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La Storia dei Celtics
Nel novembre del 1987 i Celtics si apprestavano ad iniziare una nuova avventura con la consapevolezza di poter ancora dire la loro sino all'atto conclusivo: in fin dei conti solo cinque mesi prima avevano sfiorato l'ennesima impresa dopo una stagione eroica e sfortunatissima, caratterizzata da una serie infinita di infortuni e da un cammino impervio nei playoffs, terminato solamente al cospetto dei Lakers in Finale.
Il roster non era cambiato di molto - almeno negli uomini chiave - con il classico quintetto Parish, Bird, McHale, Ainge, Johnson a prolungare la leggenda di uno degli starting five più forti della storia. Il numero 33, in particolare, rimesso in sesto dal chiropratico di fiducia Dan Dyrek appariva in forma smagliante: memorabile una schiacciata a due mani in prestagione, a Brigham Young, nemmeno fosse stato il miglior Dominique Wilkins. Certo, non era tutto rose e fiori: McHale avrebbe dovuto rimanere fermo ai box per le prime tre settimane a causa di un intervento chirurgico all'osso navicolare del piede destro e la panchina non era profondissima, con Mark Acres e Fred Roberts a far da cambio ai lunghi, Darren Daye, il piccolo Jerry Sichting più l'oggetto di culto Greg Kite (gli ultimi tre non terminarono la stagione a Boston, tra "tagli" e scambi di mercato).
A completare il mosaico due rookie: Brad Lohaus (che avrebbe avuto una lunga carriera da globetrotter in NBA) e, ebbene si, Reggie Lewis: il filiforme prodotto da Northeastern University, il giocatore che sarebbe stato speranza, bandiera e lancinante sofferenza per tutti i tifosi del Trifoglio venne scelto con la pick numero 22 grazie all'ennesimo colpo da maestro di Auerbach. In verità lo staff aveva potuto studiare molto da vicino il ragazzo (Northeastern sta di casa al 360 di Huntington Avenue, ovviamente Boston) e con un piccolo sforzo di immaginazione potremmo addirittura vedere "Red" attendere compiaciuto il proprio turno mentre i vari Gm si dannavano per "Muggsy" Bogues, Matt Robertson, Jim Farmer, José Ortiz, Tellis Frank...
Lewis si presentava come un prospetto ancora da costruire, soprattutto fisicamente: ma i suoi numeri al college erano un biglietto da visita indiscutibilmente valido: 17.8 punti a partita nell'anno da freshman, 22.2 al raggiungimento del diploma con il 49.7% dal campo. Cifre mica da ridere che valsero al capitano degli Huskies il record di miglior marcatore nella storia della squadra e il nono posto ogni epoca da quando la NCAA aveva compiuto i primi passi. Nessuna sorpresa dunque se Il 21 Gennaio 1989 il suo numero 35 venne issato tra le volte della Matthews Arena.
Tornando a quell'autunno del 1987 andiamo ad esaminare più da vicino gli avversari che i Celtics si sarebbero trovati di fronte nel lungo e tortuoso cammino alla ricerca del diciassettesimo banner: ad Est il "nemico naturale" erano i Pistons di coach Chuck Daly, già faticosamente eliminati nella finale di Conference dell'anno precedente. Bill Laimbeer era lo specchio dei "Bad Boys", compagine non esattamente composta di gentiluomini, dal gioco impostato su una difesa asfissiante, ruvida e spesso oltre i limiti del lecito: giocava sporco ma era anche un centro completo, capace di tirare da tre, di andare sistematicamente in doppia cifra per rimbalzi e punti e di interpretare in maniera mortifera il pick'n pop con Isiah Thomas, il miglior marcatore (quasi 20 punti ad ingresso in campo). In quintetto anche un'altra leggenda del Gioco, Joe Dumars, una vita cestistica interamente spesa a Detroit: 6 volte All Star, Hall Of Famer e difensore eccellente. E Rick Mahorn? E il sophomore Dennis Rodman? Decisamente clienti tignosi.
Non meno temibili erano gli Atlanta Hawks, nella versione più ostica dai tempi di St.Louis e di Bob Pettit: alfiere di quella squadra era Dominique Wilkins (avrebbe terminato la stagione con 30.7 punti e 6.4 rimbalzi di media), "The Human Highlight Film", tecnica sopraffina al servizio di un fisico esplosivo; in cabina di regia l'ordinato e talentuoso "Doc" Rivers, poi la frontline formata da "Tree" Rollins e Kevin Willis più una panchina lunga: Antoine Carr (anch'egli visto in Italia), Cliff Levingston e l'indimenticabile "Spud" Webb. Completavano il quartetto delle "grandi" i giovani Chicago Bulls di un certo Michael Jordan (35 punti ad allacciata di scarpe quell'anno), ancora lontani dall'essere la macchina da guerra dei due "three-peat" ma comunque da non sottovalutare in ragione della presenza di giocatori come Oakley e Pippen in grado di lasciare negli anni seguenti tracce profonde.
Ad Ovest ovviamente il ruolo del favorito andava assegnato d'ufficio ai Lakers, campioni uscenti: quintetto stellare ("Magic" Johnson, Kareem Abdul-Jabbar, James Worthy, Byron Scott e A.C.Green), chiunque avesse voluto fregiarsi dell'anello avrebbe giocoforza dovuto fare i conti con loro. Alle spalle dei gialloviola scalpitavano gli spettacolari Denver Nuggets, squadra imprevedibile, talentuosa e capace di segnare caterve di punti nella singola gara; l' uomo-faro era Alex English, tuttora il tredicesimo miglior realizzatore della storia: non aveva la completezza di Bird, nè l'espolosività di Wilkins, ma la tecnica sopraffina e l'innata capacità di "vedere" il canestro ne fecero un cecchino infallibile per un buon decennio. La spalla ideale di English era Lafayette "Fat" Lever, un playmaker di 1.90 capace di segnare quasi 19 punti di media, di smazzare 7.8 assist ma soprattutto di abbrancare più di 8 rimbalzi.
I Trail Blazers, guidati da Clyde Drexler, Terry Porter e la vecchia gloria Caldwell Jones sotto le plance si proponevano come possibile sorpresa: già nel torneo precedente, pur con un brevissimo cammino ai playoffs, avevano fatto segnare un ottimo 49-33 e la presenza di un go-to-guy come Clyde "The Glide" era comunque una polizza assicurativa di tutto rispetto. Anche i Dallas Mavericks, guidati da Rolando Blackman, dal "gigante" James Donaldson ma sprattutto dall' ex prima scelta Mark Aguirre avevano il talento per giocarsi una chance.
Il 6 novembre 1987 i Celtics aprirono le danze regolando i Milwaukee Bucks di Jack Sikma e Terry Cummings: non ci fu storia, i biancoverdi del Massachusetts piegarono gli avversari 125-108 con una gara condotta sempre in testa e messa in cassaforte con una decisa accelerazione nel terzo e quarto perido: Bird infilò l'ennesima doppia doppia abbondante (28+15) e Fred Roberts, che qualcuno ricorderà a Bologna nei primi anni '80, non fece rimpiangere l' infortunato McHale realizzando 20 punti. Due giorni dopo Larry, a confermare il suo stato di grazia, ne segnò addirittura 47 (in 53 minuti) ai Washington Bullets di Moses Malone (140-139 con due overtime).
Boston non si fermò qui e si portò celermente sul 6-0 prima di subire una brutta battuta d'arresto (88-109) in casa dei solidi ma non certo irresistibili Cavs. Proprio in quell'occasione arrivò un fastidioso stop per Bird: tentando di palleggiare dietro la schiena si stirò incredibilmente entrambi i tendini di Achille. Nulla di gravissimo, rimase fermo ai box solo per 4 partite, ma i postumi del malanno avrebbero avuto modo di farsi sentire proprio nelle fasi finali di quella massacrante stagione. Dalla sconfitta a Cleveland iniziarono tre settimane di passione che portarono 8 "L" a fronte di sole 5 "W": unica luce nel buio di quello sfortunato intervallo fu il rientro in pompa magna di McHale che il 1 dicembre, pur nel contesto di una brutta partita (106-120) ad Atlanta, fece il botto (22 punti in 22 minuti), mantenendo medie ragguardevoili anche nelle gare seguenti, come se il pur serio infortunio subito non fosse stato altro che un banale raffreddore. Il periodo-no culminò con la resa dell' 11 dicembre ai Lakers in casa: in svantaggio di 6 alla fine del terzo quarto Magic e compagnia ricucirono lo strappo fino a spuntarla al fotofinish (115-114). Si era 11-8 e nonostante il tasso di talento fosse ampia garanzia di qualità, qualche dubbio cominciava ad insinuarsi: poteva un quintetto non più giovanissimo arrivare in fondo nonostante i cambi non fossero all'altezza di quelli di Los Angeles, Detroit, Atlanta? Non sarebbe stato il caso di sfruttare per qualche minuto in più la classe, per quanto acerba, di Reggie Lewis le cui presenze erano spesso limitate al garbage time? Domande che avrebbero avuto risposta solo qualche mese dopo. Per ora i ragazzi di K.C. Jones si limitarono a reagire da grande squadra, come erano abituati a fare da quasi un decennio: vinsero 9 delle 10 contese successive, di cui 7 giocate lontano dalle mura amiche. Il 17 dicembre, proprio all'inizio della striscia positiva, la proprietà iniziò ad "aggiustare" il roster con il primo free agent, la guardia Dirk Minniefield, personaggio problematico dedito all'abuso di cocaina che ne minò seriamente la breve carriera professionistica, durata solo tre anni (per gli amanti del lieto fine, attualmente Dirk si occupa di un programma per il recupero dei giocatori che hanno o hanno avuto il suo stesso problema). In quella stagione giocò una media di 14 minuti per consentire a Johnson e Ainge di tirare il fiato.
L' 8 gennaio si decise di rinforzare il reparto lunghi con l'innesto di Artis Gilmore, trentottenne veterano di mille battaglie dagli albori degli anni 70. Il 9 gennaio arrivò la fisiologica sconfitta a New York contro i Knicks ma nel mese successivo vi furono altre 11 vittorie (su 13 partite), buone per portare il record sul 32-12 ed in corposo vantaggio rispetto al 25-16 dei più temibili avversari diretti, i Pistons. Il 1 febbraio fu in qualche modo una data di ricordare per i tifosi biancoverdi, che salutarono per sempre uno di quei giocatori di cui solo il Garden si può innamorare: Greg Kite (che, tagliato, si accasò poi ai Clippers). Fu per molti versi un Brian Scalabrine ante litteram, raramente chiamato in campo ma capace di dare il 110% in allenamento, sparring partner ideale per consentire ai compagni più titolati di "affilare le unghie" in vista degli impegni ufficiali. Lo stesso Bird ebbe a lodare in più di una occasione il "silenzoso" compagno. Tre settimane dopo anche Jerry Sichting fu “sacrificato” nello scambio con i Trail Blazers che portò il più versatile Jim Paxson alla corte di K.C. Jones.
Il forsennato inizo fu dunque essenziale per scavare il solco decisivo sulle altre franchigie nella corsa alla prima posizione di Conference, il che consentì al Trifoglio di abbassare leggermente il ritmo nella seconda parte della regular season, comunque portata a termine "in carrozza" con 25 vittorie nelle ultime 38, fino al record conclusivo di 57-25 (tre gare di vantaggio su Detroit e sette sull'accoppiata Hawks-Bulls). Ad Ovest come da pronostico i Lakers la fecero da padroni (62-20), seguiti a distanza di sicurezza da Nuggets (54-28), Mavericks e Trail Blazers (entrambe 53-29). Poche le soddisfazioni in sede di premi annuali per i Celtics, con Bird a festeggiare la rituale inclusione nel primo quintetto NBA (29.9 punti, 9.3 rimbalzi e 6.1 assists) e McHale (22.6 punti e 8.4 rimbalzi) quella nel miglior quintetto difensivo. Larry in realtà quell'anno si era già tolto anche lo sfizio di conquistare il terzo trofeo di tiratore principe all'All Star Game di Chicago, entrando in spogliatoio e domandando a tutti "Chi di voi arriva secondo"?
Sbruffonata gratuita? Per nulla, il campione è quello che trasforma parole in fatti, ed eccolo il biondo, in ritardo all'ultimo "rack" di palloni nella finale, ad infilare una serie incredibile, a scagliare il potenziale tiro della vittoria e ad alzare un dito mentre la "spicchia" era ancora in volo, quasi a dichiarare che il numero uno era sempre lui. Inutile dire che quella "tripla" trovò il fondo del canestro.
Al primo turno dei playoffs Boston si trovò a dover affrontare i Knicks di Rick Pitino, Patrick Ewing e del "Rookie of the Year" Mark Jackson, una coriacea guardia capace di andare in doppia doppia di media per punti e assists in regular season. Non male, ma non abbastanza per impensierire le vecchie volpi di K.C. Jones. La serie al meglio delle 5 prese subito una piega definita con le due partite d'esordio giocate al Garden: 112-92 e 128-102 tanto per gradire. In Gara 1 McHale, sempre lui, in uno scontro di gioco si procurò una fastidiosa abrasione corneale ma, nonostante la menomazione, volle continuare a giocare senza perdere nemmeno un minuto. L'affermazione successiva di New York al Madison ebbe solo valore statistico (100-109), tanto è vero che solo due giorni dopo la pratica fu definitivamente regolata dai biancoverdi violando il fortino avversario con un tutto sommato agevole 102-94.
Il primo ostacolo era stato superato di slancio ma il successivo era di ben altro spessore: gli Hawks, pur avendo faticato non poco per liberarsi dei Bucks (3-2), erano formazione di alto livello, dalla fisicità mostruosa anche se dal QI cestistico non eccelso, Doc Rivers a parte. Oltre a ciò erano capitanati da un vero fenomeno, Dominique Wilkins. L'11 maggio si aprirono le danze, naturalmente a Boston in funzione del miglior record conseguito dai biancoverdi in stagione: fu una partita per nulla memorabile, con caterve di palle perse da ambo le parti (ben 44 in tutto), ma l'accoppiata Bird-Parish consentì ai Celtics di uscirne indenni senza troppi patemi: l'uno segnò i primi 9 tiri scoccati raggiungendo i 24 punti...nel primo quarto, l'altro combinò una comoda doppia doppia da 24+14. Anche in Gara 2 lo spettacolo non fu dei migliori, ma come due giorni prima il successo arrise ai padroni di casa (108-97). 2-0 dunque, e tutti ad Atlanta per chiudere la faccenda...forse. In realtà la terza puntata della serie fu un calvario e la sconfitta (110-92) ne rappresentò la naturale conclusione. A cavallo tra il terzo e il quarto periodo "Larry Legend" e compagni rimasero completamente a secco per 11 minuti infilando un imbarazzante 0/11 dal campo. Nei secondi 24 minuti solo 8 volte riuscirono ad andare a canestro. Non proprio un buon viatico per Gara 4 che infatti venne nuovamente buttata alle ortiche: dopo un inizio scoppiettante (10 punti di vantaggio nel secondo quarto) la luce si spense ancora dietro a una valanga di palle perse e a una prestazione-monstre di Rivers, capace di smazzare 22 assist (record per gli Hawks). Si tornò dunque a Boston e tra l'incredulità generale gli ospiti si portarono addirittura in vantaggio nonostante il 24+13 di Parish (ma Kevin Willis fece di meglio, 27+14). Il mondo si era rovesciato, da 2-0 a 2-3 e match point da salvare in trasferta. C'erano tutti gli ingredienti per un attacco di isteria collettiva, se non stessimo parlando di "quel" gruppo. Gara 6 fu la classica partita tutta giocata sui nervi, non bella ma maledettamente intensa: finì 102-100 nonostante i 35 e 10 rimbalzi di Wilkins, l'ultima penetrazione di Levingston a infrangersi contro la stoppata di un Parish monumentale. Un po' più tranquilli, si tornava nella "Beantown" per giocare l'ennesimo spareggio: non ci dilungheremo in proposito, anche perchè l'episodio sarà oggetto di un articolo a parte, ma immaginiamo che la gran parte dei lettori sappia che stiamo parlando della storica "sfida all' OK Corral" tra i due "compari" Dominique e Larry, il primo capace di mettere 47 punti con un accecante 19 su 23 dal campo, l'altro che si fermò a 34, 20 dei quali in un quarto periodo da cineteca, in cui fece l'impossibile tra uscite dai blocchi con tripla annessa, penetrazioni fuori equilibrio, piazzati da ogni posizione umanamente concepibile: alla fine fu l'ennesimo colpo per le coronarie dei tifosi, un 118-116 in bilico fino all'ultimo rimbalzo difensivo conquistato da Dennis Johnson sulla sirena.
In finale di Conference attendevano i Pistons, facili vincitori dei Bulls per 4-1. Era a tutti gli effetti la replica della sfida giocata nel 1986 quando i Celtics ebbero la meglio in 7 partite. Detroit però era una squadra in crescita, con l'ulteriore addizione del solido backup James Edwards, un "Sette piedi" arrivato da Phoenix a stagione in corso. Il 26 Maggio del 1988 il Garden fece da conice al primo scontro tra le due corazzate dell'est e non furono rose e fiori per i biancoverdi: gli ospiti, guidati da Thomas (35 punti) vinsero per 104-96. In Gara 2 ci fu il prevedibile sussulto d'orgoglio dei vecchi leoni che raddrizzarono e portarono a casa un'altra partita al cardipalma: a 10 secondi dalla sirena Thomas sbagliò un libero decisivo sul 102-102 lasciando a Boston l'ultima azione per vincere, ma Bird, marcatissimo, riuscì solo a centrare il ferro dai cinque metri. Anche il primo overtime fu giocato punto a punto ma a 7 secondi dalla conclusione il solito Isaiah sembrò poter mettere il suo sigillo infilando la tripla del 109-106. Dopo il timeout DJ si apprestò a rimettere in gioco ma non si intese con Bird che partì troppo presto (o il passaggio partì tardi, fate voi) facendosi passare alle spalle la "spicchia". Questa carambolò sull'uomo che non vorreste mai avere con la palla in mano a un amen dalla fine e oltre l'arco, Kevin McHale. Questi, pur sorpreso, scoccò celermente il tiro...la parabola, incredibilmente, si spense dentro l'anello arancione per il 109-109, tra le rimostranze degli ospiti i quali ritenevano (probabilmente a ragione) che il piede del tiratore avesse calpestato la linea dei tre punti. Memorabile la dichiarazione del 32, forte di un dimenticabile 1/16 dalla lunga in stagione: "Anche un maiale cieco può trovare una ghianda ogni tanto". Dopo lo spavento i Celtics riuscirono a uscire dalle sabbie mobili, vincendo al secondo overtime 119-115 anche grazie al sontuoso 26+13 di "The Chief", in gran spolvero. Lo stesso non si può dire del 33, impantanatosi in un inusuale 6/20 dal campo.
Al Pontiac Silverdome, "casa" dei Pistons, davanti a 26,000 spettatori le cose si fecero ancor più complicate: i biancoverdi vennero sconfiti, se pur a fatica, per 98-94 dall'asfissiante difesa messa in atto da Rodman contro Bird (altra prestazione incolore con 6 su 17 al tiro), McHale disse ancora 34 ma Parish non potè contribuire da par suo a casusa di un utilizzo ridotto per problemi di falli. Boston era palesemente in riserva e le voci sui tendini malconci di Larry assumevano ad ogni partita maggior credibilità. L'ultima resistenza del Trifoglio si consumò in una vittoria tutta di nervi in Gara 4 (79-78) nonostante un'altra prova incolore del "Contadino di French Lick", nonostante il 40% dal campo, nonostante i 29 di Laimbeer. Sul 2-2 una serie si può ancora raddrizzare, ma ormai la benzina era finita e l'orgoglio da solo non potè fare miracoli: in Gara 5 Detroit violò ancora il Garden per 102-96 grazie ad una rimonta da -14 ed un overtime. A tanto doverono arrivare i giovani Pistons per aver ragione della commovente determinazione dei "vecchi" Celtics, per nulla aiutati da una panchina capace di racimolare la miseria di 2 punti. Il 4-2 finale fu solo una formalità, anche perchè la malasorte mise fuori gioco anche Parish, azzoppato in una collisione con il piccolo Vinnie Johnson. La sesta sfida finì 95-90 e McHale in un ideale passaggio di consegne, con la consueta signorilità strinse la mano a Isiah Thomas: "Giocatevi la Finale per vincere, siete abbastanza forti per farlo". Questi, di rimando omaggiò in seguito quei guerrieri duri ed indomabili con parole per lui inusuali: "Abbiamo imparato molto da loro; se non li avessimo mai incontrati probabilmente in seguito non avremmo vinto i nostri titoli NBA". Quell'anno non ci fu nulla da fare, i Lakers si aggiudicarono il repeat, seppure in sette gare, ma molto presto Daly e i suoi si sarebbero rifatti con gli interessi.
La delusione a Boston fu grande, anche perchè con i Pistons in crescita, i Losangelini nel pieno della vigoria e Larry Bird che iniziava ad accusare quei malanni fisici che ne avrebbero "avvelenato" la carriera fino al momento del ritiro, la sensazione era che fosse stata persa l'ultima occasione buona per tornare sul tetto del mondo. Per intanto la dirigenza decise di "spostare" K.C. Jones dalla panchina, promuovendolo a vice-presidente: nei corridoi del Garden le accuse mosse al coach riguardavano la scarsa valorizzazione dei giovani e, di conseguenza, l'eccessivo utilizzo dei titolari arrivati ai playoffs in riserva. K.C. accetto con stile, ma non si sentiva ancora pronto per il pensionamento e solo un anno dopo emigrò a Seattle per tornare ad allenare...





Commenti
Cosa dire...momenti indimenticabili.Gli ultimi sussulti di una squadra leggendaria,dura a morire, che ha tenuto lato il proprio onore fino agli ultimi istanti.La dichiarazione di Thomas,che rappresenta un ideale passaggio di consegne, rende l'idea di quanto rispetto e timore incutessero quei Celtics.
Bellissimo il riferimento a gara 7 con gli Hawks di Sir Dominique.Quella partita la ricordo.Pazzesca.Un Wilkins assolutamente mostruoso, infermabile per tutto il match e un Larry che,nell'ultima parte di gara fece vedere di essere ancora colui che gli Dei del Basket avevano mandato sulla terra , a miracol mostrare.Il tuttto acompagnato dal sempre emozionante "Pandemonio al Garden" del vecchio Dan...Bei tempi!!!
E , infine,il riferimento alla sapiente regia del Doc...smazzare 22 assist in una partita...roba da Rondo
Cal
Non la storia raccontata da Angelo
Purtroppo i cicli si chiudono e quei Celtics erano davvero arrivati al capolinea nonostante Bird avesse poco più che trent'anni, ma questo lo abbiamo scoperto con il senno di poi.
Rivers? Essendomi occupato non poco di lui, posso davvero evitare di sorprendermi per i 22 assist, anche da giocatore era un vincente.
Il grande declino stava cominciando e purtroppo non sapevamo che sarebbe durato così tanto ( anche per disgrazie già raccontate).
Grazie Angelo, leggendo questo racconto ho rivissuto, anche se solo per pochi minuti, quelli che nel 1987 erano i miei 21 anni.
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