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La Storia dei Celtics
L’uscita dai playoffs al primo turno era un recente ricordo poco glorioso per la franchigia più vincente della lega e come capro espiatorio venne scelto l’allenatore Rodgers, forse il più facile da scaricare. Per dirigere le operazioni si passò a Dave Gavitt, uomo di grande esperienza e carisma, che però si trovò subito di fronte alla complessa scelta tra la ricostruzione attraverso la cessione di uno dei Big Three ed il rispetto per la tradizione dei Celtics, che da sempre avevano fatto terminare la carriera dei loro “senatori” tra le mura del Garden: ma senza l’aiuto del senno di poi, chiunque di noi cosa avrebbe fatto?
E quindi Gavitt tenne Bird, Parish e McHale per un ulteriore assalto al titolo con la speranza che la salute fosse con i tre. Ovviamente, alla base di quella scelta c’era anche la volontà dei giocatori di restare a Boston e un ambiente che avrebbe digerito malissimo ogni trade che li coinvolgesse, anche se poi Gavitt fu colpevole per non aver mostrato il coraggio necessario a gestire il cambiamento. Ma non fu l’unica decisione difficile per lui: c’era da scegliere il nuovo allenatore e con Auerbach le idee non erano sempre in sintonia perché il Patriarca, fedele alla linea della continuità, proponeva Chris Ford mentre il "nuovo arrivato" avrebbe preferito puntare sul giovane allenatore di Duke University, Mike Krzyzewski. Fu lo stesso “Coach K” a togliere i Celtics dall’impaccio rifiutando a malincuore, e Ford ebbe il posto ben sapendo di essere stato un ripiego, nonostante le dichiarazioni di facciata della dirigenza.
Nel corso dell’estate Dennis Johnson fu informato che il contratto non sarebbe stato rinnovato e Bird trovò il modo di infortunarsi alla schiena nel corso di un torneo per beneficienza, un problema tanto serio che il responso del terapista di fiducia Dan Dyrek fu di una lesione a un disco vertebrale. Nel frattempo, stante la decisione di proseguire con i tre “vecchietti”, la dirigenza cercò di affiancargli giocatori giovani e atletici e, quindi, al draft venne scelto DeCovan Kadell Brown, una guardia di 1 metro e 85 proveniente da Jacksonville e dotata di grandi mezzi atletici.
Il reparto venne completato da Brian Shaw, rientrato dall’Italia, e venne “promosso” a minutaggi da titolare anche Kevin Gamble, aletta di 196 centimetri che rispose alla grande. Kevin era stato “ripescato” dalla CBA, la lega di “sviluppo” di quei tempi, dopo che i Blazers lo avevano tagliato e per trovare un contratto era stato costretto ad emigrare nelle Filippine. Il progetto di Ford prevedeva una squadra più "rapida" nella quale la velocità era assicurata da un nucleo di esterni giovani che aveva in Reggie Lewis il terminale offensivo principale assieme a Bird. Larry avrebbe giocato nello “spot” di ala grande e McHale riportato al vecchio ruolo di sesto uomo di superlusso. Il capitano però sembrò non vedere con troppo favore il suo nuovo ruolo, e presto avrebbe trovato un modo per far presente la sua scontentezza. La stagione iniziò nel migliore dei modi, con cinque successi nelle prime sette partite ed un Bird decisamente positivo. Il 13 novembre però era arrivata una netta sconfitta a Milwaukee (91 a 113) nel corso della quale il capitano aveva tirato solo 7 volte evitando di prendere conclusioni anche quando l’occasione era propizia. Un messaggio al coach? Forse, se è vero che la sera seguente Larry impallinò i malcapitati Hornets con 45 punti frutto di un roboante 18 su 28 al tiro, quasi a voler dire: “Se vogliamo vincere, la palla deve passare da queste mani”. Ai tifosi però non era sfuggita neanche l’ottima prestazione di Gamble, autore di 26 punti con 10 centri su 14 tentativi, e quella dell’inossidabile McHale a quota 21 (8 su 11) con 10 rimbalzi.
Dopo una vittoria interna con i Jazz che aveva portato il bilancio a 6 vinte e 2 perse arrivò il Giorno del Ringraziamento; in quel freddo martedì nel quartiere di Roxbury apparvero Reggie Lewis e Brian Shaw che cominciarono ad elargire tacchini alle famiglie povere della zona. La cosa singolare è che ai Celtics nessuno era al corrente della cosa, ma Reggie era fatto così, un cuore troppo grande per funzionare a lungo. Il 28 novembre era di scena la partita interna con gli Hawks, ma accadde una cosa singolare: temperature record per quel periodo dell’anno cominciarono a sciogliere il ghiaccio della pista da hockey sottostante e causarono grossi problemi di condensa sul parquet. Alla fine Dick Bavetta (e chi se non l’immarcescibile arbitro?) dopo 13 minuti e mezzo di gioco e sul 37 a 22 per i Celtics dichiarò la contesa ufficialmente interrotta: i Big Three non erano gli unici sul viale del tramonto, anche il vetusto Garden stava mostrando i suoi limiti...
Il 30 novembre Boston ospitava Washington, e nella facile vittoria Bird raggiunse quota 20,000 punti in carriera, diventando automaticamente uno dei cinque giocatori di sempre ad aver accumulato il “ventello” assieme a 5,000 assist: a fargli compagnia c’erano Oscar Robertson, Jerry West, John Havlicek e Kareem Abdul-Jabbar. Il Trifoglio vinse agevolmente 123 a 95, e McHale sentenziò “Siamo in una striscia vincente di otto partite ed un quarto”, riferendosi alla gara da terminare…
La sera dopo però Charles Barkley con 37 punti e 13 rimbalzi contribuì da par suo a interrompere la serie positiva generando qualche dubbio sulla difesa di Ford: come Jordan tre settimane prima al Garden (41 punti), anche in quest'occasione i Celtics si erano dimostrati incapaci di arginare la stella avversaria. “Sir Charles” aveva sempre subito la marcatura di McHale in passato, ma inspiegabilmente quella sera il coach biancoverde continuò a mettergli addosso Gamble che non aveva né la tecnica difensiva né la stazza per limitare l’asso di Philadelphia, ed i Sixers vinsero per 116 a 110. Il 3 dicembre al Garden arrivarono i Seattle Supersonics, ed i motivi per festeggiare erano diversi: in primis il ritorno dell’amato K.C. Jones sulla panchina avversaria, e poi il tributo alla carriera di Johnny Most, ormai troppo malato per continuare a raccontare a modo suo le partite dei Celtics. Sull’Herald Jim Baker tuonò sulle “manipolazioni dietro alla schiena” che avevano allontanato Most dal “suo” microfono, ma le condizioni fisiche del commentatore “storico” erano pessime (solo due settimane prima gli era stato aspirato del fluido dai polmoni) tanto da impedirgli di seguire la squadra in trasferta. Auerbach gli aveva dedicato una serata ed il pubblico gli aveva tributato una lunga standing ovation, non era così che si ringraziavano gli atleti più forti? Il secco 135 a 102 con cui il Trifoglio “obliterò” i Sonics passò in secondo piano...
Il 29 vinte – 5 perse che i Celtics avevano costruito alla seconda settimana di gennaio era promettente, ma poi i problemi fisici di Bird tornarono a condizionare la squadra. Il 7 gennaio Bob Lobel di Channel 4 annunciò laconicamente che Larry non aveva accompagnato la squadra nella trasferta di New York, e nelle settimane successive la Franchigia gestì malissimo le notizie sull’infortunio. McHale e compagni riuscirono comunque ad aggiudicarsi tre partite senza il capitano; improvvisamente però fu chiaro che l'assenza del 33 non era cosi' facilmente "surrogabile", e Boston infilò 6 sconfitte nelle 7 partite successive. I biancoverdi avevano già dato qualche segno di ripresa (3 vittorie in 4 partite) quando il 5 febbraio il front office annunciò il "grande rientro" la sera seguente contro Charlotte: senza "The Legend" la squadra aveva "portato a casa" sette delle quattordici partite giocate. Nel frattempo era stato “firmato” il ventinovenne Derek Smith, un’ala che aveva fatto vedere ottime cose ai Clippers prima di sfasciarsi un ginocchio nel corso della stagione 1985-86. Era ovviamente in declino, ma si sperava di poter tirare fuori dalle sue ginocchia qualche partita importante nei playoffs. All’All Star Game Bird, McHale e Parish ottennero la classica convocazione, ma il primo dovette rinunciare, Parish fece una comparsata di cinque minuti e Kevin partecipò per quattordici minuti con due punti e tre rimbalzi. In compenso Dee Brown si aggiudicò la gara delle schiacciate con la famosa esecuzione “cieca”, primo Celtic a portare a casa il trofeo.
Per la classica “Western Swing” di fine inverno Boston usò per la prima volta un volo charter: viste le condizioni degli “anziani”, Gavitt aveva pensato che maggior tempo per riposarsi, maggior spazio tra i sedili e la comodità di partire quando più faceva comodo fossero necessari, ed il costo di 600,000 dollari per l’intera stagione sarebbe valso la pena. E poi Bird poteva riposare la schiena rimanendo disteso su un lettino, cosa che non avrebbe potuto fare su un jet di linea. Il primo stop fu a Seattle dove i biancoverdi si ritrovarono per lo “shootaround” pre-partita a tirare nella palestrina di un centro di igiene mentale. “Centro d’igiene mentale – commentò l’assistente allenatore Don Casey – e pensavo di essermi liberato di questi problemi quando avevo lasciato i Clippers”...Due tiri liberi del 33 “misero in ghiaccio” la partita, ma la tegola definitiva fu l’infortunio ai legamenti della caviglia sinistra di McHale. Anche per Kevin furono 14 le gare saltate, anche se come Larry spesso entrò in campo contro il parere negativo espresso dal trainer Lacerte. Nonostante l'assenza del "lungo", i Celtics furono protagonisti di una spettacolare “Western Swing”: vinsero infatti a Seattle, San Francisco, Los Angeles (21 punti di nel primo quarto per un Parish irritato dai commenti irrispettosi di Divac) e Denver per poi perdere di misura a Phoenix. Bird era stato determinante per tutta la trasferta, ma i 24 punti a partita di Reggie Lewis non erano passati inosservati. In ogni caso, un febbraio da 9-4 ed un marzo da 11-5 sorpresero un po’ tutti visti gli acciacchi dei “big” e condussero la squadra ad un bilancio finale di 56-26 per il quale molti avrebbero firmato a inizio stagione...anche se la flessione fatta registrare da metà gennaio in poi era un campanello d’allarme da non sottovalutare. L’identità della squadra era ancora quella del gioco corale, ovviamente dietro al suo leader, ma condividendone le responsabilità: nelle vittorie più sfavillanti dal punto di vista offensivo (i già citati 148 ai Nuggets), Bird ne aveva si messi 43, ma i compagni avevano tirato 41 su 73 con 37 assist su 55 canestri. Al contrario, nell’umiliante sconfitta del 26 febbraio a Chicago (99-129), Boston venne spazzata via dalla coppia Jordan (39)-Pippen (33) in quello che fu il sorpasso al vertice della Eastern Conference. Un’avvilente dimostrazione di debolezza visto che in campo non c’era stata storia, con il capitano a 12 punti, 7 rimbalzi e 6 su 14 al tiro ed i Bulls a segnare col 56%.
Ma il "Pride" del Trifoglio era comunque infinito ed il 31 marzo arrivò la vendetta – per quanto risicata – sui "Tori" ospiti al Garden: dopo un doppio supplementare i Celtics ebbero la meglio per 135 a 132 tenendo Chicago sotto il 45%, Jordan a 37 punti frutto però di un debole 12 su 36 al tiro. Un commovente Bird da 34 punti, 15 rimbalzi, 8 assist e 3 stoppate trascinò il gruppo con l’aiuto di un Brown da 21 punti in 25 minuti, 7 giocatori in doppia cifra per un 55% al tiro totale. Qual'era il valore reale della squadra e quali le possibili ambizioni di successo? Un finale di stagione con il freno a mano tirato e l’assenza precauzionale di Larry (quattro sconfitte nelle ultime sei partite), non risolse certo i dubbi all’inizio dei playoffs. Le cifre del capitano non erano quelle sfavillanti di pochi anni prima, seppure molto più che rispettabili (19,4 punti, 8,5 rimbalzi e 7,2 assist con il 45,4% al tiro in quasi 38 minuti) ma il "supporting cast" era stato decisamente all' altezza, con Lewis secondo marcatore a 18,7 punti in 36 minuti sfiorando il 50% al tiro, l’eroico McHale a 18,4 e 7,1 rimbalzi e un sorprendente Gamble a 15,6 punti con un incredibile 58,7% al tiro. Parish era ancora il baluardo dei tabelloni e recuperava 10,6 rimbalzi in 30 minuti (a 37 anni!) aggiungendovi 15 punti, mentre Shaw eccelleva negli assist (7,6) ai quali aggiungeva 13,8 punti. Ad Est il miglior bilancio era appannaggio dei Chicago Bulls condotti dall’MVP Jordan a un record di 61 vinte e 21 perse, poi Boston; a segure, nelle rispettive Division, il vuoto perché nell’Atlantic la seconda piazza era dei Sixers a 44 vittorie e nella Central i campioni uscenti di Detroit erano arrivati a sole 50 vittorie; quinti i Bucks a 48, sesti i gli Hawks a 43, settimi i Pacers a 41 e ottavi i Knicks a 39.
Di conseguenza gli avversari per il primo turno sarebbero stati i giovani Indiana Pacers, titolari del terzo migliore attacco al "di qua" del Mississippi (108,8 a gara): partiti malissimo (5 vinte e 10 perse a novembre e 11-18 a fine anno), a dicembre avevano cambiato allenatore “arruolando” Bob Hill al posto di Dick Versace e trovando la quadratura in primavera. Playmaker era l’ordinato Vern Fleming e la batteria di fuoco era garantita dai due esterni, Reggie Miller e Chuck Person, rispettivamente 22,6 e 18,4 punti a partita; il pacchetto dei lunghi poteva contare su LaSalle Thompson, Rik Smits e Greg Dreiling, con una panchina piuttosto completa dalla quale “uscivano” il tedesco Detlef Schrempf (16 punti, 8 rimbalzi e fresco vincitore del premio al Sesto Uomo dell’Anno), la guardia Micheal Williams e le ali George McCloud e Mike Sanders. Quando la serie iniziò il 26 aprile, i pronostici non erano totalmente a favore dei “vecchi” Celtics: se era vero che i Pacers non potevano contrastare i “Big Three”, era altrettanto vero che Boston aveva mostrato grossi problemi nella difesa sul perimetro, ed Indiana era fortissima proprio lì. Il duello forse più intrigante era quello tra Bird e Person, gran tiratore e soprannominato the Rifleman (dalla serie televisiva che aveva casualmente come protagonista l’ex Celtic Kevin “Chuck” Connors) per la quale stravedeva da bambino: tra i due il trash-talking era continuo ed a volte decisamentei pesante con il giovane rampante a ricordare al più anziano campione gli anni che passavano e quest'ultimo a replicare con le sue frequenti giocate da super vincente. La prima partita ebbe luogo al Garden e la giornata di tiro di Larry Legend fu pessima dall’inizio: un 6 su 20 che provocò la derisione delll'avversario diretto ma Bird approfittò per indicargli i banner appesi e chiedergli quanti ne avesse vinti lui: il capitano biancoverde comunque chiuse con una tripla doppia da 21 punti, 12 rimbalzi e 12 assist e Boston vinse 127 a 120; ottimi con lui Parish, a 20 punti con 10 su 12 al tiro ed un Lewis sempre più stella a quota 28 (10 su 19). Per i Pacers bene i soliti Miller (24), Person (23 con 3 su 6 nelle triple conditi da 8 rimbalzi e 7 assist) e Smits dalla panchina con 17 e 8 su 10. Dopo l’incontro M.L. Carr disse a suo figlio: “Michael, questa dev’essere stata la miglior partita di Larry”. Ed al figlio che lo guardava sbigottito pensando al 6 su 20 "dal campo" M.L. completò il pensiero: “Devi renderti conto che l’ha fatto giocando senza la schiena, capisci”? Era stata una battaglia, e Bird pagò caro il prezzo dello scontro con Person: la sua schiena era di nuovo in condizioni tanto precarie da costringerlo a passare la notte seguente in trazione al New England Baptist Hospital.
Prima di gara 2 Larry evitò le domande dei giornalisti rivolte alla notte in ospedale, tutte a parte una: al reporter che gli chiedeva se avesse mai passato altre notti in trazione, in passato, “Legend” ribattè con una dote di sano umorismo: “solo in atti sessuali”. Ma la voglia di sorridere passò presto: nella seconda partita Person fu incontenibile con 39 punti, 16 su 24 e 7 su 10 da tre. I Pacers tirarono con il 57% contro il 45% dei Celtics, portando la serie in parità (130 a 118 il risultato finale) e rovesciando il vantaggio del fattore campo. Una equilibrata distribuzione dei punti non servì a molto: 22 di Shaw e Lewis, 21 di Parish, 20 di McHale e 18 di Bird (ma 7 su 18), però Boston andò sotto anche a rimbalzo a si cominciò a respirare un’aria piuttosto preoccupata. Quando il primo di maggio la serie si spostò a Indianapolis le possibilità di chiudere la questione erano tutte a favore dei giovani Pacers: il Trifoglio tuttavia dimostrò di essere ancora capace di difendere davvero tenendo gli avversari a un misero 41%, limitando Person a 6 punti e soli otto tiri. Nonostante un arbitraggio che caricò di falli il quintetto (Parish solo 16 minuti in campo) ed un capitano ancora in difficoltà al tiro (4 su 13) i biancoverdi uscirono vincitori per 112 a 105. Mattatore McHale a 22 punti, 8 rimbalzi e 4 stoppate in 36 minuti dalla panchina, anche se sei Celtics avevano segnato tra 13 e 22 punti e Lewis aveva vinto la “Battaglia dei Reggie”. L’inerzia era nuovamente a favore di Boston che aveva la possibilità di chiudere la serie, ma ancora la coppia Person/Miller (57 punti sui 116 totali di Indiana) ebbe la meglio sui rivali, tenuti a 113 punti: il solito McHale cercò di trascinare i suoi con 24 punti (2 su 2 nelle “triple”) ed il quintetto con i Big Three venne lungamente schierato da coach Ford, ma invano. Assieme a McHale il migliore era stato...Tommy Heinsohn: quando la palla era finita sul tavolo dei commentatori di SportsChannel, Heinsohn l’aveva trattenuta un attimo con lo scopo di rallentare un eventuale contropiede dei Pacers, e Person non era stato molto contento: “Dammi la palla” aveva intimato, al che il "vecchio leone" aveva risposto con un monumentale “F**k you”...Jeff Twiss, addetto alle pubbliche relazioni dei Celtics, aveva sorriso e sentenziato: “Johnny Most sarebbe orgoglioso di Tom”.
Il 5 maggio le squadre tornarono a Boston per la decisiva gara 5: una delle partite che sarebbero restate nella storia. Il Primo quarto si chiuse sul 35 a 25 per i padroni di casa con un sorprendente Derek Smith a 10 punti; seguì la veemente rimonta dei Pacers che arrivarono a -2, sul 48 a 46, quando, a 4:32 dall’intervallo, un contatto fortuito mandò Bird a terra: Larry sbattè violentemente la faccia sul parquet e fu costretto a tornare nello spogliatoio. Si paventò la frattura della mandibola, mentre i compagni tenevano duro: la sirena della prima metà della partita fermò le squadre in parità a 58. Il capitano rimase fuori fino a 6:44 dalla fine del terzo periodo e rientrò (contro il parere di Lacerte) in mezzo ad un’ovazione del suo pubblico; non riprese subito con il "piglio" del padrone, ma dopo un brevissimo momento di “adattamento” e sotto di tre, guidò i Celtics a un parziale di 21 a 12 con dodici punti in sette minuti. Ma il 100 a 91 con cui iniziò l’ultimo "giro di valzer" non si rivelò un parziale di sicurezza: Boston arrivò a un vantaggio massimo di 16 punti a sette dalla conclusione quando Bird subì un blocco durissimo di Person sulla schiena e Ford lo fece uscire nonostante il campione volesse restare in campo. I Pacers si riportarono a meno 9, costringendo Ford a rimettere "The Legend". Indiana si riavvicinò ulteriormente, ed a 22” dal termine era a meno due, quando Michael Gee dell’Herald sentenziò: “Se perdono questa, sarà la sconfitta più deprimente nella storia della Franchigia”. Fleming ebbe paura di prendere un tiro, Person sbagliò la “tripla”, e Shaw mise la partita in ghiaccio con quattro liberi: 124 a 121. Person era stato ancora una volta un “osso duro”, segnando 32 punti con 5 su 9 nelle “triple”, ma Larry aveva finalmente disputato la prima partita con numeri “da Bird” facendo registrare anch'egli 32 punti, 12 su 19 al tiro e 9 rimbalzi. Certo, il passaggio del turno aveva dimostrato una volta di più il valore dei “vecchi” Celtics, ma le energie spese erano state davvero tante e li aspettavano i campioni uscenti, i Detroit Pistons.
Detroit non era reduce da una regular season esaltante ed il suo record di 50-32 ne era lo specchio. Nonostante Thomas avesse saltato oltre trenta partite, il nucleo base con Dumars, Isiah, Laimbeer, Aguirre, Edwards, Vinnie Johnson e Rodman garantiva solidità, difesa ed esperienza. Insomma, un avversario davvero temibile anche se aveva dovuto ricorrere a gara 5 per superare Atlanta. Ed il giorno prima dell’opener i biancoverdi dimostrarono di essere un pochino fuori fase quando all’allenamento Pinckney e Kleine si presentarono con 50 minuti di ritardo: Ford aveva detto “ten to eleven practice”, e loro invece di comprendere che l’allenamento sarebbe durato un’ora avevano capito “undici meno dieci”...
Il 7 maggio si cominciò al Garden ma Bird non fu della partita: nella conferenza stampa Gavitt aveva accolto i reporter dicendo “Beh, se mi vedete sapete già che non è per notizie piacevoli”. Ed infatti la gomitata di Person nel quarto quarto di gara 5 aveva lasciato il segno. I Pistons approfittarono subito dell’assenza per ribaltare il vantaggio del campo tenendo i Celtics a 75 punti e sotto il 40% al tiro. Detroit dominò ai rimbalzi grazie alla coppia Rodman (16) e Laimbeer (12), mentre Lewis fu l’unico a salvarsi tra i padroni di casa con 20 punti. Gara 2 era già decisiva e il capitano non poteva abbandonare i compagni: con gli ospiti in vantaggio per 66 a 61 a 5’ dalla fine del terzo periodo un piccione scese sul parquet incrociato interrompendo l'inerzia sfavorevole al Trifoglio, mentre l’arbitro Mike Mathis cercava inutilmente di allontanarlo. Ovviamente i tifosi cominciarono a gridare “LARRY, LARRY”, visto che sempre di “bird” si trattava, e da quel momento Boston mise insieme un parziale di 10 a 4 che riaprì la gara. Nel quarto quarto Dee Brown prese in mano la situazione segnando 15 punti e “smazzando” 3 assist, ma a fine incontro tutti parlavano del piccione impertinente, ed il coach dei Pistons Chuck Daly commentò spiritosamente: “Avrebbero dovuto fischiare un fallo tecnico, troppi bird in campo”. L’Herald titolò “Bird(s) help Celtics fly”, ed in effetti anche il "volatile" col numero 33 aveva fornito un discreto apporto: 42 minuti con 16 punti e 8 rimbalzi e soprattutto la presenza necessaria a fornire coraggio ai compagni. La sorpresa arrivò in gara 3, nella quale gli uomini di coach Ford sfruttarono un imprevisto torpore dei Pistons e si guadagnarono un insperato 115 a 83 che non lasciava possibilità di replica: il 53% al tiro contro il 33%, un +8 a rimbalzo e 28 assist contro 17 danno solo una vaga idea della differenza in campo. Larry era rimasto sul parquet solo 33 minuti per 10 punti, ma i 45 punti e 20 rimbalzi della panchina furono importanti e, nonostante il ritorno di Thomas, i biancoverdi ebbero vita facile.
In gara 4 la svolta della serie: i falli limitarono Parish a soli 23 minuti di gioco e, senza di lui, il duello a rimbalzo con la frontline avversaria diventò impari: Rodman dominò con 18 rimbalzi in 47 minuti e il totale sotto le plance a fine partita fu un eloquente 50-30; di più, i padroni di casa andarono anche in lunetta ben 51 volte contro le 26 dei Celtics. Il risultato di 104 a 97 rispecchiava relativamente la superiorità di Detroit che aveva trovato 34 punti da Aguirre in uscita dalla panchina, insieme ai 24 di Dumars. Bird non era andato oltre i 13 con 4 su 10 al tiro ed un McHale da 28 non era stato sufficiente.
E così si tornò a Boston per gara 5. Il 15 maggio l’importanza della sfida era palpabile, ma la fortuna non assistette i "nipoti" di Auerbach nemmeno in quell’occasione. Parish si infortunò a una caviglia, Lewis uscì per falli, il 33 tirò solo 7 su 18 e, nonostante l’ottimo contributo dalla panchina di McHale (18 punti), Brown (19 con 10 assist) e Pinckney (12 con 9 rimbalzi), fu impossibile superare i cinici Pistons che poterono contare sui 32 punti di Dumars 32, i 24 di Laimbeer e Vinnie Johnson ed i 18 di Aguirre. Finì 116 a 111 e il Trifoglio si vide "rubato il servizio". Occorreva adessodo trovare una difficile vittoria esterna per sperare nella settima al Garden. Privi di Parish, con Bird e McHale doloranti, su uno dei campi più ostici dell’NBA, i vecchi leoni ci provarono fino in fondo con una prestazione di grandissimo impegno, ma sotto i tabelloni Detroit sfruttò al massimo l’assenza del “Capo” e si assicurò quindici rimbalzi in più: Laimbeer a 14, Rodman a 13 e Salley a 8 fecero la differenza contro la coppia McHale (comunque eccellente a 34 punti e 8 rimbalzi) e Pinckney (13 punti e 9 rimbalzi in ben 40 minuti). I Celtics rimasero appesi alla partita fino alla fine, ma con Larry al solito limitato dai dolori alla schiena e fermato a soli 12 punti e 4 rimbalzi con 4 su 14 al tiro le possibilità di spntarla erano davvero poche. Il 117 a 113 maturato dopo un tempo supplementare rende onore ai "guerrieri". i Pistons del resto erano troppo esperti per non approfittare di un'avversaria limitata da troppi acciacchi.
Bird chiuse i suoi playoffs a soli 17 punti e 7 rimbalzi con i 41% al tiro e un misero 3 su 21 da tre: la schiena era in condizioni terribili, eppure "La Leggenda” non aveva ancora intenzione di arrendersi, a 35 anni era convinto di avere ancora qualcosa da dare ed era pronto a sacrificare il suo corpo per un’ennesima rincorsa all’anello.





Commenti
Articolo ricco di numeri ma anche di prelibatissimi aneddoti...esilarante quello su Tommy Heinsohn che non restiruisce la palla e sacrosanto ogni tributo al grandissimo Johnny Most!
Quella mitica gara 5 della serie contro i Pacers ebbi la fortuna di vederla in diretta televisiva su AFN, ricordo come fosse ieri lo spavento per l’ennesimo infortunio di Larry e “sento” ancora il boato del Garden quando Legend esce dal tunnel degli spogliatoi e torna in campo...lì pensai solo “Pacers, ora son c...i vostri!”
Odiai, sportivamente parlando, Chuck Person con tutto il cuore...perchè non riuscivo ad accettare che il “nuovo” si facesse spazio cercando lo scalpo dei “miei” vecchi eroi. Fu un’autentica impresa passare quel primo turno; Bird e compagnia ormai erano agli sgoccioli ma io non smettevo di ammirarli ed emozionarmi per l’autentico RIFIUTO che questi signori opponevano all’idea della sconfitta...poi, putroppo, contro i Pistons bi-campioni non ci fu possibilità di lottare ad armi pari.
Grazie Michele per l'ottimo pezzo; per chiudere “tristemente in bellezza” vorrei sottolineare questa spettacolare frase: "ma Reggie era fatto così, un cuore troppo grande per funzionare a lungo".
Grazie a te e a tutto lo staff,siete fantastici
Sam, ovvio che non abbia scritto "aggratisse", come peraltro sai benissimo, temo per voi tutti che non sia solo un cameo, però ....
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