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La Storia dei Celtics
Questa è la storia di un Celtic vero. E di un cuore tanto grande quanto spietato e “difettoso”, perchè ci strappò con cinico e brutale anticipo un ragazzo meraviglioso ed un talento sopraffino della pallacanestro. Reggie Lewis, capitano, fuoriclasse e leader indiscusso dei Celtics se ne andò per sempre in un afosissimo pomeriggio del 27 luglio del 1993. Stava semplicemente facendo ciò per cui era nato, spedire una palla a spicchi in un canestro; si stava allenando alla Brandeis University di Waltham, nella periferia di Boston. Aveva ventisette anni e soffrì un attacco di cuore, improvviso, letale, ma, forse, non del tutto imprevedibile...chissà...
Ciò che ci resta sono le immagini che raccontanto chi fu Lewis, oltre ad uno sterminato senso di vuoto che non potrà mai essere colmato con le innumerevoli supposizioni e condizionali da sempre utilizzati in questi casi...quanto grandi sarebbero stati i Celtics con lui? Come sarebbe cambiata la storia della franchigia negli anni a venire? Quanti altri successi avrebbero festeggiato i suoi fedelissimi tifosi? Nulla di tutto ciò conta. E come per il mai dimenticato Len Bias, resta solo una grande, infinita tristezza ed una storia da raccontare.
Reggie nacque il 21 novembre del 1965 ad East Baltimore. L’ordinato quartierino di casette a schiera era quotidianamente passato “ a setaccio” da papà Irvin, venditore ambulante di frutta e verdura e trafficante di cianfrusaglie di ogni tipo; “ambulante” fu pure la relazione di Irvin con Inez “Peggy”, mai suffragata da matrimonio durante otto anni di convivenza in costante modalità “on” ed “off”. I momenti “on” servirono a produrre tre splendide creature: a Sheron, la figlia maggiore, succedettero due maschietti, prima Irvin e poi Reggie.
Tanto, troppo lavoro domestico per una madre ventenne con qualche problema al cuore, un partner praticamente sempre assente (i figli lo chiamavano per soprannome “Butch” e non papà) e con il peso addizionale della custodia della sorellina dodicenne Cookie, a seguito della prematura morte della madre. Come se non bastasse quando Reggie aveva due anni Peggy conobbe Benny Ritch, un commerciante marittimo che avrebbe sposato nel 1968 e dalla cui unione sarebbe nato il quarto figlio, Jon, venuto al mondo con una piccola malformazione cardiaca che sarebbe stata “corretta” chirurgicamente al compimento dei quattro anni di vita...
Il matrimonio con Benny durò solo un anno, in quanto Peggy, nonostante tutto, si sentiva “sempre legata con un vincolo speciale a Butch”. Il cibo entrava in casa grazie agli assegni dell’assistenza sociale ed agli aiuti che lo stesso Benny, nonostante la separazione, continuava ad assicurare alla famiglia. La ragazza, che soffriva di insufficienza valvolare e “soffio” cardiaco, non poteva permettersi il “lusso” di un lavoro che rischiasse di peggiorarne la condizione fisica, ma in casa si buttò sempre anima e corpo per assicurare una dignitosa esistenza all’ampio nucleo familiare che spesso veniva “irrobustito” dall’amorevole presenza delle sorelle Dot e Harriet e del fratello Mickey. C’era molta libertà in quella casa, anzi, in tutte le case che la famiglia Lewis abitò perchè i sei traslochi in sei anni (sempre nello stesso quartiere di East Baltimore) rendevano bene l’idea dei costanti sforzi per migliorare l’ambiente domestico.
“Preferivo avere i bambini sotto controllo a casa piuttosto che non sapere in che guai si sarebbero cacciati in giro per la città, per questo motivo permettevo loro di correre come matti, fare rumore e saltare sui letti e divertirsi, guardare la televisione in camera ed invitare a casa i loro amichetti” – ricorda Peggy – “ecco così spiegati i frequenti traslochi: cercare sempre una sistemazione migliore per i miei figli”.
Ed in fondo i bambini erano in gamba: qualche problemino comportamentale di Irvin, un po’ troppo “propenso” alle risse di strada non appena la mamma “abbassava la guardia” e poco più; Reggie invece era un bambino introverso ed un po’ goffo, con le ginocchia perennemente sbucciate per cadute maldestre. Non era troppo interessato alla scuola (anche se apprezzava ogni tipo di lavoro manuale svolto in classe) ma era altresì estremamente intelligente ed astuto: per evitare guai con i “bulletti” del quartiere aveva elaborato una personalissima strategia di “auto-difesa”. Appena aveva gli occhi di qualcuno poco raccomandabile puntati addosso, dava una sonora “capocciata” contro un muro, in modo tale da convincere il possibile avversario che di fronte aveva un “pazzo pericoloso”. La tattica delle testate funzionò e il ragazzino non fu mai molestato dai suoi coetanei...
Era buono e tranquillo ma con personalità vivace...ed un incredibile appetito: fin da tenerissima età aveva dato prova di poter mangiare per quattro, visto che era solito “ripulire” anche i piatti dei fratelli dopo aver voracemente terminato i suoi pasti; questa prassi era talmente consolidata che il padre adottivo, quando il piccolo aveva solo due anni, l’aveva soprannominato “Truck”: “Era come un camion dell’immondizia che andava in giro a raccogliere i resti altrui!” . Insomma, pur in un ambito di ristrettezze economiche, la famiglia viveva un’esistenza piuttosto serena grazie ai continui sacrifici di mamma Peggy, e l’unico vero “trauma” familiare dell’epoca fu la prematura morte del cagnolino “Butch”, un cucciolo che Reggie aveva troppo amorevolmente coccolato per non cadere in una piccola depressione quando se lo ritrovó privo di vita, strozzatosi con il suo stesso guinzaglio.
L’introduzione alla pallacanestro avvenne nel più classico e tradizionale dei modi: attraverso il fratello Irvin. Reggie aveva già tredici anni e fino ad allora la palla a spicchi era stata solo uno degli innumerevoli passatempi della sua infanzia (sapeva giocare molto bene anche a baseball e football). Irvin, che era un ottimo “shooter”, pensò che un fratello di 194 centimetri gli avrebbe fatto molto comodo per “raccattare” rimbalzi nelle partitelle giocate a Collington Square con i ragazzetti del quartiere. E ben presto cominciarono pure i classici scontri “fratricidi” perchè Irvin, da buon fratello maggiore, spingeva Reggie al limite e “Truck” faceva di tutto per migliorare e diventare più forte del consanguineo durante gli innumerevoli “one on one” che solevano protrarsi fino a notte fonda. Il vero primo maestro di Reggie però fu Joe Dickens, "fidanzatino" della sorella Sheron ed adolescente molto maturo per i suoi diciannove anni; Joe intuì subito il talento in “Truck” e decise di portarselo in giro per i vari campetti: “Aveva un dono ed io volevo solo aiutarlo a concretizzarlo perchè era un po’ timido e non troppo sicuro delle sue potenzialità”. E così, tra un consiglio e l’altro impartito dal fedele Joe, il ragazzo migliorava a vista d’occhio il “ball handling”, l’arte del passaggio, i “tagliafuori” ed il palleggio. In pochissimo tempo si era già costruito un certa reputazione in giro per Baltimore e molti playground cittadini erano stati palcoscenico di svariati “winning shots” e giocate “da punto esclamativo” da parte di questo silenzioso quattordicenne.
Lo “street ball” cominciò ben presto a stargli stretto, per questo l’inseparabile maestro Joe decise di presentarlo ad Anthony “Doody” Lewis, uno dei responsabili del centro ricreativo di Cecil-Kirk, dotato di un eccellente programma cestistico; gli inizi furono complicati in quanto Reggie veniva spesso ignorato dai nuovi compagni, situazione che non riusciva ad accettare, abituato com’era ad essere al centro dell’attenzione sui campi di basket. Lo sconforto fu tale che per un po’ di tempo si appartò dalla squadra, non presentandosi ad allenamenti e partite. Ma questo “esilio” non durò a lungo perchè sia Joe che “Doody” continuavano a stargli alle calcagna. Ed i canestri cominciavano ad essere una sorta di “richiamo” naturale; ben presto l’adattamento a Cecil-Kirk fu completo, strinse nuove amicizie e cominciò a passare intere giornate tra sfide a biliardo, ping-pong ed altre innumerevoli attività. Ma la "palla arancione" era già una “ragione di vita”.
“La sua attitudine cambiò radicalmente” – ricorda Anthony – “all’improvviso sviluppò una certa aggressività nel gioco ed una convinzione che gli permisero di continuare a migliorare, e poi imparava molto velocemente e sapeva ascoltare i consigli che gli davamo.” Nonostante le ottime premesse Reggie dovette nuovamente sopportare una cocente delusione: il sogno di giocare a fianco del fratello Irvin alla Patterson High School svanì non appena ricevette il “taglio” dal coach alla vigilia della nuova stagione; fu un boccone amaro da ingoiare ma, ancora una volta, i preziosi consigli ed il conforto di “Doody” si rivelarono fondamentali nel forgiare il carattere del ragazzo. Il suo talento continuò a brillare nei vari tornei cittadini fino a catturare l’attenzione di Bob Wade, l’allenatore della quotatissima Dunbar High School. E nonostante un test fisico dall’oscuro presagio (gli era stato diagnosticato un soffio al cuore, “non preoccupante”, a detta del medico che lo visitò), il giovanotto accettò felicissimo il trasferimento ai “Poets”.
Coach Wade era un “omaccione” imponente: ex giocatore professionista di football agli ordini del leggendario Vince Lombardi, da questi aveva ereditato un concetto di disciplina tanto rigoroso quanto succinto: “Vai a lezione, fai i compiti, sii puntuale agli allenamenti e non inventarti scuse” – Lewis e compagni non tardarono molto a capirlo e ad adattarvisi. Fortuna volle che molti dei “teammates” di Reggie fossero vecchie conoscenze dei playground cittadini. Tra di essi spiccavano David Wingate, Reggie Williams e Tyrone “Muggsy” Bogues e l’aver condiviso molto tempo in passato aiutò non poco a sviluppare quel senso di appartenenza e di “squadra” che tanto cari erano a coach Wade.
Gli inizi a Dunbar furono un po’ complicati, in quanto il ruolo di “sesto uomo” assegnatogli dal coach non lo soddisfaceva appieno. Ci furono momenti molto delicati in cui "Truck" pensò persino di abbandonare la squadra e ci volle tutto l’appoggio e l’affetto di mamma Peggy per farlo desistere dall’idea. L’amore materno e quello di Taresa, la prima fidanzata “ufficiale”, giocarono un ruolo importante in questo periodo e così la giovane promessa ribattè colpo su colpo alle continue provocazioni di Wade (“Non hai un tiro in sospensione, non sai palleggiare”) tirando fuori il meglio di sè. Fu una stagione piena di successi per i “Poets” e si concluse con il titolo statale ed un record immacolato di 28 vittorie e zero sconfitte. E l’anno successivo fu pure migliore per l’auto-proclamatosi “Dream Team” di Dunbar: con un record di 31-0 la squadra venne insignita (anche se non ufficialmente) del titolo di miglior high school di tutti i tempi, e questo avvenne anche e soprattutto grazie ai costanti miglioramenti di un Lewis che ormai non aveva più limiti, al punto che persino il suo esigentissimo allenatore “fu costretto” a definirlo come “un giocatore perfetto”. Gli occhi degli “addetti ai lavori” di svariate università caddero giocoforza su questo talento cristallino dotato di un’etica lavorativa impressionante: ma Reggie aveva già da tempo deciso che il suo futuro sarebbe stato legato alla Northeastern University in base alla parola data a coach Jim Calhoun alcuni mesi prima, dato che il college bostoniano era stato il primo ad interessarsi al ragazzo.
L’Università di Northeastern si trova “incastonata” nel Back Bay di Boston e quasi si confonde con la città: non poteva credere che lì dentro vi studiassero ventimila ragazzi ed anche se non era esattamente tipo da trovarsi a suo agio tra la massa, vi si “aggiustò” piuttosto rapidamente. Certo, mamma Peggy era distante e l’inseparabile Taresa aveva deciso di optare per un lavoro piuttosto che proseguire con gli studi (si sarebbe invece da lì a poco arruolata nell’esercito rompendo così di fatto il rapporto di coppia), ma il ragazzo era ormai maturo e, soprattutto, aveva solo una cosa in testa: giocare a basket. Con gli “Huskies” sembrava filare tutto alla grande; strinse subito amicizia con altri due “freshmen”, Andre LaFleur, la “point guard” della squadra, e Mark Reeves, estraneo alla pallacanestro ma fin da subito “connesso” con Lewis da un crescente rapporto di comprensione e simpatia reciproca. I tre divennero presto inseparabili. Reggie ed Andre poi vivevano e respiravano “basketball” e ogni qual volta le finanze lo permettevano compravano biglietti per andare al Boston Garden a vedere i Celtics. “Ma li odiavamo, noi eravamo tifosi dei Lakers di Magic”...
Il primo anno a Northeastern fu superbo per Lewis che ripagò con gli interessi la scelta di coach Calhoun di schierarlo titolare: 18 punti ed oltre 6 rimbalzi a partita gli valsero il titolo di “Rookie of the Year” nella North Atlantic Conference in una stagione in cui gli Huskies stabilirono il loro miglior record di sempre con 27 vittorie e 5 sole sconfitte. Al torneo NCAA furono sconfitti di misura da Virginia Commonwealth nonostante un Reggie da favola, capace di infilare 15 canestri su 17 tentativi durante l’incontro. Era ammirato e rispettato da tutti non solo per il suo talento ma anche e soprattutto per la sua etica lavorativa e per la sua umiltà: “Non la smetteva mai di allenarsi e di migliorare” – ricordava il suo allenatore. Ma era anche un ottimo studente ed alla vigilia del secondo anno accademico avrebbe optato per la specializzazione in giustizia criminale, con l’idea di poter aiutare un giorno i ragazzi più sfortunati delle aree metropolitane. Amava stare in mezzo ai giovani. Tutta questa bontà d’animo non doveva trarre in inganno: sul campo di gioco infatti era un’autentica “belva”; un giocatore elegante nello stile ma estremamente competitivo che si esaltava nelle sfide e nelle provocazioni. L’anno da “sophomore”, con oltre 24 punti di media a partita, risultò essere il miglior realizzatore tra i suoi pari-età e questo gli valse pure il titolo di “Giocatore dell’anno nella North Atlantic Conference”. Gli Huskies chiusero la stagione con un record di 22-9 e gli esperti di basket a livello nazionale cominciavano a parlare di questa squadra ed in particolare di quel ragazzo filiforme e sempre sorridente, dotato di talento e motivazione fuori dal comune.
Era un gran periodo per Reggie, e quando conobbe Donna Harris fu praticamente amore a prima vista; troppo diversi i due - lei un “animale sociale”, lui molto riservato - per non completarsi a vicenda. Quest’attrazione li portò ben presto alla convivenza ma nonostante l’abbandono del campus universitario Lewis non perse in alcun momento il “focus” nei confronti del basket. Anzi, le due ultime stagioni universitarie si rivelarono trionfali sia dal punto di vista personale (24 punti e 9 rimbalzi di media-partita ed altri due premi consecutivi come miglior giocatore della North Atlantic Conference, oltre alla “corona” di miglior realizzatore di tutti i tempi a Northeastern con 2,709 punti) che di squadra (53-12 il record complessivo accumulato dal college bostoniano nel secondo biennio e due titoli di Conference). Durante l’estate il giocatore ebbe l’occasione di visitare il “rookie training camp” dei Boston Celtics e tra un allenamento e l’altro maturò la convinzione che avrebbe potuto giocarsi una chance “al piano superiore”; l’NBA bussava alla porta e lui era pronto. Il morale era alle stelle ma dovette presto subire un’inaspettato crollo: di passaggio a casa, “beccò” mamma Peggy in flagrante mentre si era circondata di un’esorbitante quantità di bustine di plastica piene di marijuana. Purtroppo alla pratica della vendita aveva già da tempo abbinato quella dell’utilizzo personale e come se ciò non bastasse aveva pure compiuto il “balzo” alla cocaina...Reggie, completamente sconvolto, non capiva, e chiusosi in un ostinato silenzio, cominciò a pregare quotidianamente affinchè la madre potesse sconfiggere la tossicodipendenza.
Nonostante fosse considerato uno dei migliori “prospetti” del Paese, Lewis pagava pegno nei confronti di altri giocatori per il fatto di provenire da un college di seconda fascia e perciò meno pubblicizzato su scala nazionale. I dubbi su quel fisico troppo “leggero”, poi, ne limitavano la probabilità di essere “scelto in alto” al draft NBA del 1987. Inoltre il ragazzo, a causa di una caviglia malconcia – infortunio che aveva peraltro tenuto segreto - non aveva di certo impressionato al “pre-draft camp” che si era svolto a Chicago pochi giorni prima. Ma lui era sicuro: “Sarò professionista”. Quel 22 giugno Reggie, Donna e l’amico Mark dovettero aspettare ansiosamente il grande momento davanti alla TV; le “pick” si succedevano rapidamente: 15-16-17...ed il Commissioner David Stern non aveva ancora pronunciato il nome di Lewis...18-19-20-21...la scelta seguente spettava ai Celtics ma Reggie era sicuro che Boston non fosse interessata a lui. Ed invece accadde l’incredibile, all’improvviso sullo schermo della televisione apparve il “faccione furbo” del presidente Red Auerbach e si sentì la fatidica frase: “Con il numero 22 i Boston Celtics scelgono Reggie Lewis da Northeastern"! Ciò che nessuno sapeva era che Jan Volk, General Manager della franchigia del Massachusetts, aveva “sguinzagliato” (su ordine di Auerbach) Rick Weitzman, ex alunno di Northeastern e vincitore del titolo 1969 ai Celtics per osservare da vicino il talento di Baltimore, ed i “reports” erano stati ovviamente molto convincenti. Il giocatore era più sorridente che mai, nonostante il destino beffardo lo stesse facendo approdare a quella franchigia che tanto aveva odiato da giovane; “È un sogno giocare per una squadra così vincente e ricca di talento” – dichiarò subito alla stampa – “Non avrei potuto chiedere di meglio”! Le risate sarcastiche dell’amico ed ex compagno Andre si sprecarono, ricordando i tempi in cui i due si recavano al Garden per “tifare contro” Larry Bird e compagni, ma ora Lewis era un Celtic e come tale si sarebbe comportato. Fin da subito. Con i primi 75,000 dollari del “minimo salariale” si comprò una nuova, fiammante...bicicletta (“Perchè l’unica che ebbi da piccolo me la rubarono”)! Ma buona parte del denaro fu utilizzato per aiutare mamma Peggy ed il resto della famiglia, oltre che per affittare un appartamento a Dorchester, fuori Boston.
Durante la stagione da “rookie” Reggie si sentì poco apprezzato dal coaching staff dei Celtics e, nonostante fosse fin da subito un “fan favorite”, i pochissimi minuti di gioco racimolati non lo potevano certo soddisfare: al Garden si erano vinti tre titoli NBA in sei anni e coach K.C. Jones applicava pedissequamente l’antica usanza riservata alle matricole: “guarda, impara ed aspetta il tuo turno”. Non era facile accettare questa situazione per un talento che durante gli allenamenti faceva costantemente vedere i “sorci verdi” ai più illustri compagni di squadra; i vari Bird, Ainge, Parish, McHale avevano parole splendide per il giovanotto ma tutti concordavano sul fatto che dovesse essere paziente e continuare a lavorare duro. E questo non fu per lui un problema insormontabile: stava zitto e si allenava. Più intensamente che mai, tanto che i risultati non tardarono ad arrivare. Con Larry Bird a dover gettare la spugna nella stagione 1988-89, a Lewis si spalancarono le porte dello “starting five”: Jimmy Rodgers aveva sostituito K.C. Jones sulla panchina bostoniana, e non ebbe dubbi al momento di lanciare in quintetto il ragazzo nella posizione di “ala piccola” al fianco di Dennis Johnson, Danny Ainge, Kevin McHale e Robert Parish. Per Reggie fu facile – come dichiarò “D.J.” – “continuare a fare in partita ciò che faceva in allenamento” e gli oltre 18 punti a serata (con cinque prestazioni oltre i 30 punti ed un’umiliazione diretta inferta a Sua Maestà Michael Jordan), un’ottima propensione a rimbalzo e le molte palle rubate erano lì a testimoniarlo. Anche se i “vecchi” Celtics - travolti 3-0 al primo turno dei playoffs dai futuri campioni Pistons - stavano cominciando la parabola discendente, Lewis rappresentava una polizza assicurativa di gran valore per il futuro.
Con il ritorno all’attività di Larry nella stagione successiva Lewis vide in parte “ridimensionato” il suo apporto offensivo ma, oscillando tra il ruolo di “ala piccola” (quello di Bird) e “guardia tiratrice”, diede prova di possedere una versatilità che impressionò tecnici e tifosi per la capacità di “crearsi il tiro”, andare in penetrazione o farsi trovare pronto sugli “scarichi”. Le sue cifre subirono una leggera flessione ma riportavano pur sempre 17 punti, oltre 4 rimbalzi, 1 recuperata, 3 assist a partita ed il 50% di realizzazione in 32 minuti di gioco. Purtroppo gli oltre 20 punti di media a partita ai playoffs 1990, non bastarono a trascinare i biancoverdi più in là del primo turno, dopo una serie combattutissima contro i Knicks. Boston aveva un nuovo idolo ed il futuro “giocatore-franchigia” per il dopo-"Legend". Ed il rinnovo contrattuale, anche se sofferto e non privo di qualche polemica tra agente e proprietà, ne rifletteva appieno lo status: un “quinquennale” da oltre 3 milioni di dollari a stagione a partire dal campionato 1991-92 (il quinto miglior ingaggio della lega) potevano far montare la testa a qualsiasi ventiquattrenne. Ma la fama ed i soldi non avrebbero mai cambiato questo timido ragazzo dal cuore d’oro; in fondo il vero senso della vita per lui risiedeva nelle amicizie e nell’aiutare i più bisognosi, e piuttosto che passare il tempo tra interviste e conferenze stampa preferiva occuparsi delle innumerevoli attività sociali e benefiche che portavano il suo nome tanto nella comunità bostoniana che in quella della natìa Baltimore.
Il famoso contratto multimilionario divenne finalmente realtà e nel campionato 1991-92 Lewis volle evidentemente confermare una volta di più la bontà della scelta della proprietà bostoniana: nelle 82 partite di “regular season” produsse 21 punti di media in 37 minuti con l’85% di precisione dalla “lunetta” ed oltre il 50% dal campo; era una stella in tutti i sensi e la convocazione all’All Star Game non fu altro che la giusta consacrazione a livello nazionale. “Ho raggiunto uno dei miei obiettivi. Ora mi resta l’altro: vincere un anello con i Celtics”. E nella postseason ci provó, Reggie: i suoi 28 punti a partita però non bastarono a surrogare gli infortuni di Bird e McHale per superare Cleveland nelle semifinali di Conference. Aveva “tirato avanti la carretta” quasi da solo con orgoglio, classe e precisione (impressionante il 53% di realizzazione nelle 10 gare di playoffs) e si arrese solo dopo aver dato tutto, compresi i 42 punti nella settima sfida di una lunga serie contro i Cavs di Price e Daugherty. Ci avrebbe riprovato l’anno successivo. Intanto, l’estate servì per passare qualche giorno nella “sua” Baltimore dove mamma Peggy aveva finalmente sconfitto le sue pessime “abitudini”. Il resto del tempo era come sempre speso tra allenamenti ed innumerevoli partecipazioni ad opere sociali e benefiche. Ma fu in agosto che toccò il cielo con un dito con la venuta al mondo di Reggie Junior. In quei giorni un altro grande avvenimento avrebbe “toccato” da vicino Lewis: Larry Bird aveva deciso di ritirarsi a causa dei cronici problemi alla schiena; coach Ford interpellò Parish e McHale per l’investitura a Capitano dei Celtics, ed i due non ebbero dubbi: “Quei gradi spettano a Reggie, lui rappresenta il futuro della franchigia”. Per la seconda stagione consecutiva fu il miglior realizzatore della Franchigia con oltre 20 punti di media, ma non fu eletto per l’All Star team, avendo sofferto piccoli infortuni alle ginocchia ed alla schiena che ne condizionarono le prestazioni in campo; era stato inoltre spesso preda di strani attacchi di vertigini e giramenti di testa, ma questi fenomeni passavano sempre piuttosto velocemente e gli elettrocardiogrammi di routine a cui venne sottoposto dallo staff medico, pur evidenziando un ritmo cardiaco “alterato”, davano poi esiti normali.
Il 29 aprile del 1993 era un giorno speciale e Lewis appariva eccitatissimo: per la prima volta Boston affrontava una gara di playoffs senza Larry Bird e gli avversari erano i Charlotte Hornets di “Muggsy” Bogues e David Wingate; i tre ex-componenti del “Dream Team” dei “Poets” non lesinarono abbracci e sorrisi durante il riscaldamento pre-partita ricordando la felice epoca passata assieme alla Dunbar High School. Avevano concretizzato il loro sogno-NBA e continuavano a chiedersi reciprocamente: “Chi l’avrebbe mai detto una decina d’anni fa?” Pareva una “cornice” perfetta, e perfetto fu anche l’inizio del numero 35, autore di giocate “indiavolate” che gli fruttarono 10 punti nei primi 3 minuti dell’incontro. Poi accadde l’ineluttabile: il rumore sordo del suo corpo contro il parquet del Garden, con la faccia all’in giù, il grido di Donna verso coach Ford – “Chris, c’è qualcosa che non va in Reggie”! – momenti di confusione ed incertezza prima del timeout...Lewis si rialzò e si avviò verso la panchina toccandosi il petto con una mano, ma le gambe erano “molli”; il dottor Scheller non si preoccupò, pensando che fosse stato colpito alla testa da una gomitata avversaria. Un riposo di tre minuti e via, di nuovo in campo...ma poco più di sessanta secondi dopo il giocatore dovette essere accompagnato negli spogliatoi in quanto visibilmente “stordito”...
Durante l’intervallo parve riprendersi, tanto che partecipò ad un evento organizzato dal “Boys Club” del Boston Garden sul campo di gioco; disse che si sentiva meglio e che voleva giocare e Scheller dopo un rapido accertamento dei segni vitali del giocatore accettò, nonostante i dubbi del C.E.O. dei Celtics, Dave Gavitt, che aveva controllato la registrazione-video della caduta di Reggie rendendosi conto che questa era avvenuta in assenza di contatto con giocatori avversari. il Capitano aveva deciso di riprendersi il palcoscenico: in sei minuti di gioco mise a segno altri tre canestri spettacolari ed un tiro libero ma poi ancora quella strana “sensazione” al petto e le gambe tremolanti presero il sopravvento; stavolta fu lui a chiedere di uscire. Non era mai successo prima, e non si sarebbe mai più verificato in seguito: quei meravigliosi 17 punti in 13 minuti sarebbero stati la sua ultima, grande prestazione nella NBA. Da lì in poi fu il caos totale: i test condotti al “New England Baptist Hospital” rivelarono “disfunzioni potenzialmente letali” nel cuore del giovane campione oltre a tessuto cicatriziale, chiaro sintomo di un problema grosso. La sonda inserita direttamente nell’organo mostrò che la parte sinistra del muscolo cardiaco non funzionava in modo sincronizzato rispetto al resto e la risonanza magnetica confermò i risultati precedenti; nonostante i pessimi presentimenti il dottor Scheller riunì un equipe di luminari che sarebbe stata ironicamente battezzata il “Dream Team”, ignorando in toto il significato di tale definizione per Reggie...
La diagnosi fu unanime: cardiomiopatia focale, una patologia potenzialmente mortale. La sua carriera era finita. Oltre al danno la beffa. Furono sollevati dubbi su un possibile uso di sostanze stupefacenti ed il giocatore se ne risentì amaramente. Ma com’era possibile: proprio lui, che aveva dovuto soffrire e combattere per anni la tossicodipendenza della madre? Lewis non ci stava (successivi esami autoptici l’avrebbero pienamente “scagionato”) e si sentiva oltremodo offeso e ferito. Sembrava che all’improvviso quel mondo dorato in cui aveva vissuto per anni gli stesse crollando addosso. Riteneva i medici “colpevoli” di aver raggiunto conclusioni affrettate, si sentiva in parte abbandonato dall’organizzazione Celtics, secondo lui più interessata ai playoffs che alle sue reali condizioni fisiche e, come se non bastasse, nello stesso periodo vedeva completamente “raffreddati” i rapporti con la famiglia a Baltimore a causa di controversie sugli aiuti finanziari a Peggy che la moglie Donna ora gestiva direttamente a suo nome.
Reggie e Donna entrarono in una specie di spirale “noi contro il mondo” ed erano decisi a percorrere tutte le vie possibili per trovare la luce in fondo al tunnel. La speranza aveva un nome: quello di Gilbert Mudge, luminare della clinica cardiologica al Brigham and Women’s Hospital, in cui Lewis si recò contro il parere della Franchigia e del dottor Scheller. Lì il giocatore ricevette conforto ed assistenza da parte del vecchio amico Mark Reeves e di coach Calhoun, e si sottopose ad un’ulteriore serie di esami al cuore; accennò al dottor Mudge i vari precedenti familiari in fatto di patologie cardiache però senza fornire troppi dettagli. Dopo appena una settimana Mudge comunicò via conferenza stampa i risultati dei suoi test: “Una benigna predisposizione agli svenimenti, non certo problemi di cuore che possano mettere a repentaglio la vita. Reggie potrà tornare a giocare al basket, con le dovute precauzioni ed adeguato supporto medico”.
L’euforia iniziale scemò ben presto: com’era possibile che le diagnosi dei due cardiologi fossero così diametralmente opposte? A fine giugno Lewis volò a Los Angeles per ulteriori accertamenti: i quattro specialisti che lo visitarono concordarono in generale con la diagnosi di Mudge, constatando però allo stesso tempo una disfunzione al ventricolo sinistro e raccomandando un’attento monitoraggio del cuore durante qualsiasi attività fisica. Quel cuore era stato ormai esaminato da oltre venti "dottori" ma i controversi risultati non facevano altro che creare ulteriori perplessità. Reggie assistette senza allenarsi al “rookie camp” dei Celtics a metà luglio ma il “richiamo del pallone” era troppo forte e così dopo aver ricominciato a praticare qualche sessione di tiro decise che per gli inizi di agosto avrebbe reso pubblico il suo ritorno all’attività. I biancoverdi erano all’oscuro di tutto, ma il Capitano era il primo a non sentirsi sicuro. Nonostante il costante e sincero appoggio dell’inseparabile Mark, cercò e ritrovò il conforto della famiglia, ed una volta recuperato il rapporto con mamma Peggy cominciò a sentirsi meglio.
A Waltham quel 27 luglio del 1993 Reggie era tutto sorrisi, pacche sulle spalle ed “high five” con i giovani frequentatori della Brandeis University. Erano tutti lì per fare “quattro tiri a canestro” con l’amico di sempre... Alle cinque del pomeriggio si udì un “tonfo” sul parquet ed ecco che il corpo di Lewis era all’improvviso riverso a terra. Fu il pandemonio: i tentativi di rianimazione con defibrillatore, l’ambulanza a sirene spiegate fino al Waltham-Preston Hospital, i telefoni che squillavano, l’arrivo di Donna direttamente da un altro ospedale in cui pochi minuti prima le avevano comunicato di essere in attesa del secondo figlio, l’arrivo di membri del Trifoglio come Dave Cowens e M.L. Carr. Attimi drammatici ed interminabili che culminarono alle 19:30, nel momento in cui quel cuore generoso e malandato disse definitivamente “basta”. A Boston si ammassarono oltre quindicimila persone desiderose di dare l’ultimo abbraccio al Capitano nel giorno del suo addio, e la cerimonia funebre venne trasmessa in diretta televisiva per tutti coloro che non avevano potuto rendere fisicamente omaggio alla salma. Il corteo funebre per espresso volere di Donna passò attraverso i quartieri più poveri ed emarginati della città, quelli che a Reggie erano sempre stati a cuore, ed i ragazzini, indossando orgogliosamente la canotta verde numero 35, intonarono quel coro che a volte pare ancora di sentire tra le volte del Boston Garden: “Reg-gie-Reg-gie-Reg-gie”.




Commenti
Allora niente fino a luglio... vabbeh, pazienza
reggie era affetto dalla stessa malformazione cardiaca (una cardiomiopatia ipertrofica, anche se nell'articolo per la prima volta sento parlare di "focale") che purtroppo affligge la mia bimba più piccola e che nel giro di qualche settimana la porterà ad un primo intervento chirurgico a soli 3 anni.
marta rispetto a reggie ha avuto la "fortuna" di una diagnosi precoce e la nostra speranza è che questo possa evitarle una fine così brutale e triste come quella del 35.
certo pensare che un giocatore nba, che dovrebbe essere tutelato al massimo di livello dal punto di vista medico, possa giocare tanti anni senza che qualcuno lo fermi salvandogli la vita fa veramente male.
Complimenti a Samuele per la storia,amara ma bellissima.
Reggie avrai sempre un posto speciale nel mio vecchio cuore celtico,ci puoi contare.
Un abbraccio immenso alla tua bimba e che tutto si risolva nel migliore modo possibile.
Quello che è successo a Reggie è stata una botta terribile che personalmente mi ha molto allontanato dal mondo NBA, fortissima passione negli anni '80.
All'epoca con gli strumenti di informazione di cui potevo disporre, avevo la convinzione che non vi fosse stato rispetto per il giocatore e che alla fine il mondo NBA fosse uno show-business e basta.
Oggi ad anni di distanza ho parzialmente cambiato opinione, ma per me rimane una ferita difficilmente rimarginabile.
Citazione Akelitz:
In bocca al lupo piccola Marta, ne uscirai fortissima e un grandissimo abbraccio ai tuoi genitori, che dotati come sono di Celtic Pride sapranno aiutarti ad affrontare una bellissima vita.
In bocca al lupo alla piccola di Akelitz , vi auguro tutto il bene del mondo !!!
Non sapevo di essere un Celtic. Non ancora.
E adesso, leggendo le pagine di una storia che conoscevo solo in parte, capisco che Reggie è quel genere di uomo che ti fa amare questa squadra. Si vive come leoni quando la passione dominante vince sulla ragione.
Marta e Akelitz prego per voi...
un abbraccio
Questa è la parte davvero piu incredibile di tutta la storia, complimenti per l'articolo davvero ben fatto.
In bocca al lupo ad akelitz.
L'articolo è stato alimentato da variegate fonti, comunque, a tutti quelli interessati ad approffondire lo splendido personaggio Reggie Lewis consiglio vivamente la biografia "Quiet Grace" ad opera di Craig Windham.
Colgo anche l'occasione per ringraziare pubblicamente Fabio "Legend" Anderle, responsabile delle meravigliose foto; quella dei "Poets" con "Muggsy" Bogues in primo piano è sensazionale.
Citazione Akelitz:
Di fronte a storie come questa ogni parola spesa per incoraggiare suona insufficiente ma, caro Akelitz, sappi che tutti noi faremo sempre un tifo sfrenato per la tua piccola Marta che è già la nostra "campionessa" preferita da oggi...altro che Celtics...
Un abbraccione enorme
Un abbraccio enorme da parte mia, vi auguro tutto il bene possibile per la vostra bambina.
Ti abbraccio fratello mio. E ti auguro ogni bene.
Mi unisco anche io all'augurio e spero che andrà tutto bene
Un abbraccio ad entrambi.
Articolo molto bello di Sam, ma la cosa più bella di questo sito e anche il modo migliore di chiudere questa serie di pezzi sulla storia è che il nostro "bar tra amici" ci ha raccontato un'altra storia, quella di Marta, che in siti in cui il rispetto per gli altri è uno degli ultimi aspetti non credo sarebbe stata raccontata.
Akelitz, ho una figlia di quattro anni, ma posso solo immaginare cosa possiate provare per la vostra piccola: facci sapere come andranno le cose, il nostro tifo è soprattutto per lei.
un grandissmo in bocca al lupo a Akelitz!
Un abbraccio e un grande in bocca al lupo, a te e alla tua bimba.Per quanto possa servirti sappi che ti sono vicino.Essere un Celtic, significa soprattutto questo.
Di Reggie cosa aggiungere?Un grande, vero cuore Celtico.Che rimarrà, sempre ,nei nostri cuori e nella nostra memoria.Così come il triste giorno in cui, un cuore ballerino, ha deciso di fermarsi...per sempre.Grande Reggie.
Cal
Arrivano e colpiscono con una rapidità ed un impeto che stordisce. E quello stordimento resta, si prolunga nei giorni, si allunga nel tempo. A dirti che no, non si tratta di un'emozione passeggera. C'è qualcos'altro. Inutile cercare di eluderlo. Con sorprendente naturalezza è parte di te. Superfluo cercare spiegazioni. I corsi dell'esistenza intrappredono spesso percorsi scosciuti alle mappe del vivere quotidiano.
Ecco, per me, giovane tifoso bostoninano, la scomparsa di Reggie fu questo. Fu questo e molto altro. Un legame intenso e inscidibile, rafforzato dalle contraddizioni di una vicenda umana che alla malinconia di una prematura scomparsa accompagnerà per sempre la rabbia per come fu gestita. Resterà per me un tocco di umana (e cestistica) grazia rapito dentro un vortice oscuro e spietato. Ma quel 35 per me, per il Garden, per chiunque abbia avuto e avrà la forza di incontrarlo nei giardini della memoria, ha trovato le segrete chiavi per disinnecare le porte dell'oblio e imprezziosire i campi dei ricordi vividi e luminosi. Per il resto, ingestibili flash di commozione.
Anche io ho una bimba di tre anni ma non riesco nemmeno ad immaginare il tuo stato d'animno, tenete duro ma non dimenticarti di tua moglie, dovrai essere fortissimo e starle ancora più vicino nonostante tutte le energie che dovrai dedicare alla figlioletta.
un enorme in bocca al lupo!!! e spero di leggerti più avanti con ottime notizie!!!
Akelitz e la piccola Marta, prego per voi...siate forti e uniti e supererete tutto..
In bocca al lupo anche da parte mia.
Da certi "insopportabili" errori e "ingiustificabili" mancanze umane, nascono nuove speranze, rinnovata sensibilità e preziose storie. Sono certo che per la tua bimba sarà così.
devo dire che rileggendo il mio commento a mente fredda lo trovo forse un po' inopportuno. però in quel momento mi sono sentito di scrivere quelle parole e l'ho fatto.
Siamo una grande famiglia e penso che raccontarci con naturalezza la storia di Marta dimostra che qui ci sono gli amici giusti per condividere una tappa difficile, che saprete risolvere nel migliore dei modi.
Let's go Marta!!!
Akelitz, fratello celtico, in bocca al lupo alla tua piccola Marta, alla tua famiglia, a te.
Ho smesso di seguire per qualche anno il basket NBA proprio dopo la morte di Reggie, finali vinte da Houston a parte.
Malgrado sembrasse mingherlino e fragile era in grado di penetrare qualsiasi difesa avversaria, era un giocatore che non si risparmiava mai e per questo merita a tutti gli effetti il riconoscimento che gli è stato attribuito con il ritiro della maglia. Non penso che i Celtics con lui avrebbero vinto qualcosa, perché la squadra che aveva attorno era parecchio scarsa e ci sarebbe voluta una dirigenza molto più capace, ma di certo ha rappresentato il celtic pride, come nessuno fino a Paul Pierce ha più fatto.
Però spiegami una cosa, Citazione: : qualche anno? Ma era il 1993!
E mi pare che all'epoca tu fosse quasi un ragazzino ....
Quelli sugli anni 60 me li gusto con calma
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