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allora siamo daccordo... basta poco che ce vo'... :-) Credo che non ... -
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Beh, Fabio, qui mi trovi in disaccordo , ed è una delle poche ... -
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Rose, Noah, Bosh, mezzo Wade... Questa si che è programmazione! Adesso ... -
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In effetti il concetto manicheo ricostruzione/corsa ai playoffs è ... -
Oklahoma City in finale di conference contro San Antonio
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Paragonarmi il bistecca a Casey...Leo, per questa volta sei perdonato ... -
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:-* Dispiace davvero per LAL, mannaggia.... -
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È vero che va sulla palla, ma con il braccio sinistro spinge via ...
La Storia dei Celtics
L’esito poco felice dei playoffs 1991 aveva chiarito una volta ancora quanto fosse importante la salute dei Big Three e della schiena di Bird in particolare e il capitano si sottopose a fine stagione a un delicato intervento con lo scopo di liberare le terminazioni nervose della spina dorsale. L'operazione chirurgica riuscì con la successiva prescrizione di non correre per qualche tempo e così l’estate lavorativa del numero 33 fu leggermente più breve del solito, mentre al draft i Celtics scelsero l’ala da North Carolina Rick Fox , un 6’7’’ che avrebbe potuto dare profondità e versatilità al reparto degli esterni.
Se le condizioni del capitano al training camp si rivelarono molto buone, non altrettanto erano quelle di McHale, operato anche lui alla caviglia a luglio: la stagione del buon Kevin registrò il minimo in carriera di 56 partite e una ben maggiore frequenza di trattamenti da parte del trainer Lacerte. Il piano di coach Ford non era diverso dall’anno precedente, Bird e Parish sotto canestro con McHale e Pinckney di rinforzo dal pino, mentre tra gli esterni Lewis era il predestinato dal punto di vista offensivo e a lui si aggiungevano più in quantità che in qualità Gamble, Shaw, Brown, Fox e John Bagley, un veterano trentunenne che dopo un anno di stop tornava nella "Beantown" per un ruolo molto meno marginale.
Boston partiva, come sempre, per provare l’ennesima corsa all’anello e la presenza dei suoi veterani non permetteva di pensare ad altro, ma la concorrenza dei campioni in carica di Chicago era davvero terribile; anche Cleveland con Daugherty e Price e i giovani Knicks di coach Pat Riley avrebbero provato a dire la loro, mentre a ovest Utah Jazz e Portland Trail Blazers avevano i favori del pronostico.
L’esordio casalingo del primo novembre contro gli Charlotte Hornets si aprì con un primo tempo da 67 a 51 e un finale con il freno tirato da 111 a 108 che faceva ben sperare: Bird, Parish e Lewis ebbero Bagley (10 assist all’esordio da titolare) e Fox come compagni, con McHale, Pinckney e Gamble furono i sostituti più utilizzati, ma poi arrivarono quattro sconfitte nelle successive cinque partite, tra le quali furono particolarmente pesanti quella contro i Bulls (132 a 113 con un Jordan da 44 punti e un meno 16 a rimbalzo) e contro i Blazers (116 a 90 e ancora un meno 13 a rimbalzo).
Seguirono poi 14 vittorie nelle successive 16, tra le quali un 114 a 91 contro i Lakers che viaggiavano con un 10W e 3L, anche senza McHale. Purtroppo il 14 dicembre Shaw in allenamento sbattè sulla schiena di Bird e ricominciarono i problemi. Il giorno di Natale era in programma la visita a Chicago, titolare di un record di 20-4 piuttosto significativo: il secondo duello tra le due squadre, dopo un primo quarto da 23 a 22, ebbe ancora una volta poca storia, perché il parziale sommato del secondo e terzo quarto fu un decisivo 69 a 50 e il finale di 121 a 99 lasciava poche speranze; se il duello a rimbalzo alla fine fu piuttosto in equilibrio, la difesa dei Bulls tenne i Celtics al 43% e 17 perse, con un Bird da 8 punti e 4/10 al tiro.
Le successive venti gare fino alla pausa dell’All Star Game videro 11 vittorie e 9 sconfitte, ma preoccupavano le difficoltà di vincere contro le migliori: il 3 gennaio Cleveland approfittò dell’assenza di Bird per vincere a Boston 111 a 100 tirando il 55%, il doppio scontro contro New York dell’8 e 11 gennaio si concluse in parità (vittoria a Boston dei Celtics privi di Bird e McHale grazie a un monumentale Lewis da 33 punti e poi sconfitta al Madison concedendo 17 offensivi), d’altra parte il 30 dicembre Larry si era fermato per i soliti problemi alla schiena e la squadra senza di lui faticava davvero, inoltre il 10 gennaio Brian Shaw venne mandato a Miami in cambio di Sherman Douglas, mossa di mercato che avrebbe davvero cambiato poco nella stagione.
Il classico appuntamento dell’All Star Game di Orlando, con l’MVP affettivo a Magic Johnson, vide la presenza del solo Lewis (sebbene Bird avesse guadagnato la convocazione non fu della partita per infortunio), autore di 7 punti in 15 minuti, in una squadra dell’est che aveva due giocatori dei Bulls, tre dei Pistons e due dei Cavs...un segnale da non sottovalutare?
Dopo la sosta ecco l’altrettanto classico giro a ovest, iniziando con il terribile trio di texane e tre sconfitte in quattro giorni: ancora privi del capitano e con un McHale del tutto fuori forma, il Trifoglio ebbe grossi problemi offensivi tirando con percentuali molto basse, oltretutto contro squadre, Spurs a parte, piuttosto mediocri, con i Mavericks che erano titolari di un orribile record di 13/34.
Il 16 febbraio Boston si presente al Forum di Inglewood per l’unica visita annuale e McHale si ricordò forse delle tante ottime partite giocate per produrre una prestazione da 19 punti e 8 rimbalzi in 29 minuti, guidando i suoi a una vittoria per 114 a 107 propiziata dal 58% al tiro. Purtroppo rimase l’unica buona notizia di quella "western swing", perché i Jazz e poi i Warriors tennero i biancoverdi sotto il 50% al tiro, condannandoli ad altre due "L" pur di misura.
Quando Bird fu in grado di tornare, nella vittoria del primo marzo contro Dallas, il record era di 31 vinte - 26 perse, ma la quasi tripla doppia (26/13/9 con 9 su 16 al tiro) fece subito ben sperare per un recupero nell’ultimo mese e mezzo di regular season. Da quella partita, infatti, arrivarono ben 20 vittorie a fronte di sole 5 sconfitte (nonostante la terza resa consecutiva contro Chicago per 119 a 85), 15 delle ultime 16, comprese le affermazioni consecutive contro Bulls, finalmente, Cavs e Knicks ottenute oltretutto in assenza del capitano. Il bilancio finale di 51 vinte e 31 perse era speculare a quello di New York, ma con il vantaggio negli scontri diretti Boston vinse la Atlantic Divison e il conseguente secondo posto nel “tabellone” dei Playoffs ad est, nel quale primissimi furono i "Tori" di Michael Jordan dall’alto di un record con 67 vittorie e sole 15 sconfitte.
Avversari nel primo turno della postseason sarebbero stati i Pacers, titolari del settimo posto, per dar vita alla rivincita della serie giocata l'anno precedente, ma Indiana aveva vinto solo 40 partite con un gruppo giovane che era in sostanza rimasto invariato, il cui limite maggiore era rappresentato dalla fase difensiva, perché erano i terzi peggiori nella lega per punti concessi a fronte del secondo migliore attacco. Nel corso della stagione i quattro scontri diretti avevano visto un’alternanza di risultati e quando il 23 aprile iniziò gara 1 gli animi erano fiduciosi, anche se Larry Bird non sarebbe stato della partita: l'assenza non fu determinante, perché 36 punti di Reggie Lewis, 21 di McHale, 20 di Gamble e 19 di Parish con 14 rimbalzi portarono alla vittoria i biancoverdi per 124 a 113 con un 54% al tiro e un +24 a rimbalzo che testimoniarono con evidenza la situazione in campo.
In una serie ancora al meglio delle cinque, gara 2 era decisiva e i Pacers si impegnarono al massimo, guidati da un Person da 32 punti, ma, come a volte accade in queste occasioni, ci fu un eroe inatteso che elevò il suo gioco nell’occasione importante: John Bagley nei 43 minuti in cui rimase in campo rispose con 35 (12 su 12 ai liberi) e servì 15 assist, ispirando i compagni che distrussero gli avversari a rimbalzo 55 a 36, grazie alle doppie doppie di Parish (23 e 14) e McHale (15 e 11) per il 119 a 112 finale dopo un tempo supplementare. Gara 3, dopo i soliti due giorni, fu molto diversa: Bagley si fermò a 14 punti e 11 assist ma sbagliò 8 liberi su 12 e i Celtics complessivamente tirarono un 25 su 43 dalla “linea della carità” che poteva costare la partita, anche perché Indiana lavorò molto meglio sotto le plance pur tirando solo il 41,6% di squadra: questa volta fu Reggie Lewis (32) a guidare la squadra al 102 a 98 finale che regalò il 3 a 0 ai Celtics e il passaggio al secondo "round".
Il risultato netto del primo turno e del finale di stagione portò parte della stampa a valutazioni sul gioco della squadra in assenza di Bird, insinuando che forse giocava meglio senza di lui: Chris Ford al riguardo fu molto deciso “Vi sembro un idiota a preferirlo assente?”, ma un capitano a mezzo servizio era comunque condizionante e la squadra, in qualche modo, si era adattata alla sua assenza. Boston trovò i Cleveland Cavs come avversari in semifinale di conference, squadra guidata dal centro Brad Daugherty (21,5 punti e 10,4 rimbalzi in regular season con il 57% al tiro), ma molto profonda nel roster con ben altri sette giocatori a oltre sette punti di media, tra i quali il playmaker Mark Price e l’ala Larry Nance. Erano avversari temibili per la loro giovane età, per l’esperienza del coach Larry Wilkens e per il clamoroso progresso rispetto alla stagione precedente: da 33 vittorie erano passati a ben 57!
E così il 2 maggio la serie iniziò al Richfield Coliseum con Bird ancora assente e i Celtics praticamente non pervenuti: solo 76 punti segnati, 5 liberi tentati, il 43,4% al tiro, subendo a rimbalzo la coppia Daugherty/Nance che sommava ben 50 punti e 26 rimbalzi, un vero schiaffone il 101 a 76 finale che Boston fu chiamata a riscattare dopo due giorni. In gara 2, però, l’attacco del Trifoglio tornò a essere quello dei bei tempi, con un 59% che lasciava poco spazio a critiche: Parish con 27 e Lewis con 26 strapparono "il servizio" agli avversari e la serie si trasferì nella "Beantown" con l’impressione che non tutto fosse ancora deciso.
La terza partita si annunciava fondamentale, con l’assenza di Larry e i Cavs decisi a riprendersi il vantaggio del campo: le attesa non furono tradite e Cleveland mise in piedi una prestazione balistica sontuosa (57% dal campo), Price finì con 27 punti e 10 assist e la coppia di lunghi in doppia doppia a tirare 19 su 33 "in combinata"; d'altra parte i Celtics dominarono sotto i tabelloni con ben 21 rimbalzi d’attacco (Parish 9 e Pinckney 7), un Dee Brown importante dalla panchina con 10 punti e 6 assist in sostituzione di Bagley, in difficoltà contro Price (1 su 13 al tiro per John), ma fu soprattutto Lewis a brillare (36 punti di cui 26 nel secondo tempo); il finale fu 110 a 107 per Boston e il 2 a 1 nella serie apriva prospettive decisamente rosee.
Il 10 maggio l’ambiente era bollente al vecchio Garden: il capitano Larry Bird sarebbe stato della partita, pur partendo dalla panchina. Ma in 17 minuti riuscì a produrre solo 4 punti con 2 rimbalzi e un 1 su 5 al tiro che diede nuova linfa alle critiche di chi preferiva la squadra senza di lui. In effetti solo un clamoroso Lewis da 42 punti e 5 recuperi e un ammirevole Parish da 16 punti e 18 rimbalzi tennero in partita i Celtics fino al supplementare, ma il trio Nance/Price/Daugherty impazzò in attacco tirando con un complessivo 33 su 49 che affossò Boston fino al 114 a 112 finale che riportava la sfida sul due pari. La serie tornò quindi a Cleveland con l’amara impressione che fosse stata gettata alle ortiche una grossa opportunità: il "pivotal game" si rivelò, purtroppo, una passeggiata per i Cavs, 114 a 98 senza troppa storia perché la difesa biancoverde non fu in grado di contenere lo scatenato attacco degli avversari di nuovo al 55%, mentre Bird nei suoi 20 minuti non riuscì a incidere sulla partita e persino Craig Ehlo trovava l'exploit della stagione con 20 punti, 13 assist e 8 su 9 al tiro.
Gara 6 fu la classica “win or go home” e il Trifoglio, tra le mura di casa, una volta di più non tradì i suoi fan con un’altra di quelle partite che ribadisce il vecchio adagio “non sottovalutate il cuore dei campioni”. 122 a 91 il finale, con i Cavs tenuti al 39%, Daugherty a 12 punti e 3/8, Nance a 6 punti e 2/9, mentre Bird, di nuovo in quintetto contava alla fine 16 punti e 14 assist e i Celtics in totale nservivano 41 "passaggi vincenti" su 52 canestri in una serata davvero di grazia. E così si arrivò sul 3-3 alla "bella" del Richfield Coliseum che per quella squadra di vecchi campioni in biancoverde poteva essere un’altra tra le tante gare decisive già giocate insieme negli anni, ma che avrebbe anche potuto significare qualcosa di diverso, come indicava un cartello lungo la strada percorsa dal pullman dei Celtics: “l’ultima gara di Larry”.
Lo sarebbe stato? "The Legend" rimase in campo 33 minuti, segnando 12 punti e giocando ai limiti delle proprie possibilità, come molti altri tra i suoi compagni, ma la verità era che Boston era ormai senza energie e Cleveland ne approfittò con facilità, risultando superiore a rimbalzo (45 a 31), nella percentuale al tiro (59% contro 50%), servendo 42 assist su 49 canestri, con tutto il quintetto e il sesto uomo di lusso Hot Rod Williams in doppia cifra... il 122 a 104 finale fu solo la logica conseguenza di quanto visto in campo. Bird non annunciò alcuna conferenza stampa per comunicare il proprio ritiro, né da parte dei Celtics ci fu alcun "dispaccio" ufficiale, in fondo si avvicinavano le Olimpiadi di Barcellona e il numero 33 era nel roster del Dream Team.



Commenti
Larry era già chiaramente in riserva, peccato perchè sarebbe bastato poco per vincere quella serie. Era un est qualitativamente altissimo. E nei Celtics Reggie Lewis si stava ponendo come l'uomo giusto per tenerli in alto a lungo.
Da li' il buio..per tanto tempo
Vabbeh, ricordi non felici ma pur sempre ricordi.
Barcellona è stata una parentesi molto spettacolare ma Bird aveva già chiuso con l'NBA
Tristezza della fine di un grande super immenso campione, l'ultimo bianco dominante l'intera NBA e poi penso a Reggie mi viene ancora più tristezza...
Ricordo ancora il giorno dell'annuncio del ritiro di Larry: anche il TG1 ne diede notizia; credo sia stata la prima volta in cui si è parlato di basket NBA nel principale TG italiano (a parte la sieropositività di Magic, fatto che però esula dal basket giocato).
Uè, Pulcini, ora ci stai viziando eh?
Tanta tristezza per l'addio di Larry, ma anche orgoglioso per quello che aveva fatto nella sua splendida carriera e per le vittorie ottenute con la maglia per cui tifo.
Un giocatore dal fisico normale, ma dalla tecnica, dall'intelligenza e soprattutto dal cuore unico.
sono odino (scrissi in occasione del post G7 delle scorse Finals) tifoso dell'altra squadra...
Leggo sempre con piacere i vostri articoli e post, spesso non scrivo perché oltre al poco tempo le mie idee un po' diverse su alcune tematiche richiederebbero magari più tempo di quello che spesso ho a disposizione.
Ma in questo caso non posso che fare i complimenti ai curatori della Storia dei C's, da amante di questo gioco non posso che rispettare un grande campione come Bird. Se Magic è Magic è anche grazie a Bird (e viceversa, ovviamente).
Sulle foto di Fabio ormai "che 'tte lo dico a'ffà..."
Certo, queste annate sono difficili da raccontare perchè avremmo tutti preferito epiloghi diversi e questa, in particolare, mi pare esemplare in merito.
Bird_leaves_court_for_las t_time
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