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La Storia dei Celtics
Larry Bird amava il gioco del basket, ma giocare con il costante e lancinante dolore alla schiena aveva ormai privato lo sport di tutta la sua poesia. Quando annunciò una conferenza stampa per il 18 agosto 1992, ancora fresco della vittoria alle Olimpiadi di Barcelona, tutti a Boston sapevano cosa stesse per accadere. Il numero 33, indossando una delle sue improponibili t-shirt, non perse tempo ed annunciò al mondo dei canestri: “Questo non è un giorno triste. Emozionante ma non triste, perché tutti sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato. Purtroppo non è stato possibile risolvere i miei problemi alla schiena”.
Larry poteva dire ciò che voleva, ma il “Crepuscolo dei Big Three” non poteva lasciare che tristezza nei cuori dei tifosi e degli amanti del basket in genere. Pure Kevin McHale era in netto calo. Aveva giocato le ultime cinque stagioni con una vite a tenergli assieme il malconcio piede destro, ed anche se nel campionato precedente per la prima volta aveva potuto scendere in campo senza sentire dolore, era chiaro che la sua carriera fosse agli sgoccioli. Parish, incredibilmente, continuava a tenere botta: a 39 anni era reduce da un campionato da 14.1 punti ed 8.9 rimbalzi di media, cifre per lui non esaltanti ma che qualsiasi altro centro nell’NBA avrebbe considerato fantastiche.
I biancoverdi però potevano contare su una nuova stella, e proprio “The Chief” durante i playoffs 1992 aveva passato idealmente la torcia di capitano dalle mani di Bird a quelle del numero 35, dichiarando col suo vocione: “I Celtics adesso sono la squadra di Reggie Lewis”.
L’ala da Northeastern al quinto anno di NBA aveva preso possesso del tavolo al centro dello spogliatoio bostoniano sul quale solo i più forti potevano sedersi per le interviste, ed in “contumacia-Bird” aveva preso anche le redini della squadra. Al suo fianco una pattuglia di veterani: oltre ai citati Parish e McHale, il centro Joe Kleine, l’ala Ed Pinckney e le guardie John Bagley e Kevin Gamble, e soprattutto un gruppo di giovani dalle gambe fresche: Rick Fox, Dee Brown e Sherman Douglas. Anche il coach, Chris Ford, era considerato tra le menti brillanti della lega: insomma, nonostante il ritiro del "contadino di French Lick" ed un reparto lunghi “over 30”, gli ingredienti sembravano sufficienti per un’altra stagione di discreto livello, seppur di transizione. All’esordio le previsioni sembrarono confermate da un massacro dei malcapitati Timberwolves per 113 a 92, ma la sera dopo Boston fece visita a Milwaukee e subì un tracollo inatteso. Sotto di tre punti all’intervallo, i biancoverdi semplicemente si accasciarono e vennero malmenati fino al 124 ad 88 finale.
“Blue” Edwards segnò 13 dei 14 tiri tentati per 30 punti, Brickowski ne aggiunse 19 e Day 16, ma la cosa veramente preoccupante fu il modo in cui la squadra "spiaggiò", come una vecchia balena sulle coste di un’isola del Pacifico. Negli impegni successivi si continuò a fare fatica: sconfitta a Miami, vittoria a Charlotte e poi una serie di sei battute d'arresto consecutive, le ultime due con Atlanta di uno scatenato Dominique Wilkins. L’inizio da 2 vinte ed 8 perse era il peggiore dalla stagione 1978-79 quando Boston era partita 2-9: l’anno prima dell’arrivo di Larry Bird e l’anno dopo il suo ritiro si legavano sinistramente. Qualcuno nella "Beantown" stava già schiacciando il pulsante del panico ma coach Ford tenne compatto il gruppo e la reazione non tardò ad arrivare. Il 25 novembre i Celtics schiantarono Washington solo una settimana dopo aver perso nella capitale: Lewis fu stratosferico segnando 14 dei 17 tiri tentati, e Dee Brown mise assieme 22 punti e 16 assist. Parish dominò i tabelloni (16 punti e 10 rimbalzi) ed in men che non si dica fu “garbage time” con i biancoverdi a chiudere sul 150 a 112.
Per rafforzare la “frontline”, Gavitt spedì a Milwaukee la prima scelta Jon Barry, figlio del grande Rick Barry ma un po’ troppo pretenzioso in sede contrattuale. In cambio arrivò l’egiziano Alaa Abdelnaby, del quale a livello college era rimasta negli annali la famosa battuta “l’unico modo che ho per mettere assieme cinque ‘A’ è scrivere il mio nome”. Per chi non lo sapesse, le ‘A’ oltreoceano sono il voto più alto nelle prove d’esame. La crisi del Trifoglio non era purtroppo finita con il massacro dei Bullets, e McHale e compagni faticavano a rimettere il naso a quota .500: dopo una bella vittoria per 98 a 94 su Houston (sei biancoverdi in doppia cifra per contrastare un Olajuwon da 39 punti e 13 rimbalzi) il 23 dicembre, Boston era ad una sola vittoria dal pareggio: 12 "W" e 13 "L". La classica “Western Swing” natalizia arrivò nel momento migliore per dare una svolta al campionato, ma la squadra ripiombò nel baratro.
Sconfitte a Salt Lake City (Karl Malone 29 punti e 12 rimbalzi), a Sacramento (Wayman Tisdale 31 punti), a Seattle (Derrick McKey 20, Gary Payton 18) ed a Los Angeles sponda Clippers (Danny Manning 26) rispedirono i Celtics a -5. La riscossa per fortuna arrivò col nuovo anno, quando Reggie Lewis riprese a salire di colpi e, ben coadiuvato dall’inossidabile Parish e dall’estemporaneo contributo di questo o quello (Abdelnaby 23 e McDaniel 24 punti contro i Clippers, McHale 18 contro Charlotte, Brown 18 con Indiana, Gamble 16 contro New York e Douglas 16 contro Cleveland), riuscì a riportare i Celtics alla parità tra vittorie e sconfitte il 10 gennaio. Da quel momento in poi i ragazzi di coach Ford sarebbero sempre stati “in attivo” nel computo vinte-perse, anzi lo avrebbero incrementato con una “striscia” di nove affermazioni nella seconda metà di marzo. Nel frattempo il 4 febbraio 1993 era andato in scena l’addio definitivo a Larry Bird nel corso di una splendida serata al Garden. L’evento, organizzato da Dave Gavitt in un freddo giovedì invernale, era stato un successone: con il “leprechaun” di centrocampo rialzato a formare un palco, erano passati a salutare il campione (quasi) tutti i suoi compagni, tutti gli allenatori e persino un avversario d’eccezione.
“Magic” Johnson, fischiato dagli inossidabili tifosi della “Beantown” per la sua tuta gialloviola, alla fine aveva slacciato la giacca mostrando una maglietta dei Celtics ed aveva salutato l’amico-rivale con queste parole: “Larry, in tanti anni mi hai raccontato una sola bugia. Mi hai detto che prima o poi nell’NBA ci sarebbe stato un altro Larry Bird, ma non ci sarà mai, mai e poi mai un altro Larry Bird”. Ovazione. Mentre il campione tirava il simbolico canapo tenendo in braccio il figlioletto Connor, lentamente e malinconicamente il numero 33 salì tra le volte del Boston Garden, a fare compagnia agli altri grandi che l’avevano preceduto. I biancoverdi in campionato sembravano aver preso velocità, ma si bloccarono ad inizio aprile quando cinque “L” consecutive lasciarono l’amaro in bocca. La truppa di Ford però si riprese velocemente chiudendo la regular season con sei vittorie nelle ultime sette partite. Reggie Lewis ormai era una stella conclamata ed i playoffs si presentavano come l’occasione per il definitivo salto di qualità, per l’entrata in una dimensione degna del più grande Celtic nel suo ruolo: Sam Jones. In marzo Reggie aveva seppellito i Blazers sotto 37 punti frutto di un fantascientifico 17 su 25 al tiro, e solo una settimana dopo ne aveva infilati 36 agli attoniti Bullets. A 27 anni sembrava finalmente pronto a raccogliere l’eredità di capitano lasciata da Larry Bird nell’agosto precedente.
Il 29 aprile si aprirono i playoffs con la prima sfida tra Celtics ed Hornets: il più eccitato era Reggie Lewis che aveva l’occasione di far dimenticare una stagione a luci ed ombre e dimostrare che anche lui, come il capitano precedente, poteva guidare la Franchigia con la "F" maisucola nella post-season. Inoltre l’occasione era ghiotta anche per mostrare agli ex compagni di liceo a Dunbar che ormai era lui la stella del loro gruppo, visto che due di loro – “Muggsy" Bogues e David Wingate – portavano la maglia di Charlotte. “Truck” (il soprannome di Reggie al liceo), “Muggsy” e “’Gate”, i “Poets” ancora insieme...ma questa volta sulla TV nazionale! E così Lewis iniziò l’opener della serie in modo fantascientifico: 10 punti nei primi tre minuti! Coach Ford avrebbe commentato “Era dappertutto, correva e segnava ad una velocità da aereo a reazione”.
Poi all’improvviso Parish prese un rimbalzo, i Celtics partirono in contropiede, e Lewis sembrò inciampare, mettendo prima un ginocchio a terra e poi sbattendo la testa. Si mise a sedere e si toccò il petto, ed iniziò il dramma. Quella che sembrava poter diventare una prestazione storica si era interrotta bruscamente quando il numero 35, occhi vitrei ed espressione allibita, era scivolato a terra a metà campo nonostante non ci fossero stati contatti con compagni o avversari. Sarebbe stata la sua ultima partita NBA. Sul 53 pari all’intervallo, Boston con orgoglio si lanciò in avanti nel terzo quarto grazie ad uno Sherman Douglas da 7 punti, 7 rimbalzi e 7 assist nel parziale, ma nell’ultimo parziale gli Hornets misero in piedi un 11 a 0 siglato da 9 punti di Alonzo Mourning e si rifecero sotto sul 93 a 102.
Xavier McDaniel fermò l’emorragia con un jumper “salvavita”, e il Trifoglio si aggiudicò la gara per 112 a 101. Nella seconda partita in programma al Garden il primo maggio 1993 i biancoverdi, privi di Reggie, lottarono furiosamente per mantenere il fattore campo. Fu un' aspra battaglia dal punteggio basso che gli Hornets si assicurarono dopo due supplementari grazie ad un “jumper” di Larry Johnson dopo soli 11” della seconda “sessione extra”: mentre la stanchezza attanagliava i garretti, le due squadre fallirono i seguenti 13 tiri ed il punteggio rimase inchiodato sul 99 a 97 per gli ospiti. Ad 1’38” dalla fine Kevin McHale segnò solo uno dei due tiri liberi che gli erano stati assegnati, fissando il risultato sul 98 a 99 che sarebbe stato anche il finale. Dee Brown, partito in quintetto base al posto di Lewis, sbagliò due conclusioni negli ultimi 54 secondi ed al quinto anno di NBA Charlotte ottenne la sua prima vittoria nei playoffs. I “grandi vecchi” dei Celtics, 74 anni in due non avevano nulla da rimproverarsi: McHale aveva messo assieme 30 punti e 10 rimbalzi e Parish 19 punti e 16 rimbalzi. Nel corso del week-end arrivò la peggiore delle notizie: a Reggie Lewis erano state riscontrate anomalie cardiache tali da metterne in pericolo addirittura la vita, ed il suo impiego era ovviamente escluso.
I compagni sembrarono subire il contraccolpo psicologico, mentre al “Beehive”di Charlotte gli Hornets provvedevano a smantellarli sotto i colpi di Larry Johnson (29 punti) e Dell Curry (27). Il 119 a 89 finale rappresentava per Boston la terza peggior sconfitta di sempre nella postseason, ma Parish fu chiaro a riguardo: “Non possiamo e non vogliamo accampare scuse”. Allen Bristow, allenatore dei padroni di casa, sapeva però che la qualificazione avrebbe dovuto sudarsela nei 48 minuti seguenti: “Mercoledì sarà tutta un’altra partita”, anticipò. La profezia sembrò sbagliata quando gli ospiti presero 19 lunghezze di margine ad 1’ e 17” dal termine del terzo quarto e sembrarono avviati ad un agevole successo mentre il pubblico impazziva sugli spalti.
Ma i vecchi campioni non erano disposti a mollare senza lottare, e canestro dopo canestro (14 centri su 17 tentativi negli ultimi 12 minuti) rientrarono in partita. Charlotte venne tenuta a secco negli ultimi 200 secondi mentre i Celtics completavano la rimonta passando in vantaggio su una palla recuperata da Sherman Douglas e conseguente canestro in contropiede a 47” dalla fine. Gill sbagliò un tiro ma Rick Fox regalò un’altra possibilità agli Hornets quando decise di non chiamare timeout e non riuscì a portare la palla nella metà campo offensiva entro 10 secondi. Larry Johnson, autore di 20 punti, cercò di liberarsi dalla marcatura di McDaniel e ad otto secondi dalla sirena finale fallì il tiro, ma nel parapiglia la palla terminò fuori dal campo ed a 3.3 secondi dalla conclusione il possesso era ancora di Charlotte. Era destino: la rimessa di Curry ed il tiro in sospensione dalla lunetta di Mourning diventarono un “highlight” nella storia della giovane franchigia.
Con 4 decimi di secondo sul cronometro Boston ebbe un’ulteriore, disperata chance: McHale lanciò un lob per Dee Brown da metà campo e la palla venne deviata da Gill mentre era già in parabola discendente. I Celtics protestarono mentre i 24,698 tifosi restavano col fiato sospeso, ma gli arbitri dichiararono valido l’intervento e sancirono la vittoria degli ospiti e la fine della carriera di un grande del basket.
Kevin McHale indugiò un attimo nel caso i direttori di gara avessero intenzione di cambiare la decisione, quindi si complimentò con gli avversari e si avviò lentamente verso gli spogliatoi per l’ultima volta. Il ritiro del secondo componente dei Big Three coprì con un ulteriore velo di tristezza la fine di quella stagione, una tristezza che si sarebbe tramutata in disperazione un paio di mesi dopo nella palestra della Brandeis University di Boston, quando il cuore di Reggie Lewis si sarebbe fermato per sempre.



Commenti
Purtroppo fu davvero l'inizio di un periodo anche peggiore!
P.S. - ma dove comprava le sue magliette il nostro Larry?
Insomma, in meno di un anno dovemmo assistere al ritiro di Bird, a quello di McHale e soprattutto alla tragica scomparsa di Reggie Lewis, giocatore e UOMO che avrebbe proiettato i Celtics verso una nuova era.
Maledizione, ogni volta che ci penso non riesco a non provare una tristezza inconsolabile..
Certo 27 anni in piena maturita', chissa cosa avrebbe potuto fare, di certo sarebbe stata la bandiera dei Celtics per gli anni a venire.
Al solito un ringraziamento a Fabio per l'ennessimo capitolo della nostra storia.
Una cosa ricordo distintamente: dopo pochi mesi dal ritiro della ragione per cui tifavo Celtics lessi dell'arrivo di Abdelnaby: "e chi cazz..." furono le parole che mi salirono dalla gola...
Grande Fabio...'sti campionati sfigati li leggo solo perchè sono scritti da te, Michele o Sam, altrimenti passerei oltre...
...e il peggio deve ancora venire...
Michele, rispetto ad altre quella maglietta lì è fin decente (meno male che l'unico mestiere disponibile per Bird non era lo stilista...avrebbe potuto fare vestiti solo per Madonna o Lady Gaga...)
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