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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
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La Storia dei Celtics
Boston, primavera 1956. I Celtics avevano appena concluso la loro decima stagione nella National Basketball Association cadendo per mano di Syracuse al primo turno dei playoffs che all’epoca corrispondeva alle semifinali di Conference.
Bob Cousy aveva primeggiato ancora una volta come miglior assist-man della lega (per la quarta stagione consecutiva), Bill Sharman era il miglior tiratore di liberi ed entrambi erano stati inseriti nel miglior quintetto della Lega. La terza stella bostoniana era un certo Charles Edward Macauley Jr. detto "Easy Ed", un’ala-centro da oltre 18 punti a partita e già 6 volte All Star (torneremo presto a parlare di lui). I biancoverdi erano una squadra che correva e tirava molto: 106 punti di media a partita ne facevano il miglior team della NBA in questa statistica e la squadra più spettacolare da vedere; lo "showtime" insomma era nato a Boston ben prima che i futuri acerrimi nemici Lakers se ne appropriassero indebitamente una trentina d’anni dopo.
Bob Cousy era il principale artefice di questo spettacolo che a poco a poco attirava sempre più spettatori al Garden ma alla fine della stagione, ancora una volta, si ritrovò a piangere sconsolato dopo l’ultima partita di playoffs persa contro Syracuse. Il capitano aveva ancora una volta dedicato tutti i suoi sforzi a migliorare la squadra ma nè la classe, nè il sudore, nè il cuore e la buona volontà erano riusciti a portare i Celtics al salto di qualità che coach Red Auerbach pretendeva.
Ma sia chiaro: non è che la squadra fosse deludente e non mantenesse le aspettative della dirigenza e dei tifosi. Molto semplicemente, non poteva fare più di ciò che stava facendo: i giocatori davano il massimo, il 101% in ogni incontro, ma non bastava. Di cosa c'era bisogno dunque? Di un "Big Man". E come lo si sarebbe ottenuto? "Red" aveva già un piano...
Bill Russell era all’epoca il giocatore dominante dell’intero panorama cestistico universitario a livello nazionale: nel 1955 aveva portato i suoi San Francisco Dons al titolo NCAA e si sarebbe ripetuto in quello stesso anno ’56, numero che guarda caso era anche quello delle vittorie consecutive che USF aveva accumulato a cavallo di due stagioni, 56, appunto...un record che rese i Dons il miglior team di college basketball della storia fino a quel momento.
La storia di quella squadra era incredibile, "improbabile" ed in buona parte paragonabile a quella che raccontava la vittoria del titolo NCAA del 1947 ad opera di Holy Cross, l’università che aveva lanciato un decennio prima Bob Cousy e che stava per mettere in vetrina "un certo" Tom Heinsohn.
Il coach di USF, Phil Woolpert, era stato messo sotto contratto nel 1950 per "occuparsi" non solo di pallacanestro ma pure di golf e tennis...Come nel caso di Holy Cross si trattava di un piccolo ateneo gesuita con meno di 4,000 studenti e, come ad Holy Cross, la squadra si allenava in una specie di vecchio granaio con le finestre rotte ed il pavimento deformato dall’umidità. Una microscopica università, dunque, che "reclutava" giocatori essenzialmente nella sola area di San Francisco e con un "basketball program" di basso profilo, almeno fino a quando un giovanotto di colore proveniente dalla McClymonds High School di Oakland fu inserito tra i suoi ranghi...
Bill Russell era un atleta "acerbo" la cui struttura fisica sembrava renderlo più adatto al salto in alto che alla pallacanestro. Non raggiungeva i 2 metri e la leggenda vuole che il primo "consiglio" che ricevette dall’allenatore Phil Woolpert fosse quello di crescere fino ai 7 piedi, ovvero 2 metri e 13 centimetri. La natura gli venne incontro ed anche se fermò la crescita ai 2 metri e sei centimetri, cambiò completamente le prospettive di Bill in quanto gli permise di aggiungere l’altezza al resto delle caratteristiche che già possedeva: delle braccia lunghissime ed un atletismo e velocità alquanto rari per quella statura. Fu la rivoluzione. Non solo per USF, ma per la pallacanestro in generale: Russell correva, saltava e quando "andava in stoppata" sull’avversario sembrava sbucasse fuori dal nulla, con un tempismo incredibilmente "innovativo" per l’epoca, considerando che i "big men" visti fino ad allora erano essenzialmente "immobili", incluso quel George Mikan che aveva fatto dei Minnesota Lakers la squadra più titolata della recente storia NBA.
Quando Bill fu poi affiancato ad un certo K.C. Jones, "gioiellino" locale proveniente dal football, l’Università di San Francisco divenne automaticamente rivoluzionaria ed "antesignana" pure a livello razziale, unico college le cui stelle pubblicamente riconosciute avessero la pelle scura (tra le proteste degli alunni bianchi i quali consideravano "offensiva" la leadership dei due afro-americani). Il resto è storia...
Auerbach non aveva mai visto giocare Russell però nutriva alcuni dubbi sulle sue possibilità a livello professionistico: innanzitutto era essenzialmente un non-tiratore e per quanto fosse un eccellente rimbalzista e dominasse difensivamente, non c’era alcuna certezza che sarebbe riuscito a fare lo stesso nella NBA. E poi, come poteva qualcuno così "grezzo" offensivamente proporsi come dominatore nella lega professionistica americana? Lo scetticismo del Patriarca bostoniano era dunque evidente ma il destino volle che ad intervenire per dissipare i dubbi fosse Bill Reinhart, il vecchio maestro di "Red" ed allenatore all’Università George Washington, la cui squadra era stata "regolata" un anno prima dai Dons. "È un gran giocatore", gli disse, per poi precisare "E sarà grande anche tra i pro".
Questo semplice commento fu sufficiente per Auerbach, o meglio, quasi, perchè cercò ulteriore "consenso" in ex giocatori ed amici fidati come Freddie Scolari e Don Barksdale: quanto era "tosto" Bill Russell? Era un buon compagno di squadra? Giocava per la squadra od era un egoista? Era "gestibile" per l’allenatore? E che tipo era fuori dal campo? Si sarebbe integrato nella NBA e nei Celtics in particolare? Questi erano i dettagli che interessavano a "Red", qualità per lui ben più importanti del mero talento. Perchè per il Patriarca "a cosa serve avere cinque fuoriclasse in campo se tutti hanno bisogno della palla per essere decisivi?"
Sotto questo aspetto Auerbach era già avanti anni luce rispetto ai colleghi: considerava la squadra come un nucleo sociale soggetto a tensioni e potenziali problemi, gli stessi presenti in una qualsiasi famiglia media. Reputava che la stagione professionistica fosse abbastanza lunga e stressante e che i giocatori passassero troppo tempo assieme e, di conseguenza, se una persona non fosse stata "integrata" nel gruppo, tutta la "famiglia" ne avrebbe risentito. "Red" voleva giocatori vincenti, che conoscessero il significato di giocare per il trionfo e voleva personalità capaci di subordinare il loro ego e le ambizioni individuali al gruppo, per la vittoria di squadra. Anche su questi punti, i segnali che riceveva dai suoi fidati "osservatori" continuavano ad essere positivi...ma allora, come avrebbe fatto ad ottenere Bill Russell?
Al Draft del 1956 i Celtics avevano a disposizione la terza scelta assoluta. Il primo "pick" era appannaggio dei Rochester Royals il cui proprietario, Lester Harrison, era in rotta totale con Auerbach. La seconda scelta era destinata a Ben Kerner ed ai suoi St.Louis Hawks, lo stesso Ben Kerner per il quale "Red" aveva lavorato in precedenza nella sua breve parentesi a Tri-Cities (una specie di "conglomerato" di piccole cittadine, Moline, Rock Island e Davenport, che avevano dato vita alla franchigia dei Blackhawks poi trasferita, guarda caso, a St.Louis sotto il nome "contratto" di "Hawks"). Il problema dunque era come portare Russell a Boston con la terza scelta...
E non solo: a complicare ulteriormente le cose ci si misero pure gli Harlem Globetrotters i quali, attraverso il loro boss Abe Saperstein, erano arrivati ad offrire al giocatore la bellezza di 25,000 dollari per stagione, una cifra altissima per l’epoca. Fortunatamente per la NBA e per i Celtics, Saperstein commise un grave errore durante la negoziazione: si rivolse solo ed esclusivamente a Woolpert, l’allenatore dei Dons, evitando il contatto diretto con Russell e sottovalutandone così l’intelligenza, trattandolo insomma come un "omone di colore tutto fisico e poco cervello". L’indelicatezza fu fatale e Bill, sempre molto attento e sensibile agli aspetti umani e sociali in un’epoca di ancora aperta segregazione razziale, non esitò un momento a chiudere la porta in faccia ai Globetrotters.
Tornando dunque al draft, il processo per arrivare all' obbiettivo era quanto mai "intricato": Lester Harrison era il proprietario dell' arena di Rochester, e come tutti i proprietari di arene in quell’epoca, sempre alla ricerca di nuove attrazioni per riempirne gli spalti e fare quattrini; Walter Brown, il proprietario dei Celtics, possedeva pure le "Ice Capades", una specie di show itinerante, molto in voga in quegli anni, caratterizzato da rappresentazioni teatrali "mischiate" al pattinaggio artistico su ghiaccio. Due più due fece quattro e quando Brown offrì alcune date extra delle Ice Capades a Harrison e al suo "Community War Memorial", l’accordo fu bello e fatto. Inoltre i Royals, che già avevano un ottimo rimbalzista in Maurice Stokes, non erano affatto disponibili a concedere quei 25,000 dollari annui richiesti da Russell, e nel draft spesero la scelta numero uno per la talentuosa guardia Sihugo Green proveniente da Duquesne.
Bene, il primo scoglio era stato rimosso; ora toccava a Ben Kerner ed ai St.Louis Hawks e qui la missione appariva alquanto complicata, se non impossibile. Ma non per il fiuto, la maestria e la furbizia di coach Auerbach. Non era un segreto infatti che la città di St. Louis non fosse pronta per accogliere entro i suoi confini un "negro" nonostante la crescente fama ed i risultati ottenuti a livello universitario da Russell; "Red" quindi sospettò che Kerner avrebbe utilizzato l' ex USF come "merce di scambio" al fine di ottenere il giocatore "giusto" per le sue esigenze. Quel giocatore risultò essere Ed Macauley, stella dei Celtics, guarda caso nativo di St.Louis ed antico prodigio del basket universitario locale. I conti non tornavano ancora, così, quando gli Hawks chiesero ad Auerbach di mettere sul piatto anche il rookie Cliff Hagan, il patriarca bostoniano non esitò e si portò a casa Bill Russell. Decisamente un capolavoro!
Lo scambio aveva senso: i Celtics finalmente ottenevano il "Big Man" tanto bramato e gli Hawks da parte loro "riportavano a casa" l’enfant prodige Ed Macauley con l’aggiunta del rookie Hagan. Per carità, liberarsi di Macauley non fu affatto facile per il Trifoglio: il futuro Hall Of Famer era un giocatore cardine dell’attacco biancoverde ed uno dei preferiti del proprietario Walter Brown, ma quando lo stesso Ed dette il via libera allo scambio, desideroso soprattutto di tornare nella sua città natale per curare il figlio malato in una clinica specializzata, a quel punto il puzzle si completò.
Tutto finito? Certamente no: quella stessa notte infatti, i Celtics selezionarono Tom Heinsohn attraverso il "territorial pick", pratica e regola del draft utilizzata fino al 1966 per cui le franchigie possedevano i diritti sui giocatori universitari in un raggio geografico circostante di 50 miglia: insomma, una strategia della NBA per cercare di ottenere il consenso dei fans locali "offrendo" loro le stelle "home made" dei vari college della zona (Heinsohn, come detto in precedenza, si era messo in evidenza giocando per Holy Cross, a pochi chilometri da Boston).
Il destino poi volle che Tom, per le sue caratteristiche tecniche, sembrasse poter essere un buon rimpiazzo per il partente Ed Macauley, un tiratore mortifero ed un po’ "strafottente" che non appariva affatto intimorito dal salto alla lega professionistica. Ma ad Auerbach non piaceva troppo. "Il ragazzo non ha entusiasmo, non possiede l’attitudine giusta e non ha un fisico adeguato!" tuonò "Red" in una dichiarazione rilasciata alla stampa locale. Heinsohn sapeva poco di Auerbach, se non che fumava sigari durante le partite perchè l’aveva visto durante un paio di incontri d’esibizione a Worcester, dove si trovava l’università di Holy Cross. Ed ora, leggendo i commenti del suo futuro coach, era sinceramente perplesso: non sapeva che fare, ma di sicuro non era contento, tant’è vero che arrivò addirittura a pensare di accettare l’offerta dei Peoria Caterpillars che giocavano in quella specie di "lega aziendale" che all’epoca risultava essere l’unica alternativa alla NBA.
A quel punto intervenne Bob Cousy. Tom e Bob non si conoscevano di persona ma il fatto che entrambi uscissero dalla medesima università e che lo stesso Cousy avesse avuto un rapporto inizialmente "tempestoso" con Auerbach, convinsero Heinsohn a "giocarsela". Non fu facile. "Heinie" fu fin dall’inizio la matricola che doveva portare la rete dei palloni in giro per la palestra, il "whipping boy" di coach Auerbach, il capro espiatorio ed il "sacco" che "Red" prendeva a pugni (in senso figurato) per sfogarsi quando i suoi giocatori non rendevano secondo le sue aspettative. Insomma, il tacito motto era "colpisci Tom per educare tutti gli altri". Ma il ragazzo aveva stoffa ed intelligenza da vendere e stette al gioco. Anzi, si integrò talmente in fretta nel sistema Celtics e nella lega in generale da essere eletto "Rookie of the Year" in quella stagione.
Il primo vero contatto post-draft tra Russell e Auerbach avvenne invece a corollario di una partita benefica che la seleziona olimpica americana giocò presso l’Univerisità del Maryland. Bill infatti si stava preparando alle Olimpiadi di Melbourne e questo impegno gli avrebbe impedito di giocare la prima parte della stagione regolare del campionato 1956-57. "Red" e Walter Brown volarono quindi nel Maryland per assistere all’incontro e ne uscirono ammutoliti e sconvolti. In negativo.
Il ragazzotto di colore aveva giocato così male da risultare inguardabile.
Ma subito dopo accadde qualcosa di epico. Il Coach aveva invitato a casa sua Russell ed un paio di suoi amici per la cena post-partita. Pure Walter Brown era presente, e quando Bill arrivò non esitò a tendere la mano a Auerbach esclamando: "Mi dispiace". Al che "Red", interdetto, chiese: "Per cosa, ragazzo?" "Per il modo in cui ho giocato. Di solito le mie prestazioni sono migliori, quella di stasera è stata la peggior partita della mia carriera e mi dispiace che abbiate dovuto assistere a tale ignobile spettacolo". Inutile negare che il gesto fu apprezzato immediatamente in quanto denotava una maturità che confermava l’alto spessore umano del giocatore. Nonostante ciò Auerbach non si fece scappare l’opportunità di dar sfoggio del suo tagliente sarcasmo e chiuse la faccenda abbozzando un mezzo sorriso ed esclamando: "Beh, se sei quello che abbiamo visto è meglio che tu rimanga a Melbourne (dov’era diretto Bill per le Olimpiadi) perchè a Boston non mi troverai; tornerò ad allenare i liceali a Brooklyn".
Con l’acquisizione di Russell ed Heinsohn i Celtics promettevano un salto di qualità per la stagione successiva ma l’opera di "Red" non era ancora completa; rimaneva infatti da selezionare la seconda scelta del draft e questa cadde su K.C. Jones (nella foto conclude in layup contro Colorado sotto lo sguardo vigile di Russell). Fu una decisione naturale, ma non per questo meno azzeccata. Il tranquillo, umile (aveva imparato a giocare a pallacanestro in una placca di ghiaia di un poverissimo quartiere di San Francisco) e timidissimo ragazzo texano era stato il compagno di stanza di Bill Russell durante il periodo universitario a San Francisco e ne era diventato l’inseparabile compagno e migliore amico.
Ma questo non fu l’unico aspetto che convinse Auerbach a selezionarlo al secondo giro di draft del 1956. K.C. era un atleta di poco più di un metro e ottanta centimetri che faceva della difesa e del pressing asfissiante sulle guardie avversarie il suo cavallo di battaglia. Non era certo dotato di un buon tiro ma suppliva a questa sua carenza tecnica con un quoziente di intelligenza invidiabile ed uno spirito di sacrificio molto beneaugurante in ottica Celtics. Oltretutto, la sua polivalenza atletica gli permise di dedicarsi pure al football con discrete possibilità di successo e per un breve periodo di tempo lo fece dubitare sul corretto cammino da intraprendere. L'esordio vero e proprio di K.C. Jones in maglia biancoverde non sarebbe avvenuto che nel 1958; dopo aver vinto le Olimpiadi con la selezione americana a Melbourne nel 1956, ancora in compagnia del fidato amico Russell, il ragazzo si arruolò nell’esercito statunitense dove prestò servizio per due anni. Ma l'attesa fu ben ricompensata nel corso degli anni a conferma che, ancora una volta, "Red" ci aveva visto giusto.
Con quest’ultimo tassello si completava il complesso puzzle sapientemente assemblato da Auerbach. Le premesse per cominciare a trasformare l’ancora giovane franchigia biancoverde in una compagine vincente erano visibili ed il senso d’urgenza si mescolava ad un certo crescente ottimismo. Come sempre accade, solo la storia sarebbe stata giudice. Ma nel caso dei Celtics, i successivi tredici anni sarebbero stati così ricchi di trionfi, così sfacciatamente dominanti e sportivamente "dittatoriali" che nemmeno la storia in sè sarebbe stata sufficiente a raccontarli ed avrebbe dovuto dare spazio ad un nuovo concetto, coniato con la stessa cura della più rara delle monete da collezione apposta per la franchigia bostoniana: la "Mistica dei Celtics".



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