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La Storia dei Celtics
Se vi capitasse di chiedere ad un appassionato di basket che cosa gli ricorda la storica gara 7 della semifinale di Eastern Conference 1988 tra Celtics e Hawks, invariabilmente questi vi risponderà: "Ah, si, il duello tra Bird e Wilkins".
Giusto, ci mancherebbe, ma se siete tra i fortunati che hanno potuto godere in diretta dello spettacolo o se avete avuto occasione di vederla negli anni seguenti, magari riguardando più volte i momenti più spettacolari, beh, allora sapete che si tratta di una semplificazione abbastanza sommaria: fu un incontro bellissimo, combattuto alla morte e in bilico fino all'ultimo secondo, con le due stelle a brillare di luce vivissima ma con un supporting cast di celestiale livello: McHale, Parish, Wittman, Johnson, Rivers, Antoine Carr incastonarono più di una gemma nel prezioso tessuto di quella storia rendendola degna di figurare tra le più avvincenti partite mai giocate non solo al Garden, non solo da Boston, ma nell'intera storia dei playoffs NBA.
I Celtics versione 1987-1988 erano una squadra che cominciava ad invecchiare, con tutti i titolari (escluso Ainge) ormai sopra la trentina; in più non potevano giovarsi di una "parco riserve" di grande livello. Problemi rilevanti? Certamente, ma se il tuo quintetto si pronuncia ParishMcHaleBirdAingeJohnson (tutto di un fiato), il mondo tende a farsi più semplice, tant'è vero che i biancoverdi si qualificarono "in carrozza" per la postseason aggiudicandosi il "seed" numero uno nella Eastern Conference (57-25) davanti a Detroit (54-28) e all'accoppiata Hawks-Bulls (50-32). Globalmente solo i Lakers, che si sarebbero laureati campioni, seppero fare di meglio (62-20).
Nel primo turno Boston si sbarazzò comodamente (3-1) dei Knicks guidati da Patrick Ewing in campo e da Rick Pitino in panchina, mentre Atlanta soffrì il giusto per superare i tignosi Bucks, compagine quadrata e dal buon talento (Sikma, Cummings, il malandato ma sempre temibile Moncrief): fu un 3-2 figlio del fattore campo, deciso con il 121-111 di Gara 5 all' Omni Coliseum di Atlanta.
L' 11 maggio al Garden due squadre si trovarono di fronte per inaugurare la Semifinale: da una parte la frontline più forte di tutti i tempi, l'intelligenza e la difesa sublime di Dennis Johnson, la cattiveria agonistica e la precisione chirurgica di Ainge; dall'altra il talento smisurato di Dominique Wilkins, la solidità di Rollins e Willis, il fosforo di Doc Rivers ed una panchina profondissima ("Spud" Webb, John Battle, Antoine Carr). Si arrivò sino a gara 5 con le formazioni ad onorare puntualmente il turno casalingo superando l'avversaria con scarti sempre vicini o superiori alla doppia cifra, ma il 18 maggio gli Hawks "sparigliarono" il tavolo conquistando il Boston Garden grazie a un perentorio 112-104. Poteva essere la fine ma "Don't Ever Underestimate The Heart Of A Champion", massima sacrosanta, specie se a roster puoi contare su un numero sufficiente di fuoriclasse.
Non senza pathos i biancoverdi reagirono da par loro e restituirono immediatamente il favore, espugnando l' Omni Coliseum (102-100) dopo una vera e propria battaglia, decisa all'ultimo secondo: Celtics avanti di 5 (101-96) a 1'45" dalla sirena ma una gran giocata di Rivers ed un'entrata imperiosa di Wilkins (35 punti e 10 rimbalzi per lui in quell'occasione), unite ad un sanguinoso libero sbagliato da Ainge (ottimo peraltro con 22 punti e 15 assists), consentirono ai padroni di casa di giocarsi l'ultima fiche sul 102-100 e 5 secondi da giocare. Nella bolgia scatenata dai tifosi di casa, Levingston ricevette palla dalla rimessa a metà campo, superò Bird in velocità ma sbagliò il layup, mandando la palla a cozzare contro la manona protesa di Parish, superbo nel movimento difensivo. Dopo quella partita il nostro Larry, che come noto non aveva nè la diplomazia nè l'umiltà tra le sue doti migliori ebbe a dichiarare:"Hanno avuto la loro opportunità e l'hanno sprecata. Credo che domenica sarà il giorno di una grande vittoria dei Celtics". Con il senno di poi mai profezia fu più azzeccata. Anche la statistica, a dire il vero, pareva incoraggiare i tifosi del Trifoglio, che non perdeva due gare di postseason consecutive a Boston dal 1983, ovvero dal disgraziato "sweep" subito ad opera dei Bucks in quello che fu l'epilogo dello storico ammutinamento dei giocatori contro il "sergente di ferro" Bill Fitch.
Ma eccoci a quella domenica 22 maggio: proviamo a tornare indietro nel tempo e a calarci, insieme agli altri tifosi sugli spalti, dentro al vecchio Garden con il suo parquet incrociato, con il suo frastuono, con la sua storia...
Coach K.C Jones schiera il quintetto che suona come un mantra per tutti i tifosi che negli anni 80 sono nella "età della ragione". A contrastare "cotanto senno" i due lunghi "Tree" Rollins e Kevin Willis, le due guardie Randy Wittman e "Doc" Rivers e, per finire, "The Human Highlight Film", al secolo Dominique Wilkins.
Le squadre si affrontano subito a viso aperto, senza fronzoli come si conviene ad una gara 7 che si rispetti: Bird muove celermente il tabellino per il 6-6 con il più classico dei jumper dai 5 metri, immediatamente seguito da McHale. Il gioco si sviluppa con una velocità ed una semplicità oggi sconosciute: pochi blocchi e conclusioni rapide, molto spesso entro i primi 10 secondi del possesso offensivo. Gara punto a punto e mentre Wilkins inizia a scaldare i motori con un paio di inziative personali Larry sembra un po' appannato, ben controllato dalla difesa degli Hawks e dai sistematici raddoppi che coach Mike Fratello gli confeziona. Per fortuna McHale ed Ainge, attivissimi, bastano per mantenere i Celtics a stretto contatto. Il primo timeout chiamato da K.C. Jones arriva sul 14-13 Atlanta a 5'38" dalla fine del primo parziale.
Al ritorno in campo ecco un sunto della grandezza di quella squadra, della capacità di correre nonostante in campo ci siano tre lunghi "veri" e nemmeno giovanissimi: McHale stoppa Willis, in un amen vede e serve Bird il quale fulmineamente innesca Johnson: due secondi e l'azione si stà già dipanando al limite della linea dei tre punti dei "Falchi". D.J. palleggia una volta e serve l'assist sul perfetto taglio di Parish, materializzatosi dalle ombre: schiacciata imperiosa e fallo subito, 3 punti e 18-16. Davvero non male. Atlanta, cui Rivers impone un ritmo forsennato, corre e tira senza alcun timore reverenziale. A 2'30" dalla sirena siamo 22-22 senza che si sia mai visto un vantaggio superiore ai due punti, dall'una o dall'altra parte. Il primo "exit poll" informa che Wilkins è a 3 su 5 dal campo, meglio di Bird (2 su 7), anche se il biondo tira fuori un paio di assist da urlo per McHale. Nel finale entrano i primi cambi: Paxson per i padroni di casa, Battle e Scott Hastings (secondo fallo di Rollins) per gli ospiti. Gli Hawks sembrano leggermente più lucidi ed i ragazzi in biancoverde faticano un po', concedendo anche qualche rimbalzo offensivo di troppo, ma il coefficiente di talento rimane elevato e Mark Acres, rookie venticinquenne giramondo (italia, Belgio, Portogallo, USA), chiude il quarto con la schiacciata del 28 a 30.
In apertura di secondo periodo entra anche l'oggetto di culto "Spud" Webb, atleta clamoroso rinchiuso nel corpo di un fantino. Si inizia come si era finito, con Atlanta avanti e Battle a realizzare il 32 a 28. Fratello, nel tentativo di sfruttare al massimo la maggiore profondità della panchina, chiede ai suoi di alzare ulteriormente il volume. Tra i titolari, per i Celtics ora rimangono in campo solo Bird e Johnson, poi Roberts (che sarebbe stato ceduto alla fine di quell'anno e avrebbe vissuto gli anni migliori a Milwaukee prima di militare in Italia, a Bologna), Acres e Paxson. Wilkins c'è e si fa notare con due canestri consecutivi che valgono il massimo vantaggio (36-30) e costringono Jones al timeout a 9'52" dalla fine. Lo stop non serve a cambiare l'inerzia e D.J. perde palla portando a 5 il totale dei "turnover" contro un immacolato zero degli avversari. Per fortuna Battle pasticcia e Paxson trova il fallo facendo 2 su 2 ai liberi. Solo 2 tiri dal campo negli ultimi 6 minuti per i padroni di casa ed allora dentro Parish.
Dominique continua a spingere sull'acceleratore intuendo che questo potrebbe essere il momento della fuga e fa 40-34, ma Ainge finalmente mette la "tripla". Anche Bird, liberatosi dalla stretta difensiva grazie a un pregevole pick'n roll con lo stesso Ainge, contribuisce con il jumper a segno dai 5 metri e ricuce lo strappo. La partita passerà alla storia come "il duello tra Wilkins e Bird" ma per ora è tra il primo (16 punti e un rimbalzo) e...McHale (15 e 7). Proprio Kevin, dopo un bel palleggio-arresto-tiro, si rende protagonista di un "vivace scambio di opinioni" con Willis rendendo ancora più acceso un match già abbastanza fisico. Atlanta rimane sempre avanti ma senza riuscire a fare il vuoto. "The Legend" porta i suoi al -1 (43 a 44) dipingendo un capolavoro in forma di parabola da fuori campo scavalcando il tabellone.
Pochi secondi dopo un giovanissimo e magrissimo rookie regala il primo vantaggio Celtics dopo una vita; si chiama Reggie Lewis e rivederlo oggi è un tuffo al cuore. I padroni di casa superano di slancio il piccolo passaggio a vuoto dei minuti precedenti e Parish con 4 punti perfeziona il sorpasso (49 a 46). "Tree" Rollins commette il terzo fallo e viene richiamato nuovamente in panchina. La partita è stupenda, con Boston che corre in contropiede in maniera favolosa e gli Hawks che attaccano il canestro con altrettanta decisione. Dopo una serie infinita di botta e risposta si arriva all'intervallo sul 59 a 58 per Atlanta. Entrambe le compagini viaggiano ben oltre il 50% al tiro nel quarto; la truppa di K.C. Jones, addirittura, fissa l'asticella ad un abbacinante 73%.
Giusto il tempo di stemperare la tensione con un hot dog ed una Coca e si riparte: tre finte e Bird che dopo il solito pick'n roll serve McHale a segno con il layup. Nemmeno il tempo di applaudire e "Legend" si incunea e spara il "jumper" mostrando un'anteprima dei fuochi artificiali che verranno: 63-58 e timeout di un indispettito Fratello. Mike sta ottenendo poco dalla panchina, di solito un punto di forza: nella serie le riserve hanno segnato una media di 33 punti, questa sera per ora sono solo ad 8. Continua il "mini blackout" dei biancorossi: il massimo vantaggio Boston (+7) è figlio anche del'asfittico 0 su 5 imbastito da Rivers e soci in apertura del terzo parziale. Ci pensano Wittman e Wilkins a chiudere la fuga con due canestri in stretta successione.
Nel frattempo non si ferma McHale che abusa ripetutamente di Willis, Rollins e Carr raggiungendo gli 11 rimbalzi...ah, e i 27 punti, of course. Wilkins è il solito artista e tiene a stretto contatto i suoi, anche se i Celtics sembrano averne di più. Ora ci prova Johnson a scavare il solco con 6 punti in un minuto e mezzo ma siamo sempre al "corpo a corpo", anzi un contropiede di Wittman su un raro errore di Bird e una stoppata di Carr danno il via all'ennesima operazione sorpasso, che si perfeziona ancora grazie a Carr (76-75). Atlanta, dopo il citato 0 su 5 iniziale infila un clamoroso 9 su 10. La partita è una bolgia, con scontri sempre più duri in area e dopo McHale ora è D.J. a "tirare la carretta". Il mai troppo compianto Dennis conclude il quarto con 12 punti in carniere, compresa una transizione dopo rubata a Rivers sull'ultimo possesso: 84-82 e ancora buio fitto per i vaticini sulla squadra vincente.
Finora gli spettatori paganti non possono certo lamentarsi, ma è nel quarto perido che prende corpo la Leggenda: Bird, per l'appunto, sinora ha giocato una partita normale...soliti lampi di classe, una serie di giocate che solo pochi eletti possono anche soltanto provare, 14 punti. Per un ego come quello del 33 una partita "normale" in queste circostanze è quasi un affronto, una gara 7 così bella e combattuta vissuta all'ombra di Wilkins, McHale, persino Johnson...La soluzione? Una grandinata di canestri. Ma andiamo con ordine: Dopo una breve fase di studio arriva il primo segnale, forte e chiaro: uscita dai blocchi e "jumper" dai 4 metri che vale l'88 a 86. Un minuto dopo infila il 90 a 88 buttandosi indietro con la manona di Carr che lo contrasta, e siamo solo all'inizio. I tempi sono maturi per il primo vero e proprio highlight: supera Levingston sulla linea di fondo e, fuori equilibrio, subendo il fallo, quasi cadendo a terra, alza una preghiera che non trova altro se non la retina (93 a 90).
I punti raggiungono un "ragionevole" totale di 21, sette nel quarto, con Wilkins a 31, ma non è finita. Dominique si adegua con la tripla del 93 pari. A Bird non piace e lo fa capire rubando palla proprio al "nemico" e sul ribaltamento segnando il 95-93 a 7 minuti dalla fine con il tiro in avvicinamento. Ci prova anche Wittman (che chiuderà con un quasi perfetto 11/13 dal campo), ma il 33 biancoverde e ormai tutto il Garden sono in missione. Nonostante ciò un immenso Wilkins pareggia ancora 99 a 99, poi 101 a 101. In mezzo un delizioso "ricciolo" e conclusione con la mano sinistra di Larry (101 a 99). Altra uscita dai blocchi di Bird e "jumper" centrale (103 a 101). Nel quarto, in una delle prestazioni balistiche più perfette della storia, siamo 82% per Atlanta, 77% per Boston. Le difese raddoppiano e triplicano le due stelle, ma ormai entrambe sono inarrestabili: l'uno appoggia al vetro contrastato da McHale, l'altro realizza il 107 a 105 nonostante tre avversari gli stiano addosso; Johnson prende uno sfondamento con difesa termopiliana e a 2'20" dalla conclusione siamo 109-105.
I due minuti finali sono vietati ai malati di cuore: "tripla" contestatissima fuori equilibrio di Bird (111 a 105), gancio di Wilkins (112 a 107) che poi subisce fallo ad opera di McHale e manda a segno i liberi (112 a 109 e 44 per "The Human Highlight Film"). La battaglia è feroce e le telecamere immortalano Johnson sanguinante per un taglio sotto l'occhio destro. Mancano 43 secondi ed è persino offensivo suggerire al lettore chi sia l'uomo che si prenderà la responsabilità di sigillare l'incontro: D.J. avanza, serve il 33 che con superbo cambio di passo mette la freccia e va a concludere con un layup di sinistro: 114 a 109 e i tifosi possono tirare un sospiro di sollievo. Sollievo che non dura molto perchè gli Hawks trovano ancora il modo di mettere pressione al popolo biancoverde: Wilkins e Rollins accorciano fino al 117-115 quando il cronometro segna -6 secondi. Immediato il fallo su Johnson che ha la possibilità di siglare l'allungo decisivo realizzando entrambi i liberi.
Sbaglia il primo, mette il secondo. Sulla rimessa Ainge placca Dominique per impedire il tiro da tre che significherebbe supplementare. Manca un solo, piccolo secondo: il primo tiro dalla linea della carità centra l'anello, il secondo viene intenzionalmente sparato sul ferro ma per fortuna Garfield Heard si è ritirato da tempo e il miracolo dell'ultimo istante non si materializza: sul rimbalzo la palla carambola verso D.J. e la sirena, liberatoria, ulula di felicità accompagnata dal boato del Garden festante. Alla fine di questa battaglia campale il boxscore sembra uscito da uno scherzo del redattore: 47 punti con 19 su 23 per Wilkins, 16 punti e 18 assist per Rivers, 16 punti tutti nel secondo tempo per Johnson, 11 su 13 (come già accennato) per Wittman, ma soprattutto 34 per Bird (20 dei quali nel quarto periodo) con 15 canestri su 24 tentativi.
Don Chaney, assistant-coach per Atlanta ma già compagno di squadra di "Legend" nell'anno da rookie, dirà dopo quell'incontro: "Lo ha voluto. Ha voluto risolvere la partita e ce l'ha fatta. E' questo che fanno le superstar". Nulla da aggiungere.





Commenti
Sarà che in quegli anni seguire l'NBA e i miei Celtics era una delle questioni fondamentali della mia vita, sarà che parte di quei giocatori sono ormai leggende e quelli attuali ancora no, ma a me quei tempi e quelle partite mancano tanto!
sara' che eri giovane?
Johnny Most me la raccontò come fosse una storia di cavalieri antichi, e vi posso assicurare che tifare senza vedere la partita è molto più difficile...
Grandissimo incontro, con Wilkins e Bird che non prendevano la palla e forzavano ad ogni costo (come succede oggi in alcune squadre), ma "producevano" nel ritmo della gara, "in the flow" come si dice da quelle parti.
Angelo ci ha fatto una cronaca avvincente ed a leggerla sembra di essere lì a bordo campo... solo Johnny Most avrebbe potuto fare meglio, ma John di italiano conosceva solo qualche parola imparata durante la seconda guerra mondiale...
No, già allora ero anzianotto, in effetti adesso sono in condizioni quasi migliori
vedo con piacere che quel giorno non ero il solo con la radiolina in mano....
Hai perfettamente ragione Fabio, la cosa sorprendente di quella partita fu che le prestazioni dei due protagonisti non derivavano da isolamenti, da 1 vs 5 o da pick 'n roll con 3 sull'altro lato a guardare la partita, ma da un gioco fatto di schemi e di passaggi.
Il ricordo e l'emozione restano intatti...Io la vidi in diretta televisiva su AFN, potrei quasi giurare alle 7 di sera della domenica, giusto dopo essere tornato a casa dal campetto di basket nel quale 3 quindicenni amici per la pelle ma "divisi" dal tifo NBA provavano invano a "replicare" i numeri di Kareem, Doctor J e Larry Bird indossando le rispettive casacche...(chissà quale dei tre rappresentavo io...
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