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La Storia dei Celtics
La stagione 1988-89 dei Celtics si aprì di fatto con il “silenzioso allontanamento” di coach K.C. Jones, “promosso” vice presidente immediatamente dopo l'uscita di scena in Finale di Conference ad opera dei Pistons. Il vecchio condottiero era stato giudicato colpevole di non aver saputo valorizzare i giovani del gruppo, Reggie Lewis in testa (solo 8.3 minuti a partita), con la conseguenza di spremere troppo i senatori arrivati alle fasi finali dei playoffs 1988 con la spia della riserva accesa. Da persona intelligente qual'era, Jones capì perfettamente l'antifona e non apprezzò il trattamento, tanto è vero che dopo un solo anno accettò di buon grado l'offerta dei Sonics e riprese ad allenare (sia pure senza ottenere risultati mirabolanti).
Il successore fu scelto "in casa" nella persona di Jimmy Rodgers, membro dello staff tecnico fin dai tempi di Bill Fitch. Il nuovo capo allenatore ereditò una squadra “anagraficamente” divisa in due: da una parte i veterani di mille battaglie, dall’altra i giovani. Dei facenti parte lo “zoccolo duro” Parish aveva 35 anni, Dennis Johnson 34, McHale 31, e non era tutto: Bird il 17 novembre del 1987 a Cleveland, dopo aver iniziato la stagione facendo registrare delle prestazioni fenomenali, si era infortunato ad entrambi i tendini d'Achille. L'infiammazione causata dalla presenza di “speroni” ossei aveva continuato a tormentare il biondo per tutto il torneo, tanto che i medici gli avevano consigliato vivamente di non esagerare con gli allenamenti durante l'estate per consentire un corretto e completo recupero. Come vedremo, purtroppo le cose non andarono esattamente così.
Se i Celtics si muovevano, il resto della lega non stava certo con le mani in mano e si apprestava ad allargare ancora il numero di franchigie “ammesse al ballo”: il 23 giugno si tenne infatti l'ottavo “expansion draft” della storia in occasione del battesimo dei Miami Heat e dei Charlotte Hornets. Ognuna delle altre 23 aveva il diritto di “proteggere” otto giocatori lasciando disponibili tutti gli altri (ovviamente solo un atleta per squadra sarebbe stato "prelevato").
Boston si cautelò offrendo agli Heat una seconda “pick” per il draft "regolare" che si sarebbe svolto 5 giorni dopo ottenendo in cambio la rinuncia a Dennis Johnson. Fu Fred Roberts, il mormone pazzerello e grande amico di Danny Ainge a fare le valigie per il sole della Florida (o meglio, per il clima assai meno invitante di Milwaukee dato che fu celermente scambiato). Parato il primo colpo bisognava ora cavare l'ennesimo coniglio dal cilindro in fase di scelta dei “rookie”: certo, con la 24 non era impresa facile accaparrarsi un buon prospetto, ma quando si parla di “Red” Auerbach dubitare è peccato mortale ed infatti quella di portare a casa Brian Shaw, ventiduenne guardia californiana, fu decisamente un’ottima idea. Giusto il tempo di completare la squadra con l'inserimento del free agent portoricano Ramón Rivas e la truppa fu pronta per affrontare con rinnovato entusiasmo la corsa per un altro piazzamento di prestigio...se non proprio per il titolo.
Purtroppo al training camp arrivò la doccia gelata: le caviglie di Bird non rispondevano a dovere, la mobilità era ridotta e i piedi erano spesso intorpiditi. Gli accertamenti diedero un responso poco felice: gli “speroni” ossei causa dell'infiammazione ai tendini si erano ulteriormente ispessiti. Larry, infatti, col suo tipico atteggiamento “da cowboy”, era abituato a convivere con ogni tipo di malanno ed invece di seguire gli “ordini di scuderia” che imponevano il riposo si era sottoposto ad un allenamento estivo piuttosto duro. Si decise comunque di buttarlo nella mischia confidando nella buona sorte o forse, più semplicemente, nella robusta fibra da contadino dell' Indiana. Giocò la pre-season e risultò pure MVP nel vittorioso McDonald’s Open di Madrid, ma le sue condizioni, a dispetto delle buone prove sul campo peggioravano a vista d'occhio. Ed eccoci al “tipoff” del 4 novembre: per Bird 29 punti, 5 rimbalzi e 5 assist.
5 novembre: 27 punti, 5 rimbalzi, 7 assist.
9 novembre: 18 punti, 10 rimbalzi, 6 assist.
11 novembre: 24 punti, 10 rimbalzi, 6 assist.
12 novembre: 12 punti, 6 rimbalzi, 6 assist.
15 novembre: 6 punti, un rimbalzo e due assist. Stop. Queste sono le cifre che il sofferente capitano accumulò nelle prime (ed uniche) sei partite giocate con minutaggi sempre decrescenti, inversamente proporzionali all'intensità del dolore procurato dalle caviglie martoriate. A questo punto l'unica strada percorribile era quella del bisturi: il 19 dello stesso mese gli vennero rimossi gli “speroni” ossei e gli furono applicati due stivaletti gessati. La speranza era quella di poter recuperare il giocatore nel corso della stagione, ma non ci fu nulla da fare.
Date le premesse fu subito chiaro che i buoni propositi della vigilia dovevano essere rivisti "al ribasso". Rodgers fu costretto a responsabilizzare maggiormente il “rookie” Brian Shaw e il “sophomore” Reggie Lewis. Shaw, in particolare, stupì da subito per la maturità e la naturalezza con cui riuscì ad inserirsi in uno starting five di “mostri sacri”: di altezza sopra la media per una guardia, era in possesso di buon tiro, apprezzabile visione di gioco e di notevole attitudine da "uomo d'ordine"; d’altronde la lunga carriera che avrebbe avuto anche in seguito nella lega ne sarebbe stata efficace testimonianza anche se, ahimè, raggiunse i maggiori successi con la casacca gialloviola conquistando tre titoli ad inizio millennio. Forse il maggior riconoscimento al proprio valore lo ebbe nel 2007, quando in un'intervista al Miami Herald Shaquille O'Neal lo definì "il compagno che ho più rispettato in tutta la mia vita sportiva".
Ad ogni buon conto il campionato dei Celtics si dipanò senza particolari sussulti, con coach Rodgers a cercare la quadratura di un cerchio non troppo...rotondo: dopo l’arrivederci di Bird provò un buon numero di quintetti alternativi dapprima affidandosi all’esperienza del Parish, McHale, Paxson, Ainge, Johnson, poi inserendo il promettente Shaw al posto di Paxson, quindi lanciando Brad Lohaus, e poi ancora Reggie Lewis. Dal 16 gennaio, in particolare, sulla scia di un non edificante record di 16 vinte e 19 perse fu presa la decisione di far partire Ainge dalla panchina per “dare più peso” sotto canestro al quintetto, decisione che il giocatore non gradì troppo.
Danny si vide scavalcato proprio nel momento in cui sentiva di poter aiutare la sua squadra in difficoltà e, come ogni puledro di razza, ci rimase così male da chiedere provocatoriamente di essere ceduto. Probabilmente il suo intento era più dimostrativo che figlio di una reale voglia di cambiare aria, ma l'allora General Manager Jan Volk lo prese in parola e nell'evidente intento di rafforzare il settore dei lunghi, il 23 febbraio 1989 spedì proprio il numero 44 e Brad Lohaus a Sacramento in cambio di Ed Pinckney e Joe Kleine. Nel mese successivo in stretta successione vennero firmati anche l’utile Kelvin Upshaw (“pescato” dalla Continental Basketball Association, la “lega minore” antesignana dell’odierna NBDL, e capace di 7 punti e di oltre 4 assist in 20,5 minuti di utilizzo medio) e Otis Birdsong, vecchia gloria capace ai bei tempi dei Kings e dei Nets di mantenere sovente medie superiori ai 20 punti in stagione.
Purtroppo molta acqua era passata sotto i suoi ponti e Otis fu utilizzato con il contagocce senza lasciare segn
i tangibili. Insomma, le soddisfazioni furono poche: giusto la sonante affermazione casalinga contro i Lakers a dicembre, un netto 110-96 con Ainge (25 punti) e Reggie Lewis (22 partendo dalla panchina) sugli scudi, poi il 112-99 ai Pistons in gennaio (McHale 27, Parish 22, Lewis 21), passando per le 3 partite "scippate" ai solidi Knicks di Rick Pitino. I biancoverdi in regular season riuscirono a mantenere la testa sopra il 50% di vittorie ma senza mai imbastire una serie vincente che superasse le tre gare consecutive. Il 42-40 finale, con l'ultimo posto disponibile per i playoffs conquistato per sole due "W" sui Bullets non poteva certo essere vissuto come una conquista per la squadra che assieme a Los Angeles aveva dominato un decennio di NBA.
A strappare un sorriso ai tifosi del Trifoglio furono le prestazioni di Reggie Lewis e Brian Shaw: i due "ragazzini" erano stati chiamati ad un compito arduo ovvero quello di dare ossigeno, da protagonisti, ad uno “starting five” altrimenti spompato da età ed acciacchi. La missione fu portata a termine con pieno successo: Lewis chiuse con 18.5 punti di media in 33 minuti di utilizzo mentre Shaw si fermò a 8.6 punti e 5.8 assist in 28 minuti. La giovane guardia ebbe inoltre l'onore di essere inserita nel secondo miglior quintetto dei “rookies", mentre Parish e McHale ebbero il "contentino" rispettivamente del terzo "All NBA Team" e del secondo "All Defensive Team".
Va da sè che i favoriti per il titolo dovevano essere cercati lontano dalla “Beantown”, a partire dai Pistons: i vicecampioni NBA avevano accumulato altra esperienza e in più a stagione in corso si erano assicurati i servigi del realizzatore Mark Aguirre in arrivo da Dallas in cambio di Adrian Dantley e di una prima scelta. Il gruppo era fortissimo e ben rodato, con il plusvalore di una panchina completa che poteva contare su Rodman e Vinnie Johnson. La franchigia del Michigan dominò la regular season in scioltezza e terminò con un 63-19 che non ammetteva repliche. Curiosamente nessun componente della squadra che dominò la lega venne inserito in uno dei primi tre quintetti NBA; in effetti coach Daly era riuscito a plasmare una "creatura" completa, compatta e perciò tanto più temibile, impostata su una difesa arcigna al limite del lecito, dove anche una star come Isiah Thomas si metteva al servizio della "causa".
Alle spalle dei Pistons i sorprendenti Cavs riuscirono a piazzarsi al secondo posto nella Eastern Conference, trovando un’ottima annata: nonostante nel roster non fossero state effettuate rivoluzioni copernicane, la buona sorte preservò dagli infortuni gli uomini di coach Lenny Wilkens e i giovani Mark Price, Brad Daugherty e Ron Harper migliorarono sensibilmente le loro cifre rispetto all’anno da matricole, segnando una media di oltre 56 punti "in combinata". Ad un paio di incollature dai Cavs ecco Knicks e Hawks, entrambi con un record di 52-30. New York nella “pittura” poteva giovarsi della tremenda potenza del duo Ewing-Oakley, letale combinazione di classe e forza fisica, mentre Pitino aveva assegnato la bacchetta di direttore d’orchestra a Mark Jackson, fresco “Rookie of the Year” in grado di completare la sua stagione più produttiva in carriera con quasi 17 punti ad allacciata di scarpe. Atlanta, nonostante fosse stata "rivoltata come un guanto" rispetto alla formazione che aveva affrontato i Celtics in gara 7 di semifinale pochi mesi prima, rimaneva nel “gotha” della Eastern: sebbene avesse perso Randy Wittman e Tree Rollins e Kevin Willis fosse stato fermato da una brutta frattura al piede sinistro, i sostituti Moses Malone (firmato come free agent) e Reggie Theus fornirono l'apporto necessario per rimanere in alto...ah, ovviamente non guastarono nemmeno i 26.2 punti di media aggiunti da Dominique Wilkins e la consueta, lunga panchina...
Ad Ovest ovviamente non si poteva prescindere dai Lakers, campioni in carica e logici favoriti: certo, Jabbar aveva 41 anni, era ormai prossimo al ritiro e le sue cifre denunciavano il comprensibile calo ma il quintetto base era il medesimo che aveva sconfitto (sia pure a fatica) i Pistons in finale l'anno precedente; in più "Magic" Johnson era stato insignito per la seconda volta del titolo di MVP stagionale. Los Angeles vinse la corsa al primo posto nella Conference con un bilancio di 57 vinte e 25 perse. Alle spalle dei gialloviola splendevano i Phoenix Suns (55-27), protagonisti di uno dei "comeback" più clamorosi della storia (solo 28 “W” nel 1987-88). Guidati dal neoacquisto Tom Chambers e dal giovane Kevin Johnson (balzato da 9 a 20 punti di media in dodici mesi) riuscirono nell'impresa di insidiare la vetta sino all'ultimo ai detentori del Larry O'Brien Trophy, uscendo battuti solo in finale di Conference.
Di seguito si classificarono i Jazz di “Stockton-to-Malone” e di un giovane allenatore arrivato a stagione in corso che avrebbe messo su casa a Salt Lake City fino a diventarne un monumento vivente: stiamo parlando, ovviamente, di Jerry Sloan. Il record finale fu un apprezzabile 51-31 con l’omino da Spokane a “smazzare” 13.6 assists a partita ed a piazzare il record personale di rubate a 3.2 per gara. Malone, dal canto suo un po’ per talento personale, un po’ per la vicinanza di “cotanto senno” realizzò 29 punti abbondanti ad ingresso in campo. Tanta roba, d’accordo (e abbiamo omesso il concreto contributo del sesto uomo Thurl Bailey), ma non abbastanza per evitare una celere uscita di scena ad opera dei sorprendenti Warriors nel primo turno di playoffs. Chiudevano il quartetto delle prime d’Occidente i Seattle Supersonics, 45-37 dietro ai canestri di Dale Ellis e Xavier McDaniel, che avrebbe avuto qualche tempo dopo una breve parentesi in una versione non proprio "da corsa" dei Celtics.
Per la corsa al titolo si prevedevano fuochi artificiali, ma questa volta Boston non pareva invitata al “grande ballo”. L’ottavo posto conquistato con i denti poneva i biancoverdi nella scomoda posizione di dover affrontare la migliore ad Est, naturalmente gli arrembanti Pistons.
E le premesse non potevano essere peggiori, visto che in stagione regolare i Celtics sul campo delle avversarie con un bilancio di .500 o superiore avevano ottenuto un desolante 0 vinte e 22 perse. Il meccanismo dei playoffs di quei tempi proponeva un primo turno da giocarsi al meglio delle 5 partite con le prime due in casa della squadra meglio piazzata: come da pronostico Laimbeer e compagni ebbero facilmente ragione della fragile resistenza degli uomini di coach Rodgers al Palace di Auburn Hills e si portarono subito sul 2 a 0 (101-91 e 102-95).
Il Garden, testimone di mille imprese impossibili, in quell’occasione non riuscì a generare il classico miracolo e rimase a fungere da teatro al malinconico addio dei propri beniamini, schiacciati il 2 maggio con un eloquente 100-85 senza essere mai stati in partita. Detroit aveva incominciato il cammino trionfale che li avrebbe condotti al loro primo titolo, 17 vittorie e solo due sconfitte ad opera dei sorprendenti Bulls che stavano “prendendo lezioni di anello” sotto la guida di Michael Jordan. Anche Magic ed i suoi Lakers vennero "ramazzati" via con un inaspettato 4-0 peraltro figlio anche di un paio di infortuni.
Dodici ore dopo la sconfitta interna di gara 3, tutti i Celtics si ritrovarono al campo di allenamento per recuperare dagli armadietti le loro cose, e sentirono il rumore di un pallone che rimbalzava, amplificato dalle volte dell’Hellenic College. La stagione era appena finita per tutti meno che per il numero 33, che sembrava voler cancellare le frustrazioni sparando a canestro tiro dopo tiro. Mentre uscivano tristemente dalla palestra ai suoi compagni non restava che guardare al futuro, sperando nel recupero di Bird e segretamente temendo che neppure quello sarebbe stato sufficiente a vincere ancora.





Commenti
Idem come sopra per maturita' sudatissima e per l'assenza di colui che mi spalanco' le porte del mondo celtico.
Grandissimo come al solito il sor Merendi!!!!!!!!!!!
Il nostro senno di poi ci fa rivivere tristemente queste annate, soprattutto sapendo quanto lungo sarebbe stato il tunnel.
Citazione:
Citazione:
Che dire? Beata la vostra giovinezza rispetto alla mia vecchiaia .... la mia maturità concise con il primo titolo di Larry!
mandatemi un dottore sono grave!!!!!!
All'epoca seguivo più il basket nostrano che quello Nba (c'era ancora solo "Italia uno" con coach Dan ad aggiornarci mi pare), ma ricordo bene lo scoramento per le condizioni di Legend, la speranza per le esplosioni di Reggie e Shaw, la sensazione netta che coach Rodgers non avesse il totale controllo della situazione.
E la sorpèresa per la cessione di Danny, peraltro il più giovane della dinastia: ricordo che la prima partita dopo la sua cessione la regia americana inquadrava malinconicamente al Garden il tradizionale striscione "Good luck nr. 44". Proprio in quesri giorni Danny ha ricordato quei tempi in un'intervista che ho letto sui blog, e ricordava che Red avrebbe potuto cedere Bird a Indiana per un mega-pacchetto con dentro Chuck Person, o addirittura McHale a Dallas per gli alora giovani Detlef Schrempf e Sam Perkins. E invece a essere scambiato fu lui, onestamente non in cambio di un granché
Ho una notizia non buona per tutti: non siamo riusciti a convincerlo e il nostro Fabio non vuole prendersi anni sabbatici da IAAC, abbiate tutti pazienza!
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