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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
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giancleto83
:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
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È vero che va sulla palla, ma con il braccio sinistro spinge via ...
La Storia dei Celtics
15 maggio 1992, semifinale Est. I Celtics sono uno strano miscuglio di vecchio e nuovo, di malandato ed atletico, di veterano ed inesperto. Agli anziani senatori Bird, Parish e McHale coach Chris Ford affianca i giovani leoni Lewis, Brown e Gamble che rappresentano il futuro della franchigia. Gli avversari sono i rampanti Cleveland Cavaliers, squadra completa che agli atletici lunghi della frontline affianca una batteria di tiratori temibilissimi.
I Cavs sono sulla strada che li porterà per la prima volta nella storia della franchigia alla Finale di Conference, dove si infrangeranno contro il muro Michael Jordan. In casa biancoverde, la schiena di cristallo ha costretto Bird a saltare 37 partite di regular season ed anche nei playoffs il campione è stato spesso tenuto a riposo: nessuna gara giocata nella serie contro Indiana, solo due delle prime cinque in quella contro Cleveland.
I maligni - tra tifosi e giornalisti - hanno già cominciato a recitare il "de profundis" per il capitano dicendo che Boston ora come ora gioca meglio quando Larry è steso a pancia in giù sul parquet incrociato a guardare gli altri. Un fondo di verità c'è, in effetti: la squadra si è abituata a giocare senza il suo asso, e quando il numero 33 scende in campo a volte i compagni perdono gli automatismi che li hanno spinti ad una stagione positiva anche quando il baffo di French Lick era fermo ai box. E poi lui l'istinto del leader ce l'ha nel sangue e quando è tra i canestri a volte tende a strafare, a tentare di giocare come quando dominava l'NBA. Ma da qui a trasformare il suo soprannome da "Larry Legend" in "Larry Liability" ("Larry l'Inaffidabile") ce ne passa, eccome.
La serie è sul 3 a 2 per Cleveland, e c'è la concreta possibilità che i tifosi di Boston siano accorsi ad incitare il loro campione per l'ultima volta. E quando lo speaker del Garden annuncia i quintetti di partenza, il pubblico viene percorso da un'onda di emozione. Perchè questa volta Larry non è in campo ad aspettare i cinque compagni del quintetto base con l'immancabile "high-five", ma è tra gli "starter". E così, i protagonisti vengono presentati: John Bagley, Reggie Lewis, Robert Parish e Kevin Gamble. E la "standing ovation" diventa un rombo assordante quando dagli altoparlanti fluiscono le parole "At the other forward, from Indiana State, six-foot-nine number 33, Larry Bird". La vetusta arena si accende come mille altre volte in passato quando il rombo si alzava dopo una delle giocate leggendarie del capitano. "LAR-RY, LAR-RY", anche se questa volta tutti sanno che il "contadino di French Lick" fa persino fatica a "sentire" le gambe, a causa di quei nervi compressi nel canale vertebrale.
L'abbraccio del suo pubblico sembra però riportare indietro nel tempo il trentacinquenne asso, e due dei primi tre canestri dei Celtics sono frutto di un suo passaggio illuminante. I Cavs hanno una squadra giovane ed atletica e cercano di aggredire i lunghi di casa con una "frontline" composta da Daugherty, Nance ed "Hot Rod" Williams (che esce dalla panchina per l'ex Bruin Sanders). Nel "backcourt", poi evoluiscono i mortiferi tiratori Mark Price e Craig Ehlo, ed è proprio su un tiro di quest'ultimo che gli ospiti pareggiano a quota 10. Da qui, però, Boston sembra riuscire ad "ingabbiare" Daugherty per poi ripartire in rapidi contropiede: Bird serve Parish per il 16 ad 11 e Lewis poco dopo si invola portando il vantaggio a 7 lunghezze quando il cronometro segna 6' e 30" da giocare nel primo parziale.
Daugherty risponde con un canestro dei suoi ma i biancoverdi ribattono con un'altra scarica di canestri: Gamble da fuori, poi Parish sul sesto assist del numero 33, poi ancora "The Legend" dalla distanza, Bagley dal "gomito" dopo una circolazione di palla da manuale del basket. Il parziale ora è di 16 a 3 e il Trifoglio sta tirando con l'80%. Larry Bird ha incanalato la partita sul binario che più piace ai Celtics aprendo la difesa coi suoi passaggi e poi trovando i compagni liberi sul perimetro: il il famoso "dentro/fuori". Price infila una tripla e poi due liberi ma il capitano e Reggie Lewis permettono ai padroni di casa di chiudere il primo parziale sul 34 a 22.
Cleveland però non è più la squadra balbettante del passato, ed ancora Ehlo la riporta a -5 in apertura di secondo quarto. I Cavalieri hanno fatto i conti senza McHale, pure lui reduce da una stagione difficile nella quale è stato costretto a saltare 26 partite per infortunio. Il suo famoso "up and under" funziona ancora ma da un paio d'anni il numero 32 è tornato a coprire il ruolo di "panchinaro di lusso", ed a differenza dell'inizio della sua carriera questa non è più una dimostrazione della forza dei Celtics, ma un'ammissione della loro debolezza. Oggi però "Sir Kevin" prende possesso del secondo quarto dominandolo a piacimento. A 5' e 13" dall'intervallo lungo i "Big Three" si trovano insieme in campo per la prima volta, ed il vantaggio ritorna a 12 lunghezze su un contropiede di Dee Brown chiuso da Bird. Ehlo continua a bombardare, ma McHale è chirurgico, con 16 punti in 12'. Dopo uno scambio verbale con Williams, il 33 "imbecca" Gamble col decimo assist... mai far arrabbiare una Leggenda. Si va al riposo con i biancoverdi avanti sul 62 a 53 e la sensazione comune è che i giovani ed atletici Cavs faranno il possibile per chiudere la serie nel Massachusetts.
In apertura di ripresa due assist di Larry (per Lewis e Gamble) portano il vantaggio a 13 punti mentre la difesa stringe le maglie e spinge i Celtics ad un probante 16 a 2 nel computo dei punti ottenuti da palla persa avversaria. Bird colpisce dalla distanza per il 68 a 55, ed è a questo punto che ritorna in mente il vecchio detto NBA secondo il quale "sooner or later everybody makes a run", "prima o poi tutti mettono in piedi un parziale significativo". Quello della squadra allenata da Lenny Wilkens è firmato da Mark Price che con sette punti in fila ricuce lo strappo fino al 62 a 68. Prima Bird ha portato l'incontro sul binario giusto a suon di assist, poi McHale ha tenuto i Cavs a distanza nel secondo quarto: ora è il turno del "Capo".
Robert Parish segna quattro punti per ricacciare gli avversari ad un più comodo distacco in doppia cifra. Adesso però è ora che i giovani raccolgano il testimone: Lewis e Gamble non deludono, prendendo in mano l'attacco e scavando il solco decisivo. Il parziale di 21 a 11 porta la firma di Lewis (8 punti, 10 nel quarto), ma anche Gamble e McHale (4 punti a testa) mettono mattoni importanti per arrivare all'ultimo giro di danze sul +16, 89 a 73. All'inizio del quarto periodo i Celtics non ripetono l'errore di sottovalutare la squadra di Wilkens: un "runner" del numero 33 ed un contropiede di Reggie Lewis gonfiano il distacco fino a 20 punti, ed i Cavs alzano bandiera bianca.
Bird esce dal campo quando il cronometro segna 5' e 31" da giocare, mentre dalle volte del Garden scrosciano gli applausi. "Tempo di rifiuti" e Chris Ford vuota la panchina: trovano gloria anche la matricola Rick Fox (su uno splendido alley-oop alzato da Dee Brown), e persino Stojko Vrankovic che schiaccia in contropiede. Finisce in trionfo, 122 a 91, è l'ultima vittoria dei "Big Three" e Reggie Lewis è il miglior realizzatore con 26 punti, seguito da McHale con 22.
Ma, come spesso era accaduto in passato, il pallone della gara va a quel signore che viene dall'Indiana. Bob Ryan, formidabile penna del Boston Globe, aveva già messo a tacere i teorici del "Larry Liability", scrivendo: "In città negli ultimi cent'anni può essere stata formulata una teoria sportiva più ridicola, grottesca, assurda, inutile, sciocca, stupida, disinformata, illogica, inverosimile, ottusa e lobotomica di questa, solo che non me ne viene in mente una". Proprio così, undici aggettivi per dare corpo al suo sdegno verso chi metteva in discussione il campionissimo!
Ed ora, dopo una prestazione simile, anche la signora Dinah Bird sfoga la sua rabbia: "Dove sono i suoi critici adesso"? L'unico a non rilasciare dichiarazioni dopo la partita è proprio Larry, che lascia parlare il campo: 16 punti, 14 assist e 6 rimbalzi, e soprattutto la spinta emozionale che ha messo la sua squadra in partita.
E' il canto del cigno del vecchio campione, poi arriveranno la sconfitta in gara 7, le Olimpiadi di Barcellona ed il ritiro. A noi, però, la Leggenda piace ricordarla quando a 35 anni e con la schiena a pezzi riusciva ancora a cambiare una partita di playoffs.



Commenti
Bravo Fabio che ha ricreato con le sue parole l'atmosfera che abbiamo respirato in quei giorni.
E quei Celtics per quanto fossero clamorosamente alla fine della pista, offrirono una chiara dimostrazione di cosa rappresentasse il "Pride" .... che non si molla ma di fronte a nessuno !
Questa è una dele tante storie, che ci fanno capire perchè i Celtics, sono qualcosa di diverso rispetto agli altri.Dove gli altri hanno una storia, i Celtics hanno una religione.Mai frase più più illuminante.
Cal
Il talento di Larry è indubbio, ma non avrebbe vinto molto e la sua carriera non avrebbe avuto le connotazioni della leggenda se non si fosse sacrificato quotidianamente per una quindicina di anni; questa è una di quelle partite simbolo in cui Larry ha mandato il messaggio che per fare grandi i celtics è sempre stato pronto a qualsiasi sacrificio privato e pubblico.
E se per fare ciò anche un grande come Larry Bird ha dovuto soffrire, figuriamoci gli altri giocatori meno dotati che imparavano da lui (o dal Capo o da Kevin) vivendoci quotidianamente a contatto.
Oggi questo ruolo ce l'ha KG (con PP e Ray); ecco penso che la storia ci insegni che i Celtics, senza uno zoccolo duro di grandi giocatori dediti al sacrificio non sono nessuno, e noi non ci identificheremmo in loro se non riscontrassimo queste caratteristiche.
A Danny il compito di trovare questi veri UOMINI, uomini prima ancora che giocatori, per poter sempre essere orgogliosi di essere celtics.
C'era la sensazione che non sarebbe stato un passaggio facile...certo nessuno si poteva soltanto immaginare il calvario che il post-Bird avrebbe portato a noi tifosi.
Credo che nemmen il peggiore dei disfattisi, avrebbe potuto immaginare ciò che è accaduto negi anni seguenti..Bias, Lewis..Pitino...Sob!!
Cal
Un grande, uno che ha segnato una generazione, la mia, facendo nascere l'amore per i Celtics. Un'amore vero, immortale, non la semplice infatuazione passaggera, tant'e' che oggi a distanza di 20 anni son qui con amici a condividere come allora gioie e dolori di questa squadra.
Conosco molti che in questi anni hanno cambiato parecchie bandiere, ma noi siamo restati fedeli a quell'idea di squadra e di valori. Forse e' anche per questo che ci arrabbiamo quando i nostri ci deludono, in un certo senso ci sentiamo in credito per tanta dedizione e passione; sicuro poi che quando la passione cede il passo alla ragione siamo di nuovi li con il cuore in mano tinto di verde.
grazie fabio per insegnare la storia a chi come me non era ancora nato.
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