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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
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La Storia dei Celtics
Non sono molti I tifosi del Trifoglio a sapere chi sia Ed “Easy” Macauley, oggi. Eppure ai suoi tempi era senza dubbio uno dei migliori interpreti dell’NBA, primo MVP di una Partita delle Stelle e, a 32 anni, il più giovane giocatore ad essere ammesso alla Hall of Fame. E’ – ahilui – anche uno dei due Celtics che ha visto appeso il proprio numero pur non avendo vinto alcun titolo in biancoverde, e siccome l’altro è lo sfortunato Reggie Lewis, è evidente che ad impedirgli di vincere un titolo a Boston dev’essere stato un avvenimento anomalo e particolare.
Figlio di un avvocato dell’Illinois, da bambino non era particolarmente atletico perché alla pratica sportiva preferiva i libri. Il suo approccio ai canestri fu quindi tardivo, e solo a 13 anni prese a frequentare in modo quasi maniacale i campetti di St. Louis, sua città natale. Al liceo gesuita di St.Louis University High avrebbe voluto allenarsi con la squadra delle matricole ma quando fece richiesta formale gli fecero presente (i gesuiti non rispondevano, imponevano) che gli allenamenti coincidevano con le ore di dattilografia, e ad Ed non rimase che imparare a dattilografare. Appena finiva la scuola, però, niente poteva impedirgli di infilarsi in palestra o nei playground cittadini dove giocava fino ad ora di cena. Al secondo anno era la riserva del centro titolare Larry King, figlio di un carpentiere che un giorno subì un brutto incidente sul lavoro: in quegli anni in America non c’erano sussidi o ammortizzatori sociali, ed il povero Larry dovette lasciare la scuola per andare a lavorare.
Ed divenne titolare, e seppure non fosse ancora particolarmente preciso, continuò a darci dentro. Cresceva anche in statura e la sua passione era ormai una mania, tanto che non era raro che i genitori gli chiedessero come mai non trovasse mai del tempo per il divertimento e le ragazze. Nell’anno da senior il duro lavoro cominciò a pagare: giocò un campionato spettacolare e venne eletto nel quintetto statale, mentre St.Louis University High si piazzava al terzo posto nel torneo liceale del Missouri. Con quei risultati cominciarono a fioccare anche le “lettere d’intenti” da parte delle più quotate università nazionali. Si fecero avanti Kentucky, Boston College, Notre Dame: non dimentichiamo che l’educazione cattolica del ragazzo aveva il suo peso, allora, nelle polverose sale in cui i decani universitari spulciavano le liste dei papabili alla borsa di studio.
Ma Ed aveva già scelto. Suo padre era stato vittima di un brutto incidente stradale ed era confinato a letto, perciò il giovane atleta non se la sentì di allontanarsi da casa e scelse la cattolicissima St.Louis University. Coach John Flanigan gli insegnò molto nel corso di interminabili uno contro uno nei quali non si fece scrupolo a giocare duro per preparare il suo allievo ai rigori del campionato. Nella gara contro Oklahoma A&M Macauley subì una dura lezione da Bob Kurland, il gigantesco centro che gli rendeva una decina di centimetri ed una trentina di chili e che li usò tutti per segnare 58 punti. “Grazie a Dio si laureerà alla fine della stagione” commentò Ed. Fu proprio in quel campionato che il giocatore incappò nel soprannome che gli sarebbe rimasto appiccicato per tutta la vita: coach Flanigan, per cementare lo spirito di gruppo e responsabilizzare i giocatori, era solito alternarli nel ruolo di capitano ed uno degli incarichi previsti dallo "status" era quello di guidare la squadra dagli spogliatoi fino a centro campo prima dell’inizio.
Quando fu il suo turno, Macauley si innervosì, non sentì nemmeno le note dell’inno statunitense e partì in tromba verso l’altro lato del campo, tirando pure a canestro. Solo quando si voltò a guardare i compagni si accorse di essere solo, ed appena le ultime note dello “Star Spangled Banner” rotolarono nel silenzio, dalle gradinate un tifoso gli gridò “Take it easy, Ed”: “Prenditela con calma”. Quella frase colpì Warren Netwin, addetto alle pubbliche relazioni della squadra, e fu così che da allora in poi quando si parlava di Macauley si cominciò a riferirsi ad “Easy Ed”. Del resto la scioltezza e le doti realizzatorie del ragazzo fecero in modo che il soprannome attecchisse facilmente, perché quando aveva la palla tutto sembrava “easy”, facile.
Anche quando il "timone" della St.Louis University passò da coach Flanigan ad Edgar Hickey (nell'immagine assieme al suo giovane centro) il programma cestistico dell’ateneo gesuita continuò a fare passi da gigante. La presenza di Macauley consentì ai "Billikens" ("nick" mutuato sul nome di una bambolina portafortuna) di bruciare le tappe ottenendo un prestigioso successo nel “NIT” (National Invitation Tournament, un torneo ad inviti che allora aveva le stesse dignità ed importanza delle finali NCAA) del 1948. In finale Ed fu il migliore in campo. Mise 24 punti a New York University, ed alla fine del lungo viaggio di rientro in treno quindicimila tifosi si ammassarono alla Union Station di St.Louis per tributare ai trionfatori gli onori della vittoria. Nella stagione seguente St.Louis University fece bene ma non riuscì a confermarsi ad alto livello nonostante un fantastico Macauley, eletto nel quintetto All-America.
Ovviamente le franchigie dell’NBA non vedevano l’ora di assicurarsi il giovane campione, e sfruttando la regola delle “scelte territoriali” (allora per richiamare maggior pubblico al botteghino le squadre potevano accaparrarsi i campioni locali in uscita dal college) i St.Louis Bombers si assicurarono il numero 8 dei “Billikens”. Il contratto offerto alla matricola era ricco: 10,000 dollari di “fisso” più eventualmente 7,500 di bonus lo resero immediatamente il secondo atleta più pagato dell’NBA, dietro agli irraggiungibili 25,000 bigliettoni di George Mikan, il primo centro dominante della storia. “Easy Ed” con i suoi 16 punti a partita i bonus se li guadagnava tutti ovviamente, e del resto un giovanotto belloccio con i capelli a spazzola come lui non faticò ad entrare nell’immaginario collettivo.
Chi invece scomparve dalla scena furono i St.Louis Bombers che dichiararono bancarotta e lasciarono i giocatori in mezzo ad una strada. L’NBA promosse un “dispersal draft”, un draft di recupero che permise ai Celtics, in virtù del loro poco brillante record (22 vinte e 36 perse), di arruolare Macauley. Era il momento della prima svolta dei biancoverdi: nell’estate del 1950 oltre a Ed arrivarono anche Bob Cousy ed un coach-general manager dai metodi spicci e dalla lingua abrasiva di nome Arnold Auerbach. Il balzo in avanti fu deciso, ma si sviluppò anche una certa idiosincrasia per i playoffs. Nonostante il trio Macauley-Cousy-Sharman giocasse un basket veloce e piacevole, quando arrivava la postseason ed il gioco si faceva lento e “fisico” i Celtics venivano inevitabilmente rispediti a casa: da New York nel 1951, 1952 e 1953, da Syracuse nel 1954, 1955 e 1956.
In inglese per definire un fisico come quello di “Easy Ed” si usa “rail thin”, magro come una rotaia. Ebbene, nonostante nelle sue sei stagioni a Boston la squadra avesse “compilato” un record di 241 vittorie e 181 sconfitte (contro il sinistro 89-147 dell’era pre-Auerbach), ai playoffs Boston invariabilmente veniva eliminata mentre Macauley veniva sballottato sotto canestro da avversari più potenti. Il record post-stagionale di Auerbach parlava chiaro: 8 vittorie e 15 sconfitte, ed il fulvocrinito allenatore newyorchese sembrava lontano anni luce dall’accensione di un sigaro celebrativo in una finale NBA. “Red” sapeva bene che il suo gioco poteva fiorire solo se sotto canestro avesse potuto contare su di un rimbalzista in grado di fare la differenza, ma i 18.9 punti e gli 8.1 rimbalzi garantiti in quelle sei stagioni da Macauley erano un dato non trascurabile, così come lo erano il premio di MVP del primo All Star Game nel 1951 e le tre “chiamate” nel primo quintetto dell’NBA.
Quello che contava in casa Celtics più dei 46 punti da lui segnati ai Lakers il 6 marzo 1953 era il fatto che Ed fosse un uomo vero, e che tra lui ed il grande Walter Brown – primo proprietario della franchigia – si fosse sviluppato un rapporto stretto, quasi fossero padre e figlio. Nell’estate del 1956 però qualcosa cambiò. Bill Reinhart, coach di Red Auerbach a George Washington, tempo prima aveva fatto presente all’allievo che un tale William Felton Russell da University of San Francisco era il miglior giocatore di college mai visto. Ben Kerner, proprietario dei St. Louis Hawks segnalò che per avere la sua prima scelta i Celtics avrebbero dovuto sborsare proprio il numero 22, oltre a Cliff Hagan. Macauley amava Boston, ma poco tempo prima la sua famiglia aveva subito un duro colpo: il figlio Patrick aveva contratto la meningite spinale. A causa di febbri violentissime la malattia era degenerata in una grave forma di paralisi cerebrale che lo avrebbe portato alla morte in pochi anni. “Easy Ed” ovviamente voleva fare la scelta giusta per il bimbo, anche perché i soldi non erano poi tanti e le cure erano costose.
Il centro più attrezzato per la cura della malattia era a St. Louis, e quando il “papà virtuale” Walter Brown lo chiamò per dirgli che gli Hawks lo volevano, Macauley mise le cose nella giusta prospettiva ed accettò. Brown era dispiaciuto di dover fare a meno di quello che per lui era diventato un figlio adottivo, e gli disse che se voleva poteva mettere il veto sulla “trade”, ma a quel punto la scelta era obbligata. Lo spessore umano del primo
proprietario della franchigia bostoniana fu chiaro anche in quella occasione: siccome il contratto del giocatore era in scadenza, si premurò di offrirne uno “maggiorato”, ma Ed lo dissuase, sapendo che se Ben Kerner non avesse accettato l’aumento, da grandissimo signore qual’era Walter Brown si sarebbe fatto carico personalmente della quota “in surplus”.
E così a Beantown arrivò Bill Russell, ma questa è un’altra storia. Macauley giocò ancora tre stagioni per St.Louis e, a dimostrazione che qualche volta nel mondo dello sport c’è giustizia, vinse un titolo nel 1958, uno degli unici due sfuggiti al vorace numero 6 dei Celtics nel corso della sua carriera. Ma più che per gli oltre settemila punti segnati in maglia biancoverde e per i trofei personali, "Easy Ed" va ricordato per l’immensa classe e per il ruolo fondamentale nell’inversione della tendenza negativa che aveva contraddistinto le prime annate della franchigia del Massachussets.
Nel 1960, a soli 32 anni, fu il più giovane ad essere ammesso nella Hall of Fame di Springfield, ma la cosa non generò in famiglia la stessa ondata di entusiasmo che un fatto apparentemente marginale avrebbe creato: alla TV nazionale andò in onda un episodio della popolarissima serie “Happy Days” nel quale “Fonzie” e Ricky giocavano a basket uno contro uno. Ad un certo punto uno chiedeva all’altro: “Tu vuoi essere Cooz o Easy Ed”? Da quel giorno i piccoli Macauley ed i ragazzini del vicinato gli tributarono onori degni di un re: in fin dei conti “Fonzie” e Ricky volevano essere come lui! C’era una sottile ironia nel fatto che, dopo quasi 700 partite NBA, 7 All Star Game e l’ammissione alla Hall of Fame fosse stata una popolare trasmissione televisiva a dargli tra le mura domestiche il lustro che meritava....



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HOndo
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