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La Storia dei Celtics
Finalmente il campionato più disgraziato dell' ultimo decennio era stato messo in archivio e i Celtics potevano guardare al fututo se non con entusiasmo, perlomeno con un cauto ottimismo. Dopo aver saltato a piè pari tutta la stagione 1988/89 Larry Bird, infatti, scaldava il motore per un rientro in grande stile. Un propulsore che a onor del vero aveva macinato ormai tanti, forse troppi chilometri ed era ulteriormente affaticato dai postumi del doppio intervento ai talloni che lo aveva costretto allo stop mentre Brian Shaw e Reggie Lewis cercavano di infondere sangue nuovo al pride biancoverde...tutto vero e assai poco tranquillizzante, ma quello era pur sempre un motore da Formula Uno.
Ancora una volta la "Grande Famiglia" della NBA era in procinto di allargarsi, per portare il totale delle franchigie a 27. Le nuove "sorelle" si chiamavano Orlando Magic e Minnesota Timberwolves, che nell' Expansion Draft furono chiamate a prelevare, come da copione, un giocatore da ognuna delle altre formazioni (Miami e Charlotte, avendo un solo anno di vita, ne furono dispensate). Orlando si aggiudicò il diritto di effettuare la prima scelta e furono proprio loro, all' ottavo giro, a "scippare" i Celtics di Mark Acres.
Acres in qualche modo aveva rappresentato nel recente passato una speranza per i tifosi del trifoglio: speranza di aver trovato un uomo capace di dare minuti di sospirato riposo a Parish e McHale, speranza di poter aiutare una panchina non eccezionale a fare il salto di qualità. Purtroppo, in un periodo in cui tutte le preghiere furono in qualche modo disilluse, il buon Mark non fece eccezione e non riuscì a garantire quell' apporto auspicato. Ciononostante sono ancora in molti a considerare il prodotto di Oral Roberts un oggetto di culto al pari di Greg Kite o Mel Counts, nonostante i soli due anni passati a Boston, con 142 presenze e 3 punti di media.
Nè la malinconia può abbandonare il tifoso al ricordo del "vero" draft, che si tenne un paio di settimane dopo, il 27 giugno del 1989. Quello era sempre stato il regno di "Red" e i suoi fallimenti si potevano contare sulle dita di una mano. E se era riuscito a procurarsi manciate di oro puro anche negli anni della Dinastia con la "D" maiuscola quando era costretto a scegliere sempre in coda a tutti gli altri, cosa avrebbe potuto combinare dopo una stagione da 42 vittorie e una conseguente e non disprezzabile pick numero 13? La risposta, da pronunciare a capo chino, è "Michael Smith da Brigham Young", quello che "speriamo possa diventare il nuovo Bird" (parole di Auerbach) e che si sarebbe invece rivelato come un clamoroso flop, fugace meteora dal breve e poco luminoso cammino.
A parziale scusante del "Grande Vecchio" va ricordato che quello del 1989 fu uno dei draft più poveri della storia e che anche tra le prime scelte furo molti i giocatori che non riuscirono a lasciare un segno profondo nella lega. Basti pensare che alla numero 1 i Kings si appropriarono di Pervis "Never Nervous" Ellison e che con la 2 Cleveland si assicurò i servigi di Danny Ferry. Però quel Tim Hardaway alla 14, quello Shawn Kemp alla 17, quel Vlade Divac alla 26...La disfatta fu solo parzialmente lenita dal sussulto di orgoglio che vestì Dino Radja della casacca bianca e verde grazie ad fortunata intuizione al secondo giro (anche se lo slavo sarebbe stato arruolato solo dalla stagione 1993/94).
Come se non bastasse, anche Brian Shaw ci mise del suo per mettere i bastoni tra le ruote alla dirigenza bostoniana: in quel periodo le sirene europee (ed italiane in particolare) facevano sentire la loro voce e la giovane guardia non ne fu immune. Il Messaggero Roma di Valerio Bianchini gli offrì un ricco biennale che il giovanotto inchiostrò di buon grado lasciando i Celtics (che, giovi ricordarlo, l'anno precedente avevano scambiato anche Ainge) in braghe di tela. Si rese così necessario il ricorso al "mercato di riparazione" per rimpinguare un backcourt che si era fatto decisamente misero. Due furono i giocatori scelti per trasfondere sangue nuovo al roster: il primo fu l' "undrafted" Chares Smith che, ahimè, avrebbe avuto più titoli in cronaca nera che riconoscimenti cestistici. Il secondo arrivò via trade dai New Jersey Nets in cambio di due seconde scelte con le sembianze di John Bagley, ventottenne playmaker al settimo anno da professionista, proveniente da una stagione affatto disprezzabile da 12 punti e 5.8 assists in 33 minuti di utilizzo medio.
Il compito di Jimmy Rodgers era di quelli da far tremare le vene e i polsi anche ai coach più "scafati": con le stelle ormai in netto calo fisico avrebbe dovuto giostrare i minutaggi in modo da non affaticarle troppo, il tutto senza Ainge e Shaw e con Bird reduce da un anno di inattività...e provate voi a convincere il 33 che forse avrebbe dovuto "impegnarsi un po' meno", "riposarsi un po' di più", "tenere il campo per meno minuti". Non è neppure facile a dirsi, figuriamoci a mettere in pratica il tutto. Infatti bastò una partita, quella d'esordio, a far scricchiolare le fondamenta del fragile castello che l'allenatore stava provando a costruire: dopo aver segnato 32 punti in 33 minuti contribuendo alla passeggiata sui Bucks (127-114), Larry dichiarò alla stampa che non era affatto felice del fatto di essere "sottoutilizzato". Pochi giorni dopo una mai precisamente identificata "voce" proveniente dall'ambiente biancoverde espresse parole di condanna per il capitano affermando che con il suo comportamento faceva solo del male alla squadra, che non era più in grado di calcare il parquet con la continuutà e l'intensità degli anni belli. Bird puntò il dito su Paxson, anche se in molti ritennero che la "gola profonda" fosse in realtà il "senatore" McHale. Insomma, come preventivabile la situazione di Rodgers diventava ad ogni momento più delicata, anche perchè "Legend" con prestazioni da par suo contribuiva non poco a metterlo in difficoltà per quanto riguarda la diminuzione del minutaggio: prima 27 punti e il canestro decisivo nella seconda gara di campionato, poi 50 punti agli Hawks nella quinta, poi ancora i due punti della vittoria contro i Sixers...poteva l'autorevolezza di un coach al secondo anno reggere di fronte a tali e tanti piccoli e grandi problemi di gestione?
Certamente Rodgers non diede mai l'impressione di avere le idee chiarissime, sottoponendo il quintetto a continui stravolgimenti alla ricerca della quadratura del cerchio. Era accaduto lo stesso anche l'anno precedente, ma il repentino e definitivo forfait di Bird aveva reso perlomeno comprensibile l'esasperato turnover. Ora sembrava che la "navigazione a vista" fosse solo un' ulteriore elemento di disturbo per un ambiente che decisamente non ne aveva bisogno: basti sapere che il solo numero 33 fu presente al tipoff di tutte le 75 partite cui prese parte, con Parish al quasi "percorso netto" (78 presenze da titolare su 79). Per le prime tre gare Pinckney, Paxson e Bagley fecero compagnia ai due, poi, dopo la sconfitta del 7 Novembre a Milwaukee dove Lewis e Johnson realizzarono rispettivamente 14 e 10 punti entrando dalla panchina, gli stessi vennero "promossi" a spese di Pinckney e Bagley. Il giorno dopo, altra "L" a Washington e altro dietro-front: Johnson rimase in quintetto, Lewis no, nuovamente rimpiazzato da Pinckney. La settimana successiva, KO a Cleveland, fuori Johnson dentro Bagley...e così via. In generale è abbastanza indicativo come, dopo una prestazione negativa o comunque a brevissimi intervalli immancabilmente la formazione iniziale venisse ritoccata. In più, come accennato in precedenza, mano a mano che le settimane passavano era sempre più chiaro come il "problema Bird" fosse il più difficile da gestire: Larry non era più in grado di fare per 40 minuti quelle cose che lo avevano reso uno dei grandi del Gioco. Certo, aveva sprazzi di eccellenza, ma l'esplosività se n'era almeno in parte andata attraverso le ferite delle caviglie martoriate. Nulla da dire se si fosse reso conto della situazione, ma ciò non accadde, il tutto a discapito degli interessi della squadra tra forzature e atteggiamenti che finivano per irritare i compagni, soprattutto McHale che in seguito ebbe a rimarcare le mancanze del compagno in quell'occasione. Insomma, la "gola profonda" aveva visto giusto...
Ad ogni modo, pur con tutti i problemi contro cui occorreva scontrarsi i Celtics si resero protagonisti di una regular season di buon livello, togliendosi anche qualche bella sodisfazione, come la vittoria di misura a Novembre contro i Sixers di Barkley allorquando piazzarono sei uomini in doppia cifra, oppure il 104-97 del 10 Gennaio 1990 ai Pistons nonostante l'assenza di Larry, con Lewis e McHale a timbrare 32 e 30 punti e Parish ad abbrancare 8 rimbalzi offensivi, oppure ancora lo scalpo degli Spurs a San Antonio il 14 Febbraio, per chiudere con l'ulteriore ripassata a Bill Laimbeer e Isaiah Thomas del 30 Marzo (123-111 e Bird, McHale, Parish, Lewis a combinare 100 dei 123 punti totali). In particolare sembrava un ottimo segno il parziale di 18-5 nelle 23 partite conclusive della regular season, il che faceva supporre che lo stato di forma fosse quello giusto per affrontare i playoffs da protagonisti. Certamente era da considerarsi positivo il bilancio finale, un 52-30 che collocava Boston al secondo posto nella Atlantic Division ad una sola lunghezza dai Philadelphia Sixers e al quarto complessivo nella Eastern Conference. I riconoscimenti individuali non furono numerosi, limitandosi all' inclusione di Bird e McHale rispettivamente nel secondo quintetto NBA e nel secondo quintetto difensivo. Ad aumentare il rimpianto per lo sciagurato draft del Giugno precedente sia Tim Hardaway che Vlade Divac, che Auerbach aveva "mancato", risultavano compresi tra i cinque migliori rookies di stagione, mentre Charles Smith si attestava mestamente sui 2.9 punti in poco meno di 9 minuti di impiego medio, nè avrebbe saputo far di meglio in avvenire.
E così, tra dubbi e speranze ci si apprestava a giocare il tutto per tutto nella postseason: ad est i Celtics furono preceduti dai Defending Champions, i Pistons (59-23) che nel 1989 avevano spazzato via i Lakers in una delle finali meno combattute della storia. Ormai Daly aveva trovato la quadratura del cerchio e lo starting five ricalcava pedissequamente quello dell' anno passato, almeno fino al 21 Gennaio, quando una sonora sconfitta casalinga contro i gialloviola lo convinse a promuovere titolare Dennis Rodman in luogo di Mark Aguirre. La scelta pagò ottimi dividendi, tanto che dal non eccezionale bilancio di 26 vinte e 14 perse totalizzato sino a quel momento si passò a un assai più corroborante 33-9. Per il resto: miglior difesa per punti subiti, 5 uomini in doppia cifra (e il sesto, Vinnie Johnson, a 9.8)...insomma, i buoni motivi per considerarli ancora i grandi favoriti c'erano tutti. Al secondo posto (53-29) si classificarono i Sixers che alla vigilia del tipoff, con un paio di scambi oculati "aggiustarono" un roster già competitivo: dapprima spedirono a San Antonio Maurice Cheeks, nella fase calante di una lunga e onorata carriera ricevendo in cambio Johnny Dawkins, piccola guardia immediatamente inserita in quintetto e capace di 14.3 punti e 7.4 assist; in seguito cedetteroo una prima e due seconde scelte per portarsi a casa Rick Mahorn dal Minnesota (i TWolves lo avevano "soffiato" pochi mesi prima ai Pistons durante l'expansion draft). La classe di Barkley e la solidità di Mike Gminski (un centrone bianco di 2.11 capace di convertire i liberi con l' 84%) completavano una versione decisamente accattivante dei rivali storici di Boston che si issarono in testa alla Atlantic per la prima volta dopo l'era di Julius Erving. Chiudevano la cerchia delle "magnifiche quattro" i Chicago Bulls di Phil Jackson (55-27 ma classificatisi a norma di regolamento dietro ai Sixers, che avevano vinto la propria division), ormai vicinissimi al tetto del mondo: il solo Bill Cartwright aveva scollinato la trentina e gli altri quattro si chiamavano Michael Jordan, Scottie Pippen, Horace Grant e John Paxson, ovvero lo stesso gruppo che dodici mesi dopo avrebbe passeggiato più o meno su tutta la NBA chiudendo con il titolo in tasca e due sole sconfitte ai playoffs.
La Western Conference era ancora feudo dei Lakers, titolari del miglior record in assoluto con 63 vittorie a fronte di sole 19 sconfitte. Pat Riley, che avrebbe lasciato Los Angeles dopo la finale persa contro i Pistons, poteva contare sulla solita corazzata e su un "Magic" Johnson ancora in formato extralusso, insignito per la terza ed ultima volta del titolo di MVP stagionale. Oltretutto anche l'unica pecca nel roster era stata abilmente colmata in fase di draft: Kareem Abdul-Jabbar, infatti, aveva dato l'addio al basket lasciando il solo Mychal Thompson, peraltro trentacinquenne ed anch'egli prossimo al ritiro, a presidiare il ruolo di centro. Jerry West fu bravo a portare in gialloviola la tarda prima scelta Vlade Divac, immediatamente gratificato di ampi minutaggi e autore di una stagione assai positiva con 8.5 punti e 6.2 rimbalzi di media. Per il resto segnaliamo al secondo posto i sorprendenti San Antonio Spurs, 21 vittorie nel 1989, 56 nel 1990, un miglioramento che sarebbe rimasto nel libro dei record fino al 2008, ovvero quando i "nuovi big three" di Boston avrebbero spostato l'asticella a 42 rispetto allo sciagurato torneo precedente. Per i texani il big era uno solo, ma terribilmente buono: portava il numero 50, era un rookie e di nome faceva David Robinson, il primo tassello dei grandi Spurs che sarebbero apparsi da lì a qualche tempo. A onor del vero aveva pesato anche l'acquisizione di Terry Cummings, due volte All star e "Power Forward" tra i più completi della lega e non deve essere sottovalutato anche il buon apporto dell'altro "novizio", Sean Elliott, ma fu "The Admiral" il vero crack e le sue cifre all'esordio restano impressionanti: 24.3 punti, 12 rimbalzi e quasi 4 stoppate a partita.
Come abbiamo visto i Celtics finirono in crescendo la regular season, addirittura superando per 118-98 i Sixers nell'ultima uscita prima dei playoffs. Date queste premesse l'avversario di turno, i Knicks, non potevano certo rappresentare un ostacolo insormontabile: certo, Patrick Ewing era un fuoriclasse, Charles Oakley forniva la dovuta solidità sotto canestro e la panchina era un punto di forza per i Newyorkesi i quali potevano puntare su una intera batteria di buoni giocatori (Kiki Vandeweghe, Maurice Cheeks, Rod Strickland, Trent Tucker...), tuttavia erano reduci da 6 sconfitte nelle ultime 8 gare e furono battuti quattro volte su cinque in stagione dai biancoverdi, il che induceva i tifosi della Beantown ad un cauto ottimismo. Fu così che il 26 Aprile le due squadre si fronteggiarono a Boston per Gara 1: i padroni di casa ebbero la meglio con un tutto sommato agevole 116-105 e la seconda puntata, due giorni dopo, fu addirittura una marcia trionfale condita da 157 punti realizzati a fronte dei 128 subiti. All' epoca il primo turno di postseason era al meglio delle cinque partite e la trasferta a New York pareva poco più di una formalità; ormai il bilancio stagionale tra le due compagini era lievitato a 6-1 e nulla lasciava presagire la tempesta in arrivo, nemmeno il 102-99 con cui i Knicks si imposero in Gara 3. da lì in poi, semplicemente, si spense la luce per Bird e compagni, prima triturati con un perentorio 135-108, poi addirittura superati nella "bella" del Garden per 121-114 a completare uno dei rovesci più umilianti della recente storia biancoverde.
Dopo quell'infausta e mesta uscita, mentre i Pistons si apprestavano a portare a compimento la seconda scalata al titolo consecutiva, il discusso Jimmy Rodgers, che aveva da tempo perso il polso della squadra venne celermente giubilato senza lasciare troppi rimpianti. Ebbe certamente colpe precise, specie nella gestione del gruppo, e le responsabilità che dovette sobbarcarsi unite alle oggettive sfortune cui i Celtics andarono incontro in quel biennio si dimostrarono insostenibili per le sue fragili spalle. Nei due anni successivi, peraltro, avrebbe fallito come Head Coach anche con i giovani e impreparati Timberwolves prima di tornare al più congeniale ruolo di assistente nella cui veste avrebbe contribuito ad accompagnare i Bulls al secondo "Three-peat" dell'era Jordan.
Il modo in cui arrivò l'eliminazione fu drammatico, certo, ma forse più di tutto fu drammatica per i tifosi la rivelazione che qualcosa si era rotto e non c'era all'orizzonte la possibilità di rinverdire gli antichi fasti. Durante i gloriosi '60, '70 e '80, eccettuati brevi momenti di ricostruzione tra una dinastia e l'altra l'ambiente era sempre stato pervaso dall'ottimismo, dalla sensazione che il vecchio campione avesse ancora qualcosa da dare, che il giovane sarebbe esploso da lì a poco e che il rookie di belle speranze avrebbe iniziato il cammino per sostituirsi un giorno ai primi due. A fine Aprile del 1990 i vecchi campioni sembravano irrimediabilmente vecchi, di buoni rookies non c'era nemmeno l'ombra...l'unica speranza era il povero Reggie Lewis, e il fatto suona tristemente ironico dato il tragico e maligno destino che lo avrebbe portato via di lì a non molti anni, lasciando la squadra in balia dei marosi per molto, troppo tempo. Come se non bastasse, anche l'addio ai microfoni di Johnny Most avvenuto all'inizio di quel campionato aveva il gusto amaro e premonitore di un epoca che finiva.





Commenti
Iniziava da quell'anno in poi l'era Bulls e un deciso cambio di gerarchie.
Ti contesto Angelo l'Acres culto a livello di quello di Kite...qui non sono d'accordo....il vecchio Greg rimane irraggiungibile
La realtà è che cedere McHale ai Knicks (se non mi sbaglio i Knicks bussarono per lui proprio nella stagione raccontata in questo articolo) solo per qualche buon giocatore avrebbe cambiato di poco i nostri destini futuri, la verità è che il decennio nero dei Celtics è figlio delle morti di Bias ma soprattutto di Reggie Lewis, dal 93 in poi Reggie era uno dei primi dieci giocatori della lega su cui ricostruire le basi per un nuovo ciclo. Purtroppo la sua scomparsa fece crollare il tutto, mancava il muro portante su cui costruire e da li in poi i vari GM che si sono alternati fino all'arrivo di Ainge hanno fatto sbagli colossali indipendenti dal "non aver ceduto i Big Three originali", scelte al draft catastrofiche, trade senza senso, errori di valutazione su giocatori su cui puntare. Troppo facile dire che aver tenuto il cimitero di elefanti a Boston a cavallo tra gli anni 80 e 90 sia stata la causa del successivo decennio nero, la verità è che nessuno di noi a quel tempo avrebbe accettato di vedere i nostri altrove (e per un Parish quarantenne che vinse un titolo a Chicago in molti gridarono al tradimento). E anche in quella stagione "calante" io mi ricordo ancora (di alcune ho per i video) alcune gare dove "il pride" esondava dappertutto, anche questa versione è comunque parte della leggenda !
E' così come dici. Troppo facile dire che i Big Three sono invecchiati, se i giovani su cui hai investito se ne vanno - purtroppo nel senso peggiore del termine - è come se ad una quadriglia avessi affiancato una coppia di puledri che, ahimè, si sono azzoppati ed i vecchi cavalli hanno continuato a tirare finchè han potuto.
Ciò non toglie che si sarebbe potuto gestire meglio il periodo ma il management ha dimostrato di non essere all'altezza e quand'è così allora anche la sfiga ti prende di mira, ad esempio non sorteggiandoti per Duncan.
Insomma, nella stagione oggetto di questo altro bel racconto di Angelo i vecchi avrebbero potuto avere l'aiuto richiesto e anche qualcosa in più, ma gli anni successivi la stella di Jordan avrebbe offuscato le nostre speranze.
In buona sostanza credo che la sfortuna ci potrebbe aver privato di un paio di anelli, nel 1988 (vinto dai lakers), 1989 e 1990 (Detroit), non credo di più.
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