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movi
allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Dan Layus
Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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goceltics68
Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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Legend
In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
calabrone66
Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
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Leonardo Ancilli
Cosìè delusione del momento o emula Stoner ... -
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Rondo9
È vero che va sulla palla, ma con il braccio sinistro spinge via ...
La Storia dei Celtics
"Non tutte le ciambelle riescono col buco".
Detto popolare banale quanto si vuole, ma che si attaglia perfettamente al campionato NBA 1957-58, quello che sarebbe potuto essere la seconda gemma di una serie di nove successi consecutivi.
I Celtics iniziarono il torneo da favoriti, sulla scorta del titolo conquistato l'anno precedente ai danni dei St.Louis Hawks del grande Bob Pettit, con una formazione che già aveva le stimmate della dinastia che avrebbe dominato il basket professionistico fino al crepuscolo del decennio successivo: i campioni si chiamavano Sharman (nella foto), Loscutoff, Russel, Heinsohn, Cousy, Ramsey; in più, quell'anno, ciliegina sulla torta, con la pick numero 8 venne scelto un certo Sam Jones. Per la prima stagione venne per lo più utilizzato in uscita dalla panchina, ma di li a non molto sarebbe diventato "The Shooter", la shooting guard da più di 15,000 punti tutti per la franchigia del Massachusetts, cinque volte All Star, 2,909 punti in 154 gare di playoffs (quindicesimo di sempre), un 1.93 dal jump shot mortifero che avrebbe aiutato i suoi, da protagonista, a conquistare 10 anelli.
Scelto alla otto, ricordiamolo.
A quei tempi non c'erano certo 30 squadre a giocarsi il tutto per tutto: le franchigie della NBA erano solo otto, equamente divise tra le due Division. A cercare di contrastare i Celtics a est c'erano i Syracuse Nationals, già classificatisi alle spalle di Boston nel campionato precedente, ed i Philadelphia Warriors: i primi potevano contare sulla solidissima frontline guidata dal leggendario Dolph Schayes, ventinovenne del Bronx, l'ultimo grande del basket ad utilizzare il tiro piedi per terra in un mondo che si stava orientando decisamente verso il jump shot. Efficacia a rimbalzo ed una notevole abilità nel puntare a canestro ne fecero per anni un'arma impropria, e i dodici All Star Game consecutivi sono una testimonianza esauriente. Al suo fianco il solido "Red" Kerr, che terminò la regular season in abbondante doppia cifra per punti e rimbalzi (15.2 e 13.4).
I Warriors, campioni NBA nel 1956 conservavano una formazione di tutto rispetto, anche se era chiara la percezione che il treno buono fosse irrimediabilmente passato: Paul Arizin continuava a guidare la squadra segnando la solita valanga di punti dall'alto del suo perfetto jumper (saranno 20.7 fino all'inizio dei playoffs), ben coadiuvato dal sei volte All Star Neil Johnston, centro titolare, 19 punti anche grazie al suo brevettato gancio con la mano destra. Di pregio il supporting cast, a partire da quel Tom Gola, italoamericano, precursore degli "all-around players": un'ala piccola molto atletica e capace di andare in doppia cifra di media a rimbalzo oltre che di superare i 13 punti a partita. Da non trascurare infine l'apporto di Woody Sauldsberry (che sarebbe passato a Boston più avanti), nominato alla fine di quell'anno Rookie Of The Year.
Syracuse e Philadelphia si classificarono rispettivamente al secondo e terzo posto nella Eastern, entrambe con un record superiore al 50%: i primi chiusero con 41 vittorie e 31 sconfitte, i secondi con 37 vinte e 35 perse. E i Celtics? Come i lettori avranno intuito vinsero la Division a mani basse portando a casa 49 vittorie. Per la verità dopo sole cinque partite il primo segno di un destino avverso si era già palesato nel cielo di Boston sotto forma di un grave infortunio al "cagnaccio" Jim Loscutoff, l'uomo chiamato a fare il lavoro sporco sotto i tabelloni, il duro poco appariscente, ideale spalla del fuoriclasse Russell e guardia del corpo designata di Bob Cousy.
Così, alle spalle del numero 6 e di Tom Heinsohn Auerbach fu costretto a far ruotare, peraltro con risultati apprezzabili, Arnie Risen e Jack Nichols. I biancoverdì iniziarono la regular season con un eloquente 14-0 condito da uno scarto medio di 14.5 punti. Il resto della stagione fu un tranquillo controllo del miglior record, senza particolari sussulti a parte un periodo poco felice a cavallo delle festività natalizie con 7 sconfitte e 3 vittorie tra il 25 dicembre e il 12 gennaio. Alla fine il miglior marcatore fu Bill Sharman con 22.3 punti a gara; Cousy contribuì con 18.8 punti e 7.1 assists anche grazie alla monumentale presenza di Russell, il cui dominio in area sdoganava i compagni da molte preoccupazioni difensive consentendo loro di dedicarsi maggiormente agli altri aspetti del gioco. Atto doveroso fu l'assegnazione del titolo di MVP all' "Aquila con la barba", leader di lega per rimbalzi a partita (una media stratosferica di 22.7) e fuoriclasse ormai più che presunto. A confermare i sempiterni dubbi sulla competenza dei giornalisti sportivi, rileviamo come la giuria incaricata di nominare i migliori quintetti NBA decise di non mutuare la scelta dei giocatori, relegandolo addirittura nel secondo, al contrario di Cousy e Sharman.
A Ovest l'unica formazione di livello erano i St.Louis Hawks guidati da tre futuri ospiti della Hall Of Fame; il più rappresentativo era certamente Robert Lee Pettit Jr., al secolo semplicemente Bob (nella foto): ala grande capace di viaggiare a 26.4 punti e 16.2 rimbalzi in carriera, etica del lavoro e talento entrambi fuori del comune, un numero incalcolabile di onorificenze. Per certi versi, grazie all'abilità nell'andare a rimbalzo unita alla tecnica sopraffina in fase offensiva può essere considerato colui che rivoluzionò il ruolo di power forward, zio dei Baylor e degli Hayes e nonno di Tim Duncan e Kevin Garnett. Suo compagno di frontline era la vecchia conoscenza Ed Macauley, già merce di scambio per arrivare a Russell, una volta MVP stagionale (nel lontano 1951) e sette volte All Star. Completava il "trio delle meraviglie" Cliff Hagan, ala piccola eccellente a rimbalzo per la sua statura (1.94) e mortifero al tiro, con i suoi 19.9 punti a partita secondo miglior marcatore di squadra. Profonda la panchina, specialmente sotto i tabelloni, con Chuck Share e Jack Coleman, backup di esperienza (specialmente il secondo) e di notevole affidabilità.
Le altre franchigie offrivano decisamente poco, con i Cincinnati Royals che, nonostante l'innesto del centro Clyde Lovellette, uomo da 23.4 punti e 12.1 rimbalzi in stagione regolare a fianco di Maurice Stokes e Jack Twyman (altri due Hall of Famer), non riuscirono a migliorare sensibilmente il fallimentare piazzamento dell'anno precedente, quando dimoravano a Rochester. St.Louis vinse agevolmente la Western con 41 vittorie e 31 sconfitte, tenendo a debita distanza Cincinnati e Detroit, appaiate con un non indimenticabile record di 33-39.
I playoffs si dipanarono senza eccessivi sussulti; come da regolamento di un' NBA a ranghi ridotti Celtics e Hawks passarono direttamente alle finali di Division in attesa delle sfidanti che sarebbero dovute passare attraverso un turno preliminare. Fu così che a Boston toccarono in sorte i Warriors, vincitori per 2-1 contro i Syracuse Nationals nonostante la media di quasi 27 punti e 15 rimbalzi per un indomabile Schayes.
La serie fu piuttosto agevole per i biancoverdi: Neil Johnston, il centro di Philadelphia, venne sistematicamente sovrastato da un Russell in stato di grazia che ne limitò grandemente anche la fase offensiva lasciando il solo Arizin a cantare e portare la croce. Le prime tre partite furono senza storia, con una gara 2 esterna chiusa addirittura a 22 punti di scarto (109 a 87). La reazione dei Warriors fruttò solamente il punto della bandiera tra le mura amiche (112 a 97), salvo poi soccombere per il 4-1 finale al Garden in una gara peraltro equilibrata terminata 93 a 88. Come da copione St. Louis divenne la seconda finalista, regolando con identico punteggio i Pistons: in realtà non fu esattamente una passeggiata, almeno nella fase iniziale: dopo essersi portati sul 2-0 grazie a due tirate vittorie per 114 a 111 e 99 a 96 (quest'ultima in trasferta), Pettit e compagni subirono un'inopinata sconfitta interna (89 a 109) grazie a un esplosivo George Yardley, mortifera ala piccola già leader di lega per media punti in regular season. Detroit ebbe quindi la possibilità di impattare la serie con una vittoria casalinga in gara 4, ma proprio da quel momento gli Hawks, dimostrandosi squadra di rango superiore, misero la freccia e, con una schiacciante dimostrazione di forza (145 a 101), chiusero di fatto i conti, aggiudicandosi agevolmente anche gara 5 tra le mura amiche (4-1 il bilancio conclusivo).
Ed eccoci all' epilogo, quello più spettacolare, la rivincita dell'ultima finale NBA che vide i Celtics innalzare il primo banner della loro ancor giovane storia. I campioni in carica avevano dimostrato di poter surrogare egregiamente la mancanza di Loscutoff per tutta la regular season e, tutto sommato, potevano essere considerati favoriti.
Gara 1 a Boston fu estremamente combattuta, e finì con la vittoria di misura degli ospiti per 104 a 102; prontissima la risposta dei ragazzi di Auerbach: uno stordente 136 a 112 a pareggiare la serie, che a quel punto si spostò a St. Louis. Fu nella terza partita di finale che accadde il fattaccio: sul 49-49 Russell saltò per contrastare il tentativo di tiro di Pettit e cadde pesantemente e malamente sul piede destro procurandosi una seria distorsione alla caviglia (in seguito nell'ambiente si sussurrò fosse addirittura una frattura) che lo costrinse a lasciare il campo. Nonostante la prestazione coraggiosa degli orfani del grande Bill, gli Hawks vinsero 111 a 108.
Ora la situazione era veramente drammatica: senza Loscutoff e, soprattutto, senza il centro titolare, sotto le plance rimaneva il solo Heinsohn, peraltro non un gigante, al quale cercava di dare un minimo d'aiuto la vecchia gloria Arnie Risen (all'ultimo anno da professionista). Poco per contrastare la possente frontline degli avversari. Ciononostante i biancoverdi vendettero cara la pelle, prima espugnando il Kiel Auditorium con un incredibile (date le circostanze) 109 a 98, poi arrendendosi con un onorevolissimo 102 a 100 al Garden, quando una eventuale vittoria sarebbe stata salutata come un mezzo miracolo.
In gara 6 Russell venne schierato in campo, ultimo tentativo di contrastare un fato palesemente avverso. Ovviamente la sua mobilità era enormemente ridotta e a dare il colpo di grazia alle scarse speranze di Boston arrivò una memorabile prestazione di Pettit che segnò 19 punti già prima dell'intervallo, quando il risultato era di 57 a 52. Un monumentale Cousy ben spalleggiato da Sharman si prese "in groppa" la squadra fino a portarla, in apertura del quarto finale, avanti di due punti (86-84), ma quella sera sarebbe andato in scena il capolavoro dell'alfiere di St. Louis. Nonostante fosse sistematicamente raddoppiato e triplicato, segnò 18 degli ultimi 21 punti dei suoi per un totale stratosferico di 50, compreso il tap in decisivo, quello del 110 a 107 quando il cronometro segnava -15 secondi. A nulla valse l'eroica prestazione dei Celtics menomati: il risultato finale fu 110 a 109 e la storia ratificò il primo e ultimo titolo degli Hawks nella storia dell'NBA.
Molti addetti ai lavori sostennero che, con Russell in salute, la finale avrebbe preso tutt'altra piega. La risposta di Auerbach fu: "Si possono sempre trovare delle scuse...ci hanno semplicemente battuti".
La classe non è acqua e il tempo, galantuomo, avrebbe presto restituito con gli interessi ciò che la sfortuna aveva tolto a "Red" e ai suoi ragazzi.



Commenti
Ah, buon Natale cari!!!
HOndo
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