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La Storia dei Celtics
Un noto spot pubblicitario diceva che “una telefonata può cambiarti la vita”. Correva l’estate del 1985 e faceva caldo nella sempre soleggiata California, ma nella lussuosissima villa di San Diego William Theodore “Bill” Walton III non riusciva proprio a rilassarsi. 
L’ex stella di UCLA, capace di vincere due titoli NCAA agli ordini del mitico John Wooden e tre premi come miglior giocatore universitario, era stanca e demotivata; l’ex MVP delle finali NBA del 1977, che quasi da solo sbaragliò i 76ers per consegnare ai Portland Trail Blazers l’unico titolo della loro storia, era triste e malinconico; l’ex “hippy”, ex vegetariano e fervente attivista/pacifista, capace di farsi arrestare per una manifestazione anti-guerra del Vietnam nella quale avrebbe criticato aspramente tanto l’allora presidente americano Richard Nixon, quanto l’operato dell’intero FBI, era deluso ed amareggiato...un ex “figlio dei fiori” completamente...appassito: e quel “ex” che precedeva qualsiasi sostantivo al quale veniva legato il suo nome pensó che solo “una telefonata” poteva cambiargli la vita.
Bill Walton era reduce da una serie di infortuni che era più lunga della “Route 66”; le ripetute fratture al piede sinistro, unite ad innumerevoli lesioni alle ginocchia, ai polsi, alle caviglie ed alle svariate rotture del setto nasale lo facevano apparire nell’estate del 1985, poco più che trentadueenne, come un ex giocatore, destinato a passare il tempo disteso su un divano ad ascoltare la musica degli amati Grateful Dead piuttosto che a correre avanti e indietro su un campo di pallacanestro. Ma la voglia di basket e la “fame” di vittorie erano ancora forti, e così il “Grande Rosso” decise di “fare shopping”. Voleva una grande squadra, una “contender” che potesse regalargli ancora minuti di gloria sul parquet con la possibilità di puntare ad un altro anello NBA.
La leggenda narra che la prima telefonata Bill la fece a Jerry West ma il proprietario dei Lakers fu lapidario: “Ho visto le radiografie del tuo piede sinistro. No, grazie. Non abbiamo bisogno di te”. Quando però a ricevere una simile telefonata fu Auerbach il fato volle che nell’ufficio del Presidente fosse presente pure un certo Larry Bird, il quale, senza troppi indugi, sentenziò: “Se Bill dice che è pronto per giocare per noi, allora ben venga. Potrebbe darci una grossa mano e con McHale e Parish il nostro front-court sarebbe fortissimo”.
Detto e fatto. Dopo pochi giorni "Red" ed il general manager Jan Volk volarono in California accompagnati dal medico del Trifoglio per sincerarsi sulle reali condizioni fisiche del giocatore; una volta appurato che queste erano tali da permettergli di giocare una ventina di minuti ad incontro senza eccessivi rischi, la stretta di mano tra i protagonisti dell’incontro fu sufficiente a convertire il “Grande Rosso” nel nuovo acquisto “di grido” dei Boston Celtics. E chi avrebbe detto che in quella meravigliosa stagione il “sempre rotto” Walton avrebbe accumulato 80 partite di regular season (un record personale), giocato dei playoffs assolutamente magistrali e vinto a mani basse il titolo di “Miglior Sesto Uomo” della lega? Non certo Jerry West...
Putroppo il prezzo da pagare per ottenere i servigi di Walton fu la concessione di una prima scelta al successivo draft ma soprattutto l’invio a San Diego di un “pezzo da novanta”, quel Cedric Maxwell che dopo 8 stagioni in casacca biancoverde era un autentico idolo per il pubblico del Garden oltre che uno dei fautori dei recenti successi bostoniani (due titoli NBA di cui uno condito dal premio di MVP delle Finali nel 1981). A dire la verità, “Cornbread” non è che si fosse comportato esattamente da “vero Celtic” negli ultimi tempi: l’infortunio al ginocchio che lo aveva limitato durante la precedente stagione a sole 57 partite di regular season e ad un contributo non propriamente eccelso durante i playoffs che terminarono con la vittoria dei Lakers su Boston, sembrava avergli fornito una “scusa” per “tirare un po’ i remi in barca”.
I continui capricci estivi del giocatore e la poca chiarezza sulle reali condizioni del ginocchio infortunato, urtarono non poco la sensibilità e la pazienza di Auerbach che, al rifiuto di Maxwell di presentarsi al “rookie camp”, perchè si “stava occupando della nuova casa” (epiche le parole di Red: “quella casa Maxwell se l’è comprata coi soldi dei Boston Celtics!”), colse l’occasione al volo per finalizzare un’estenuante trade con i Clippers che avrebbe alla fine portato il numero 31 a San Diego.
L' 8 settembre del 1985 Bill Walton atterrava a "Beantown" e ad aspettarlo all’aeroporto Logan c’era M.L. Carr che se lo caricò subito in macchina...destinazione: Weston, Massachusetts, dimora di Robert Parish. Lo scopo della visita era quello di mettere subito in chiaro alcune cose: il nuovo arrivato non veniva per “rubare” spazio e protagonismo a “The Chief” (soprannome curiosamente affibiatogli proprio dal partente Cedric Maxwell); piuttosto, la sua funzione sarebbe stata quella di attuare come “back up” del front-court biancoverde nei momenti di bisogno. Inutile sottolineare come l’intesa tra i due fu immediata ed entrambi gli atleti ringraziarono la “sensibilità” di Carr che, oltretutto alla vigilia del suo ritiro dal basket giocato, aveva organizzato quel meeting in modo naturale e spontaneo, tenendo ben presente che gli interessi della squadra erano più importanti degli “ego” personali dei giocatori.
L’acquisizione di Walton però non aveva “calmato” completamente un Red Auerbach ancora piuttosto adirato per la prima sconfitta subita dai Celtics per mano dei Lakers in una finale NBA; erano passati solo tre mesi ed Arnold, ormai alla soglia dei 70 anni, possedeva saggezza e lungimiranza sufficienti per riconoscere che mancava ancora qualche altro tassello a quella squadra per poter colmare il pur esiguo “gap” che nella precedente stagione aveva accumulato nei confronti dei “nemici” losangelini. Bisognava rinforzare la panchina ad ogni costo. E cercare di rimanere “healthy” (sani) durante tutta la stagione. Facile a dirsi...soprattutto considerando che proprio alla vigilia di quella stagione Larry Bird aveva addirittura considerato la possibilità di fermarsi un anno “ai box” per cercare di sistemare quella schiena maldestramente lesionata in estate mentre il “contadino” si stava costruendo un recinto nella casa di campagna di French Lick (vietato chiedersi perchè, con le “sufficienti” possibilità economiche in dotazione, Larry non avesse pagato qualcuno per quel tipo di lavoro...)
Ecco perchè la “questione panchina” diventava centrale: avere una “second unit” affidabile era prioritario per una squadra che puntava alla quarta finale NBA in 6 anni e per questa ragione era imperativo preservare le condizioni fisiche di Bird, Parish e McHale con un minutaggio adeguato durante la regular season. Con l’acquisizione di Walton e la conferma per il terzo anno del coriaceo “shooter” Scott Wedman, “rincalzo” di lusso per Larry ed autentico eroe del “Memorial Day Massacre” (ovvero gara 1 delle finali del 1985 contro i Lakers), il “front-court” bostoniano pareva davvero completo e variegato, potendo anche contare sui muscoli e la grinta di un “panchinaro cronico” ma sempre motivatissimo come Greg Kite il quale, consapevole dei propri limiti, si faceva però trovare sempre pronto nel momento del bisogno e, soprattutto, faceva “sputare sangue” in allenamento ai ben più quotati compagni di reparto. Ora c’era da lavorare sul “pacchetto-guardie” per perfezionare il roster ed il primo passo fu la scelta di Sam Vincent con il “pick” numero 20 al draft del 18 Giugno del 1985: la data merita di essere ricordata in quanto si trattò del primo "happening" della storia preceduto dal tuttora vigente “sorteggio”, al fine di evitare che le peggiori squadre della lega perdessero intenzionalmente le partite per ottenere la prima scelta (che quell’anno sarebbe stata un certo Patrick Ewing...). Classica “point guard” da 188 centimetri, per di più dotata di ottimo pedigree (era fratello minore del più noto Jay Vincent, compagno universitario di Magic Johnson), Sam era stato un autentico idolo a Michigan State ed era fresco di onorificenze “All America” da parte della rivista specializzata “Sporting News”. A dir la verità fece un po’ scalpore che con tale “curriculum” Sam “scivolasse” fino alla ventesima posizione, ma quando fu il turno di Jan Volk, non ci furono esitazioni.
Il secondo importante “tassello” per il “back-court” fu la trade messa in piedi con gli Indiana Pacers scambiando un Quinn Buckner in parabola discendente per accapparrarsi i servigi di un ottimo tiratore come Jerry Sichting, nativo dell’Indiana e praticamente vicino di casa di Larry Bird, che dopo 5 stagioni con la disastratissima franchigia di Indianapolis, stava cercando, al pari di Bill Walton, nuove motivazioni e, soprattutto, opportunità di vittoria. Completavano il roster il confermato Rick Carlisle nella posizione di guardia, David Thirdkill, una “small forward” che in tre anni era già passato per Phoenix, Detroit, Milwaukee e San Antonio e che sarebbe stato “tagliato” alla vigilia dell’inizio della regular season, e Sylvester “Sly” Williams, un gran talento, molto conosciuto nel New England per essere stato una stella universitaria a Rhode Island, ma che purtroppo possedeva un carattere piuttosto conflittivo che una quindicina d’anni più tardi lo avrebbe portato a rendersi protagonista di gravi reati che gli costarono diversi anni di carcere (rapimento e stupro).
Il training camp pre-campionato, oltre che per affinare schemi e condizione fisica, servì per cementare lo spirito di gruppo in una squadra che presentava numerose personalità di spicco (molto distinte tra loro) ed almeno cinque futuri Hall Of Famers (Bird, McHale, Parish, Walton e Dennis Johnson); i segnali ricevuti da K.C. Jones in questo senso furono ottimi, e sia il coach che Red Auerbach cominciavano a fregarsi le mani per l’eccitazione: gli allenamenti erano intensissimi sul parquet del Hellenic College di Brookline e poi la “goliardia” regnava sovrana in spogliatoio e, nonostante la perdita di un “clown” del calibro di Cedric Maxwell, l’umore della truppa era mantenuto sempre alto dalle battute di Bird, dalla simpatia di Walton e dalle “marachelle” di un Ainge sempre più calato nel ruolo di “Danny la peste”.
Negli “exhibition games” pre-stagionali però ci fu poco spazio per il buon umore e la spensieratezza, e non c’era da sorprendersi: lo “schedule” prevedeva 4 incontri contro i Lakers, un accordo piuttosto inspiegabile da ambo i lati, sapendo che non correva esattamente “buon sangue” tra le due franchigie. Queste partite, ben lontane dall’essere anche solo per un momento considerate come “amichevoli”, servirono infatti più a “scaldare gli animi” per l’imminente esordio ufficiale in campionato che per perfezionare schemi e completare la preparazione; e prova ne furono le caterve di multe che furono affibiate a svariati giocatori di entrambe le compagini per le innumerevoli risse che caratterizzarono le suddette gare.
Nonostante le pessime condizioni in cui la schiena di Bird si era trovata solo poche settimane prima, il dottor Dan Dyrek riuscì nel miracolo di far sì che il numero 33 potesse disputare il primo incontro di una regular season che cominciò il 25 ottobre con un’inaspettata sconfitta esterna per mano dei New Jersey Nets; Larry soffrì durante tutta la partita, tirando poco e male (e nonostante ciò mise a referto una “tripla doppia”!) mentre Bill Walton “rimediò” forse la più brutta prestazione di sempre su un campo di basket, creando subito non pochi dubbi sul “senso” della scommessa fatta dai Celtics in estate per portarlo a Boston. Ma i dubbi durarono poco, e nonostante i ragazzi di K.C. Jones non stessero giocando esattamente il miglior basket della lega, fu proprio Walton a dare l’esempio dichiarando che da lì in poi avrebbe “parlato solo con i fatti, in campo”.
Povero Bill, lui ci provava a fare il “serio”; ma provate ad immaginare l’impaccio che dovette provare il 5 novembre, giorno del suo trentatreesimo compleanno, nello scoprire che il regalo “orchestrato” dalla moglie Susie (con la connivenza di Bird & soci) consisteva in uno striptease perpetrato da una spogliarellista nel bel mezzo della sessione di allenamento...colore del viso e capelli del “Grande Rosso” furono un “tutt’uno” per qualche minuto, mentre i “mormoni” Ainge e Kite si sforzavano, senza troppo successo, a rivolgere lo sguardo verso un’altra direzione...
Divertimenti a parte, dopo la sconfitta iniziale in New Jersey, Boston incamerò 17 vittorie nelle successive 18 partite, cedendo solo di misura contro dei Pacers iper-motivati dal confronto con gli “indigeni” Bird e Sichting. In mezzo a questa “striscia” merita sicuramente di essere citata a parte la sfida che oppose i Celtics agli odiatissimi Pistons, il 27 novembre in un Garden esaurito ben oltre la sua capienza “legale” (oltre 15 mila spettatori a fronte dei 14.890 autorizzati). Larry fermò il “contatore” dei punti a 47, trascinando i compagni ad una vittoria per 8 punti di margine, ma ad impressionare furono soprattutto i 35 messi a segno da un certo Vinnie Johnson, che fu puntualmente ribattezzato “Microwave” da Danny Ainge nel dopo-partita.
I Celtics non stavano ancora incantando, ed evidenziavano alcuni problemi a rimbalzo e nel gioco in transizione, ma con un quintetto base composto da D.J., Ainge, Bird, McHale e Parish era veramente difficile per qualsiasi avversario opporre una degna resistenza, mentre dalla panchina Walton, Wedman e Sichting fornivano punti ma anche solidità difensiva. Nel frattempo, dopo appena 6 apparizioni con la casacca biancoverde, “Sly” Williams veniva “tagliato”: K.C. Jones si era stufato delle innumerevoli sveglie rotte, gomme bucate ed allenamenti mancati per le più assurde ragioni; un vero peccato, il classico caso di “talento sprecato”. Ma bisognava guardare avanti, e la scelta più logica era quella di ri-incorporare il ben più serio e professionale David Thirdkill, un autentico guerriero che si era non a caso guadagnato il soprannome di “The Sheriff” per la marcatura asfissiante al quale sottoponeva l’avversario diretto che, in modo figurato, finiva per “essere rinchiuso in una cella”. Il 6 dicembre Boston venne autoritariamente sbancata dai Trail Blazers in quella che sarebbe risultata essere l’unica sconfitta interna stagionale, e nei successivi 8 incontri il “bottino” fu un misero 4-4 reso ancora più amaro il giorno di Natale da una “L” in doppio overtime al Madison Square Garden, dopo aver dilapidato un vantaggio di 25 punti contro i debolissimi Knicks, in una partita che portò alla luce uno degli aspetti meno conosciuti del peculiare carattere di Kevin McHale: questi si presentò, infatti, solo la mattina a New York (al contrario dei compagni che avevano viaggiato la sera precedente) in quanto non voleva privare i figli della tradizionale consegna dei regali davanti all’albero di Natale nel salotto della sua casa di Weston.
Il record in classifica ora “recitava” 21-7 e giocoforza si guardava ai Lakers (24-3) “dall’altra parte” come punto di riferimento, nella convinzione che l’ambìto anello sarebbe stato ancora una questione da chiarire tra le due acerrime rivali...
In gennaio le cose cominciarono a cambiare, seriamente. Larry Bird, la cui schiena stava molto meglio, lanciò assieme a Sichting una curiosa proposta alla quale avrebbe aderito tutta la squadra: niente più birra fino a fine stagione. Non erano certo degli ubriaconi, ma il senso del “voto” era chiaro: non lasciare nulla d’intentato e rimanere completamente concentrati sulla stagione. Bill Walton inoltre, appariva come l’uomo più sano sulla faccia della terra; ed anche il più felice. Perchè, come osservò Kevin McHale: “Vedere questo vecchio, con il corpo più martoriato nel mondo dello sport, attuare come un ragazzino del Liceo, rappresentava un divertimento ed un’ispirazione al tempo stesso. Ogni partita era una sfida per lui, e faceva in modo che il resto della squadra ne fosse consapevole e lo seguisse”.
Le soluzioni tattiche derivanti poi dall’accoppiamento del miglior centro passatore con la miglior ala passatrice dell’intera Lega erano infinite e quei 20 minuti in cui Walton e Bird coincidevano sul parquet erano un autentico spettacolo per gli occhi dei puristi di un basket che faceva parlare i fondamentali e l’intelligenza dei singoli messa al servizio del gioco di squadra, prima dell’atletismo e dei bicipiti da culturista: pochi palleggi, movimenti sublimi, “pick’n’roll” e circolazione di palla da sogno erano diventati il “trademark” di una squadra “schiacciasassi”, e nessun “addetto ai lavori” potè sorprendersi più di tanto se i Celtics si presentarono alla pausa per l’All Star Game con 13 trionfi consecutivi (includendo un chiaro “statement game” casalingo contro i Lakers, sconfitti per 110-95) ed un record “overall” di 38 vittorie e sole 8 sconfitte. Il tutto in un periodo in cui McHale stava avendo problemi al tendine d’Achille che l’avrebbero costretto ad uno stop di quindici partite, durante le quali per fortuna emerse tutto il talento e la forza di Scott Wedman, catapultato in quintetto base e subito autore di prestazioni magistrali condite da quasi una ventina di punti di media ad incontro.
Alla “Partita delle Stelle” di Dallas i biancoverdi furono ben rappresentati dal loro “Big Three” (nonostante McHale a mezzo servizio ed un Parish sempre poco eccitato da tale avvenimento), oltre che dal coaching staff a guidare la selezione dell’Est; ma la vera novità era rappresentata dall’introduzione del “concorso dei tiri da tre punti” ed a Bird parve uno scherzo che il Commissioner della NBA David Stern avesse messo in palio 10 mila dollari per il vincitore: “Ma come, mi pagano per lanciare triple a canestro?” – chiese sbigottito ma allo stesso tempo “allupato” per un facile guadagno...superfluo specificare chi vinse il torneo, ma memorabile rimane il modo in cui Larry apostrofò gli avversari diretti poco prima della competizione: “Ok, vediamo chi di voi arriva secondo oggi”...Per la cronaca, l’altra grande sensazione della “kermesse” texana fu Spud Webb, che “dall’alto” dei suoi 168 centimetri vinse una storica gara delle schiacciate. Alla ripresa della regular season ai Celtics toccava il tradizionale “viaggio all’Ovest”: dopo la sconfitta nella nuova città dei Kings (appena trasferitisi da Kansas City a Sacramento), una vittoria a Seattle ed il trionfale ritorno di Walton a Portland (“W” in overtime con Bird a quota 47 + 14 + 11) , il 16 Febbraio Boston volle lasciare un altro forte e chiaro messaggio ai Lakers, stavolta al Forum di Inglewood; la vittoria fu “meno bugiarda” del risultato (105 a 99) tanto che lo stesso Magic Johnson, nell’abituale conferenza stampa post-partita dovette ammettere: “I Celtics in questo momento sono più forti di noi”.
Ed era vero. Nonostante un Danny Ainge in piena “slump” (avrebbe accumulato percentuali pessime dal campo in tutta la trasferta ad Ovest, per fortuna ben compensate dall’ottimo apporto di Jerry Sichting dalla panchina) e la prolungata assenza di McHale ancora in “baruffa” con il tendine d’Achille, il Trifoglio s’impose al Forum con una partita eroica di Rick Carlisle, tra l’altro autore di un incredibile “buzzer beater”, e con uno spettacolare “display” d’intelligenza e di fondamentali da parte di un Bill Walton quantomai desideroso di dimostrare ai Lakers l’ottimo stato di salute in cui si trovava il piede “moribondo”...
Sul finire della “western trip” un normale calo di tensione portò ad una “L” a Phoenix in “back to back”; poi una vittoria a Golden State (con una strepitosa prestazione difensiva di Greg Kite, per l’occasione titolare a causa di un problema alla schiena di Wedman) ed un ulteriore sconfitta di misura a Denver fecero chiudere la trasferta occidentale con un positivo ma non eclatante 4-3 che portava il record complessivo a 42 vittorie e 11 sconfitte mentre Larry Bird accumulava “triple doppie”a go-go (4 nelle ultime 6 partite). Buona parte delle partite perse avevano un comune denominatore: erano arrivate per lo più da squadre con record negativi e per margini veramente esigui, segno che la causa principale sembrava dover essere attribuita a dei fisiologici cali di tensione; un aspetto che certamente doveva essere “corretto” dal coaching staff, ma che al tempo stesso forniva inconsciamente una certa consapevolezza di superiorità da parte della squadra allenata da K.C. Jones.
E di palese superiorità fu giusto parlare durante gli ultimi due mesi di regular season quando Boston “ammassò” 25 vittorie su 29 incontri disputati; la “caduta” più significativa fu quella di Dallas (che per la prima volta dalla nascita della franchigia batteva i Celtics in casa): Bird mise 50 punti nel 116 a 115 per i texani, ma a fine partita Walton gli disse: “Sei stato il peggiore in campo” – ed aveva ragione...mai si era visto un Larry così poco propenso al gioco di squadra. Ma fu solo un semplice “aneddoto”. E non si ripetè. Boston era un rullo compressore: McHale era tornato, più in forma e più...”Black Hole” che mai; il soprannome “partorito” da Danny Ainge calzava a pennello, perchè “Quando davi la palla a Kevin, non tornava più indietro”...fortunatamente, spesso e volentieri, finiva comunque nella retina avversaria... Bird, dal canto suo, continuava con il “recital” personale di triple doppie ed arrivò ad un punto in cui “scherzava” con gli avversari: a New York fu sfidato dal trainer dei Knicks a mettere una “tripla” con il tabellone e puntualmente a fine partite passò a “batter cassa” dall’incredulo “avversario” pretendendo i 10 dollari pattuiti...Ma “avversario” poteva anche considerarsi il giornalista che in un pre-partita sfidò Larry a segnare un tiro da 3 punti con la mano sinistra; l’incauto gli concesse 5 tentativi ma al “baffetto biondo” ne bastarono 2. Ovviamente c’erano “ben” 5 dollari in palio...Ma per il numero 33 non era sempre e solo una questione di soldi, anzi: sul finire della regular season un bel giorno K.C. Jones ebbe la brillante idea di proporre la “cancellazione” dell’allenamento nel caso in cui qualcuno centrasse un “three point shot” da metà campo e qui "The Legend" dovette pensare che un giorno di riposo valeva più di qualche banconota: prese la mira, una breve rincorsa e...tutti in spogliatoio! I Celtics si presentarono ai play-offs con il ragguardevole bottino di 67 vittorie e 15 sconfitte (40-1 l’incredibile bilancio casalingo), dopo una seconda parte di campionato strepitosa in cui vinsero quasi il 90% degli incontri. Fu proprio un peccato perdere il 6 aprile a Philadelphia (ancora di un punto) per due fatali errori di Bird ai tiri liberi perchè quell’anno la squadra aveva nelle sue "corde" le 70 vittorie in regular season. E' pur vero che deteneva pur sempre il miglior bilancio dell’intera Lega, coi Lakers distaccati di 5 “W” a fare corsa a parte in un Ovest che oltre ai Houston Rockets delle “torri gemelle” Olajuwon e Sampson, attestatisi sulle 51 vittorie, non presentava alcuna seria minaccia, al contrario della Eastern Conference in cui, comunque, Milwaukee, Philadelphia ed Atlanta, rispettivamente con 57, 54 e 50 “doppie V”, si presentavano agguerrite per la post-season.
La squadra di coach Jones era stra-favorita stavolta. Oltre al talento dei singoli, al gioco collettivo, alle innumerevoli opzioni di una squadra che poteva “correre” ma anche dominare la partita “sulla metá campo” e allo spirito di un gruppo che “amava essere odiato” (courtesy Danny Ainge), Boston potè per una volta ringraziare pure la “dea bendata” perchè nonostante l’infortunio patito da McHale a metà stagione, il resto del roster si mantenne piuttosto “sano” durante tutto il campionato: Bird pareva rinato dopo la cura Dyrek, D.J. ebbe un problema di poco conto al pollice della mano destra e Walton prima si fratturò il naso (per la tredicesima volta in carriera) e poi si ruppe il polso; nonostante ciò accumulò la cifra record di 80 presenze e poco importa se durante qualche partita dovette giocare praticamente utilizzando solo la sinistra, aveva classe e “skills” da vendere...
L' attesa dei playoffs è da sempre anche sinonimo di celebrazione dei premi individuali: i quasi 26 punti di media-partita, con 10 rimbalzi e 7 assist, oltre alle 10 triple doppie ed un impressionante 42.3% da oltre l’arco dei 3 punti furono più che sufficienti a garantire il terzo MVP consecutivo a Bird e l’ovvia inclusione nel “miglior quintetto” dell’anno a fianco di Dominique Wilkins, Kareem, Magic ed Isiah Thomas. “Mi sento immarcabile” avrebbe candidamente dichiarato Larry ai giornalisti ricevendo il premio e parlando della sua strepitosa stagione. Oltre al già citato “Sixth Man Award” concesso a Bill Walton, degne di menzione furono le presenze di McHale e “D.J.” rispettivamente nel primo e secondo “quintetto difensivo” della Lega ed ancora l’incoronazione di Larry a miglior tiratore di “liberi” del campionato, con una percentuale che sfiorava di un nonnulla il 90% di precisione (89,6), dopo un memorabile tentativo di sorpasso finale da parte del compagno Ainge che, nell’ultimo incontro di regular season, con il suo capitano già a riposo, “attaccò” come non mai il canestro per subire falli ed andare in lunetta quanto più possibile. Aveva bisogno di realizzare almeno 15 liberi su 17 tentativi per raggiungere il “quorum” e battere il compagno ma, sul più bello, avendo già accumulato 11 realizzazioni su 12 tiri, K.C. Jones lo “panchinó” e Danny, alquanto contrariato, dovette sopportare le risate di scherno dei divertitissimi compagni. Che ci fosse stato lo zampino di Bird in tutto ciò? Non lo si saprà mai, ma il fatto che proprio a quest'ultimo fossero stati promessi da uno sponsor 30 mila dollari in caso di vittoria nella speciale classifica creò non pochi sospetti...
“I playoffs sono un campionato a parte” si soleva ripetere; ma Boston aveva tutta l’intenzione di estendere il suo “autoritarismo” anche alla post season, ed a farne subito le spese furono i malcapitati Bulls di un giovane Michael Jordan che avrebbe scritto una pagina memorabile di storia del basket mettendo a referto 63 punti in gara 2 del primo turno di playoffs al Boston Garden: “Oggi Dio si è travestito da giocatore di basket” esclamò "Larry Legend" dopo l’incontro; tuttavia partita (in doppio overtime) e serie, dopo un’agevole affermazione a Chicago, andarono ai Celtics. 3-0 e tutti a casa. Ad intrapporsi sul cammino dei biancoverdi verso la “bramata” finale furono poi i giovani ed aitanti Hawks, reduci dal 3-1 col quale si erano sbarazzati dei Pistons al primo turno; nonostante Atlanta facesse di tutto per cercare di instaurare una rivalità che il Trifoglio non “sentiva” più di tanto (ma che avrebbe da lì a poco portato ad alcune epiche sfide), la serie fu quasi priva di significato ed il fenomenale “capocannoniere” della Lega Dominique Wilkins dovette arrendersi alla superiorità schiacciante di Bird e compagnia che chiusero la serie 4-1 con una gara 5 dall’esito lapidario: 132-99.
Intanto ad Ovest i Lakers, dopo essersi liberati in scioltezza della pratica San Antonio Spurs (3-0 con uno scarto medio di oltre 30 punti a partita), dovettero impegnarsi un po’ più a fondo per sconfiggere i tostissimi Dallas Mavericks in sei partite e guadagnarsi l’accesso alle finali di Conference; lo stesso giorno e con identico esito i Rockets facevano la loro parte eliminando 4-2 i Denver Nuggets di uno strepitoso ma troppo solo Alex English.
Si dovette aspettare 5 giorni per conoscere il nome dell’avversario di Boston nella finale di Conference: Philadelphia e Milwaukee dettero vita ad un serie epica e “tiratissima” nella quale nonostante il ventidueenne Charles Barkley avesse assunto di fatto il ruolo di nuovo trascinatore dei 76ers, a discapito di un Julius Erving ormai sul viale del tramonto, la compattezza dei Bucks di Terry Cummings, Paul Pressey, Craig Hodges e Sidney Moncrief riuscì a spuntarla in una settima sfida al cardiopalma alla Mecca Arena di Milwaukee e risoltasi solo negli ultimi secondi per 113-112 a favore dei padroni di casa.
Bucks - Celtics era ormai diventato un classico nei playoffs e questo era il terzo confronto diretto negli ultimi quattro anni. La squadra allenata dall’ex (amatissimo) Celtic Don Nelson aveva rifilato uno storico “cappotto” agli avversari nel 1983, e Don aveva commesso l’errore di accusare pubblicamente Ainge di essere un giocatore “sporco”. L’anno successivo fu Boston a schiacciare Milwaukee nella sua inarrestabile corsa verso il quindicesimo banner, ma il 4-1 di quella serie non aveva completamente soddisfatto i sogni di vendetta di un Bird dalla memoria sempre lunga...Ecco perchè quasi tutti sapevano che stavolta non ci sarebbe stata storia; i biancoverdi presero l’occasione al volo per “saldare i conti” e zittire il buon Nelson che potè solo assistere inerme alla “cascata” di punti che piovve in testa ai suoi “cerbiatti” in gara 1 al Garden (128-96). Il resto della serie fu meno “spietato” nei punteggi, ma ciò che contava era il tabellino riassuntivo: Celtics 4 – Bucks 0.
Tutto secondo le aspettative. Almeno ad Est, perchè invece nel “wild wild West” lo shock era sul punto di essere servito, per “colpa” dei Rockets guidati da Bill Fitch, il “sergente di ferro” che, dopo aver vinto il titolo del 1981 a "Beantown" (proprio contro gli stessi Rockets), perse nel corso del successivo biennio il controllo di una parte di giocatori non più disposti ad essere trattati come una manciata di soldatini.
Ma a Houston i suoi metodi “dittatoriali” funzionavano ancora, eccome. A funzionare ancora meglio, per la verità, furono le “Twin Towers”, quella meravigliosa coppia di lunghi composta da Sampson ed Olajuwon che, grazie all’altezza, alle mani educate e ad un’agilità inusuale a certe “altitudini” (Sampson fermava l’asticella a 224 centimetri mentre Hakeem si “limitava” a 215) poterono sconvolgere tutti i pronostici degli “addetti ai lavori”.
Dopo la sconfitta in gara 1 al Forum di L.A. per 119 a 107, Houston vinse con autorità le successive tre partite; e mentre tutti aspettavano la reazione di Magic e compagnia gara 5 si risolse con un incredibile canestro di Sampson che ad un solo secondo dall’ultimo suono di sirena ricevette palla scagliando un “turnaround jumper” che prima cocciò contro il ferro e poi s’impennò verso l’alto per ricadere nella retina degli esterefatti “lacustri”. L’ennesima sfida Boston vs. L.A. sarebbe stata rimandata di un anno. Il Trifoglio era dato per favoriti da tutti. Lo stesso Fitch durante la stagione aveva avuto parole d’ammirazione per la sua ex-squadra: “L’unico modo per togliere la palla ai Celtics è quando vai a prenderla dopo che ti hanno messo un canestro” – aveva dichiarato ironicamente dopo la sfida di regular season in Texas.
In verità la sua era un’ottima squadra dotata di forza, talento ed entusiasmo: il quintetto completato da Robert Reid, Lewis Lloyd e Rodney McCray era ben supportato dalle “seconde linee” Mitchell Wiggins e Jim Petersen. Il coach, però, a stagione in corso aveva dovuto “cacciare” dalla squadra l’ottima guardia John Lucas perchè recidivo nell' uso di sostanze stupefacenti; ma il vero limite dei Rockets sembrava essere l’eccessiva dipendenza dagli estri di Sampson. L’ex “top pick” del draft targato 1983 aveva già dimostrato infatti in troppi casi una quasi cronica mancanza di continuità, oltre che una certa predisposizione ai falli “facili”. Gara 1 al Garden ne fu il perfetto esempio: i tre falli commessi dal giocatore nei primi 5 minuti del primo quarto di gioco lo costrinsero ad un lungo riposo forzato; quando finalmente tornó sul parquet sbagliò 12 dei 13 tiri e nonostante un Olajuwon spettacolare da 33 punti e 12 rimbalzi, McHale e Parish poterono fare il bello ed il cattivo tempo nel “pitturato”, mentre Bird metteva in scena uno dei suoi classici spettacoli “all around” con 21 punti, 13 assist, 8 rimbalzi e 4 recuperi oltre a sacrificarsi in difesa raddoppiando sullo stesso Hakeem. I Celtics tirarono con un magnifico 66% dal campo; Ainge e Johnson dominarono il terzo periodo dal “back-court” ed il 112-100 finale era ben più “striminzito” della differenza vista in campo tra le due compagini.
Il secondo capitolo della serie non fece che confermare le impressioni: Bird riuscì a non spendere un singolo fallo nei raddoppi di marcatura su Hakeem ed allo stesso tempo “compilò” un altro “tabellino” da paura: 31 punti, 8 rimbalzi, 7 assist, 4 recuperi e 2 stoppate. In attacco riuscì a portare “a spasso” il malcapitato McCray facendolo ammattire col suo “campionario” di tiri, finte e penetrazioni. Nonostante il miglioramento di Sampson (18 + 8) i biancoverdi s’imposero in scioltezza per 117 a 95. Era inutile negarlo; qualche comprensibile ma sempre rischioso sogno di “sweep” cominciava a campeggiare nelle menti dei giocatori bostoniani. Ma Houston avrebbe venduto cara la pelle ed anche se Olajuwon riconobbe che “Bird è il più gran giocatore che io abbia mai visto” allo stesso tempo si premurò di dichiarare “Non vedo come possiamo perdere in casa, i Celtics al Summit non ci potranno battere”. E così fu, nonostante Larry (sempre lui) riuscì persino nell’impresa di superare sè stesso e mettere a referto l’ennesima tripla doppia dell’anno con 25 punti, 15 rimbalzi ed 11 assist conditi da 4 “steals”. Boston si trovò avanti anche di 11 lunghezze nel terzo quarto ma poi Bill Fitch indovinò l’aggiustamento perfetto “sguinzagliando” Reid dietro al capitano del Trifoglio il quale praticamente non trovò più la retina nel secondo tempo (3 su 12 dal campo).
Houston riuscì ad imporre il proprio gioco in attacco grazie ad un Sampson finalmente decisivo (24 punti e 22 rimbalzi) e con un parziale di 9-0 nei minuti finali i Rockets riuscirono a “sopravvivere” nella serie, chiudendo sul 106 a 104. La quarta sfida si presentava come un vero test e lo “spartiacque” della serie: Parish emerse con tutta la sua efficacia sotto i tabelloni, ed oltre a firmare 22 punti e 10 rimbalzi riuscì, con l’aiuto di Walton, a tenere a bada i lunghi avversari. Bird recuperò l’ispirazione con una tripla fondamentale sul 101 pari a due minuti dalla fine ed un paio di rimbalzi di pura tecnica e concentrazione di Walton permisero a Boston di imporsi in trasferta con il punteggio di 106 a 103.
Con il 3-1 nella serie la conquista del sedicesimo banner appariva quanto mai vicino ma i ragazzi di K.C. Jones commisero l’errore di rilassarsi un po’ troppo al cospetto di una squadra che comunque ben rifletteva in campo il temperamento del suo coach; gara 5 passò alla storia più per la rissa che coinvolse Sichting e Sampson all’inizio della seconda frazione che per lo spettacolo offerto in campo.
Ma a caricarsi maggiormente furono i Rockets che grazie ad un Petersen versione “eroe improbabile” ed alla super prestazione di Hakeem (32 punti con 14 rimbalzi ed 8 stoppate per il nigeriano) annichilirono i timidi tentativi di rimonta di Boston chiudendo l’incontro con un chiarissimo 111 a 96.
Per fortuna si tornava al Garden, dove i Celtics tra regular season e playoffs avevano accumulato la strabiliante cifra di 49 vittorie ed 1 sola sconfitta; secondo previsione, il pubblico della “Beantown” era prontissimo a ricevere Sampson nelle “dovute” maniere e gli assordanti “Booh” che ne accompagnarono ogni azione sortirono l’effetto desiderato: l’ala dei Rockets fallì le prime sette conclusioni dal campo mentre un infuocatissimo Bird trascinava i Celtics con 16 punti, 8 rimbalzi ed 8 assist che valevano il 55-38 con il quale si concludevano i primi 24 minuti d’incontro.
“Non ho assolutamente intenzione di farmi sfuggire quest’occasione” – avrebbe urlato lo scatenato Larry ai compagni durante l’intervallo – e tutti lo seguirono. Il vantaggio raggiunse i 30 punti nel terzo quarto e la tripla-doppia delle grandi occasioni (29 + 11 + 12) permise a "The Legend" di chiudere la stagione da trionfatore assoluto, come nemmeno lui stesso avrebbe potuto immaginare solo pochi mesi prima; dopo il 114-97 finale coach Bill Fitch non potè che ammettere molto onestamente l’ammirazione che provava per il suo ex-pupillo: “Quando si accendono le luci e la partita ha inizio, il pubblico ha un effetto incredibile su Larry. Non ho mai visto nessun giocatore con la sua stessa intensità. È il migliore.”
I Boston Celtics tornavano sul tetto del mondo ed i tifosi del Trifoglio sprigionavano la loro gioia in due semplici ma soavi parole: “Sweet Sixteen”.





Commenti
Ma fu lo stesso una gran serie finale, Bill il rosso giocatore da Celtics se ce n'era uno, e poi the Chief con quella faccia scolpita nella pietra.
Altro mio idolo personale era Greg Kite, lasciate perdere le stas che mai come in questo caso tradiscono, era una furia gia' in panchina e quando entrava metteva paura.
C'era si classe ma anche un tremendismo che oggi pare demodèe.
Per ultimo grande Sam articolo scritto col cuore che ti fa mangiare ogni riga........grazie mille.
Poche storie, se il basket è uno sport di squadra, se la circolazione di palla rende i giocatori di una squadra migliori di quello che il loro talento gli consentirebbe, se guardare gli occhi di un compagno dopo avergli fornito un assist è la soddisfazione più grande su un campo da basket, allora i Celtics del 1986 sono LA SQUADRA di basket per eccellenza, insieme forse ai Knicks del 1970.
Difficile dire se quelli del 1986 sono i migliori Celtics di sempre, le squadre del 1963 e del 1965 non scherzavano da questo punto di vista; di sicuro sono la squadra che ho visto avvicinarsi di più al gioco ideale.
Aggiungo al bell'articolo di Samuele che i 3 minuti peggio giocati della stagione (con la complicità anche di alcuni fischi di Jake O'Donnell) ci costarono G.3 e un più che probabile e oggettivamente meritato sweep. Da segnalare inoltre come il sempre sottovalutato KC in G.4 inserì negli ultimi minuti di una partita punto a punto Walton al posto di Parish; inutile dire che il rosso risultò decisivo in quella vittoria.
Però anche quella del 2008...
e poi aspettiamo che magari il 2011 mette d'accordo tutti
Effettivamente lo "sweet sixteen" è l'annata più bella che io ricordo, forse perchè avevo 16 anni o perchè ne sono passati 24 ed il tempo ti fa dimenticare le cose spiacevoli.
Sempre difficili i confronti, ma di certo quel gruppo è tra i più forti di sempre e l'arrivo di Walton con successivo titolo un grande merito per i Celtics.
Mi associo in pieno.
Larry e' una leggenda per tutti i tifosi celtici.
Grande squadra, immensa stagione. Giro' tutto bene, dal punto di vista della salute, quella stagione, cosa che non si ripete' l'anno successivo.
Grazie Sham
Bei ricordi...
che dire...so di essere maledettamente logorroico ma in questo caso non riuscivo veramente a controllare le emozioni, raccontando la stagione che mi ha letteralmente fatto capire di essere un Celtic nato.
Questi sono i Celtics ieri, oggi e (spero) domani. La squadra prima di tutto ( il "togheter" di Doc ) carattere e cattiveria.
Grazie Samuele, mi hai fatto ricordare il perchè "I'M A CELTIC
GRANDE SAM!!!
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