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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
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:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
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La Storia dei Celtics
I Celtics si presentarono al "tip-off" della stagione 1956-57 con un potenziale di squadra semplicemente stratosferico.
Il capolavoro strategico orchestrato da Red Auerbach in occasione del draft precedente aveva permesso alla proprietà di guardare per la prima volta al futuro con qualcosa di più di un sano “ottimismo”. Walter Brown sprizzava entusiasmo da tutti i pori ed anche la città di Boston, pur sempre radicata nel suo atavico scetticismo nei confronti dello sport con la palla a spicchi, cominciava a far trasparire quanto meno una certa sana curiosità.
I bianoverdi avevano voluto fortemente Bill Russell e l’avevano ottenuto. Le acquisizioni di K.C. Jones e di Tom Heinsohn erano arrivate a corollario della precedente operazione; tutto aveva senso...i baldi giovanotti andarono ad affiancarsi a veterani del calibro di Andy Phillip (guardia, 34 anni), Arnie Risen (centro, 32 anni) e Jack Nichols (ala, 30 anni) facendo quadrare il cerchio alla perfezione. Si doveva cominciare a vincere.
D’altra parte una squadra che già aveva la fortuna di poter schierare giocatori della qualità di Bob Cousy (in una rara foto a colori mentre al Garden sfida la difesa di Rochester) e Bill Sharman, sostenuti dai solidissimi Jim Loscutoff e Frank Ramsey, non poteva certo nascondere le sue ambizioni.
Parecchi quesiti rimanevano comunque irrisolti e gli “addetti ai lavori” della nazione aspettavano ardentemente l’inizio di stagione per trarre alcune parziali conclusioni: come si sarebbe adattato Russell al gioco dell’NBA? Sarebbe riuscito a non soffrire la mancanza di chili rispetto ai centri tradizionali, ed anzi a tramutarla in un vantaggio? E le sue doti atletiche sarebbero riuscite a “nascondere” un talento offensivo decisamente poco sviluppato in un campionato da sempre contraddistinto dalla prolificità dei “big men”? E ancora, come avrebbe sopportato una squadra relativamente giovane la pressione di "contender" più esperte e "fisiche" come i campioni in carica dei Philadelphia Warriors od i Syracuse Nationals?
Ad Est infatti la concorrenza, sulla carta, era tremenda: i Warriors avevano issato solo pochi mesi prima il loro secondo banner ad un decennio di distanza dal primo storico titolo e le loro principali “bocche da fuoco”, Paul Arizin e Neil Johnston, si trovavano al top della loro maturazione. I Nationals dal canto loro potevano ancora contare su un campione del calibro di Dolph Schayes ed anche se apparivano un gradino sotto Boston e Philadelphia a livello di potenziale, erano pur sempre da tenere in considerazione.
Ad Ovest la situazione appariva più abbordabile: con i pentacampioni Minnesota Lakers in fase di ricostruzione dopo l’addio del primo vero centro dominante della storia, George Mikan, non ci si aspettavano grosse sorprese nè da parte dei Fort Wayne Pistons nè dai Rochester Royals. Ma attenzione, perchè la vera mina vagante era rappresentata dai St.Louis Hawks che, trascinati da un giovane campione del calibro di Bob Pettit (al suo terzo anno in NBA) e dall’amatissimo ex-Celtic Ed Macauley, promettevano scintille.
E scintille infatti furono, fin dall’inizio. I biancoverdi si presentarono ai ranghi di partenza senza “i ragazzi di Frisco”, Bill Russell (impegnato alle Olimpiadi di Melbourne) e K.C. Jones (in servizio militare volontario per due anni). La stagione si aprì con tre vittorie e tre sconfitte, una delle quali abbastanza cocente sul campo neutro di Rochester, contro i Lakers. Ma il già dilagante e ben noto scetticismo della stampa sportiva bostoniana fu immediatamente placato da una formidabile cavalcata di dieci vittorie consecutive, tre delle quali di sommo prestigio ai danni dei campioni in carica Philadelphia Warriors.
Quando il 22 dicembre del 1956 Bill Russell fece il suo esordio contro i St.Louis Hawks (il destino...) in un gremito Garden, il record della squadra dimostrava che i Celtics erano stati in grado di supplire egregiamente all’assenza iniziale del ragazzone di Monroe: con 16 vittorie e sole 8 sconfitte Boston aveva già scavato un piccolo solco nei confronti delle avversarie grazie soprattutto ai “funambolismi” del mago Cousy ed alla vena realizzativa di Bill Sharman, ma anche alla solidità dei “veterani” Loscutoff e Risen. Oltre ogni aspettativa era stato anche il contributo di Tom Heinsohn (nella foto), ma della “matricola d’oro” parleremo ampiamente nel prosieguo di questo appuntamento con la Storia della Franchigia.
Russell non ci mise molto ad integrarsi negli ingranaggi della macchina ideata da Red Auerbach: il suo atletismo ed il suo “timing” innato lo misero subito a suo agio nel ruolo del dominatore sotto le plance e dello stoppatore selvaggio. I Celtics cominciarono ben presto a costruire la loro strategia offensiva proprio intorno al suo centro, il quale trasformava ogni rimbalzo in un potenziale “fast break”, il gioco di contropiede che affidato alla velocità ed al genio di Bob Cousy permetteva di correre il campo a velocità sfrenata fornendo penetrazioni ed assist per le comode conclusioni a canestro dei “cannonieri” bostoniani (Sharman ed Heinsohn in primis).
Se è pur vero che le qualità offensive di Russell non erano certo eccelse, ancora una volta le sue doti atletiche e la sua superiorità a rimbalzo gli garantivano canestri facili, spesso generati da quegli errori al tiro che riusciva a correggere con appoggi o schiacciate.
Al di là dell’evidente rivoluzione tattica che l’arrivo di Bill aveva significato per gli assetti di squadra, ciò che più colpiva era la maturità del ragazzo della Louisiana e la contagiosa, seppur silenziosa, leadership e voglia di vincere che riusciva a trasmettere ai compagni. I Celtics si trasformarono in una corazzata, un gruppo unitissimo per il raggiungimento di un traguardo comune al di là di individualismi e particolari caratteristiche tecniche del singolo.
Ed a dimostrazione di questa tesi Boston, con un record finale di 44-28, terminò la stagione regolare con ben sei uomini in doppia cifra per punti segnati (Sharman, Cousy, Heinsohn, Russell, Ramsey e Loscutoff), ma non solo: il minutaggio dei giocatori rivelava un “gioco di rotazioni” sapientemente gestito da Auerbach, con il coinvolgimento dei veterani Nichols, Risen e Phillip. Ed anche per colpa di qualche infortunio, i biancoverdi “sfoderarono” un roster da 12 elementi tutti al di sopra dei 10 minuti di impiego medio a partita. Sotto questo aspetto "Red" si stava rivelando un precursore in un’epoca in cui la maggior parte delle squadre si affidava ad un paio di stelle che monopolizzavano la gran parte dei minuti e dei tiri a disposizione. I Boston Celtics no. Loro erano già “diversi”.
Per carità, questo rivoluzionario concetto di “insieme” non deve trarre in inganno: le individualità erano pur sempre importanti: Russell chiuse la stagione regolare con la media stratosferica di quasi 20 rimbalzi a partita ed a Bob Cousy venne assegnato il premio di Most Valuable Player della lega. Inoltre, avere un passato glorioso all’università di Holy Cross era alquanto di moda, visto che il “collega” di Cousy, Tom Heinsohn si vide insignito del trofeo di Matricola dell’Anno.
Il panorama alla vigilia della postseason era abbastanza chiaro: la Eastern Division presentava quattro squadre con record positivo, ed anche se si attestò su un perfetto 50% nel bilancio vittorie/sconfitte, New York non riuscì qualificarsi per i playoffs mentre Syracuse e Philadelphia, con rispettivamente 38 e 37 vittorie su 72 partite si dovettero scontrare in un primo turno che vide i Nationals prevalere sui Warriors per due partite a zero. Boston riposò per poi sbarazzarsi facilmente di Syracuse con un netto tre a zero in quella che era la Eastern Division Final.
Ad Ovest i Rochester Royals mancarono la qualificazione per sole tre partite di differenza con i Minneapolis Lakers, i Saint Louis Hawks ed i Fort Wayne Pistons, compagini che si presentarono ai nastri di partenza con lo stesso identico record di 34 vittorie e 38 sconfitte. A seguito di un turno preliminare di “tiebreakers” gli Hawks ed i Lakers si giocarono la finale divisionale che vide i primi prevalere in modo autoritario sui "lacustri" per tre partite a zero.
La finale NBA era servita, ed il destino volle che a contendersi il titolo fossero proprio Celtics ed Hawks, le due squadre che negli ultimi anni avevano più volte incrociato i loro destini per svariate ragioni: "Red" aveva lavorato per il proprietario degli Hawks Ben Kerner quando la franchigia si chiamava ancora Tri-Cities BlackHawks; Ed Macauley, ormai noto ai nostri lettori, era reduce da sei stagioni con Boston ed il “rookie” Cliff Hagan era lui stesso approdato a St.Louis a seguito del famoso scambio-Russell; "Chuck" Share, ora avversario dei biancoverdi, era stato in precedenza selezionato dai Celtics nel draft del 1950 e poi era servito ad Auerbach per arrivare a Brannum ed a Sharman in uno scambio con Fort Wayne.
Lo stesso Bob Cousy, come sappiamo, era stato proprietà dei BlackHawks per poi terminare finalmente a Boston “via Chicago” nel famoso “dispersal draft” del 1950.
Insomma, molti dei protagonisti dell’imminente sfida erano direttamente od indirettamente legati all’altra squadra e questo fattore probabilmente fu cruciale nel far sì che la sfida fosse più aperta ed emozionante di ciò che a rigor di logica avrebbe dovuto essere (i Celtics avevano vinto 10 partite in più degli Hawks in regular season).
St. Louis era una gran squadra: con Bob Pettit (nell'immagine contrasta un gancio di Russell) e Macauley come “prime punte” ed Hagan, Coleman e Share a comporre un “front-court” di tutto rispetto potevano abbinare rapidità e robustezza. Anche il “parco guardie” era all'altezza, potendo contare sugli eccellenti Slater Martin e Jeff McMahon.
Gli Hawks insomma erano pronti per dare battaglia e ciò fu chiaro fin da gara 1 a Boston: nonostante i 36 punti di Sharman, i Celtics dovettero soccombere dopo un’epica sfida arricchita da due tempi supplementari (123 a 125 il risultato finale). Le prestazioni di Pettit (37 punti), “Easy” Ed Macauley e Martin (23 punti ciascuno) servirono a dare un segnale importante per la successiva contesa: St. Louis sarebbe stata un osso durissimo.
Per fortuna la truppa di Auerbach riuscì ad incanalare la seconda partita su binari più congeniali: con un’asfissiante difesa su Pettit contenuto a soli 11 punti, Sharman, Heinsohn e Cousy ebbero vita relativamente facile in attacco e Boston si impose nettamente con il punteggio di 119 a 99.
Gara 3 fu al cardiopalma, nervosa e continuamente spezzettata dai falli. Pettit quasi sulla sirena “indovinò” il tiro della vittoria che permise ai suoi di chiudere 100 a 98 e riacciuffare il vantaggio nella serie mantenendo il fattore campo. Ci fu bisogno del miglior Cousy nella successiva sfida per pareggiare i conti e riuscire a violare il Kiel Auditorium: i suoi 31 punti furono cruciali per “bilanciare” i 33 di Pettit e trascinare i biancoverdi ad una sofferta vittoria con un margine di 5 punti.
Nel “pivotal game” Boston fornì per la prima volta nella serie una prova di chiara superiorità schiacciando gli Hawks con il punteggio di 124 a 109, ma quando la sfida tornò a St.Louis i ragazzi di Red non riuscirono a chiudere i conti. Sul 94 pari, Bob Cousy in serata negativa sbagliò dalla lunetta con soli 12 secondi rimasti sul cronometro, ed il possesso successivo fu letale: nonostante l’errore sul tiro della disperazione di Pettit, il coriaceo Cliff Hagan (si, proprio lui, come da destino) “corresse” la giocata con un tempestivo “tap-in” dando così il trionfo ai suoi e rimandando tutto a gara 7.
Boston (nell'immagine il Garden nel corso di quella partita), sabato 13 aprile del 1957. Vincere per cominciare a cambiare la storia. O perdere con il rischio di rimanere degli eterni incompiuti. Gioia e dolore. Gloria o fallimento. Una partita, 48 minuti per il paradiso o l’inferno.
Red Auerbach sapeva bene quale sarebbe stata la differenza. Lui era pronto per varcare la soglia, per passare al “livello successivo”. Lo sarebbero stati pure i suoi ragazzi? I lettori lo scopriranno leggendo i capitoli successivi, con l’apice di quella famosa gara 7 delle “World Series” e di una soffertissima vittoria ottenuta grazie ai due “rookie”: Tom Heinsohn e Bill Russell. Il primo titolo dei Celtics era arrivato, e da allora la Dinastia avrebbe sconvolto l’intera NBA.



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HOndo
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