-
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
pagliardo
ray allen non si discute (e non si tocca) ed è giusto aspettarlo per ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
movi
allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
Dan Layus
Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
goceltics68
Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
G5 2° Round : Boston Vs Philadelphia 101-85
Legend
In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
calabrone66
Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
Leonardo Ancilli
Cosìè delusione del momento o emula Stoner ...
La Storia dei Celtics
Il campionato 1993/94 era terminato in maniera quantomeno ingloriosa e il “capro espiatorio” venne identificato in Dave Gavitt, esonerato dal ruolo di GM senza troppe cerimonie: Paul Gaston, il figlio di uno dei tre proprietari che stava per assumere il controllo della franchigia più vincente della storia lo chiamò nel suo ufficio e senza mezzi termini gli comunicò che la sua presenza non era più gradita. Per risollevare le sorti della squadra ad inizio del giugno 1994 “Thanksdad” Gaston (“Grazie a Papà” è il gustoso soprannome regalato a Paul Gaston dalla salace penna di Dan Shaughnessy del “Globe”) affidò l’incarico di general manager all’ex giocatore M.L.Carr. I problemi da risolvere abbondavano, a partire dall' "oggetto misterioso" Acie Earl: il giocatore non sembrava in grado di capire una semplice rotazione difensiva e per soprammercato aveva chiuso il campionato precedente in una “slump” da zero su 15 al tiro.
In più la partenza di Parish – che il Front Office avrebbe voluto veder chiudere la carriera in biancoverde, ma che aveva trovato offerte allettanti dai Charlotte Hornets – rendevano evidente la necessità di nuova linfa sotto canestro. Carr era chiamato a una drastica inversione di rotta e le "grandi manovre" iniziarono lo stesso giorno del draft, svoltosi ad Indianapolis il 29 giugno del 1994: la scelta (pick numero 9) cadde su Eric Montross, centrone da North Carolina, campione NCAA con i Tar Heels nel 1993 e due volte All American, da Junior e da Senior. Posto il primo "mattone" il front office non si sedette sugli allori e con la 36 chiamò Andrei Fetisov per "girarlo" immediatamente ai Milwaukee Bucks assieme a Ed Pinckney per ottenere in cambio "Blue" Edwards e Derek Strong.
Ma l'operazione-restyling era appena cominciata e nelle settimane successive furono firmati i free agents: il primo fu David Wesley, minuscola point guard che si sarebbe costruita una solida carriera in NBA nonostante le perplessità su un fisico non proprio massiccio; l'ultimo, Pervis "Never Nervous" Ellison, una delle prime scelte più deludenti della storia nonostante una classe indiscutibile (accompagnata ahimè da un carattere tutt’altro che combattivo). Ma il vero "botto" fu quello di mezzo, la firma di un veterano trentacinquenne, appena liberato dai Clippers, che i tifosi di Boston conoscevano molto bene: Dominique Wilkins, "The Human Highlight Film", colui che aveva sfidato Bird in quella storica battaglia nei playoffs del 1988, l’atleta che per undici volte in carriera aveva terminato la stagione con almeno 25 punti segnati di media.
In realtà il vecchio avversario di Wilkins, Larry Bird, che ora operava ai Celtics come “Assistente Speciale” aveva consigliato Gaston e Carr di non firmarlo per non rovinare la “chimica” della squadra: i due avevano annuito e poi avevano fatto "orecchie da mercante" in quella che ai più apparve come una mossa per il “botteghino” e non pensata per garantire il futuro del team. Carr mostrò apparentemente grande fiducia nell’ex compagno di squadra Chris Ford, rinnovandogli il contratto per tre stagioni…ne avrebbe preso lui stesso il posto solo un anno dopo. Il roster fu pronto per la nuova stagione il 19 ottobre quando Greg Minor, tagliato dai Pacers, firmò e prese virtualmente il posto di Kevin Gamble, lasciato libero ed accasatosi ai Miami Heat. Ora il difficile compito di amalgamare così tanti volti nuovi e di far dimenticare gli ultimi rovesci passava al coach.
Per una curiosa coincidenza, come l'anno precedente l'esordio dei biancoverdi avvenne in casa contro i Knicks di Pat Riley, vicecampioni in carica: il primo starting five in campo per il Trifoglio versione 1994-95 era composto da Dino Radja, Acie Earl, Dominique Wilkins, Sherman Douglas e Dee Brown. Fu una sconfitta piuttosto pesante (120-107 con un quarto periodo di sostanziale garbage time) ma i due "volti nuovi" più attesi fecero desisamente bene: l'uomo conosciuto come "The Human Highlight Film" ne mise 25, mentre il rookie Montross, partito dalla panchina ma utilizzato per 27 minuti fece 9 cui aggiunse altrettanti rimbalzi. I reporter locali spararono subito a zero: Alan Greenberg causticamente scrisse che “Dominique Wilkins sembra Jack Clark, il battitore che cerca sempre il fuoricampo ma finisce spesso in strike-out, le storielle sui miglioramenti di Acie Earl sembrano essere vere come la pubblicità elettorale e “l’Uomo Invisibile” Pervis Ellison è davvero elegante in completino e maglione a collo alto”.
Anche nelle due gare seguenti, nonostante le prestazioni di Dee Brown (28 punti ai Pacers) e Dino Radja (31 con 15 su 31 dal campo ai Rockets) il risultato fu lo stesso, ma è anche vero che in pochi giorni si era affrontata in pratica la "crema" dell' NBA. Per festeggiare la prima vittoria si dovette attendere una settimana, quando a Minneapolis i Timberwolves si arresero per 114 a 101. In quell'occasione il coach "silurò" definitivamente l'abulico Earl promuovendo in quintetto Montross, il quale sostanzialmente non ne uscì più rivelandosi uno dei migliori giovani del torneo. Purtroppo la squadra non aveva i mezzi per competere con le "corazzate": ad un ottima attitidine alla transizione faceva da contraltare l’eccessiva sofferenza nel gioco a metà campo in cui le avversarie potevano sfruttare la maggior stazza sia contro la coppia Douglas/Brown sia nella “pittura”. Oltre a ciò, una serie di piccoli infortuni iniziarono a tormentare i giocatori, appiedando a turno Radja, Strong, Wilkins, Douglas...la conseguenza fu un altro campionato speso ad inseguire come un miraggio un bilancio perlomeno dignitoso.
Ma c'era anche una buona notizia, ovvero che ad Est, dietro a Magic, Knicks, Pacers, Hornets e Bulls (peraltro ancora privi di Jordan) non c'erano sostanzialmente formazioni di grande caratura e, di conseguenza, una qualificazione ai playoffs appariva comunque raggiungibile. Ad inizio dicembre i Knicks “rullarono” Boston al Madison Square Garden per 104 a 90, frutto di un dominio totale sotto canestro. “54 a 28 per loro a rimbalzo. Così poca differenza”? Commentò Ford in tono amaramente sarcastico. A Natale si arrancava a 10 vittorie e 15 sconfitte, a fine gennaio rispettivamente a 16 e 26, mentre l'allenatore cercava ancora una volta freneticamente di "imbroccare" il quintetto giusto, inserendo prima Wesley per Douglas, poi Minor per Dee Brown, poi ancora McDaniel con Wilkins sesto uomo per rafforzare una second unit non esattamente irresistibile..."molto rumore per nulla", perchè i risultati stentavano comunque ad arrivare.
Il 7 marzo nell’ennesima sconfitta patita a New York (questa volta “solo” per 115 a 110), Dominique Wilkins mise a segno 19 punti che gli permisero di “scollinare” oltre i 25,000 in carriera: era il nono giocatore della storia NBA a superare quella quota. I sei rovesci consecutivi della prima metà di marzo fecero precipitare la squadra a un record di 24-39 ma proprio a quel punto un sussulto di "Pride" fece suonare la sveglia contro i rivali di sempre, quei Lakers che dopo un’annata fallimentare si erano risollevati celermente e veleggiavano con tranquillità verso i playoffs, anche se non da favoriti: Sherman Douglas ne segnò 33, Wilkins 22, Brown 18, Strong 17 e Radja 14. Persino il "pigro" Pervis Ellison trovò le energie per tirare giù 14 rimbalzi in un inatteso successo 118-92 al "Great Western Forum". Cinque giorni dopo, il 22 marzo 1995, il Garden fu testimone della toccante cerimonia per il ritiro della casacca numero 35, quella che l'indimenticato Reggie Lewis aveva indossato per troppo poco tempo.
Rinfrancati dalla vittoria di Los Angeles, pur senza far gridare al miracolo i biancoverdi vinsero 10 delle ultime 19 partite riuscendo a strappare un'insperata qualificazione per la postseason, superando di una lunghezza (35 vinte – 47 perse contro 34-48) i Milwaukee Bucks dell'ex Ed Pinckney (e di Vin Baker...). Come già accaduto a Dino Radja nel campionato precedente, anche in questa non scintillante stagione un "giovane" di Boston venne incluso nel secondo quintetto dei rookie: Eric Montross, 10 punti tondi e 7.3 rimbalzi di media si guadagnò con merito il riconoscimento e fece intravvedere doti che avrebbero potuto fare di lui il degno successore di Robert Parish…peccato che quelle cifre non trovarono più riscontro nelle stagioni successive. Per rimanere in tema di cifre il miglior realizzatore della squadra fu “Nique” Wilkins, 17.8 punti ad allacciata di scarpe, seguito da Radja confermatosi su livelli eccellenti (17.2 e 8.7 carambole per lui).
I playoffs, comprensibilmente, non furono propriamente una marcia trionfale: visto l’accesso guadagnato “per il rotto della cuffia", gli avversari di turno erano ovviamente i tenutari del miglior record della Eastern Conference, gli Orlando Magic di coach Brian Hill, imperniati sul giovane asse centro-play formato da Shaquille O'Neal e "Penny" Hardaway, 45 anni in due ma soprattutto 50 punti a partita di media in regular season. "Shaq" era il miglior realizzatore della lega a 29,3 punti per incontro. Non che il resto del quintetto fosse semplice "supporting cast": accanto all' onesto Donald Royal c'erano Horace Grant e Nick Anderson: il primo, già All Star e compagno di Jordan nei Bulls del three-peat, era un difensore straordinario e una spalla ideale per O'Neal; il secondo, "bandiera" della franchigia e presente sin dal 1989 (anno di nascita dei Magic) era la terza opzione offensiva e poteva contare su due mani dolci anche dalla distanza. Pure la panchina era piuttosto profonda e comprendeva, tra gli altri, una vecchia conoscenza: l'ex Brian Shaw. Le possibilità del Trifoglio di passare il turno? Pochine, vista la clamorosa differenza di talento tra i due complessi, ed ancora meno dopo che il 28 aprile alla Orlando Arena andò in scena un massacro...anzi, IL massacro se consideriamo quella che è tuttora la peggior sconfitta subita dai biancoverdi ai playoffs in 65 anni di storia: 124-77, il 54% al tiro contro il 36%, 50-39 ai rimbalzi. Il “cervello” bostoniano, Sherman Douglas era stato aggredito in transizione con delle “trap” preparate a dovere, ed i Magic avevano costretto gli altri Celtics a creare gioco: solo Dee Brown era stato una spina nel fianco della difesa avversaria (20 punti, 7 su 15 al tiro).
Sembrava una serie già decisa eppure come spesso accade nello sport a volte la squadra più debole trova la forza di rovesciare i pronostici proprio nel momento di maggior difficoltà: Ford indisse una sessione video subito dopo la prima sfida, e l’orgoglio ferito si risvegliò. Radja, che aveva chiesto di fare il sesto uomo a fine marzo ed era stato sostituito in quintetto da Derek Strong, questa volta chiese di tornare a “partire”, ed il coach, dopo aver notato la pressione difensiva a cui era stato sottoposto Sherman Douglas all’esordio, “scambio” i due ruoli di guardia istruendo Dee Brown perché fosse lui a fare il portatore di palla. Il 30 aprile scese in campo una formazione più reattiva, capace almeno di limitare l'impatto della frontline O'Neal-Grant e di costringere Nick Anderson ad un'infelice serata al tiro. I titolari furono "spremuti" per non subire troppo il maggior talento della “second unit” avversaria e Brown rimase in campo per tutti i 48 minuti, Douglas per 42, Wilkins per 39, Radja per 37: i ragazzi risposero rispettivamente con 21, 20, 24 e 18 punti, guidando Boston ad un'insperata affermazione per 99-92. “The General” aveva goduto della maggior libertà nello “spot” di guardia tiratrice, ed ai 20 punti aveva anche aggiunto 15 assistenze (8 punti e 6 assist nell’opener).
A questo punto il palcoscenico si spostava nella “Beantown” per gara 3 e gara 4. Certo, l'impresa restava difficilissima e tuttavia possibile se la squadra avesse ripetuto la straordinaria prestazione che aveva pareggiato il risultato della serie sull'1-1. Ma anche i Magic avrebbero dovuto fare la loro parte, “dimenticando” il loro superiore talento ed incaponendosi nelle conclusioni dalla distanza. I Celtics lottarono tenendo ancora una volta Shaq a 20 punti, decisamente sotto le medie stagionali (anche se furono ben 21 i rimbalzi abbrancati dal centro): sfortunatamente proprio Anderson, il "grande assente" di gara 2, tolse le castagne dal fuoco a coach Hill mettendone 24 e guidando i suoi alla vittoria per 82-77. Nè il miracolo riuscì due giorni dopo, nonostante il formidabile apporto di Dominique Wilkins (22 + 18 per lui); Orlando passò di misura ancora una volta al Garden per 95-92 chiudendo la questione. Dopo cinque anni Chris Ford, colpevole più che altro di essere finito "al posto giusto nel momento sbagliato", venne allontanato, ed il general manager M.L. Carr dopo un attento esame dei possibili sostituti per la panchina scelse…M.L. Carr! Del resto è risaputo che per incarichi di responsabilità è sempre meglio affidarsi a persone che si conoscono bene…
Ford pagava errori non suoi (ad esempio non era mai stato felicissimo per l’arrivo di Wilkins, che infatti l’aveva ripagato con atteggiamenti da prima donna) e per un approccio da “sergente dei marines” in un’NBA in cui sempre più spesso gli atleti cominciavano a decidere i destini dei loro allenatori. E’ vero, il suo bilancio ai playoffs (13 vinte e 16 perse) non era dei migliori, ma aveva dovuto gestire sempre situazioni difficili: “i Big Three in inverno”, la ricostruzione, la morte di Reggie Lewis. La conferenza stampa in cui la proprietà annunciava “l’estensione” degli incarichi di Carr – che non aveva mai allenato prima - anche alla panchina fu piuttosto inquietante, visto che Paul Gaston dichiarò: “E’ da vedere se M.L. sia capace di allenare, ma credo che ci divertiremo a scoprirlo”. I tifosi si sarebbero divertiti decisamente di meno. Ma quello di Ford, nonostante i suoi titoli da giocatore e da vice allenatore, non fu l'addio più doloroso.
Il glorioso Garden, compagno di mille trionfi, testimone di mille battaglie, aneddoti, intriso di decenni di passione, già da alcuni anni appariva inadeguato alle esigenze di una moderna arena. Era privo di aria condizionata, aveva pilastri che ostruivano la visuale, seggiolini decisamente scomodi e soprattutto era privo di "luxury suites", fonte di guadagno non indifferente. I 15,000 posti disponibili lo rendevano ormai decisamente sottodimensionato, e negli ultimi anni problemi all’impianto elettrico e condensa sul parquet (che ricordiamo viene appoggiato sopra strati di isolante posati sul “rink” di ghiaccio) avevano maturato la decisione di sostituirlo persino in “Red” Auerbach, l’uomo che tra quelle mura aveva costruito squadre, vittorie ed una leggenda.
L'atto finale per la palla a spicchi fu proprio gara 4 del primo turno di playoffs, il 5 maggio e l'ultimo canestro segnato porta la firma di Dominique Wilkins. Fu l'hockey a tributare “l'estremo saluto” al vecchio amico qualche mese dopo, il 28 settembre 1995, in occasione della gara di preseason giocata dai Bruins contro i Montreal Canadiens. Il nuovo Fleet Center avrebbe aperto i battenti in tempo per l'apertura della stagione successiva e l'ultimo brandello di storia che ricordava i fasti passati andò in pensione: sarebbe stato demolito poco più di due anni dopo per far posto ad un parcheggio. “Sic transit gloria mundi”, soprattutto negli USA...Ma il “Garden” avrebbe mantenuto la sua anima "sbarazzina" fino alla fine, aggiungendo un ultimo gustoso aneddoto alla sua ricca storia: tra le macerie vennero infatti trovate delle ossa e per qualche ora i lavori vennero interrotti, finchè un medico stabilì che esse appartenevano ad uno scheletro di scimmia. Che fosse fuggita dopo l’ultima esibizione del circo Barnum nel 1994, adattandosi e vivendo nell’ombra delle volte imbandierate? In ogni caso anche di fronte alle pale meccaniche che impietosamente lo minacciavano, era stato il “Vecchietto Testardo” a farsi l’ultima risata…



Commenti
Non è stato il modo migliore salutare il vecchio Garden con 2 sconfitte interne, ma tant'è, ricostruire una squadra dopo un ciclo incredibile e dopo varie vicissitudini anche drammatiche è impresa improba e noi purtroppo l'abbiamo vissuta per oltre un decennio; il raggiungimento dei playoff con 35-47 è stato quasi un caso.
La storia ci deve insegnare a non volere tutto subito, con le regole NBA la programmazione è fondamentale ed avere una squadra non competitiva per qualche stagione può essere l'unica soluzione per tornare ad essere vincenti, purchè ci sia un progetto chiaro (cosa che non era così nel 1994).
In questo senso tornando ai giorni nostri il valore della firma di Doc Rivers per 5 anni è enorme ed è un primo segnale di voler programmare scientificamente la ricostruzione di un ciclo, bilanciando vecchi e giovani e creando spazio salariale e condizioni ambientali per attrarre i migliori free agent; non sarà impresa facile ma se non si fa così si è condannati automaticamente alla mediocrità.
Giancleto, in parte sbagli!
In altri siti si trova il copia e incolla degli articoli splendidi e precisi preparati da Fabio, Angelo etc ... è un peccato perchè altri poco seri la presentano come farina del loro sacco, ma purtropo la rete funziona così ed i "ladri di lavoro altrui" esistono e non hanno alcun pudore; ma tutti noi conosciamo la grandezza della redazione storica del sito e la standing ovation è d'obbligo.
Se questi che pomposamente magari si autobattezzano come se fossero il sito ufficiale in Italia dei Celtics o diretta discendenza dello spirito di Red Auerbach, fossero un minimo più seri dovrebbero inserire una preview ed un link diretto al sito "IAAC", ma forse non essendo capaci a scrivere non sono neanche capaci a ragionare in termini corretti.
Guarda qui quanti link quotidianamente vengono inseriti a rimandare a chi dà le notizie o le approfondisce, il sito che ci ospita si distingue sempre per correttezza e serietà; Fabio spesso e volentieri (e giustamente) ci tira le orecchie se non inseriamo la fonte, ecco la standing ovation va anche alle regole che ci si è dati e se poi qualche vampiro o sanguisuga ne approfitta, pazienza! l'importante è mantenere etica, educazione, serietà correttezza, rispetto, ...
Pensa che su un sito ho trovato persino una scimmiottatura delle tue pagelle di fine stagione con le stesse foto che avevi inserito e con i commenti leggermenti cambiati per effetto della media ponderata dei primi 10 commenti degli utenti di IAAC ... che pena!
Direi comunque che siamo come la SETTIMANA ENIGMISTICA, vantiamo innumerevoli tentativi di imitazione, ma nessuno riesce neanche lontanamente ad avvicinarsi...
Il problema è che la logica dietro la costruzione di questa squadra era di difficile decifrazione, o meglio, al tempo non mi era ancora chiara; poi negli anni a seguire è stato lampante capire che a Thanksdad non interessava più di tanto vincere quanto non spendere.
Su ML Carr, a mente calda mi sembrava il peggio che poteva capitarci, soprattutto da coach, poi però arrivò Pitino.......
Purtroppo di pollici possono dartene solo uno....e, per ciò che hai scritto, mi sembra veramente poco....Posso aggiungere un'affettuosissimo abbraccio?
Cal
Cal
Grazie ragazzi! Se un giorno avrete intenzione di pubblicare un libro con tutta la storia che avete scritto su questo sito sono convinto che sarà un successone e potrebbe andare di diritto nelle classifiche dei migliori libri scritti sui Boston Celtics.
Il simbolo del Garden abbattuto forse meglio di ogni altro episodio rappresenta il brutto periodo dei Celtics.
C'erano anche giocatori interessanti (penso a Wesley e Radja) ma il caos manageriale non avrebbe portato a nulla e avremmo perso anche Bird, naturale guida per carisma e storia della nostra squadra.
non mettete le foto di Dino Rajda,per me sono colpi al cuore.
Da sempre tifoso Virtus roma,prima l'ho amato al Messaggero (per due anni ho fatto l'abbonamento) e poi ai Celtics.
Quanti ricordi...
Ti stimo fratello. E' tutta colpa di Dino: la mia passione biancoverde (anche se secondo me uno Celtic ci nasce) e il mio amore infinito per questo sport.
RSS feed dei commenti di questo post.