo avesse fatto, nessuno lo avrebbe criticato. Se sono riuscito nella vita, lo devo anche a lui". Allora anche Bill era un ragazzo, un rookie, eppure anzichè nascondersi nel gregge decise di esporsi ed aiutare un compagno, un "negro". Solo un tiratore? No, davvero no.



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HOndo
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