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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
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Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
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Leonardo Ancilli
Cosìè delusione del momento o emula Stoner ...
La Storia dei Celtics
"Il Medioevo Biancoverde". Già, è difficile trovare una definizione più calzante del traumatico biennio tra il 1993 e il 1995 che vide i Celtics non solo sprofondare nell'anonimato di classifiche asfittiche, ma anche abbandonare ogni proposito di ricostruzione, senza ricambi che potessero rinverdire i fasti che furono in un passato tutto sommato recente. L'unica speranza di continuità era stata riposta nella fulgida stella di Reggie Lewis, "promosso" capitano nel 1992 dopo l'addio al basket di Larry; speranza fugace, come tutti i tifosi del Trifoglio ben sanno: il 29 aprile del 1993, durante la prima gara di playoffs contro i Charlotte Hornets venne colto da un malore dopo aver messo a segno 17 punti in 13 minuti.
Il dottor Gilbert Mudge, del "Brigham and Women's Hospital" ribaltò la diagnosi del team di dodici cardiologi del "New England Baptist Hospital" che avevano escluso una ripresa dell'attività agonistica e Lewis, comprensibilmente, volle credere a chi gli consentiva di immaginarsi ancora sui campi di basket...ebbene, se dovessimo scegliere una data in cui questo "medioevo biancoverde" iniziò ufficialmente, probabilmente sarebbe il 27 luglio 1993, quando sul campo della Brandeis University a Waltham il cuore del giovane campione si fermò mentre Reggie "scaldava i muscoli" con qualche tiro a canestro. Per i compagni fu la sofferenza di aver perso un compagno e un amico, per i tifosi quella di veder scomparire un proprio idolo, un capitano che parlava poco fuori dal campo ma che dava tutto sul parquet. Per la franchigia, semplicemente, fu un sipario che si chiudeva sul passato e che avrebbe impiegato moltissimi anni per risollevarsi.
Come se non bastasse, alla fine del disgraziato turno di playoffs perso contro gli Hornets, Kevin Edward McHale aveva deciso di appendere le proverbiali scarpe al chiodo dopo 13 anni, 971 partite giocate, tre anelli e 7 All Star Game. Ed il draft? Meglio glissare: la diciannovesima scelta in un lotto peraltro abbastanza povero non prometteva molto di buono e il fatto di dover optare per un lungo fece in modo che ci si orientasse su Acie Earl (Cassell e Van Exel passarono oltre). Earl aveva buone mani e si era distinto come eccellente stoppatore agli “Hawkeyes” di Iowa University: nella stagione da matricola erano stati ben 50 i tiri restituiti al mittente in 22 partite (in soli 16 minuti di media), e al secondo anno erano lievitati a 106 più 16.3 punti e 6.7 rimbalzi. L'ultimo "biglietto da visita" prima del draft era rappresentato dagli 8 "blocks" rifilati a Duke nella sconfitta subita al secondo turno del torneo NCAA. Niente male, anche se purtroppo il suo impatto in NBA sarebbe stato di tutt'altro spessore...
Insomma, molte erano le ragioni per quel clima un po’ pesante che aleggiava ad inizio ottobre 1993 quando i Celtics cominciarono ad allenarsi presso la palestra della Brandeis University. Tutti sembravano evitare quasi inconsciamente l’esatto punto in cui capitan Lewis si era accasciato, privo di vita, poco più di due mesi prima e gli allenamenti sembravano riflettere la tristezza di tutto l’ambiente. La luce in fondo al tunnel sembrava poter arrivare dalla vecchia Europa, segnatamente da Spalato: nel 1989 Auerbach, in un draft per il resto affatto indimenticabile, con la scelta numero 40 si era assicurato Dino Radja. Dopo tre anni passati al Messaggero Roma e una coppa Korac conquistata il centro spalatino era stato "richiamato" a Boston, confidando che tra lui ed Earl ci fosse abbastanza materiale per surrogare l'assenza di McHale e per rendere meno problematici gli -anta di Robert Parish. Il croato avrebbe mostrato numeri di tutto rispetto, rivelandosi uno dei migliori “rookie” della lega.
Acie Earl invece cominciò a mandare segnali preoccupanti fin dalla pre-stagione, quando un membro del coaching staff si accorse dei suoi piedi piatti ed ironicamente Michael Arace dell’Hartford Courant commentò: “Se giocasse ad hockey, lo farebbe coi Mighty Ducks”. Completamente sprovvisto di arco plantare, Acie costrinse i Celtics a chiedere alla Reebok delle scarpe speciali che fossero sia professionali che correttive. Ma al di là dei problemi fisici della matricola, apparve comunque evidente come per coach Chris Ford la missione di traghettare la squadra attraverso un campionato perlomeno dignitoso fosse quasi proibitiva.
In pre-stagione il vulcanico allenatore tentava di convincere i reporter che “Robert Parish non ha perso nulla della vecchia esplosività” e che “nel corso dell’estate Dee Brown e Rick Fox si sono sottoposti ad un intenso programma di pesi e tiro”: Brown, Fox, il volenteroso Kevin Gamble, il piccolo Sherman Douglas e la “vecchia gloria” Xavier McDaniel non potevano certo comporre un puzzle vincente, qualunque fosse stata la disposizione dei pezzi. Un solo appunto su McDaniel: a scanso di equivoci va detto che ai tempi di Seattle, nella seconda metà degli anni 80 era stato uno dei grandi trascinatori dei Supersonics, ma si era "consumato" piuttosto velocemente e nel 1993, al secondo anno nella “Beantown”, anche se solo trentenne aveva perso buona parte della sua reattività. Intendiamoci, rimaneva un elemento capace ancora di grandi cose partendo dalla panchina, ma certamente non poteva essere il salvatore della patria...e infatti non lo fu.
E' con queste premesse non particolarmente beneauguranti che la raffazzonata truppa biancoverde, tesserati nel mese di settembre i non eclatanti Jimmy Oliver, Chris Corchiani (che qualcuno ricorderà alla Benetton Treviso) e Matt Wenstrom per rimpolpare il roster, si apprestava ad aprire le danze per il campionato 1993-94. Il 5 novembre 1993 al Garden erano di scena i Knicks di Pat Riley e della terribile frontline Oakley-Ewing. I newyorchesi si candidavano come una delle compagini favorite per il titolo anche perchè i Bulls freschi di “three-peat” avevano dovuto incassare la notizia del ritiro di Michael Jordan a seguito della morte del padre, fatto che ovviamente aveva visto crescere esponenzialmente le possibilità delle dirette concorrenti.
New York schierava in posizione di playmaker un certo Glenn Anton "Doc" Rivers da Chicago, Illinois, alla seconda stagione all'ombra della Statua della Libertà dopo i fasti di Atlanta ed un rapido passaggio ai Clippers. I Celtics, di contro, scesero in campo con Robert Parish, Ed Pinckney, Kevin Gamble, Dee Brown e Sherman Douglas e, davanti ai 14,890 spettatori del “sold out”, lottarono con il coltello tra i denti nonostante la disparità dei valori in campo: sotto di 16 alla fine del terzo periodo ne misero 38 negli ultimi 12 minuti sfiorando l'impresa. La partita terminò 111-108 per gli ospiti, ma i biancoverdi portarono ben sei uomini in doppia cifra, a partire dal "vecchio" Parish (20 punti) fino ai due rookie Radja ed Earl (15 a testa, il secondo in soli 19 minuti), passando per Gamble, Brown e l'ex All Star Xavier McDaniel.
L'impressione di una squadra "viva" nonostante le vicissitudini dei mesi precedenti non si smorzò nemmeno nei giorni successivi: il 13 novembre a Chicago furono addirittura i "tricampioni" Bulls - sia pure orfani di Pippen - ad inchinarsi di fronte ad un quarto periodo extralusso di Boston capace di una prestazione balistica d'eccezione (55% dal campo). Dino Radja era “uscito dalla panchina” per metterne 18 e “The General” Sherman Douglas ne aveva aggiunti 19. La settimana successiva, mentre il record lievitava ad un insperato 6-2, venne dato il benservito anche ai Magic di un giovanissimo Shaquille O'Neal (41 per lui) e di nuovo con una pletora di giocatori in doppia cifra (sette). Miracolo? Non proprio, perchè quei 15 giorni furono se non l'unico certamente uno dei pochi raggi di luce in un'annata che avrebbe presto virato verso la penombra per terminare nel buio più pesto.
Incassato da Radja il meritatissimo premio di “Rookie del Mese”, già alla fine di novembre il bilancio si assestò sul 50% di vittorie e dal 15 al 29 dicembre giunse il primo "filotto" di batoste, ben sette. Nonostante la vittoria esterna del 30 dicembre a Los Angeles contro i Clippers il Garden continuò ancora ad essere terra di conquista, fino a veder battuto il record di franchigia per sconfitte casalinghe consecutive, anche questo fermatosi a sette, inquietante "numero magico" della sfortunata stagione. In quella poco gloriosa “striscia” l’unico – effimero - motivo di soddisfazione arrivò il 14 gennaio 1994. Anche se i Clippers violarono per 102 a 95 il glorioso palazzetto biancoverde vendicando la "battuta d'arresto" di cui sopra, Robert Parish segno 21 punti e superò quota 22,000 in carriera: dodicesimo giocatore ogni epoca a raggiungere tali “vette”. Nella conferenza stampa post-partita però “The Chief” sviò le domande sulla sua carriera concentrandosi sulla serie di sconfitte interne: “A nessuno piace perdere e tanto meno in casa. Ora come ora siamo una delle peggiori squadre della lega, e ciò che è davvero imbarazzante è che in realtà siamo migliori di quanto stiamo facendo vedere”. I reporter cercarono di riportarlo al record personale e il vecchio campione rispose: “Avrei preferito vincere la partita, piuttosto che raggiungere i 22,000 punti. Per me sarebbe stato più importante”. Gli anni passavano, ma l’orgoglio era intatto.
Ford comprensibilmente iniziò a ritoccare ripetutamente lo starting five per trovare una problematica quadratura del cerchio: “giubilati” Pinckney e Gamble venne dato spazio a Rick Fox e a Dino Radja e la soluzione parve pagare i suoi dividendi: la seconda metà di gennaio fu decisamente positiva, con 7 (neanche a dirlo) vittorie consecutive, culminate con quella del 30 contro i Suns a Boston: la notizia del giorno non fu la vittoria in sè, nè i 17 rimbalzi abbrancati dal “doppio zero” di un Parish tornato per una sera agli antichi splendori. Semplicemente quella sera si festeggiava un'altra casacca nel suo movimento verticale fino alle volte del Garden e questa volta tiamo parlando del “32” di McHale, gratificato della più alta "onorificenza" a pochi mesi dal ritiro. Il momento positivo sembrò un regalo a Kevin, perchè già dalla gara seguente ricominciò a grandinare, a partire dalla sconfitta patita l’1 febbraio al Madison Square Garden, un 114 a 79 che fu l’emblema della crisi: mentre Ford si prendeva un fallo tecnico nel tentativo di svegliare i suoi, nell’ultimo quarto Acie Earl entrò in campo in evidente stato di confusione, dimenticando di togliere la giacca della tuta finchè Kevin Gamble non glielo fece presente. Dicevamo della “grandinata”: la tempesta continuò per un mese intero, 13 rovesci in fila indiana che fecero precipitare il già traballante record a un 20 vinte e 36 perse dal quale era impossibile pensare di risalire.
Curiosamente la "serie nera" terminò con l'affermazione ai danni dei Lakers in quella che in altri tempi sarebbe stata una sfida di cartello...in realtà quell'anno anche i gialloviola (guidati da "Magic" Johnson) se la stavano passando assai male tanto che il campionato in corso passò alla storia come l'unico in cui nè Boston nè la sponda "ricca" di Los Angeles riuscirono a qualificarsi per la postseason. Per tornare alla vittoria i biancoverdi ebbero bisogno di un Radja da 36 punti e 15 rimbalzi. Dopo lo sciagurato Febbraio da zero vittorie e 12 sconfitte, un marzo da 5-7 sembrò quasi un miracolo, come un miracolo sembrarono tre "W" consecutive, tutte ai supplementari, tra il 24 ed il 27 del mese. Il 3 aprile a Philadelphia Sherman Douglas fece registrare la sua miglior performance in maglia Celtics, collezionando 27 punti e 22 assist in una facile vittoria (135 a 112) sugli ancor più derelitti Sixers. Stancamente, senza più obbiettivi raggiungibili, si arrivò al 24 aprile 1994, a Cleveland (nemmeno a dirlo, fu una "L"): in quell'occasione Robert Parish con 15 punti e 9 rimbalzi concluse la sua millecentoseiesima ed ultima partita in maglia biancoverde, ultimo tassello di una dinastia che aveva portato al Trifoglio titoli e gloria. Il numero 00 non faceva più parte dei piani per il futuro (scelta comprensibile) e il suo contratto non sarebbe stato rinnovato, ma il vecchio guerriero non si sentiva finito e avrebbe firmato nell'estate con gli Hornets per scrivere qualche altra pagina della sua infinita carriera.
Quel giorno finiva anche la regular season e, ovviamente, di playoffs non era nemmeno il caso di parlare: dopo un “filotto” di quattordici apparizioni consecutive, questa volta i Celtics restavano fuori. Desolante il quinto posto nell’Atlantic Division quando negli ultimi quindici anni mai si era scesi sotto il terzo gradino, e le 32 vittorie e 50 sconfitte rappresentavano il peggior bilancio dopo quello del 1978-79 nel momento della transizione tra la squadra di Cowens e White e quella dei "Big Three"... La differenza sostanziale era che a fine anni Settanta la ricostruzione sarebbe stata molto più rapida: i “semi” che sarebbero presto germogliati in una compagine vincente erano già stati piantati con l’arrivo di Cedric Maxwell nel “draft” del 1977 e quello di Larry Bird nel 1978 (anche se sarebbe sceso in campo solo l'anno successivo)...nel 1994 chi poteva fungere da pietra angolare per un progetto duraturo?
Nè poteva consolare l'inclusione del pur positivo Dino Radja (15.1 punti e 7.2 rimbalzi di media, secondo miglior realizzatore di squadra dopo Dee Brown) nel secondo quintetto rookie, assieme a Shawn Bradley, Lindsey Hunter, Toni Kukoc e Nick Van Exel. Radja era anche stato il sesto “novellino” nella storia dei Celtics a segnare 1,000 o più punti, ed andava a far compagnia a Larry Bird, Bob Cousy, Tom Heinsohn Dave Cowens e John Havlicek...una bella compagnia! E Acie Earl? Non altrettanto bene, purtroppo: nonostante le credenziali facessero ben sperare riuscì a ricavarsi solo una modesta nicchia da 15 minuti a partita condita da cifre per nulla indimenticabili. Quello che però aveva impressionato negativamente il coaching staff era l’assoluta incapacità di Acie di apprendere anche i più semplici fondamenti del gioco, e questo particolare – nonostante un paio di partite NBA ad altissimo livello – gli sarebbe costato la carriera nel massimo campionato professionistico. Come erano lontani i tempi in cui ad ogni draft si riusciva a togliere il proverbiale coniglio dal cilindro...



Commenti
Acie Earl come Moiso e Brown fanno parte di quell'elenco di scelte infelici, che di certo non facilitarono ad accorciare il periodo oscuro dei C's.
Le rare immagini televisive comunque riuscivano ad emozionarmi, perchè Parish era un guerriero indomito e perchè l'"italiano" Radja sapeva darmi brividi positivi.
Forse era una squadra un po' "improvvisata" e poco affidabile e noi tifosi dovevamo accontentarci di una tripla di Fox, una schiacciata di Dee Brown o di qualche "diavoleria" di Sherman Douglas; certo, era un periodo di transizione, ma mi auguro che quello che sta per arrivare sarà meno lungo e sofferto...
Ad Angelo il merito di aver saputo scrivere di questa stagione resistendo alla tentazione di glissare su tutto o quasi!
Io invece ero già tifoso dei Celtics, perciò il fatto che Dino ci andasse a giocare fu un motivo di ulteriore contentezza...
Secondo me Radja fece quello che potè; il problema è che quei Celtics erano finiti in un vicolo cieco, aggravato da scelte non felici, che si ripeterono poi per troppo tempo.
Complimenti ad Angelo, perché non è piacevole analizzare le sconfitte e le cause che le determinano.
Ma io all'epoca avevo appena 10 anni
Beato te!!! Io ne avevo 26. Comunque a 10 anni avevi già ottimi gusti. Bravo!
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